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Questo racconto è inserito in:
 Parte 2 della raccolta "Sulle magiche ali della fantasia " di Vivì (10 racconti)
 I miei racconti Fantasy

L'emblema del lupo (2a parte)

Fantasy

La notizia della morte dei miei genitori mi venne data solo al ritorno della nostra prima missione.

Fu allora che mi recai al tempio recando con me un’offerta, che misi nelle mani della Sharez in persona e lei si commosse nel vedere di cosa si trattava. Era la sacra fusciacca. Proprio la fascia che denotava il mio nobile status di samurai, il mio grado all’interno del contingente e il battaglione al quale appartenevo. Era la fascia che ogni guerriero del nostro squadrone portava fieramente sulla fronte ogni volta che scendeva sul campo di battaglia.

Mi era stata donata durante la cerimonia di iniziazione e, in teoria, non avrei mai dovuto separarmene, se non per qualche grave e improrogabile motivo.

«Aiashi» mi domandò Hashiko con lo sguardo lucido. «Perché?» Conosceva già la risposta.

«Mio padre e mia madre sono stati trucidati e io non ho potuto fare niente per evitarlo. Ora, qui, in questo luogo sacro, davanti a te e davanti agli dei, io, Aiashi Hamamoto, offro in dono questo simbolo e giuro solennemente che non avrò pace finché gli assassini non saranno presi e giustiziati.»

La vidi abbassare gli occhi, forse per nascondermi la sua commozione, poi, con appena un filo di voce e guardando la fusciacca, mi sussurrò: «Sono la sacerdotessa di questo tempio e per questo ho deciso, Aiashi Hamamoto, che la tua offerta non verrà considerata un dono, ma solo un prestito. Custodirò per te la sacra fusciacca e rimarrà esposta, rammentando ai fedeli la tua solenne promessa. Quando avrai reso giustizia alle persone che ti erano care, torna, sarò lieta di sciogliere questo tuo giuramento.»

«Non so se riuscirò a tornare. I messaggeri hanno riportato infauste notizie sull’esercito nemico. Pare che gli shogun traditori, possano contare di oltre cinquemila soldati. Noi raggiungiamo a malapena i mille. Le forze sono impari. Per quanto valorosi siano i miei samurai, quattro nemici contro uno, sono veramente troppi. Manda un messaggero all’ imperatore, mi occorrono rinforzi.»

Hashiko mi guardò e io percepii una profonda amarezza in lei.

«Mi dispiace, Aiashi. I samurai del generale Tashika sono stati inviati al confine, per arginare eventuali attacchi da oriente. Gli shogun di quelle regioni hanno trovato alleati tra i ribelli indocinesi. Non posso accontentare la tua richiesta.»

Le sue parole suonarono come una condanna.

«Se non puoi fare altro, ti prego, impartiscimi la tua benedizione.» le dissi, chinando il capo in attesa.

Avvertii il tocco leggero della sua mano sulla mia spalla. Mormorò sottovoce una formula arcana e complicata, poi, chiaramente scandì: «Che la luce delle stelle illumini sempre il tuo cammino, Aiashi Hamamoto.»

La lasciai, senza aggiungere nient’altro, accompagnato dal suo sguardo benevolo.

18 ottobre 1847

Fu poco prima il nostro primo scontro con l esercito dei ribelli, che mi apparve il branco di lupi. Ebbi l’impressione che mi avessero seguito e che ora fossero fermi, in mia attesa, al limitare del bosco.

Il mio sguardo cadde sul più grande, davanti a tutti. Un lupo grigio enorme, come mai avevo visto nemmeno nei miei sogni. La belva mi aveva puntato addosso il suo sguardo di fuoco.

Un’indefinibile sensazione crebbe dentro di me. Era disagio o sollievo?

Kento, il mio attendente mi venne vicino e ci scambiammo uno sguardo. Che intenzioni avevano quelle belve? Mi sentivo abbastanza tranquillo, ero ormai abituato alla presenza silenziosa e costante di quegli animali, ma non potevo affermare la stessa cosa per i miei guerrieri. Difatti, si erano già allertati con le armi in pugno, pronti a contrastare un eventuale assalto.

Ordinai con un gesto imperioso che non si muovessero e rimanemmo così, immobili a studiare le mosse dei lupi.

Anche il branco ci osservava. Il pelo dritto sul dorso e le fauci sbavanti, rimanevano fermi, emettendo profondi ringhi di gola.

Non rilevai un atteggiamento particolarmente minaccioso, ma non distolsi mai lo sguardo da quello più grande, il lupo grigio che sembrava il capo. I nostri occhi erano incatenati e mi parve che i suoi volessero comunicare:” Combatteremo al vostro fianco, Vento che sibila.” Quel breve, essenziale messaggio rimbalzò nella mia mente.

Ebbi un sussulto incontrollabile e Kento, che mi era a fianco, sobbalzò di conseguenza.

«Che succede, capo?» domandò, con i nervi tesi allo spasimo.

