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La furia nella M. emoria - Prima stanza

Giallo e Thriller

PRIMA STANZA...

Mentre con molta delicatezza la lama del mio bisturi penetra nel suo ventre lui mi fissa, neppure un gemito, anche se il dolore deve essere insopportabile… E’ troppo intento a chiedersi: “ perché?”

E già so che non avrò il tempo di spiegarglielo, anche se voglio che soffra tanto. Un taglio preciso, non troppo profondo: non voglio toccare organi vitali… per ora. Adesso si lamenta; l’ ho imbavagliato per bene, non può gridare ma i mugugni sono sempre più potenti. Sta provando dolore il bastardo.

« Ciao Alfredo, ben svegliato!»

Lo guardo dritto negli occhi e intanto continuo a tagliuzzarlo…

« Come stai, è tanto che non ci si vede eh?».

Mi guarda, non mi riconosce…. già è vero: ho la mascherina da chirurgo. Ora la tolgo, voglio vedere la sua faccia quando capirà chi sono.

« Così va meglio? Ti ricordi di me?»

I suoi occhi stanno per uscire dalle orbite; certo che mi riconosce! Tra lo stupore totale e il dolore ancora più intenso gli mostro un bel pezzo del suo ventre tra le mie mani!!!

« Tranquillo, non soffrirai ancora per molto: ti sto iniettando della morfina. Il suo effetto durerà qualche ora… ti voglio lucido per un po’!».

L’ emorragia si è fermata, lo lascio solo. Sono stanco... troppo stanco.

« Ci vediamo dopo, Alfredo. Nel frattempo pensa, cerca di pensare; non ti lascerò parlare, non ne hai il diritto e comunque chiedere pietà o clemenza non ti servirebbe a niente: sei già stato condannato! Consolati pensando che non sei solo qui, proprio no. Questa casa è grande... molto grande: ci sono sette stanze. Sì hai capito bene, sette; e ognuna con un ospite. A dopo».

Lo lascio senza perdere di vista i suoi occhi; non ha bisogno di parlare, dicono tutto!

Ho comprato questa vecchia bicocca per due soldi, sperduta, lontano da tutto. Che tranquillità, che pace! A volte, nelle giornate senza vento, sembra quasi di poter sentire sbocciare le rose selvatiche, il giardino ne è pieno. Sono questi i momenti che adoro: primo pomeriggio, allungato sul mio divano; e penso, ricordo...

Mi capita di ripercorrere la mia vita cominciando dalla tenera età, forse perché è stata il più bel periodo per me. Eh già, nonostante tutto, ero felice allora. I miei genitori, immigrati italiani trasferiti in Francia negli anni Cinquanta, si sposarono lì dopo un breve fidanzamento. Io sono nato quasi subito, il primo di quattro figli, il primo maschio, ma a differenza della maggioranza dei papà, il mio desiderava una femmina. Lo feci già arrabbiare appena venuto al mondo! Questa cosa adesso mi fa sorridere ma allora le ho prese spesso da mio padre, a volte anche troppo! Contrariamente, tuttavia, a quello che ogni strizzacervelli potrebbe dirmi, le mie azioni, quelle attuali, non nascono da un’ infanzia terribile a causa di mio padre; in fin dei conti ero sereno. Abitavamo in un paesino bellissimo, casette a schiera tutte uguali, rosse con il tetto in legno color ciliegio. Avevamo un bel giardino, piccolo ma con l’ altalena e lo scivolo, e dietro casa ricordo un immenso terreno incolto dove l’ estate si potevano ammirare intere distese di papaveri e margherite; ne sento quasi ancora l’ odore.

Mia madre, che donna: quattro figli in cinque anni! Eppure riusciva a stare dietro a tutti noi, eravamo sempre impeccabili, puliti e belli, e ricordo gente che si complimentava con lei. Quanto ne andava fiera! Ma tra lei e mio padre non funzionava: lui era troppo diverso dall’ uomo che aveva sempre sognato. Così un giorno lo mollò: nel 1970 lasciò mio padre. Ci prese tutti e quattro e ci portò con lei in Italia; qui cominciò il mio inferno!

Beh, è ora di tornare da Alfredo, magari ha bisogno di qualcosa....

L’ effetto della morfina sta passando; è incredibile quanto si possa capire guardando semplicemente le espressioni di un viso o dello sguardo di qualcuno che non può parlare! Ora gli occhi di Alfredo dicono parecchio: sta soffrendo molto, e tra poco sarà peggio, o sì... molto peggio.

« Ti sono mancato? Sai Alfredo, ero di là a rilassarmi un po’, e pensavo al passato. Mi è venuto in mente un aneddoto che riguarda il padre di mia madre. Molto tempo fa, poco dopo la guerra, la gente viveva dei prodotti della terra e allevava animali; così anche mio nonno con mia nonna. Mia madre mi raccontò che possedevano una capra, dava loro latte quotidianamente. Un giorno mio nonno piantò dell’ insalata, la capra riuscì a slegarsi e la mangiò quasi tutta. Lui, a detta di mia madre, non disse nulla, andò in casa, rovistò nella sua cassetta degli attrezzi e ne trasse una pinza; tornò dall’ animale, le aprì la bocca e le spezzò tutti i denti ad uno ad uno...!»

Ora sta urinando per la paura e il dolore ma me lo aspettavo. Dovrò togliergli il nastro adesivo dalla bocca: non ho nessuna voglia di sentirlo urlare....

La casa è isolata, distante chilometri da qualsiasi altra abitazione. Ho anche reso tutte le pareti a prova di qualunque rumore: tutto perfettamente isolato e insonorizzato, eppure le sue urla saranno così forti che ho paura che qualcuno possa udirle. Ma no, sono tranquillo...

