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 Parte 8 della raccolta "Sulle magiche ali della fantasia " di Vivì (10 racconti)
 I miei racconti Fantasy

Una regata storica (ultima parte)

Fantasy

Giada interruppe la sua metodica opera di pulizia, saltò sulla spalla della ragazzina e, con una zampina, sfiorò delicatamente la sua gota attirandone così l’ attenzione.

“ Io e te siamo unite da un vincolo primordiale che va oltre le nostre cognizioni. Insieme siamo una forza e, finché lo saremo, nulla e nessuno ci potrà contrastare. Ma se tu adesso decidessi di avanzare delle accuse contro un personaggio potente come il Doge di Venezia, nessuno ti crederà mai e come già ti ho detto prima, sarà facile per loro accusarti di stregoneria. Allora, occorre che noi agiamo con la massima cautela. Per il momento ci terremo da parte, senza smettere di spiare con discrezione ogni loro mossa e solo se ci accorgessimo del precipitare degli eventi ci faremo avanti per denunciarli alle autorità.”

Agnese aveva ascoltato quella voce pacata che parlava nella sua testa e riteneva saggio il consiglio del felino, eppure si sentiva oppressa da un grave presentimento.

« Mi sento così inutile, piccola e indifesa di fronte a questi avvenimenti così…» per un attimo non trovò un aggettivo « così brutali e grandiosi che non riesco nemmeno a concepirne le motivazioni. Giada, cosa spinge gli uomini ad agire in modo così crudele e subdolo?» domandò con tono puerile.

La gattina ammiccò in modo comprensivo. Quella ragazzina le era cara e in quel momento provò una grande tenerezza di fronte al suo smarrimento:

“ Anche per me gli uomini rimangono un grande mistero. Forse, ciò che li esorta ad agire barbaramente è la sete di potere, di ricchezza, di prevaricazione. In questo caso, probabilmente, il Doge ha brama di diventare anche il signore di Genova, e poi, chissà, quello di Pisa e di Amalfi. Le quattro potenze marinare più grandi di questa penisola. Pensa, se le sue mire dovessero realizzarsi, possiamo immaginare quale immenso potere potrebbe acquisire. Diverrebbe il padrone assoluto dei mari che circondano questa parte del pianeta e, forse, anche del resto del mondo.”

« Ma non capisco! Il Doge è già stato investito di un grande potere! A cos’altro potrebbe aspirare?»

“ Sei una ragazzina e queste cose non le puoi capire. Ti posso solo dire che esiste una categoria di uomini che non si accontentano mai di quello che posseggono ed è ben per quello che esistono i tiranni. Ma tu non devi sentirti inutile. Vedi, la mia presenza qui ha una ragione: nel libro del destino sono state scritte grandi cose per te. Forse ora non sei in grado di capire, ma sei destinata a diventare una guida per il tuo popolo.”

Agnese strabuzzò gli occhi: « Il mio destino? Io, una guida per il mio popolo?»

“ Non ti meravigliare, ragazza. Con il mio aiuto e i miei consigli diverrai un baluardo per i genovesi. Quel giorno la tua voce si alzerà alta e stentorea davanti agli inquisitori, e allora anche il Doge dovrà rendere conto alla giustizia, davanti a Dio e davanti agli uomini.”

« Non ci posso credere, Giada!»

“ Io sono al tuo fianco per aiutarti. Ma ora ascolta, ragazza. Il Doge ha tramato in modo che Venezia vinca per forza il trofeo di quest’anno e noi dobbiamo impedirlo. Questa regata, è alla vostra portata. Tu e i tuoi compagni potete vincerla: gli altri equipaggi cercheranno in tutti i modi di ostacolarvi, anche facendo uso di scorrettezze. Ma voi, se v’ impegnerete, se attingerete ad ogni stilla di energia, potete vincere, ma solo se ci crederete veramente.”

