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Alcool, nebbia, strade di fumo, segnali

Fantasy

Non è mica semplice per uno come me tenere a bada gli istinti.

Pensiero post- sbronza: mi sento come un palloncino gonfiato ad elio. Fluttuo leggero nell'aria e il pensiero perde consistenza fino a svanire. Riprenderà corpo domani e assieme ad esso...

Eccolo Giosuè Corelli: l'uomo buono che fatica a badare a sé stesso. Al bar delle scimmie è sempre la stessa storia, corpi di uomini e donne si sfiorano ammazzando il tempo e la noia. La notte trascorre nei vortici del vino. Sono come una trottola la cui carica si andrà ad estinguere poco dopo il bicchiere della staffa. Nel frattempo, prima che ciò accada non succede niente di memorabile. Lasceremo ai posteri i nostri fegati sul banco; riporterò a casa l'eco delle cazzate fatte, dette e quell'antica sensazione d'inadeguatezza che alimenterà in me il desiderio di starmene da solo... domani.

Sono passati un paio di giorni dalla notte scorsa. Mi sono ripreso e ripromesso di smatterla. Non ho più gli stessi tempi di recupero e una notte di baldoria la pago a caro prezzo. Dico sempre così, lo so e ogni volta...

È giunto il tempo di uscire dalle bolle di sapone e di farmi un bel bagno di sole. Fuori, un uomo, in via dell'inferno ha scippato un'anziana signora che aveva appena ritirato la pensione. Non sono riusciti a fermarlo. Dopo un po' sono arrivate un'ambulanza e una pattuglia della polizia. La signora è finita all'ospedale con delle leggere contusioni e il terrore di tornare a camminare sola per le strade di questa splendida città. Decido di proseguire fra le vie che si sgomitolano lungo i quartieri, trascinandomi dietro manciate di minuti spesi a fare niente. Metto un paio di occhiali da sole perché il sole mi ferisce gli occhi e inoltre, non mi va di incrociare lo sguardo della gente. Giunto in piazza Paradiso, scopro che dietro ordine del sindaco hanno fatto sloggiare i mendicanti perché a suo dire recavano sudiciume, degrado e disonore, infangandone il decoro. Ora e per sempre in quella bella piazza le porte della grande basilica di nostro signore Cristo il salvatore, saranno aperte solo ai buoni fedeli incravattati. Il cielo sta rannuvolando e io non ho voglia di togliermi gli occhiali da sole. Ho bisogno di fermarmi a bere qualcosa. Lo so, lo so, mi ero ripromesso di non farlo ma come ho già detto non è mica semplice per uno come me tenere a bada gli istinti. Camminando mi ritrovo in una via del centro storico a cui non avevo mai fatto caso prima ad ora. Si chiama: “ Via dei Vizi”. La percorro ed entro in un locale con un insegna recante la scritta: “ Al bar dei peccati”. Non c'è molta gente: solo un ubriaco che dorme seduto con la testa appoggiata a un tavolino e una bellissima donna di circa trentacinque anni, vestita di nero, dal viso angelico che sorseggia una bevanda color miele. La donna mi sorride. Contraccambio il sorriso e mi reco al bancone. Il barista è un omone dai lineamenti marcati, rossiccio in volto, alto circa due metri, moro, con i capelli lunghi, il pizzetto a punta e due strane protuberanze sulla fronte che potrebbero ricordare due piccole corna. Ordino da bere una birra media doppio malto, metto nella tasca della giacca gli occhiali da sole e mi siedo s'uno sgabello posto a lato del banco. Dopo qualche minuto la donna di poc'anzi si avvicina col suo drink e mi chiede se mi si può sedere accanto. Le rispondo di si, così prende uno sgabello e si presenta. Si chiama Adele e ha la voce celestiale. Le dico il mio nome. Seguitiamo a bere senza parlare e man mano che passa il tempo il suo viso sembra invecchiare. Non dico niente ma lei sembra intuire la mia sensazione e pur senza sentirle dire una parola, odo il timbro della sua voce in testa ripetermi più volte: “ Non è quello che sembra”. La guardo, le sorrido come un idiota, dopodiché scuoto la testa e mi porto il bicchiere alla bocca. Do una lunga sorsata e torno a guardarla. Ora sembra più giovane di quando sono entrato in quel posto. Potrei darle si e no vent'anni. Mi sembra di avere a che fare con Ecate. Mi sento strano. Mi guardo attorno. Nel frattempo il locale si è riempito di persone. Bevono tutte in maniera smodata intrugli verdi all'interno dei quali è stato sciolto dello zucchero. Io continuo a bere birra doppio malto. Non riesco a rendermi conto di quanto tempo stia passando. Adele è sparita, la cerco con lo sguardo in ogni angolo del bar ma non la vedo e non mi spiego il motivo della sua assenza; fino a un attimo fa sembrava essermi così...