Gli mostro una grossa pinza: questo lo terrorizza ancora di più, conscio di quello che sto per fargli. Sono costretto con una cinghia ad immobilizzargli la testa e a sollevarla un po’ azionando il meccanismo sotto il tavolo. Con uno sforzo non indifferente riesco ad inserirgli un divaricatore nella bocca e un aspiratore che gli impedisca di soffocare con il proprio sangue. Afferro un incisivo, lo spezzo in un colpo...

« Urla, urla quanto vuoi, è solo il primo, e da quel che posso vedere ne hai ancora parecchi. Li hai curati bene i tuoi denti!»

Continuo così, ad uno ad uno: gli incisivi e i canini si spezzano facilmente e, malgrado le sue urla possenti, riesco a percepire il rumore quando si rompono.

Somiglia molto a quello di un ramo secco calpestato; sì, molto simile.

Afferro un premolare inferiore; come presumevo è molto più difficile. Con tutta la mia forza faccio leva sulla pinza, non si spezza. Al secondo tentativo il dente viene fuori interamente, compreso di radice, lasciando un buco enorme nella gengiva. La bocca gronda sangue, monconi di denti e gengive lacerate; penso possa bastare. Tralascerò i molari: troppa fatica. Ha perso i sensi, lo prevedevo.

Ora mi siedo un po’ e riprendo fiato: aveva denti solidi il caro Alfredo! Sono in un lago di sudore, soddisfatto e sconvolto allo stesso tempo. Mi tremano le mani e anche le gambe: non basta volerle fare certe cose, mi rendo conto di quanto sarà difficile. E ripartono i miei pensieri, ritorno indietro nel tempo, a quel mese di settembre del 1970 quando, con le mie tre sorelle e mia madre, arrivammo in Italia.

Avevo otto anni, ero felice, come lo sarebbe stato qualsiasi ragazzino che intraprendeva un simile viaggio: cose nuove, posti diversi, facce mai viste. Ricordo quanto ero eccitato. Durò poco, tuttavia: mia madre trasferì noi quattro figli in un piccolo paese sul mare e fu costretta a metterci in un collegio amministrato da preti per poter lavorare.

Ricordo il direttore, un prete anche lui. La cosa che mi colpì da subito fu l’ unghia del pollice della mano destra, di una lunghezza smisurata. All’ inizio mi chiedevo il perché; lo capii quando un giorno mi prese per il collo, e sentii quell’ unghia entrarmi nella pelle.

Eravamo un centinaio di ragazzi e tutti o quasi avevamo una cicatrice sul collo. La maggior parte dei miei compagni era orfana e ricevevano raramente visite, alcuni mai. Io ero uno dei più fortunati: mia madre veniva a trovarmi più o meno ogni due mesi. Non parlavo l’ italiano, solo il francese, e questo mi causò parecchi problemi. Mi capitava spesso di sentire la parola “ cazzo” che veniva ripetuta più volte al giorno dai miei compagni. A me dissero che voleva dire “ pazzo” e ci credetti: non ero uno stupido; anche se avevo solo otto anni ero un ragazzino molto sveglio, sempre il primo della classe in Francia...

Già, in Francia... quanti lieti ricordi!

In quel collegio, invece, con il mio carattere piuttosto timido, la erre moscia e l’ aria impacciata di chi non capiva una parola della lingua, passavo per lo scemo del posto, la vittima designata per le burla e le risa dei più grandi.

Così cominciò il mio calvario.

« Vai dall’ assistente, dai, va a dirgli che è “ un cazzo”!!!»

E io ci andavo: ero felice che mi tenessero in considerazione nonostante fossi appena arrivato; ignaro di essere, in realtà, solo lo strumento dei loro giochi.

Non so quante volte si ripeté questa cosa; cercavo di imparare al più presto l’ italiano, ma, anche se apprendevo abbastanza rapidamente, oramai ero diventato lo zimbello di tutti, persino di preti e di assistenti.

« Alfredo, mi stai disturbando, lo so che ti fa male ma abbi pazienza: tra poco sarà tutto finito. Non costringermi a tapparti di nuovo la bocca. »

Quanto sangue! Potrei lasciarlo morire dissanguato, ma ho in mente una cosa molto più divertente... per me si intende.

« Guarda il soffitto, Alfredo: vedi quella piccola carrucola? Lo so che per te in questo momento è difficile mettere a fuoco, ma sforzati, ti prego. Attaccata ad essa riesci a scorgere quel filo con un grosso amo all’ estremità?»

Non gli ho sventrato l’ addome solo per farlo soffrire; ora appenderò le sue budella a quell’ amo e azionerò la carrucola. Un meccanismo molto semplice: mi è bastato fissarla al soffitto e collegarla ad un motorino elettrico. Dispone di un piccolo interruttore per azionarla posto sulla colonna in cemento al centro della stanza. Incurante del corpo che si contorce sul tavolo di acciaio afferro le sue interiora e le appendo all’ amo. Premo l’ interruttore, alimentando così il piccolo motore. Il ronzio è appena percepibile. Via via che il filo si tende e sale, vedo le sue interiora alzarsi, simili a serpenti affascinati dai flauti dei loro incantatori. Un brivido pervade il mio corpo: sapevo che tutto ciò mi sarebbe piaciuto, ma non immaginavo così tanto.

Con lui ho finito, è andato. Mi ha dato parecchie soddisfazioni il mio caro Alfredo.

Continua......



Mario Contini 06/03/2012 08:54 1 743

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