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Il gioco delle onde

Dramma

Se, come qualcuno crede, la fortuna esiste, oltre che nella vita, anche al gioco d’ azzardo Mastro Giacomo non era certo un uomo fortunato. Ed dopo lunghe notti e interminabili smazzate anche lui si era convinto che, nei mazzi di carte da gioco anziché la dea bendata si trovasse, come nei tarocchi, la scarna figura della morte.

I compagni di gioco di mastro Giacomo erano, quasi sempre, persone che nei campi o nelle botteghe artigiane sudavano, per intere giornate, il chilo di pane che riuscivano portare a casa. Le nottate, con l’ illusione di vincere la noia e la necessità, portavano spesso ad albe tristi e tragiche. Le imprecazioni contro la dea bendata e contro la passione ludica si sprecavano: “ adesso brucio l’ ultimo mazzo di carte… mai più intorno ad un tavolo da gioco…”. Tante promesse di cuore e cervello ma che duravano poco perché il diavolo ludico era sempre in agguato.

Anche Mastro Giacomo aveva più volte detto a se stesso: “ ma chi me lo fa fare a rovinarmi la vita così… devo smettere”, mentre curvo sulla sedia, dal mattino alla sera, spingeva ago e filo tra l’ ordito e la trama di ogni tessuto che gli portavano da lavorare o più spesso da rattoppare. Sapeva il suo mestiere e col suo portamento pulito ed elegante fungeva da manichino ambulante alle sue giacche, ai suoi gilè impeccabili, ai suoi pantaloni con la risvolta. Ma erano i tempi difficili del dopoguerra e pochi potevano permettersi un vestito su misura da Mastro Giacomo. In paese contava qualcosa poter indossare uno di quegli abiti che duravano anche una vita, dal matrimonio al cimitero. La guerra aveva lasciato fame e distruzione per tutti; loro erano i sopravvissuti che, in qualunque modo, non si erano fatti abbattere dal lungo e disastroso conflitto planetario. Avevano imparato a fare di necessità virtù e, anche con le pezze al sedere, sognavano e tramavano di emigrare per fare fortuna.

Il sogno del viaggio li portava, qualche notte, a tentare di farsi quelle venti/trentamila lire necessarie per affrontarlo ma quasi impossibile da risparmiare col loro lavoro. Così si facevano travolgere dai giri di re, assi e regine spesso compromettendo il pane di mesi, qualche animale nella stalla o qualche spezzone di terreno lasciato in eredità da padri e nonni.

Ci ricascavano quasi sempre, il gioco è una malattia contagiosa sempre latente, con la dipendenza da rivincita: “ questa volta mi rifaccio di tutto, me lo sento, questa volta… e poi basta più col gioco… dopo questa volta”. In qualche caso, dopo iniziali pirriche vittorie, aumentavano gli azzardi e le perdite… e non era mai l’ ultima volta. Dal passatempo e dal sogno si cominciava a perdere oltre ai soldi anche il sorriso e si passava così facilmente al dolore ed al dramma familiare.

Mastro Giacomo non aveva mai approvato queste derive nel gioco e si era sempre tenuto in bilico, fermandosi in tempo davanti al precipizio. Ma quella passione per il misterioso mazzo di carte, una mala pianta da quattro semi, manteneva la tentazione sempre dietro l’ angolo.

Quella notte, mastro Giacomo, aveva finito due pacchetti di sigarette, quelle che fumava in quindici giorni, segno evidente che aveva esagerato su tutto. Cominciò a perdere una mano dopo l’ altra, in una deriva che ben conoscono tutti i giocatori e che porta alla notte dei tempi. Anche mastro Giacomo quella notte continuò ad azzardare raddoppiando le puntate e tentando di recuperare l’ irrecuperabile. Quella volta non aveva giocato con i soliti compagni ma, al baccarà, con alcune persone poco raccomandabili venute da fuori paese con la novità di un gioco da casinò. Ci volle poco a diffondere la notizia ed attrarre gli amanti del gioco a questo Montecarlo casereccio. Quella volta mastro Giacomo non vide il precipizio, finì con le tasche rivoltate e con un debito che non riusciva a pagare. Prima di lasciare la bisca dovette impegnarsi a saldare il debito la notte seguente. I suoi conoscenti dovettero fare da testimoni per evitargli di firmare un compromesso su una sua qualche proprietà, fatto che sarebbe stato troppo offensivo per un mastro col suo buon nome .