Chiedo al barista cos'è quella roba verde che tutti bevono e mi risponde: << È esattamente ciò che mi hanno chiesto >>.

<< E cioè? >> lo incalzo io, ma lui si allontana senza aggiungere altro.

<< Tesoro >>, afferma una signora molto anziana << quella roba è un distillato. Qui la chiamano la fata verde. È questo che stanno bevendo o forse, giunti a questo punto sarebbe più appropriato dire, è lei che sta bevendo loro >>, dopodiché mi chiede: << Possibile che non ne abbia mai sentito parlare? >>

<< Si, si, certo, come no, solo che... >> le rispondo, poi mi alzo e noto che le gambe mi reggono a fatica. Mi sento come dentro ad una giostra di corpi senza volto, di voci che si sfiorano, mi sfiorano e s'intrecciano senza che riesca a capirne una sola frase di senso compiuto. Riesco ad arrivare al bagno per miracolo, mi ci chiudo dentro e rimetto nel water. Dopo un po' sento qualcuno da dietro la porta chiedermi: << Va tutto bene là dentro? >>

Senza rispondere esco e traballando vado a sedermi su un divanetto. Passa così un altro po' di tempo quando vedo venirmi incontro la signora anziana di prima. Mi si siede accanto e

in quell'istante noto ciò a cui prima non avevo fatto caso: ha gli stessi occhi di Adele e indossa lo stesso vestito nero. M'invita a seguirla e detto fatto mi ritrovo in un luogo deserto attraversato da un fiume scuro come l'inchiostro. La guardo.

<< É questo quello che ti stai creando attorno >> dice << valli di nulla e giorni di vuoto ma sei ancora in tempo per venirne fuori >>, dopodiché mi riporta all'interno del locale e si dissolve. Ah, quella voce, è la stessa voce celestiale...

Mi alzo dal divanetto, vado verso la cassa per pagare e il barista colosso mi dice che il conto è già stato saldato. Quando gli chiedo da chi, mi guarda, sorride e dice: << Ma da te e da chi altri allora >>.

<< Ne sei proprio sicuro? >> gli domando << Non ricordo di aver... >>

<< Certo >> mi risponde senza lasciarmi terminare la frase << l'anima vale più del denaro >>.

A quel punto mi guardo attorno e tutti quei corpi assumono sembianze spettrali. Li sento ridere a squarciagola.

<< Adele... >> mi metto a invocare << Dove sei? >> senza ottenere alcuna risposta.

Mi reco velocemente verso l'uscita e una volta in strada respiro a pieni polmoni. Faccio qualche passo, dopodiché vedo venirmi incontro una donna bellissima, vestita di bianco che mi fa cenno di seguirla. Reca con sé un segugio e due torce accese, una in ogni mano.