Non risposi. Non potevo. Ero troppo turbato da quanto era appena accaduto. Possibile che quel lupo avesse davvero comunicato il suo pensiero?

In che bizzarra situazione mi trovavo? Non avevo mai sentito di lupi che pensassero e comunicassero, perlomeno, non con gli esseri umani.

«Capo!» ripeté Kento « Gli uomini sono preoccupati, che ti succede?» Mi riscossi e, dal tono preoccupato, intuii che sarebbe bastato un nulla per far scoccare la scintilla della violenza.

«Niente! State calmi! Ero solo soprappensiero.»

«Cosa facciamo con i lupi? Si comportano in modo strano!»

Lo guardai e poi, guardai i miei guerrieri schierati in ordine perfetto. Aspettavano i miei ordini. Uomini e donne addestrati alla perfezione. Samurai nel corpo, nella mente e nel cuore. Abituati a combattere fianco a fianco a guerrieri addestrati allo stesso modo.

Poi guardai verso lo schieramento avversario, immobile e in attesa oltre il confine della terra di nessuno.

Erano tanti. Non si riusciva nemmeno a quantificarne il numero. Le lance che i nemici tenevano puntate verso il cielo, facevano muro apparendo come una fitta e intricata foresta che, col metallo degli scudi e delle spade catturavano i raggi del sole ed emanavano bagliori che accecavano.

Per un attimo rimasi sconcertato. Non per me, ma per i miei guerrieri. Potevo contare su mille, agguerriti samurai, ma quanti avrebbero visto sorgere l’alba dell’indomani?

Mi vennero in mente le loro famiglie, i figli, i genitori.

Volsi verso di loro la mia attenzione, squadrandoli a uno a uno. Li conoscevo da tempo; con alcuni avevo fatto lo stesso corso di addestramento; avevamo riso e, qualche volta, persino pianto insieme. Avevamo condiviso gli anni di gioventù. E ora, mi trovavo costretto a guidare molti di loro, verso la morte.

Mi diedi dello stolto. Non era quello lo spirito giusto per affrontare una battaglia. Basta recriminare! Ci eravamo allenati per tanto tempo, proprio per diventare guerrieri e difendere il popolo contro le ingiustizie e le barbarie.

“Sono davvero un buon comandante per loro? Non è un azzardo trascinare mille guerrieri contro… quanto? Il triplo, il quadruplo dei nemici?” Quel dubbio mi penetrava dentro, simile a un rovello.

Mi sovvennero le parole della Sharez: «Un vero capo è colui che non getta allo sbaraglio i suoi guerrieri, ma pensa alla tattica migliore per sconfiggere il nemico, senza peraltro sacrificare inutilmente la vita dei suoi gregari.»

Pensa, mi esortai. Prima di scendere in campo, pensa. Hai dalla tua parte anche un centinaio di lupi. Potrebbe rivelarsi la mossa strategica vincente. Ma come?

Puntai lo sguardo sull’esercito nemico. Ne valutai gli squadroni, le armi e le possibili tattiche. Dalla nostra posizione non erano visibili cavalli e cavalieri ma, probabilmente, la cavalleria era tenuta in disparte, pronta a balzare in campo una volta che la fanteria e poi gli arcieri avessero terminato il loro compito.

Così elaborai quella che mi parve la tattica migliore.

I miei mille guerrieri li avrei divisi in quattro battaglioni e li avrei mandati a coprire i quattro punti cardinali. Poi, a proposito dei lupi, mi venne un’idea e spronai il cavallo avvicinandomi al capobranco.

Il mio frisone stronfiò, innervosito dalla vicinanza della belva e dovetti trattenerlo, forzando sul morso. Quando capì che era inutile scalpitare, smontai, affidandolo a un mio compagno.

Kento urlò qualcosa alle mie spalle, ma io non ci badai. Per precauzione sguainai la mia spada, quella preziosa, ricca d’incisioni misteriose ereditata da mio padre e, a una decina di metri dal branco, mi accosciai al livello del lupo grigio.

Ero circondato dalle belve e pensai che i miei compagni, in caso di attacco, avrebbero potuto ben poco. Il pensiero di finire sbranato mi fece rabbrividire, tuttavia, non desistetti ma cercai d’ ignorare i ringhi minacciosi che mi giungevano da tutti i lati.

Guardai il lupo negli occhi evitando di assumere un atteggiamento di sfida, ma al contrario, cercando di mostrarmi umile.

In verità, mi sentivo uno sciocco. Che ci facevo accosciato davanti a quel lupo, dalla stazza gigantesca e le fauci digrignanti e bavose? Qualunque cosa, pur di aumentare le nostre probabilità di sopravvivenza, mi dissi, così tentai un’ altra connessione mentale.

”Sei in grado di percepire il mio pensiero, creatura magica?”

Lui ringhiò, indietreggiando innervosito. “Qual è la tua richiesta, umano?” La sua risposta cavernosa rimbombò nel mio cervello dandomi la scossa. Avvertii un altro, interminabile brivido lungo la schiena.