Uscì da quel purgatorio di fumo stanco nella mente e distrutto nel cuore, offeso con se stesso. E con chi altri poteva prendersela se non con se stesso e la sua malattia ludica! Si vergognava del suo comportamento e di se stesso. S’ incamminò, immerso nei suoi confusi pensieri, verso l’ inizio del paese, e andò ad appoggiarsi al parapetto che guardava il mare. Anche da quella distanza, il mare, si vedeva immenso, calmo, irreale come l’ incombente aurora. Sua mamma usava segnarsi al suono delle campane dicendo: “ Santa vuce di Dio”; e alla vista del mare: “ Biniditto e generoso mare” . Ma erano altri tempi e lui era un bambino adesso non aveva ne’ la voglia ne’ il coraggio di tornare a casa. Come dirlo a sua moglie, donna Nunziata, santa donna, sempre indaffarata con i loro cinque figli. Lei che, tenendo le galline, toglieva qualche uovo ai bambini per venderlo e racimolare qualche soldo per le cento altre necessità di quei figlioli. Mastro Giacomo non riusciva più a pensare a come riguardare il viso di quei quattro maschietti e gli occhi teneri della sua femminuccia.

Era emozionato ma non riusciva neanche a piangere, più facilmente avrebbe sbattuto la testa contro il muro. Stette a lungo con la testa tra le mani vagando nei suoi abissi, già qualche contadino si preparava per andare nei campi e Mastro Giacomo non voleva ne’ vedere ne’ parlare ad alcuno. Si allontanò dalle case ed iniziò a scendere dalla collina del suo paese verso la Marina. Fece chilometri solitari e quasi al buio, non c’ era anima viva, fin quando da una curva, inaspettato, apparve un carretto col carrettiere mezzo addormentato che saliva verso il paese. Mastro Giacomo si girò intorno pensando di imboscarsi ma troppo tardi. La figura a cassetta l’ aveva riconosciuto alzo la testa e la voce: “ Bon mattutino mastro Giacomo… vero che la mattinata fa a giurnata… ma voi quanno mai vi siete alzato così presto?!” Mastro Giacomo non rispose. Si avvicinò al carretto e quasi a bruciapelo chiese: “ Don Cuncetto… ce l’ avete una sigaretta?” Il carrettiere già sorpreso e perplesso riprese il suo tono: “ Ma caro Mastro Giacomo… e como.. non vi ricurdatie ch’ iò non fumo? Per ddiri la virità quanno non cavalco una pipata me la faccio… ma con pipa di creta… come mio nonnu…” Mastro Giacomo sembrava non ascoltarlo, nervosamente prese con le sue due mani la mano sinistra libera di Don Concetto la strinse forte e si allontanò, dicendo: “ Vi saluto, Don Concetto, vi salutu, vi salutu…” . Il carrettiere che stava per dire: “ Mastro Giacomo cc’è ccosa…? - rimase interdetto, riprese le briglie, le alzò e le vibrò nell’ aria con un forte: “ Ohooop…” il cavallo capì che si ripartiva. Don Concetto girò lo sguardo un paio di volte a guardare mastro Giacomo che si allontanava deciso e senza mai voltarsi. Al secondo sguardo scomparve dietro la curva. Adesso su quello stradone erano due gli uomini con pensieri confusi nella testa.

Mastro Giacomo questa volta non trovava soluzioni al suo debito di gioco. Non aveva niente da vendere tranne la sua casa. Un prestito in banca, una volta l’ aveva fatto per la sua bottega con lunghe trattative e interessi esagerati, no, neanche da considerare. Li vedeva mentre gli ridevano in faccia, quegli strozzini, con qualche stupida battuta sulla quantità di figure in un mazzo di carte. No stavolta non se la sentiva di affrontarli con la solita diplomazia e sarcasmo.

Aveva camminato per ore quando l’ alba iniziava a schiarire sul mare cristallino, la spiaggia era deserta e la figura scura di mastro Giacomo contrastava col luccichio mattutino delle onde, il venticello scompigliava i suoi capelli grigi. Le barche dei pescatori erano ancora quasi tutte al largo tranne una che sembrava galleggiare a metà tra la riva e l’ orizzonte. Non voleva essere visto e si allontanò nervosamente alcune centinaia di metri verso la foce del vicino torrente sempre seguendo la battigia.

Poi di colpo si fermò. Si tolse le scarpe e i calzini, si tolse la giacca e il gilè, ne fece un fagotto con dentro anche l’ orologio da taschino e il portafoglio, li appoggiò sulla sabbia.

Il vento faceva gonfiare la sua camicia bianca come una vela. Con lo sguardo alto, rivolto verso l’ orizzonte rosato e verso l’ immensità marina, alzò le braccia al cielo e cominciò a camminare nell’ acqua. Si immerse lentamente fino al collo e si lasciò andare tra il fruscio ed il gioco delle onde.

Dalla barca più vicina si levarono remi e grida, inutilmente. Il mare nella sua vasta e materna saggezza accolse e avvolse quell’ uomo disperato, rimettendo per sempre, tutti i suoi debiti.


Pietro Saglimbeni 03/03/2017 12:05 162

Opera pubblicata ai sensi della Legge 22 aprile 1941 n. 633, Capo IV, Sezione II, e sue modificazioni. Ne è vietata qualsiasi riproduzione, totale o parziale, nonché qualsiasi utilizzazione in qualunque forma, senza l'autorizzazione dell'Autore.
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Nota dell'autore:
«Da un fatto realmente accaduto nel 1947.»




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