« Ma tu, vieni con me, vero Giada»

“ No, ragazza! Non ti perderò di vista, ma questa è una battaglia che devi combattere da sola. Ma ricorda: in te vi è la forza. Devi solo cercarla quando sarà il momento, e attingere ad essa, ma se anche tu avessi attimi di sbandamento e sconforto cerca la mia figura e vedrai, ne troverai giovamento. Ora va, prima che sia troppo tardi. I tuoi compagni hanno pazientato a troppo a lungo.”

La gatta con un balzo felino atterrò morbidamente sulla strada, quindi si voltò a guardarla. Le ammiccò con quei grandi occhi di giada, com’ era solita fare, scuotendo lentamente la lunga coda, poi con pochi passi felpati, si dileguò tra gli edifici del molo.

La ragazza la guardò allontanarsi con rammarico, poi si riscosse. Aveva un incarico da portare avanti.

Intanto la pioggia era cessata del tutto e sul molo della Lanterna si era riadunata di nuovo la folla festante.

Il vento pareva volesse spazzare le ultime nubi dal cielo.

Quando Agnese arrivò sul molo di partenza, il corteo storico stava giusto effettuando il suo ingresso spettacolare, studiato apposta per gli istanti che precedevano la gara. Lo aprivano gli alfieri con i vari vessilli: il gonfalone di Genova, quello di S. Giorgio, quello dell’ Embrico e quello non meno importante dei Doria, Signori della città. Poi, venivano i nobili con le nobildonne graziosamente appoggiate alla mano del loro compagno e di seguito tutti gli altri. Alla cittadinanza presente sembrò uno dei cortei più belli e più fastosi tra tutti quelli che avevano partecipato alla manifestazione, e probabilmente lo era, considerato che erano i genovesi i padroni di casa e che ci tenevano proprio a fare bella figura.

Agnese sapeva che il ritardo accumulato stava diventando troppo e smaniava per il passaggio prolungato di quel corteo. Stava rischiando davvero di non riuscire a imbarcarsi, quindi, non poteva attendere che fossero sfilati tutti i figuranti. Allora, a costo di raccogliere qualche insulto o addirittura uno scappellotto, s’ intrufolò tra due coppie di cortigiani, non senza suscitare le loro vive proteste. Comunque passò e riprese la sua corsa verso il molo.

I suoi compagni si erano già sistemati ai loro posti di voga. Qualcuno sembrava furente o indignato per l’assenza del timoniere, altri solo preoccupati, ma appena scorsero il monello sopraggiungere trafelato, la tensione si sciolse.

Solo il capovoga lo accolse in modo brusco: « Alla buonora, Ignazio! Ma dove diavolo sei stato fino adesso? Abbiamo saltato l’ ultimo allenamento per colpa tua!»

«Mi dispiace, scusatemi. Ma mi è successo un grave contrattempo. Non mi è stato possibile arrivare prima.» “ Se avessero mai saputo!” pensò Agnese con amarezza.

«Per adesso lasciamo perdere, ma dopo la gara ci devi delle spiegazioni. L’importante è che ora sei qui. Salta a bordo che tra poco ci sarà il segnale di partenza.»

Agnese sospirò. Se l’era cavata con un rimprovero, ora occorreva solo che si concentrasse per la gara imminente.

«Ciao Ignazio! Meno male che sei arrivato! Già disperavamo di trovare un altro valido timoniere all’ ultimo momento.» la salutò cordialmente uno dei vogatori.

«Sei pronto per la regata?» la salutò un altro con un largo sorriso.

Agnese, a sua volta, sorrise a tutti, mentre prendeva posto a poppa dell’ imbarcazione.

Il mare era ancora mosso e la barca dondolava in modo vistoso, la ragazza fu costretta a mantenersi ai bordi dello scafo.

«Stai attento a non cadere in acqua, adesso!» l’ammonì il capovoga.