“Le nostre rispettive stirpi sono millenarie “ esordii “ e, pur se non ne conosco il motivo, combattono affiancati, dagli albori del tempo, le ingiustizie e la tirannia. Oggi ci attende una nuova battaglia. L’esercito nemico si stende numeroso in quella vallata. Noi, al contrario, siamo pochi. Ma possiamo farcela a contrastarne l’avanzata, se seguiamo una valida strategia. Sei disposto a scendere a patti con me?”

Il lupo mi squadrava. Ebbi l’impressione che valutasse le mie qualità di stratega e la sua risposta tardò ad arrivare, per qualche interminabile istante.

“Sono qui per questo, Vento che Sibila tra le Montagne.”

Il fatto che conoscesse anche il mio nome da battaglia, non mi meravigliò più di tanto, perché consideravo già straordinario il fatto che riuscissimo a comunicare.

“Bene!” approvai, mettendolo al corrente del piano che avevo elaborato.

Quando terminai, il muso della belva assunse un’ espressione che mi fece pensare stesse sorridendo.

Tuttavia, avevo ancora un dubbio da chiarire e lo esposi: «I tuoi compagni saranno in grado di distinguere i guerrieri nemici dai miei samurai?»

Lui non smise mai di fissarmi negli occhi e questa volta mi parve proprio risentito.

“Per una buona alleanza occorre che entrambe le parti ripongano fiducia l’una nell’altra. E, comunque, in tanti secoli di battaglie, non è mai accaduto l’ errore che tu paventi.”

Annuii, alzando la mano in un segno di pace.

“Combatteremo al tuo fianco e tu, da vento, diventerai tempesta. “ mi comunicò, mentre si allontanava con i suoi gregari. Rimasi a guardarlo, assorto. Le sorti di quella battaglia dipendevano tutte dal comportamento del branco. Quel lupo avrebbe rispettato i patti?

Prima di sparire tra gli alberi, si voltò e io ebbi la straordinaria sensazione che volesse rassicurarmi: “ Ancora una volta, uomini e lupi spazzeranno di gelo quel campo di battaglia!”

L’ultima visione che ebbi, fu quella del branco che lo seguiva.

Tornai dai guerrieri che avevano assistito, senza parlare e senza capire, alla tacita scena che si era svolta tra me e l’ animale selvaggio.

«Capo» mi disse Kento, con un tono incredulo «Lo so che non è una cosa possibile, ma sembrava che steste comunicando.»

Liquidai la questione: «Se gli dei ci favoriranno, un giorno ti spiegherò, amico mio.» quindi con tono pacato, mi rivolsi alle mie truppe.

Ma proprio in quel momento, il suono cupo di un corno da segnalazione rimbombò alle nostre spalle.

Per qualche istante rimanemmo immobili, come basiti. Non si capiva da dove provenisse il richiamo. Poi, la terrificante verità, si fece largo nella mia mente. Eravamo caduti in un agguato!

Il rimbombo di centinaia, forse migliaia, di zoccoli di cavalli risuonò nella vallata e una schiera infinita di guerrieri, si allargò a ventaglio, impedendo ogni via di fuga.

La cresta della collina che ci sovrastava, era punteggiata di centinaia di alabarde minacciose.

I generali nemici mi avevano giocato! Avevano schierato la maggior parte dell’ esercito davanti a noi, mentre un contingente ci accerchiava alle spalle. Ci trovavamo schiacciati in una morsa che ci avrebbe costretti a combattere su due fronti. Imprecai contro me stesso e la mia dabbenaggine. Come avevo potuto essere così sprovveduto, io, che mi credevo un grande stratega?

I miei ardimentosi guerrieri mantennero i nervi saldi. Non diedero segno di inquietudine e nemmeno di temere lo scontro.

I due schieramenti si fronteggiavano spavaldamente. Non riuscivo a vedere i volti dei nemici nascosti dalle celate delle maschere dai musi ghignanti.

Poi, le fila dei nuovi arrivati si allargarono, lasciando intravedere l’arrivo di un nuovo cavaliere, preceduto dal suo porta vessilli, con le insegne che garrivano al vento. Prima ancora di riconoscere l’armatura del guerriero, riconobbi lo stendardo e il mio cuore tremò dall’emozione. L’aquila dorata che si librava sul campo verde. Erano le insegne della Sharez.

Mi rilassai, riponendo la spada.

Anche i miei samurai le riconobbero e si allargarono, lasciando libero il passo.

Hashiko indossava l’elmo con la celata abbassata. Appena mi si affiancò se ne liberò e, la treccia in cui aveva raccolto i capelli, le cadde sulle spalle. Mi sorrideva e io le sorrisi grato, a mia volta.

Pensai che fosse splendida anche ricoperta dalla corazza di cuoio, plasmata alla perfezione per seguire e proteggere le curve del suo corpo.

Lei si accorse della direzione presa dai miei pensieri e mi redarguì con uno sguardo severo, quindi, con tono più lieve, mi disse: «Ti vedo sorpreso, comandante! Non mi avevi fatto richiesta di rinforzi?»

Annuii con decisione. Per quanto potevo appurare, aveva portato con sé almeno altri cinquecento samurai.

