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Questo racconto è inserito in:
 Parte 4 della raccolta "192 cm di fancazzismo " di Matteo Bio Matteucci (9 racconti)

Abele

Dramma

Ecco l'ennesima delusione.

Come tutte le volte contava i pezzi del suo orgoglio ferito davanti al solito bicchiere di falsità e cattiveria spillato dalla solita carogna di donna.

Questa volta aveva fatto pure dei progetti, che stupido.

Caldeggiava l'idea di andare a convivere, ma perse solo tempo per una canaglia di ragazza che oltre ad usarlo come comodino e sfruttarlo come uno schiavo, lo aveva pure derubato della serenità e della calma.

Non dormiva decentemente da settimane, incubi e occhi fissi al soffitto a rimuginare.

Tutto quel poco che riusciva a mandare giù aveva lo stesso sapore del metallo, con un contorno di acidità e di tristezza.

Stava andando alla deriva come una bagnarola scarenata.

La casa a soqquadro, vestiti sporchi un po' ovunque.

La sua autostima stava toccando livelli veramente bassi.

Questione lavoro da dimenticare, aveva ricevuto una lettera di richiamo.

Meglio di cosi, c'era solo il licenziamento.

Si riprometteva di darsi una smossa, farsi la barba, darsi una bella ripulita, cercare di tornare a sorridere, uscire, svagarsi, ritornare a respirare, ma il pensiero andava sempre a quella frase trovata scritta sopra un post- it attaccato alla porta di casa: " E' finita, mi fai pena".

Nessuna spiegazione, nessuna comprensione.

Non ha avuto nemmeno il coraggio di presentarsi, non ha avuto scrupolo nel calpestare un affetto.

Totale assenza di sentimenti.

Sentiva crescere rabbia, ma focalizzata, voleva rivalersi per il dolore subito.

Voleva fargliela pagare, ma a che scopo?

A che sarebbe servito?

Di certo a ritrovarsi una bella denuncia per percosse.

Nonostante fosse un pensiero distorto e non del tutto equilibrato ci pensava spesso.

Durante una delle tanti notti in bianco, passate davanti al water a rimettere una cena fredda e mal digerita, nel lavarsi il viso, vide un estraneo nello specchio.

Provava disgusto per se stesso.

Non credeva di vedersi in quella condizione.

Una lacrima della stessa forza di una slavina, si fece strada fra quella fitta boscaglia di barba incolta portandosi dietro tutto.

Ogni dolore, ogni energia, ogni pensiero.

Cadde sul pavimento, come uno straccio bagnato.

Intanto nel soggiorno la radio cominciava a suonare " I want to break free" dei Queen.

Smise di piangere.

Trovava conforto nella musica.

La migliore alleata, l'unica amica che gli avesse dato emozioni senza chiedere nulla in cambio.

Canticchiava a bassa voce, sentiva quasi ogni nota, ogni accordo, entrargli dentro e placare la tristezza.

Doveva trovare una soluzione.

Era stanco di stare male. Voveva ritornare quello che era.

Si alzò e riprese una posizione eretta.

Si vestì, sentiva freddo.

Era sempre inverno.

Cercò nell'armadio una felpa pulita, un paio di pantaloni e dei calzini.

Si sedette sul letto, mentre fuori i primi raggi di sole si facevano strada fra le nuvole cariche di pioggia.

Alcuni respiri profondi.

Stava meglio, ma era vero o forse un'altra illusione?

Aprì la finestra.

Riusciva a carpire i primi rumori della città che piano piano prendeva vita.

Prese un enorme sospiro e si lasciò cadere nel vuoto.

Prima di abbandonarsi al tocco gelido, un pensiero gli attraversò la mente.

Poteva diventare padre e veder crescere il suo bambino, sfortunatamente non accadrà più


Matteo Bio Matteucci 22/09/2014 13:47 459

Opera pubblicata ai sensi della Legge 22 aprile 1941 n. 633, Capo IV, Sezione II, e sue modificazioni. Ne è vietata qualsiasi riproduzione, totale o parziale, nonché qualsiasi utilizzazione in qualunque forma, senza l'autorizzazione dell'Autore.
La riproduzione, anche parziale, senza l'autorizzazione dell'Autore è punita con le sanzioni previste dagli art. 171 e 171-ter della suddetta Legge.
I fatti ed i personaggi narrati in questa opera sono frutto di fantasia e non hanno alcuna relazione con persone o fatti reali.


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Scatole & ricordi (09/09/2014)

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