«Non ti preoccupare. È arrabbiato, ma gli passerà.» la consolò Francesco l’unico tra i ragazzi che conosceva la sua vera identità. « Ormai credevamo che non arrivassi più!»

«Non ci avrei rinunciato per niente al mondo a questa gara!» rispose la ragazzina, irrobustendo un po’ la vocina esile.

Angelo uno dei vogatori più anziani, gli assestò uno scappellotto sulla nuca, ma senza tanta convinzione. Difatti era più una dimostrazione di affetto che un gesto violento. Quel ragazzetto dall’ aria esile e gracilina era considerata la mascotte dell’ equipaggio e lo trattavano tutti come un fratellino minore.

«Ehi!! Tieni le mani a posto tu, brutta palla di lardo!» reagì, calcando un po’ la protesta con un epiteto degno di un scaricatore di porto.

Il marinaio che l‘ aveva colpita era un omone grande e grosso, una vera montagna di muscoli, con delle mani che sembravano pale. E la lamentela veemente del monello diretta all’ energumeno, suscitò uno scoppio d’ilarità unanime sulla barca.

Il ragazzino si sistemò al suo posto a poppa della barca e da quel momento cercò di parlare poco come faceva di solito, onde evitare di potersi tradire con qualche affermazione buttata là per caso. Ci teneva troppo a far da timoniere a quell’ equipaggio in quell’ importante competizione. Era un’ occasione unica e irrepetibile e non era il caso di vederla sfumare per una piccola imprudenza.

Era sicura che nessuna ragazza né prima, né dopo di lei avrebbe mai ricoperto un ruolo così importante e se l’avessero scoperta di sicuro sarebbero stati guai grossi sia per lei, che per l’ equipaggio. Il rischio di far estromettere i genovesi dalla gara era concreto e questo pensiero le incuteva disagio.

Non osava pensare alle conseguenze. Ma la voglia di partecipare attivamente alla regata era talmente grande, che Agnese cercò di scacciare quel pensiero molesto dalla sua mente. Solo Francesco era a conoscenza del suo segreto e non l’avrebbe mai svelato a nessuno. L’ idea del travestimento l’ avevano studiata insieme, anche se era balenata a lei per prima.

Erano mesi che si preparavano all’ evento annunciato dagli araldi che andavano in giro per le piazze di tutte le città, ad annunciare al popolo la manifestazione. Si erano allenati tanto, i vogatori per ore nelle acque tranquille appena al di fuori del porto, e lei sulla poppa della snella e veloce imbarcazione, battendo il ritmo della voga sul tamburo e guidandoli nella direzione giusta con le sue urla che dovevano servire anche da sprone. Uno dei suoi compiti era anche quello di segnalare all’ equipaggio tutti i movimenti delle altre barche. Lei aveva preso l’incarico molto seriamente, preparandosi scrupolosamente e, ora che era arrivato il momento, era molto emozionata.

Ogni imbarcazione era riconoscibile da lontano attraverso i colori con cui veniva dipinta, dalle poste sulla prua che raffiguravano l'animale simbolo di ciascuna città e dai vessilli che garrivano alti al vento, appesi sullo specchio di poppa.

Agnese passò in rassegna le imbarcazioni schierate con gli stendardi che ogni equipaggio palesava anche nei colori delle canottiere e nelle pale dei remi. Quello di Amalfi era l’ azzurro con il vessillo e la polena raffigurante un cavallo alato, quello di Genova era il bianco crociato e il drago di S. Giorgio a far da polena, quello di Pisa era il rosso con la polena dell'aquila e infine il verde di Venezia con il leone alato.

La regata si sarebbe svolta su un percorso lungo due chilometri tracciato con boe di segnalazioni, che partendo dalla collina Promontorio, nei pressi della Lanterna, si sarebbe diretta a ponente e dopo un chilometro esatto, le barche dopo avere fatto un elaborato giro di boa, sarebbero tornate indietro verso i Magazzini del cotone, costeggiando il Molo nuovo.