Le nostre probabilità di contrastare l’ avanzata del nemico aumentavano ancora.

«Non me lo aspettavo, mia signora e ti sono grato per questo!» le dissi.

«Siamo tutti ai tuoi ordini. Hai già studiato un piano?»

«Questo vostro provvidenziale arrivo, mi consentirà di rinforzarlo.»

«Vuoi mettermene al corrente, Vento che Sibila tra le Montagne?»

«Sì!» risposi «ma avrei ancora una richiesta da porti.»

«Parla, dunque e se sarà in mio potere, ti accontenterò!»

«Cavalcherai al mio fianco, mia signora?»

Il suo viso si aprì in un sorriso che non avrei più dimenticato per tutta la vita.

«Cavalcherò con te, Aiashi Hamamoto.»

Posi la mano destra sul cuore chinando il capo, quindi la misi al corrente. Le parlai anche dei lupi e lei non parve sorpresa.

«Mi sembra un’ottima strategia.» affermò, annuendo «Ma sbaglio o ti apprestavi a parlare ai tuoi guerrieri?»

«Sì» le risposi, avvolgendo in un unico sguardo circolare anche i suoi samurai. « Ho ancora alcune cose da dire!»

Squadrai i guerrieri delle prime file a uno a uno, poi, alzando un po’ il tono, in modo che mi sentissero tutti, iniziai il mio breve discorso:

«Questo è un giorno speciale per noi, perché è quello del nostro esordio in campo. I nostri nemici sono tanti, troppi, numerosi come uno sciame di cavallette e noi, al contrario, siamo ancora pochi. Ma i nostri cuori sono colmi di grandi ideali, come la libertà, la giustizia e la pace. Ottimi alleati, che centuplicheranno le nostre forze.» feci una pausa e poi impressi più decisione al mio tono: «Ma oggi, avremo il privilegio di schierare dalla nostra parte un branco di belve assetate come noi del sangue dei nostri nemici. Essi ci accompagneranno, combattendo al nostro fianco.» feci un’altra pausa, mentre il mio cavallo, a causa della lunga attesa, girava innervosito su se stesso.

Quando lo dominai, ripresi, mettendo più enfasi nelle mie parole: «Io vi dico di non temerli, di non ostacolarli, ma al contrario, lasciate che scorrazzino liberamente tra i nostri nemici. Oggi, molto sangue scorrerà su questo campo, ma io vi prometto che non sarà soltanto il nostro, ma la maggior parte sarà quello dell’ esercito traditore.»

I guerrieri mi avevano ascoltato senza fiatare e, mi accorsi dal loro sguardo ardente, che il mio discorso aveva infiammato i loro animi.

Sguainai un’altra volta la spada, puntandola verso il nemico: «Siete pronti a dare l’anima in cambio della libertà?» urlai con tutto il cuore e loro risposero, sguainando le loro armi, in un ruggito unanime.

Quando cavalcammo giù dalla collina, l’eco della vallata decuplicò l’ululato che era il nostro inno di battaglia.

Guardai i miei guerrieri. Giovani donne e uomini pronti al sacrificio estremo per i loro ideali. I volti erano coperti dalle maschere di cuoio dai ghigni satanici ma, le feritoie per gli occhi, lasciavano intravedere lo stesso mio sguardo iniettato di sangue.

Sorrisi tra me. I nemici avrebbero tremato alla vista di un esercito di diavoli forsennati.

I lupi, invece, non si vedevano. Fino allora, il capobranco, aveva rispettato gli accordi tenendosi in disparte. Quei lupi sarebbero diventati la nostra risorsa segreta. Anche il branco si sarebbe diviso e, una parte avrebbe aggirato la cavalleria attaccandoli poi alle spalle e seminando il terrore e lo scompiglio tra i frisoni da guerra, mentre l’altra, avrebbe dilagato con ferocia attaccando sui fianchi la fanteria.

Ci catapultammo sulla linea del fronte, galoppando come forsennati e, la terra di nessuno, venne divorata dai ventri e dalle zampe dei nostri cavalli in una manciata di secondi.

L’afrore di tanti corpi sudati, misto a quello dei cavalli e al sentore delle zolle umide sollevate dal nostro passaggio, mi salì alle nari.

Il cuore prese a battermi all’ impazzata, scandendo il tonfare degli zoccoli sul terreno. Avvertivo l’adrenalina scorrere a fior di pelle. La macchina da guerra che era in me, si era avviata e nessuno avrebbe potuto smorzarne l’ ardore.

L’impatto sulle prime linee nemiche fu irruente e catastrofico per i fanti nemici. La selva di giavellotti issati a mo’ di palizzata difensiva, sembrava il dorso di un istrice con gli aculei irti, ma non resse alla carica e si ruppe in pochi secondi. Avevamo sfondato la prima linea, senza riportare grossi danni e ciò era già una cosa positiva.

Venni preso dalla frenesia del combattimento e, in poco tempo, la mia spada era lorda del sangue nemico.

