Autore Topic: E' (doppiamente) meglio, in letteratura, non nominare una persona cui teniamo  (Letto 1005 volte)

0 Utenti e 1 Visitatore stanno visualizzando questo topic.

Offline Antonio Terracciano

  • Autore CS
  • Autore
  • *
  • Post: 400
  • Sesso: Maschio
  • Nel sito Scrivere: Le sue poesie
"Se oggi Leopardi pubblicasse la sua 'A Silvia' ci sarebbe qualche Silvia Rossi o Silvia Bianchi che minaccerebbe di fargli causa" , si legge a un certo punto del regolamento del nostro sito, regolamento che ci vieta di usare i nomi propri delle persone nelle nostre poesie.
Ho sempre tenuto in grande considerazione questo avvertimento, perché una delle mie più grandi preoccupazioni è quella di evitare possibili guai giudiziari...
Ma ora, leggendo l'ultimo romanzo del premio Nobel Patrick Modiano, "Pour que tu ne te perdes pas dans le quartier" , ed. Gallimard, 2014 (uscì una settimana prima dell'attribuzione del premio allo scrittore, ad ottobre, e credo che non sia ancora stato tradotto in italiano) , mi imbatto in un passaggio più interessante sull'argomento, a pag. 70 (mi scuso di non aver riprodotto due accenti circonflessi, a causa della mia ancora grande ignoranza informatica) : "Il n'avait pas cité son nom et il s'était efforcé de brouiller les pistes. Elle ne pouvait se reconnaitre dans aucun des personnages. Il n'avait jamais compris que l'on introduise dans un roman un etre qui avait compté pour vous. Une fois qu'il s'était glissé dans le roman comme on traverse un miroir, il vous échappait pour toujours. Il n'avait jamais existé dans la vraie vie. On l'avait réduit à néant... " ( "Non aveva citato il suo nome, e si era sforzato di confondere le piste: lei non poteva riconoscersi in nessuno dei suoi personaggi. Non aveva mai capito come si possa introdurre in un romanzo un essere che aveva contato per l'autore: una volta scivolato nel romanzo, come attraverso uno specchio, quell'essere scompariva per sempre, non era mai esistito nella vita vera, lo si era ridotto al niente... " ) .
Secondo Modiano, cioè, è possibile nominare chiaramente una persona, in un'opera letteraria pubblica, solo quando abbiamo perso interesse per lei, quando un affetto o un amore (e forse anche un odio) sono finiti. Secondo questa teoria, Beatrice, Laura, Silvia, Angiolina, ecc. , furono chiaramente menzionate da Dante, Petrarca, Leopardi, Svevo, ecc. , perché le consideravano ormai morte nei loro cuori. (E Proust, nella "Recherche" , a un certo punto confessa quasi di aver potuto scrivere il nome di Albertine solo quando, dopo le fasi dell'amore e dell'odio, lei morì, non soltanto fisicamente, ma anche spiritualmente nell'anima sua) .

Offline Amara

Re:E' (doppiamente) meglio, in letteratura, non nominare una persona cui teniamo
« Risposta #1 il: Martedì 24 Marzo 2015, 23:29:16 »
o forse la si nomina con la precisa intenzione di farle attraversare lo specchio.. anche senza farne il nome.. :)
Il dubbio è uno dei nomi dell'intelligenza
(J. L. Borges)

Offline Antonio Terracciano

  • Autore CS
  • Autore
  • *
  • Post: 400
  • Sesso: Maschio
  • Nel sito Scrivere: Le sue poesie
Re:E' (doppiamente) meglio, in letteratura, non nominare una persona cui teniamo
« Risposta #2 il: Mercoledì 25 Marzo 2015, 10:34:31 »
  Sì, Amara ha forse ragione: pur senza farne il nome, scrivere di una persona (anche di se stesso) è comunque un po' farla passare per quello specchio. Ho trovato in Roland Barthes ( "Frammanti di un discorso amoroso" , ed. Einaudi, "Gli struzzi" , 1979, pag. 184) questa considerazione: "Io non posso 'scrivermi' . Qual è l'io che lo potrebbe fare? Se questo io penetrasse nella scrittura, la scrittura lo appiattirebbe, lo vanificherebbe; si verificherebbe una progressiva degradazione nella quale sarebbe poco a poco trascinata anche l'immagine dell'altro (scrivere 'su' qualcosa, significa annullarlo) . "

Offline Duilio Martino

  • Autore CS
  • Autore
  • *
  • Post: 139
  • Sesso: Maschio
  • Nel sito Scrivere: Le sue poesie
Re:E' (doppiamente) meglio, in letteratura, non nominare una persona cui teniamo
« Risposta #3 il: Giovedì 26 Marzo 2015, 18:57:01 »
  Sì, Amara ha forse ragione: pur senza farne il nome, scrivere di una persona (anche di se stesso) è comunque un po' farla passare per quello specchio. "

Sono d'accordo. Anche nella introspesione quel "io" dovrebbe quasi smaterializzarsi e divenire recettore di ampiezze invece che ostensorio di proprie verità.
Puttroppo... qui troviamo troppi apprezzamenti ai dispensanti chiarezze e pochi a quelli che fanno insorgere dubbi... domande...basta dare una occhiata ai "capolavori" evidenziati.

A Scanso di equivoci sottolineo che non mi sento immacolato... ma mi conforta averne coscienza.