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Sociale e Cronaca

Giulia trascorreva molto tempo da sola, Piero suo marito era uno dei manager più affermati del Piemonte in ambito biomedicale, uno di quelli sempre in viaggio di lavoro. Quando non viaggiava parlava al telefono o sedeva davanti al computer ed era come se non ci fosse. Giulia ne soffriva e aveva provato a parlargli più di una volta ma invano. Si sedeva accanto a lui sul divano rosso a fiori bianchi e cercava di spiegargli che adesso loro erano una coppia e che dovevano parlarsi, spiegarsi, raccontarsi e fare quelle cose che di solito le coppie fanno, andare al cinema, al supermercato, in tintoria, avere insomma una vita a due, pensare per due. Piero le assicurava che era già così, che quello era solo un periodo faticoso e stressante della sua vita in cui doveva sbrigare molti affari, che presto la situazione sarebbe migliorata. Intanto erano passati cinque anni e le cose erano sempre identiche a loro stesse e capitava a volte che Giulia si sentisse come un fossile appoggiato su una mensola di vetro, in attesa che qualcuno lo spolverasse e se ne dimenticasse fino alle pulizie di primavera.

Giulia lavorava come consulente informatico in una multinazionale olandese sull’ orlo della chiusura totale ed era stufa anche di questo, della precarietà e del senso di fragilità del suo lavoro, lei che aveva sempre fatto tutto con un certo senso del dovere, si era laureata giovanissima e aveva collezionato in fretta promozioni e aumenti. Era stato prima di questa maledetta crisi. Si chiedeva spesso quando e dove avesse sbagliato, adesso che a quasi quarant’ anni non aveva figli e le uniche cose che era riuscita a tirar su erano un marito assente e una professione altalenante. Giulia li faceva sempre questi pensieri, li sentiva girare nella testa e non riusciva a liberarsene, andava avanti così da tanto, un paio d’ anni forse o forse un paio di millenni. Le giravano nella testa anche quella mattina di un giorno di ferie mentre aspettava il 10 in corso Agnelli, davanti allo Stadio Olimpico. Non aveva una meta definita, di solito per riattivare la mente le bastava salire su un tram e proseguire fino al capolinea. Adorava guardare il mondo da lì dentro, quando tutto le scorreva accanto, le facciate dei palazzi, i giardini, i bambini, la gente che rassegnata andava al lavoro. Le piaceva farsi cullare dal suono del tram sulle rotaie che la proiettava in una realtà parallela dove tutto era sfuocato e sicuro. Quella mattina il 10 arrivò subito. L’ orario di ingresso alle scuole e alle fabbriche era già passato da un pezzo e il tram era abbastanza vuoto, c’ era giusto qualche persona anziana di ritorno dal mercato di Santa Rita, di quelle con i sacchetti pieni di verdura da 1 euro al chilo.

Alla fermata di corso Einaudi, Giulia vide salire un uomo con occhiali scuri e bastone. Ad occhio poteva avere sì o no 50 anni, era accompagnato da un pastore tedesco, uno di quei cani guida obbedienti che non si distraggono mai, che se li guardi si girano dall’ altro lato infastiditi. Il cane trascinò l’ uomo verso il posto dove sedeva Giulia e lui, facendo leva sul bastone per non cadere, restò in piedi sostenendosi alla sbarra mentre il pastore tedesco gli si sedeva di fianco. Pochi istanti dopo la partenza Giulia aveva già ripreso a guardare fuori quando il cieco si voltò nella sua direzione e le disse: vieni con me al Parco del Valentino? Lei rimase in silenzio. Lui le chiese ancora: vieni con me al Valentino? Giulia non rispose, era sicura che non parlasse con lei. L’ uomo le chiese ancora con insistenza: vieni con me al Valentino? Sento odore di infelicità. A Giulia non pareva vero che quel tizio parlasse proprio con lei, non poteva capire come un cieco potesse vedere la sua faccia, come potesse sapere cosa avesse nel cervello e forse un po’ più in profondità, nel fegato o nel cuore. Il cieco intuì il suo sconcerto e continuò pacato e severo: non vedo un tubo ma sento gli odori e lo sento che ce l’ hai a morte con il mondo, lo sento perché una persona felice odora di fiori d’ arancio e tu quest’ odore non ce l’ hai, odori di niente. Giulia continuava a rimanere in silenzio, come una a cui avevano appena strappato i vestiti di dosso.
Il tram intanto era arrivato all’ altezza di corso Vittorio, l’ uomo e il suo cane si avviarono all’ uscita e lui voltandosi indietro le disse deciso: cosa aspetti? Dai muoviti. Lei lo seguì come in trance, scesero dal 10 in silenzio e attraversarono a passo veloce Corso Duca, prima che il semaforo diventasse rosso. Si sedettero alla fermata che fa angolo con corso Vittorio, il 9 era già in arrivo. Giulia guardò il cieco e solo allora si accorse che era vestito di tutto punto, abito e scarpe blu, camicia bianca e cravatta blu a pallini azzurri. Salirono sul tram in silenzio. Lui si attaccò alla sbarra, lei gli si fermò accanto in piedi. Poche fermate ed erano al Valentino, pochi passi ed erano lungo il Po. L’ aria del parco era satura di odore di dolciumi, un misto di torrone e crepes alla nutella. Il cane li guidò fino alla bancarella, lui si fermò e le disse: Prendiamo lo zucchero filato, non hai fretta vero? Finalmente lei parlò: No, a casa non mi aspetta nessuno.


Paola Riccio 12/11/2016 08:18 2 313

Opera pubblicata ai sensi della Legge 22 aprile 1941 n. 633, Capo IV, Sezione II, e sue modificazioni. Ne è vietata qualsiasi riproduzione, totale o parziale, nonché qualsiasi utilizzazione in qualunque forma, senza l'autorizzazione dell'Autore.
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I fatti ed i personaggi narrati in questa opera sono frutto di fantasia e non hanno alcuna relazione con persone o fatti reali.


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Commenti sul racconto Commenti sul racconto:

«Mi è piaciuto il tuo racconto. La scrittura è scorrevole e il contenuto è di spessore... Quel signore anche se cieco, si era accorto di Giulia, del suo stato d’animo... Aveva capito i pensieri di Giulia...»
Sara Acireale

«Io lo continuerei sembra un soggetto per un romanzo a cui lavorare.»
fede8624

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che bello...... un abbraccio (Davide Ghiorsi)

Complimenti Paola, è molto bello e significativo (Anna Rossi)





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