Nel bel mezzo della battaglia mi trovai, all’ improvviso, circondato da un nugolo di nemici armati di lance. Ne avevo già abbattuti tre, ma altri quattro si facevano avanti, forti della superiorità numerica. Mi accorsi di trovarmi in difficoltà sebbene combattessi e mi difendessi con furia selvaggia, quando risuonò nell’ aria un ululato rabbioso.

Non ebbi modo subito di girarmi, ma due dei nemici caddero nella polvere e quando infine con la coda dell’occhio osai sbirciare alle mie spalle, mi accorsi che c’ era lei che combatteva con me.

Hashiko mi fece un cenno d’ assenso, incoraggiandomi a non indugiare con le domande e io tornai a combattere con nuovo vigore. Quel giorno la Sharez mi aveva salvato la vita.

8 maggio 1902

Mia zia fece scorrere l’anta della porta e mi sorrise, chinando il capo. Indossava il tradizionale kimono e se ne stava inginocchiata sull’ ingresso, con accanto il vassoio del tè e tante altre prelibatezze. « Sono ore che sei chiuso qui dentro. Ho pensato che volessi mangiare qualcosa.»

Le sorrisi. Fino a quel momento ero rimasto tanto immerso nella lettura, da non avvertire il languorino che mi assalì, invece, alla vista del contenuto del vassoio.

«Tu pensi sempre a tutto. Grazie zia.»

Lei entrò, chiudendo la paratia alle sue spalle, poi, proprio come un’ impeccabile geisha, mi servì la bevanda calda.

«Vedo che trovi interessante la storia dei tuoi antenati.»

«La trovo affascinante, zia.» risposi, con la visione vivida della battaglia. Nella mia mente risuonavano alti gli ululati dei lupi e il clangore delle armi che cozzavano. Rivedevo Hashiko, mia nonna, cavalcare al galoppo mentre accorreva in aiuto del nonno, facendo salire alto il suo urlo da battaglia.

In quel momento pensai che dovevo essere fiero di loro.

«Zia, la mamma è al corrente di questa storia?»

«Sono io la custode di queste memorie. Tua madre non sa nulla del passato della nostra famiglia. Solo alcuni di noi sono votati a custodirne la leggenda e tu sarai il prossimo, Aiashi Hamamoto.»

«Io…?» la mia voce tremò, incerta.

«Io sono vecchia ormai. Toccherà a te tramandare la storia di questi gloriosi guerrieri.»

«Perché proprio io, zia?»

«Perché tu, ancora non lo sai, Aiashi, ma il tuo è un cuore da samurai.»

La sua risposta mi lasciò interdetto. In realtà, ho sempre creduto di essere un ragazzino timido, non molto coraggioso, ligio agli studi e all’allenamento della mente, più che del corpo. Non ero avvezzo alle arti marziali e alla lotta e, in un eventuale combattimento, avrei perso di sicuro.

La zia si sbagliava sul mio conto. Non meritavo quella nomina e glielo avrei fatto presente quando fosse tornata.

«Cuor di leone!» mi presi in giro da me, sbocconcellando il cibo e riprendendo la mia lettura.

18 ottobre 1847

Erano trascorse alcune ore dalla fine della battaglia. Ero esausto e il mio sguardo vagava sullo scenario apocalittico che si stendeva ai piedi della collina.

Con l’ aiuto dei lupi e il supporto dei samurai della Sharez avevamo vinto quella prima battaglia. Non ci illudevamo che fosse anche l’ ultima, la maggior parte dei ribelli si era ritirata, ma appena avessero radunato le forze e la ragione, sarebbero tornati al contrattacco.

Lo sapevo, me lo aspettavo, ma per il momento potevo assaporare il gusto amaro dal calice della vittoria.

A quale prezzo avevamo prevalso!

Era stata una carneficina. Guardavo con amarezza i corpi riversi di tanti giovani guerrieri, le cui vite, erano state sacrificate sull’ altare della brama del potere e dall’avidità.

Quanta miseria e superficialità poteva albergare nel cuore di un essere umano? Quanto poteva essere dissennato?

Per un vero samurai non aveva senso quello spreco di vite umane. Eravamo addestrati per uccidere, è vero! Perfette macchine da guerra! Ma un vero samurai possedeva anche un grande cuore e non toglieva la vita per il solo gusto di farlo, ma al contrario, cercava di evitarlo finché gli era possibile.

Un vero samurai sublimava il mistero della vita e l’osannava ogni giorno, in ogni sorgere dell’ alba e in ogni tramonto di sole.

Era il rispetto per ogni forma di vita che ci veniva insegnato e inculcato, fin dal primo giorno di addestramento.

Era questo che avevo imparato. E in quel momento, il mio animo, non poteva fare a meno di smarrirsi alla vista di tanto orrore.

Tra i tanti corpi riversi riconobbi anche quelli dei lupi caduti. Anche il branco del grande lupo grigio aveva subito perdite ingenti. Finiti gli scontri ci eravamo scambiati uno sguardo, poi lui si era dileguato all’improvviso, seguito dai suoi gregari. Mi aveva lasciato un senso di doloroso distacco e tanto rammarico. Chissà se lo avrei più rivisto.

