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Sempre e solo caramelle

Biografie e Diari

Spesso mi capita di tornare con la mente alla mia infanzia. Tornano tanti episodi che quasi non ricordavo, tornano ricordi legati a fatti insignificanti, all’ apparenza, ma che allora, per una bambina di sei, sette anni, rivestivano una grande importanza. Addirittura costituivano un problema che poneva molti interrogativi.

Ero silenziosa da bambina, piuttosto timida, con una grande voglia di esprimere la mia gioia, con tante parole dentro, che rimanevano lì, eternamente lì.

C’ erano quelli più in gamba di me, che sapevano sempre tutto, che alzavano la mano a scuola alla fatidica domanda: chi mi sa dire….?

E adesso non ricordo cosa, ma alzavano la mano, rispondevano una qualsiasi cosa, facevano la loro brutta figura, senza preoccuparsene affatto. Sfacciati, prepotenti, spesso svogliati.

Io indovinavo quasi sempre le risposte, non alzavo la mano, nessuna voce diceva: dillo tu.

Dentro di me mi dicevo brava rimanendo zitta, col melanconico sguardo di sempre.

Risale a quegli anni l’ irrequietudine dei miei pensieri, la mia paura inspiegabile, il desiderio di dimostrare agli altri tutto ciò che sapevo, che imparavo, l’ incapacità di farlo, l’ ansia che ne derivava e si ripercuoteva anche sul mio stomaco.

Si susseguivano sentimenti contrastanti legati ad un entusiasmo frenato, alla voglia di fare, alla paura di sbagliare e soprattutto di deludere la mia famiglia che, allora, non mi rendevo conto, ma gradualmente mi portava sempre più in alto su quella specie di piedistallo dove io non volevo assolutamente starci.

Come tutti i bambini ero contenta quando arrivava il Natale, che era legato a cose semplici, non come oggi. L’ atmosfera di festa si avvertiva, le vacanze a scuola, niente panettone, ma i calcioni e le scrippelle fatte in casa, i canti di Natale, la poesia imparata a scuola e recitata tante volte per papà, per gli amici di papà, per gli zii, davanti al fuoco che ardeva nel camino.

Avevamo poco, come tutti o quasi, a quei tempi, ma era quanto bastava.

Niente zaini firmati o diari, solo quaderni dalle copertine anonime, semplici biro.

Ricordo l’ albero addobbato che ogni anno si arricchiva di nuove palline o nastri d’ argento e d’ oro e di luci. Ogni anno accadeva che qualche pallina si rompeva.

Quando si bruciava una lucetta, tutta la serie non s’ accendeva più. Papà toglieva quella morta, trovava il punto dove mancava il contatto, tagliava e riannodava i fili e il miracolo accadeva. L’ albero era di nuovo illuminato.

Il giorno che aspettavo con più impazienza era quello dell’ Epifania.

Il bilancio dell’ anno trascorso, i voti belli a scuola, le marachelle, le buone azioni, le piccole disubbidienze ai genitori. Era tutto lì e serviva per arrivare al verdetto, il giudizio finale: ero stata buona o cattiva o così e così?

Allora mentalmente tornavo a ritroso all’ inizio dell’ anno precedente, per ricordare certi avvenimenti, i guai combinati, gli elogi per tutte le cose che mi avevano fatto riscuotere l’ altrui approvazione.

Mi sforzavo di ricordare ogni dettaglio alla perfezione. Rimanevo col dubbio fino alla fine. Mi domandavo se la Befana fosse stata equilibrata nel suo giudizio, se avesse tenuto conto delle buone azioni, senza soffermarsi esageratamente sulle marachelle, sui capricci, le poche insubordinazioni.

E così cominciavo a pensare agli altri bambini che conoscevo come più tremendi e indisciplinati di me.

Un po’ mi rincuoravo, ricordando cosa avevano combinato più di una volta e che io non avrei mai fatto.

E mi convincevo di non essere stata così cattiva.

Fino alla sera prima, mia madre diceva a noi bambini, me e i miei fratelli, fate i bravi se no la Befana vi porta solo cenere e carbone.

E noi lì a preoccuparci e a stare attenti, quel giorno antecedente l’ Epifania poteva essere determinante.

Cercavamo di stare svegli la notte, più a lungo possibile, per cercare di scoprire quando sarebbe arrivata la Befana.

Ma poi ci coglieva il sonno e al mattino, appena svegli, eravamo lì a guardare cosa ci avesse portato.

Ed ogni anno era più o meno uguale, una calza piena di cioccolatini e caramelle.

Ricordo che rimanevo delusa, senza dire niente.

Non c’ era mai cenere o carbone. Ma questo non mi faceva stare meglio. Addirittura avrei preferito

qualche volta che nella calza ci fosse stato proprio quello.

Avrei capito di essere stata cattiva e di averlo meritato.

Ma cioccolatini e caramelle, non mi dicevano un granchè. Non ero stata né buona né cattiva, altrimenti, se fossi stata proprio buona, avrei ricevuto una bambola o un peluche o un altro gioco.

Già da allora capii che non amavo il compromesso, ma preferivo essere all’ apice, in positivo o in negativo.

Cominciavo ad analizzare cosa avessi fatto di tanto grave per non meritare qualcosa in più, di diverso, di più bello.

Ma non avevo le risposte, solo quell’ amarezza che poi, col passare dei giorni, allontanandosi la festa, spariva da sé.

Fin quando passava un altro anno e di nuovo tornava la Befana.

Tornava l’ ansia insieme alla curiosità di vedere come sarebbe andata.

Ma ogni anno erano sempre e solo caramelle.

Fui contenta, perciò, quando un anno, non ricordo quanti anni avevo, forse mia madre leggendo la delusione sul mio viso, mi disse: ma non lo sai che la nostra Befana è poverella, non sai che la Befana non esiste?

Tirai un sospiro di sollievo.

In fondo non ero stata così cattiva.


Rosetta Sacchi 21/11/2015 08:55 1 245

Opera pubblicata ai sensi della Legge 22 aprile 1941 n. 633, Capo IV, Sezione II, e sue modificazioni. Ne è vietata qualsiasi riproduzione, totale o parziale, nonché qualsiasi utilizzazione in qualunque forma, senza l'autorizzazione dell'Autore.
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I fatti ed i personaggi narrati in questa opera sono frutto di fantasia e non hanno alcuna relazione con persone o fatti reali.


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«Eh già, la befana non era mai contenta, uno spauracchio come l'orco o l'uomo nero, o i dispiaceri fatti a Gesù, o alla madonnina... Tutta l'infanzia è segnata dalle minacce, dai ricatti, dalle favole per tener buoni i figli, per ottenere cose che sarebbero comunque fatte anche senza paura.
E' l'errore più comune che fanno i genitori, invece di insegnare che quelle cose vanno fatte per correttezza, per dignità e onestà, per soddisfazione, magari anche per orgoglio, e non perché altrimenti mamma piange, abbassare ai minimi termini l'autostima dei figli, facendoli crescere con il terrore permanente di sbagliare, di non essere all'altezza, di essere incapaci di affrontare il futuro... Ma qual'è il futuro che poi noi stiamo lasciando?»
Enrico Baiocchi

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