<< Adele >> bisbiglio. Quegli occhi... Mi sorride e con le torce elimina ogni distanza dalle parti buie della via che le luci al neon del locale non arrivano ad illuminare. Per l'ultima volta alzo lo sguardo alla sua insegna. Reca la scritta: “ Al bar non è quello che sembra”. Cominciamo a marciare seguiti dal segugio. Ho la sensazione di camminare sospeso a qualche centimetro dal suolo. Il tragitto mi sembra più lungo rispetto a quello intrapreso quando mi sono recato lì nel pomeriggio e nella testa ho ancoral'eco delle risate degli avventori di quello strano posto. Vedo visi diafani e forme eteree fluttuarmi attorno. Procedo stancamente affondando i passi nel vuoto. Non ho la minima idea dello spazio- tempo in cui sono finito e non sono nemmeno più sicuro di che giorno sia. Procediamo ancora e finalmente, al limitar di un crocevia che indica la fine del percorso, ci fermiamo.

<< Ricorda >>, dice la bella signora << sei ancora in tempo per venirne fuori >>. Ah, quella voce...

<< Dove sono? >> le chiedo.

Senza dire una parola dirige una torcia verso il cartello su cui è inciso il nome della strada. C'è scritto: “ Sei in via stai solo sognando (attento a non perdertici dentro)”, dopodiché mi sollecita a riprendere il cammino del ritorno alla luce e assieme al suo segugio, svanisce in una nuvola di fumo.

Non ricordo come abbia fatto a tornare a casa ma in un modo o nell'altro ci sono riuscito. Mi alzo dal letto: sono le quattordici e ventiquattro. Ho di nuovo un palloncino al posto della testa, mi sento confuso, come se fossi dentro alla spirale di una piccola tromba d'aria che mi sbatacchia su e giù per le stanze dell'appartamento. Fuori piove. Non mi dispiace la pioggia. Almeno non oggi. S'intona al mio umore grigio. Ciò che mi è accaduto ha dell'assurdo e dell'inverosimile. Ma cos'è successo veramente? In cucina ci sono i vuoti di cinque birre da 66 centilitri ch'ero sicuro di non aver bevuto. A sto punto non so più se ieri sono uscito o no. Potrei aver passato tutto il giorno chiuso in casa a bere e le vicende che sto narrando averle vissute solo mentalmente. Vado a stendermi sul divano. Chiudo gli occhi e mi lascio cullare dal rumore delle gocce d'acqua che s'infrangono sulla finestra. Dopo un po' li riapro e noto che nei vetri appannati dalla condensa si è formata una scritta che prima non c'era. Mi avvicino e leggo: “ Hai solo sognato... sei ancora in tempo per venirne fuori”. Ormai non mi stupisco più di niente. Con il palmo della mano destra cancello la frase e torno a stendermi sul divano. “ Sono ancora in tempo per venirne fuori” mi ripeto. Ma da cosa? Dall'alcool, dalla routine, da alcuni miei atteggiamenti nei confronti della vita che ricollegandosi a quegli spazi nebbiosi in cui si celano i fantasmi di un passato che mi ha fatto soffrire, a volte tornano a condizionare, come scuse di cui ci si fatica a disfare, il mio modo di agire nel presente? La questione è impegnativa, richiede tempo e ora ho l'elio nella testa. Dovrei smetterla di farmi male, smetterla davvero e fare piazza pulita di un bel po' di cose, lo so. “ Sono ancora in tempo...” dopotutto. Adesso però ho bisogno di riprendermi. Continuo a sentirmi strano. Vedrò cosa fare di me stesso... domani.


Giuseppe Morelli 22/03/2014 20:19 491

Opera pubblicata ai sensi della Legge 22 aprile 1941 n. 633, Capo IV, Sezione II, e sue modificazioni. Ne è vietata qualsiasi riproduzione, totale o parziale, nonché qualsiasi utilizzazione in qualunque forma, senza l'autorizzazione dell'Autore.
La riproduzione, anche parziale, senza l'autorizzazione dell'Autore è punita con le sanzioni previste dagli art. 171 e 171-ter della suddetta Legge.
I fatti ed i personaggi narrati in questa opera sono frutto di fantasia e non hanno alcuna relazione con persone o fatti reali.


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