Il sorteggio delle corsie era già avvenuto pochi minuti prima. Tutto era pronto e la folla rumoreggiava in attesa del segnale.

Il Magister, che aveva redatto a mano le regole della gara, salì sul palco ben visibile da tutti i vogatori e, con voce stentorea, si mise a ricordarle agli equipaggi con aria seriosa. Era stato stabilito in precedenza che era vietato invadere la corsia di una barca avversaria, pena la retrocessione all'ultimo posto decretata dalla giuria. Era permesso, invece, il cambio del numero d'acqua, ma solo nel caso in cui un equipaggio si fosse portato di un'imbarcazione avanti, rispetto a un avversario. Queste erano le poche elementari regole da rispettare.

L’ uomo, dopo aver elencato le norme, fece una pausa d’ effetto, squadrando con cipiglio autorevole gli equipaggi allineati nelle loro corsie, quindi augurando “ Buon vento” a gran voce, scese dal palco.

Sul molo dei magazzini del cotone che arrivavano quasi a ridosso dell’ imponente mole della Lanterna, stavano assiepate migliaia di persone, mentre di fronte allo scalo del ponte Doria, ve n’ erano altrettante.

La gente sentiva la competizione e non erano pochi quelli che ne avevano approfittato per mettere su un giro di scommesse.

Le imbarcazioni con i loro equipaggi, erano già allineate in attesa del segnale di partenza emesso da una delle barche avrebbe seguito dappresso la regata, con i giudici di gara imbarcati sopra.

La tensione divenne palpabile e la folla iniziò ad acclamare i propri beniamini. I tifosi erano giunti da ogni parte della penisola e in special modo dalle città che partecipavano alla regata.

Gli equipaggi si studiarono a lungo, squadrandosi in tralice. Ognuno degli uomini prendeva in giro questo o quel membro dell’ equipaggio avversario, cercando di sminuire al massimo gli altri. I dileggi e gli scherni non erano proibiti e per questo motivo, quando un rematore della barca veneziana scorse l’ esile timoniere genovese, scoppiò in una risata dileggiante:

« Ahahaah! I genovesi hanno messo un sacchetto di pulci striminzito alla guida della loro tinozza!» l’ affermazione fece scoppiare gli altri equipaggi in una risatina nervosa e forzata, mentre fu accolta con sonori grugniti dai genovesi, ma nessuno degli uomini rispose alla provocazione.

« Ma dove volete che vi guidi, quel ragazzetto? Se non state attenti vi ritroverete a Boccadasse!» fece eco un pisano. Boccadasse era uno dei borghi marinari più suggestivi della città e si trovava a poca distanza dall’ arrivo delle barche, ma comunque molto fuori rotta.

Agnese si sentì ribollire il sangue nelle vene. Con gli altri membri dell’ equipaggio era stato deciso di non accettare provocazioni, ma questa era diretta proprio alla sua persona e non lo sopportava. Eresse le spalle e, arrochendo il tono della voce, replicò:

« Ridete, ridete pure! Sprecate tutto il fiato che avete in gola, che a noi ne verrà il tornaconto, stupidi marinai di acqua sporca!» con evidentemente riferimento alle acque lagunari che bagnavano la bella Venezia. Ma non ebbe il tempo di dire altro, perché un giudice diede il via alla gara, sparando in aria un mortaretto. L’ urlo unanime della folla assiepata sui moli limitrofi, accompagnò la partenza.

Agnese cominciò a dare la cadenza alla voga, con un ritmo sostenuto del tamburo, quel tanto, da non perdere il contatto con le altre imbarcazioni. Fu subito chiaro che gli equipaggi avrebbero dato il meglio di loro stessi e che nessuno avrebbe concesso all’ altro il benché minimo vantaggio.