Mi accorsi di avere accanto la Sharez solo quando mi parlò. Da quanto tempo mi stava osservando con quell’aria preoccupata?

«Aiashi…» esordì. La guardai con attenzione. Aveva combattuto come una leonessa al mio fianco. Ci eravamo aiutati e protetti reciprocamente. Avevo avuto modo di osservare la sua tecnica di combattimento e l’avevo ammirata mentre prevaleva sugli occasionali avversari.

In particolare, ricordo che in un’ occasione, credendo erroneamente si fosse trovata in difficoltà con un avversario che aveva una stazza imponente in confronto alla sua, avevo cercato di superarla per affrontare io quel nemico.

Ma, indovinate le mie intenzioni, le bastò un solo gesto imperioso per farmi capire che dovevo allontanarmi e lasciare a lei lo spazio per il duello.

Quanto l’ammirai! Così esile e per nulla fragile! Aveva l’aspetto di una colomba e il cuore da guerriera. Ero fiero di lei e onorato di combattere al suo fianco.

Rimanemmo in silenzio per un po’, a osservare i miei guerrieri aggirarsi sulla distesa sterminata di corpi, alla ricerca di superstiti e di feriti da curare.

«Sono parole amare da pronunciare, ma i samurai, quest’oggi, hanno compiuto un grande prodigio. L’imperatore può essere orgoglioso dei suoi miliziani.» sussurrò Hashiko.

«Non so trovare motivo d’ orgoglio in questo scempio!» le risposi con mestizia, poi, diedi di sproni forzando il cavallo a una giravolta e tornai all’ accampamento.

Lei mi seguì senza aggiungere nient’ altro. Poteva comprendere il grado di amarezza di un comandante che ha perduto una buona parte dei suoi soldati?

Dopo quella nostra vittoria, ci furono soltanto delle scaramucce, che ci videro affrontare piccoli contingenti di ribelli e i giorni passarono in modo vorticoso.

Durante i periodi di tregua, oltre all’addestramento quotidiano con le armi, io e la Sharez ogni mattina, al sorgere del sole, effettuavamo i nostri esercizi di meditazione.

Tra noi si era instaurato un legame profondo, anche se nessuno dei due aveva avuto il coraggio di confessarlo. Avevo perso la timidezza della gioventù, tuttavia, davanti a lei tornavo a essere un ragazzino che arrossisce per un nulla. In quel periodo mi accontentavo di godere della sua presenza e della benevolenza che mi mostrava. Ma in cuor mio sentivo che anche lei provava un sentimento per me.

Un giorno, le sentinelle ci avvertirono dell’arrivo di un piccolo drappello nemico, che ostentava il drappo della trattativa. Gli shogun volevano parlamentare, così, io e la Sharez incontrammo il gruppo in una radura situata nella terra di nessuno, in modo da garantire la sicurezza degli ambasciatori.

Gli accordi vennero presi dopo un lungo mercanteggiare, anche perché dovevo rendere conto delle mie azioni all’imperatore. I miei messaggeri iniziarono un continuo andirivieni da e per il palazzo reale, fino a che non trovammo una soluzione equa per entrambe le parti belligeranti.

Così diedi l’ordine a Kento di provvedere a smontare l’accampamento e, un pomeriggio, domandai alla Sharez un colloquio.

Ci incontrammo nella radura, lontani da sguardi indiscreti, ed ebbi la netta sensazione che lei conoscesse già l’argomento che avremmo trattato.

Quando arrivò, posai la mano sul cuore e m’ inchinai.

«Seppur a caro prezzo, abbiamo centrato il nostro intento di pace.» le dissi, prendendo tempo.

«Non so quanto potrà durare. I messaggeri parlano ancora di shogun che continuano a sobillare e a istigare il malcontento tra i ribelli. Dobbiamo tenera alta l’attenzione, per non lasciarci sorprendere dall’ennesima rivolta.»

«Lo so, mia signora. Nessuno abbasserà la guardia. Ho impartito ordini precisi perché questo non accada.»

Lei inarcò un sopracciglio, ostentando sorpresa: «Hai dato ordini?»

«Tu sai che ho lasciato in sospeso il giuramento che ho fatto nel tempio. Domando il permesso di assentarmi, per andare alla ricerca dello stupratore e dell’assassino dei miei genitori.»

Hashiko mi guardò, ma nei suoi occhi, questa volta, lessi una pena infinita.

Presi coraggio e mi avvicinai, afferrandole le mani delicate.

La conoscevo bene. Aveva la stessa espressione il giorno che aveva dovuto dirmi della morte dei miei.

«Che succede? Perché quello sguardo così… smarrito? Cosa mi nascondi Hashiko?»

«Ho fatto un sogno premonitore. Grossi nembi oscuri si addensavano sul tuo cammino e ti seguivano minacciosi. Ho veduto l’emblema del lupo strappato e portato via dal vento e la tua spada imbrattata dal tuo sangue. E poi ancora sangue e ancora dolore. Oh, Aiashi!» esclamò, buttandosi nelle mie braccia. «Non andare ti prego! Quel sogno è foriero di disgrazia!»