L’ imbarcazione dei pisani cercò gradatamente di occupare lo specchio di acqua dei genovesi, ma lo fece in modo così lento e così furbescamente, che i giudici che precedevano le imbarcazioni in gara, non se ne resero conto subito.

« Ehi!» urlò Agnese, alla volta dei giudici. Ma il suo grido si perse nel vento e quando quelli si accorsero della manovra, ormai il danno era fatto e non era più penalizzabile.

Ma se i pisani risultarono scorretti, i veneziani presero subito uno slancio imprevedibile. Con pochi, ma efficacissimi colpi di voga, si portarono alla distanza di una barca dalle altre imbarcazioni, durante i primi cinquanta metri e, dopo nemmeno duecento metri, il vantaggio era salito a due barche.

Agnese cercava di tenere sotto controllo i vari equipaggi, ma aveva capito sin dai primi minuti di gara che non erano certo i pisani, o la barca di Amalfi, quelli da temere, ma solo e soltanto l’ imbarcazione veneziana che aveva praticamente, da subito dopo la partenza, dato un ritmo di voga veramente impareggiabile.

“ Ma per quanto tempo possono sostenere quel ritmo?” si domandò. La loro era una tattica quantomeno temeraria, poiché la gara era ancora lunga, ed era meglio conservare un po’ di fiato per lo sprint finale.

« Ragazzi!» urlò per farsi sentire da tutti i suoi vogatori « Cerchiamo di non perdere il contatto con Venezia! Hanno un vantaggio di due lunghezze, vediamo di non farlo aumentare!»

Guidati dal loro timoniere, i genovesi impressero più energia alla loro voga, mantenendo la stessa, costante distanza dalla barca veneziana.

Ma il giro di boa che segnava la metà gara, era ormai vicino e Agnese vide la mole della Lanterna incombere su di loro. Come era stato prestabilito, era giunto il momento di cambiare tattica e aumentare il ritmo di voga. Pestò con più decisione sul tamburo, segnalando ai compagni che i loro sforzi dovevano moltiplicarsi.

Cominciò a cadenzare una voga più veloce senza nemmeno considerare la barca di Pisa, né tantomeno quella di Amalfi e commise un errore di valutazione che mise quasi fine alla gara.

Gli amalfitani avevano giocato bene le loro carte, misurando le loro forze ad ogni vogata. Infatti, dopo il giro di boa, sciolsero la loro voga facendo fare alla barca azzurra, un velocissimo balzo in avanti.

Agnese, impegnata com’ era a inseguire Venezia, se ne accorse quando ormai l’ azzurro degli amalfitani era quasi alla pari della loro barca.

Il cavallo alato della loro polena minacciava seriamente quella che era la loro seconda posizione.

Nell’ inseguimento di Venezia, per parecchi minuti aveva creduto di potercela fare, infatti i veneziani dopo il primo chilometro avevano ceduto vistosamente; si erano spesi tutte le energie in quel primo tratto, bruciandole. In quel momento Agnese pensò che non rappresentavano più un problema, mentre invece l’ equipaggio d’ Amalfi sembrava ancora abbastanza fresco.

Parecchie volte, il timoniere genovese, vide i campani passare di quasi metà imbarcazione davanti a loro, ma per fortuna, esortando i compagni, era sempre riuscita a riacciuffarli.

« Forza ragazzi! Un ultimo sforzo! Mancano poco meno di duecento metri! Vogliamo regalare questo trofeo a Genova e ai genovesi o no?» esclamò, non perdendo di vista la prua avversaria.

Le due barche navigavano appaiate, alternandosi di pochi centimetri l’ una dall’ altra, alla testa della gara.

A cinquanta metri, Agnese sentì che i ragazzi stavano cedendo, e lei non aveva più fiato. Sentiva la gola bruciare dallo sforzo di urlare incitando ora questo, ora quel compagno che vedeva in difficoltà; non sentiva nemmeno più le braccia per lo sforzo di battere sul tamburo a quel ritmo impressionante, ma cercò di resistere.