Mi fece tanta tenerezza: tremava come un pulcino bagnato e io ero felice di poterla consolare. Per un po’ rimasi in silenzio limitandomi a stringerla e ad accarezzarle i capelli. Erano soffici e scivolosi come fili di seta. Profumavano di pulito, di fiori di campo e di primavera. Il suo esile corpo emanava un sentore femminile che mi rapì i sensi. Aspirai avidamente il suo odore, caldo e confortevole. Quel suo profumo sarebbe rimasto impresso nella mia mente, nei miei sensi, per sempre.

«Cara. Non piangere. Non mi accadrà nulla, te lo prometto.» le sussurrai, sollevandole il mento con delicatezza e costringendola a guardarmi.

I suoi occhi velati di lacrime avevano la lucentezza di due stelle. Le sorrisi, ponendo due baci lievi sulle palpebre umide di pianto.

«No, ti prego! Vorrei andare con il tuo sorriso stampato nel cuore. Mi sarà di conforto e sostegno nei momenti di bisogno.»

«Ho un brutto presentimento.» insistette lei.

La baciai, impedendole di parlare. In seguito ci fu soltanto il nostro amore.

Il mattino dopo la salutai. L’ultima immagine che ho di lei era la sua figura che si stagliava tra il verde della natura.

Sorrideva, ma nel suo cuore, come nel mio, sapevo che era sceso il gelo.

22 ottobre 1847

Svestita l’armatura del samurai, mi aggirai tra i villaggi assumendo l’aspetto di un comune ramingo. Se volevo svolgere indagini precise, nessuno doveva sospettare la mia vera identità.

Avevo sostituito il mio imponente frisone da guerra con un cavallo giovane, ma dall’aspetto modesto e mansueto, adatto alla parte che mi ero prefisso.

Mi aggirai tra le case cercando di porre domande discrete sul tizio che era stato notato presso l’abitazione dei miei, poco prima che fosse perpetrato lo stupro ai danni di mia madre.

Quell’uomo portava sul viso i segni inconfondibili del vaiolo e, speravo non sarebbe stato difficile rintracciarlo.

Impiegai tempo e denaro. Per fortuna, Hashiko, aveva previsto che avrei potuto averne bisogno e mi aveva generosamente rifornito di una borsa piena di oro e monete. Non potevo rifiutarla. Si trattava del mio compenso per i servigi straordinari resi all’imperatore.

Con quella borsa riuscii a ottenere preziose informazioni su un mercante di stoffe e mi misi sulle sue tracce sull’antica via della seta, che attraversava per un tratto, anche il nostro glorioso impero.

Fui baciato dalla fortuna e dalle stelle, poiché fu poco tempo dopo aver avviato la mia ricerca che entrai in contatto con il sospettato. In quei giorni si stava organizzando un mercato che aveva una valenza e un’importanza nazionale e che si verificava soltanto una volta all’anno. Per questo motivo, non fu complicato trovare il mio uomo impegnato a preparare la bancarella, dove esporre le sete preziose e i tappeti, venduti poi dai suoi collaboratori.

Che fu sin troppo facile, me ne resi conto troppo tardi. Preso dalla foga della caccia, come una belva che avverte l’usta della preda e si getta a testa bassa nell’inseguimento, avevo perso di vista la prudenza, così da non accorgermi che da cacciatore ero diventato, a mia volta, una preda.

Ignaro della trappola, così abilmente tesa che stava per scattare, mi avvicinai alla mercanzia e, con occhio critico, presi a maneggiare i tessuti come fossi un vero intenditore.

Ebbi il sentore dell’inganno solo quando mi ritrovai due uomini ai fianchi e, quando avvertii una spada puntata nelle reni, seppi con certezza di non avere via di scampo.

«Stavi cercando me, samurai?» domandò con ironia qualcuno alle mie spalle.

I due mi costrinsero a voltarmi e davanti a me vidi l’uomo dal volto butterato che stavo cercando.

«Proprio te.» risposi con tono tranquillo. Non era certo la minaccia di una spada o i volti truculenti di un manipolo di delinquenti che poteva spaventarmi.

«Vedo che non hai perso la tua boria. Sei uno stolto! Non ti rendi conto di trovarti in un mare di guai?»

Lo guardai, sprezzante: «In realtà, posso ritenermi anche un abile marinaio, poiché ho imparato a navigare in mari più avversi di questo.»

Lui sospirò, inscenando una parodia: «Perché voi samurai dovete sempre essere così dannatamente orgogliosi?»

Mi girò intorno squadrandomi e sfidandomi con lo sguardo. «Sai che mi toccherà ucciderti!»

Per quanto mi fu possibile, mi protesi verso di lui, fino a coglierne l’afflato puzzolente:

«Per uccidere un samurai occorre prima renderlo inoffensivo. Sei davvero convinto che io lo sia?» gli domandai con strafottenza.