« Manca poco! Forza! Forza! Non cedete proprio adesso! Possiamo farcela!»

Sul mare si propagava l’ urlo immane della gente assiepata sul molo, sembravano tutti impazziti. La gara era ormai agli sgoccioli e l’ entusiasmo per il duello delle due imbarcazioni era arrivato alle stelle.

Agnese continuava a urlare il suo incoraggiamento, anche se ormai disperava che la sua voce arrivasse ai compagni. Il boato della folla era impressionante e persino contagioso.

La ragazza, inconsapevolmente, si ritrovò a spingere la loro voga addirittura con le reni in avanti, per gli ultimi, esaltanti venti metri.

Quando arrivarono ai magazzini di cotone, alcuni colpi di cannone salutarono la fine della gara.

Erano esausti. Sia Agnese che il resto dell’ equipaggio avevano dato tutto quello che potevano.

Il timoniere, il capovoga e i rematori si rivolsero verso i giudici di gara. Quale delle due prue aveva toccato per prima il molo? Amalfi o Genova?

I giudici si consultarono in un silenzio irreale, ma poi il verdetto giunse chiaro e unanime: la vincitrice della regata storica era Genova!

Un urlo immane, che diventò boato portato dal vento e raccolto dall’ eco, risuonò a lungo tra le colline che dominavano la bella e fiera città di mare.

Castello d’ Albertis 2004

Lo stesso urlo che risuonò nella mente di che Agnese si svegliò di soprassalto. Si era addormentata profondamente. Doveva aver dormito parecchio tempo a giudicare dall'oscurità in cui era immersa la stanza, oscurità rotta solo dal fascio di luce della Lanterna, che a intervalli regolari penetrava nella torretta del castello.

La ragazza si riscosse accorgendosi di aver ancora Bastet acciambellata sulle sue gambe. Si soffermò ancora qualche istante ad accarezzarne il pelo soffice, mentre la sua mente riandava al sogno appena fatto.

Possibile, si chiese? Era stato tutto talmente reale, che aveva l'impressione di averlo vissuto attimo dopo attimo. Anzi, non si trattava soltanto di una vaga impressione, ma quasi della consapevolezza di essere stata la protagonista di quel sogno.

Ricordava la sensazione d'orrore provata alla vista dei topi infetti, come ricordava il batticuore dovuto alla tensione, alla paura quando era salita di nascosto sul galeone. E poi la corsa trafelata sotto la pioggia battente, la fuga e ancora, la gara. La regata combattuta fino all'ultimo e senza esclusione di colpi da parte degli equipaggi avversari.

Non potevano essere solo sensazioni quelle vissute. Doveva essere successo qualcosa, non sapeva bene cosa, che l'aveva trasportata nel passato. Agnese si fermò colpita da un'idea improvvisa. La mano a mezz'aria nell'atto di accarezzare, chiamò sommessa la gattina che ronfava sonoramente:

« Bastet, guardami!» disse con voce appena percettibile. E mentre la gatta levava gli occhi color smeraldo su di lei, Agnese avvertì lunghi brividi lungo la schiena e percepì un sorriso misterioso sotto le vibrisse che, in quel momento, fremevano come se ci fosse stato il vento.


Vivì 27/02/2017 16:05 307

Opera pubblicata ai sensi della Legge 22 aprile 1941 n. 633, Capo IV, Sezione II, e sue modificazioni. Ne è vietata qualsiasi riproduzione, totale o parziale, nonché qualsiasi utilizzazione in qualunque forma, senza l'autorizzazione dell'Autore.
La riproduzione, anche parziale, senza l'autorizzazione dell'Autore è punita con le sanzioni previste dagli art. 171 e 171-ter della suddetta Legge.
I fatti ed i personaggi narrati in questa opera sono frutto di fantasia e non hanno alcuna relazione con persone o fatti reali.


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