Colsi lo sguardo smarrito che intercorreva tra i miei carcerieri e fu proprio in quell’attimo che decisi di agire.

I due uomini che mi tenevano per gli avambracci, mi servirono per fare leva e usarli come una catapulta per una capriola volante.

Quando atterrai sulla bancarella con la spada sguainata, si stavano ancora osservando stupiti.

La mia era stata una manovra repentina e inaspettata. Li avevo colti di sorpresa ma non potevo perdere tempo a congratularmi con me stesso. Dovevo approfittare dei pochi istanti di vantaggio.

Con un altro balzo acrobatico scesi dal banco e iniziai a duellare con i miei avversari.

Non avvezzi al combattimento con le lame, riuscii a liberarmi dei primi due con estrema facilità, mentre con il terzo, fui costretto a impegnarmi un po’ di più.

Fu solo quando riuscii a batterlo che mi avvidi della fuga del quarto uomo e mi gettai all’inseguimento.

«Vigliacco!» gli urlai, cogliendo lo svolazzare del suo mantello.

Lui non si voltò a rispondermi, ma anzi, aumentò la falcata della sua corsa.

Lo inseguii per i vicoli del villaggio, scansando tutti quelli che lui stesso aveva scansato e poi scaraventato a terra, come tanti ostacoli seminati alle sue spalle.

Era veloce e sembrava conoscesse quelle stradine come le sue tasche. Sgattaiolava, nascondendosi tra gli androni delle abitazioni e i buchi delle innumerevoli bettole ubicate lungo la via. Infine, lo persi di vista dopo una curva, in un dedalo di vicoli stretti e maleodoranti. Mi maledissi per non essere riuscito a braccarlo e fermarlo.

A un certo punto, mi trovai a un bivio. Imprecai e tesi i sensi, ma ormai non avvertivo nemmeno più il risuonare dei suoi passi. Fui costretto a scegliere velocemente. Così persi ancor più tempo imboccando la stradina sbagliata e percorrendo con cautela quel budello lungo e oscuro, che poteva celare qualche trappola.

Mentre m’aggiravo in quella zona sconosciuta, alla ricerca di una traccia, colsi alcune grida soffocate che mi riportarono sul giusto percorso. Doveva trattarsi di una colluttazione e l’istinto mi suggeriva di affrettarmi. Tuttavia, quando raggiunsi il fuggitivo, lo trovai disteso in una pozza di sangue.

Qualcuno lo aveva aggredito e accoltellato. Quella era una zona malfamata e io pensai a un rapinatore che si era lasciato prendere la mano.

Mi chinai sul ferito, ma solo per constatare che rantolava. Era alla fine. La vendetta mi era sfuggita dalle mani.

Il respiro era affannoso, ma lui continuava a guardarmi con sfida. Non so cosa mi trattenne dal finirlo con le mie mani!

«Ce l’ hai fatta… a raggiungermi… samurai! Ma non… ti sarebbe riuscito, se non mi… avessero fermato!»

Mi permisi una piccola rivincita morale:

«Non ti rimane più molto tempo, assassino! Spero che la tua anima dannata vaghi per i meandri oscuri, e lungo vie desolate per l’ eternità!»

Nonostante fosse in fin di vita, la sua bocca si distorse in un ghigno strafottente: «Credimi… non ho paura della morte e poi… non ho rimpianti… mi sono divertito molto… durante la mia vita!»

L’allusione a quello che aveva fatto a mia madre mi mandò il sangue al cervello. Lo sollevai per il bavero scrollandolo senza alcuna pietà e gli sibilai in faccia:

«Qualcuno mi ha tolto il piacere di ucciderti con le mie mani! Ma forse, posso ancora rendere un briciolo di giustizia a mia madre offrendo il tuo misero corpo come pasto ai topi che prolificano nelle fogne. Ti piace l’idea, maledetto?»

Lo vidi sussultare. Il ghigno lasciò il posto a un’espressione terrorizzata.

«No… non puoi… farmi questo! Il mio corpo… va bruciato e le ceneri… sparse nel corso del fiume sacro!»

Ormai parlava solo con un filo di voce. Dovevo affrettarmi con le domande.

«Allora, dimmi chi ti ha pagato! Dimmi chi è il mandante e ti prometto che pagherò personalmente la tua pira funebre.»

Ormai il suo corpo era scosso da brividi e i suoi occhi si rovesciavano, mostrando la sclera bianca, tuttavia, feci in tempo a raccogliere il suo ultimo bisbiglio, che mi lasciò basito.

Quell’uomo aveva appena fatto il nome di una persona molto vicina all’imperatore.

«Non è possibile!» mormorai, esterrefatto, mentre il malvivente esalava l’ultimo respiro.

Quel tizio aveva detto la verità, o si era ancora vendicato dicendo l’ultima bugia?

Dovevo recarmi a palazzo reale, presentarmi a ossequiare l’imperatore e, in modo discreto, iniziare a indagare sulla persona che era stata nominata da quel delinquente.

continua...


Vivì 26/03/2017 11:06 314

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