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Sono passati trentatrè anni

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Ho una giornata lunga davanti. L’ aria fuori è piuttosto fresca. Maggio tarda a far sentire il suo calore ed il sole lo vediamo tra le nubi come fosse un clandestino. Chissà perché associo maggio al sole intenso, all’ azzurro, alla canorità degli uccellini e all’ armonia della natura. Dico canorità degli uccellini, perché riconosco solo il festoso cinguettio dei passeri, l’ acuto e, a volte, stridulo garrire delle rondini, il monotono ripetersi del verso delle tortore. Emerge, di frequente, un melodico canto di qualche uccellino, ma potendo solo fidarmi delle mie orecchie e non vedendo nessuna creatura in giro, posso ipotizzare che si tratti di qualche cardellino o canarino. Chissà… ma non potrebbe essere, piuttosto, anche il bel verso d’ un fringuello?

Sto divagando. E non è esattamente quello che odo stamattina. Maggio, il cuore della primavera, sta facendo troppi capricci. C’è spesso umidità, dopo e prima di qualche pioggia, o d’ un cielo tra il grigio e il bianco sporco, che trasmette tristezza anche se devi semplicemente recarti al lavoro e non cambierebbe nulla lavorare con il sole luminoso fuori.

Se è vero che la nostra attitudine verso il mondo esterno, il nostro intimo sentire, la nostra capacità ed abilità nel percepire le cose influenza la visione di ciò che ci circonda in modo positivo, è pur vero che ciò che vediamo intorno a noi può condizionare i nostri pensieri in modo negativo.

Diventiamo tristi, senza un vero motivo, ciò che guardiamo e sentiamo ci deprime. Ci manca all’ improvviso la voglia di fare, avvertiamo l’ inutilità dei nostri gesti nei confronti della vita piena di ostacoli, preoccupazioni, problemi, avvertiamo il peso d’ un tempo che definiamo sempre uguale, interminabile.

Ma forse il tempo e la vita sono concetti diversi dal nostro vivere il tempo e dalla nostra vita. Ad essi diamo la nostra impronta e, più forza e consapevolezza abbiamo di ciò, più il segno che lasciamo risulta marcato.

Mi sto perdendo ancora. In realtà sto cercando una via di fuga, un’ evasione dal mio stato emotivo. Devo riflettere, rimanere razionale, non farmi fregare dalle emozioni, ora, in un momento in cui i ricordi sono come l’ alta marea ed io rischio di affogare. Temo di intristire al punto tale da inficiare la mia buona volontà a far sì che questa sia una buona giornata fino al suo tramontare.

Ho questa sensazione, forse perché già al risveglio, mettendo un piede fuori del letto, e senza vedere il tempo fuori, mi ero detta, oggi sarà una giornata lunga, triste e tediosa.

L’ aria è quieta, stranamente. Ma io penso ai giardini, al profumo delle roselline nel filo del vento, al sole negli occhi mentre affretto i miei passi, al sorriso della gente, ai colori della campagna.

Sto andando in ufficio, e forse avrò qualche brutta rogna, subirò qualche sgarbo, l’ ennesimo, da qualcuno, forse… Ma forse sarà abbastanza tranquillo. Non devo farmi colpire dall’ ansia.

Penso che vorrei fare qualcosa di diverso, di piacevole, di allegro.

Il suono d’ una campana mi porta altrove. Maggio il mese mariano, i gatti rintuzzati in un vicolo, quei miagolìi che, inattesi, ti fanno sobbalzare, il raglio d’ un asino che viene di lontano.

Ma il suono della campana, triste, mi riporta ogni volta a tanti anni fa. Ed oggi è solo una coincidenza che suoni a morto. Ma oggi è solo un suono che si perde nell’ aria, diversamente da 33 anni fa, quando il silenzio mi si sgretolò davanti e il pianto disperato si perse in singhiozzi.

Fu la luce nella vetrata della chiesa ad attrarmi in alto come a volermi dire che lì nulla finiva, su quel pavimento e con le parole ascoltate sull’ altare. La vita era oltre. Io non ne ero convinta, stretta nella morsa del dolore, con quello strappo che mi lacerava il cuore, il naso chiuso, gli occhi come punti dalle spine.

Non ne ero convinta, pensando che, dopo, avrei aperto la porta ed incontrato quel buco nero davanti, dove mi sarei gettata con tutti i miei pensieri, col tempo spezzato, con l’ immagine di un viso che non avrei più rivisto.

Non ero convinta ma quella luce mi diceva che stava già accadendo qualcosa, che le mie parole e i miei silenzi non sarebbero mai andati persi. Smisi di piangere, forse perché sfinita, ma non fu solo per questo.

Ed entrai in un pensiero che chiudeva in sé tutti i pensieri, il Pensiero assoluto, quello che asseconda i bisogni, traduce il linguaggio dei sogni, semplifica i desideri, quello che ti dilania con un grande senso di fame e lo placa con le sue stesse risorse.

Oggi, sono trentatrè anni che mi segui e mi ascolti, che ti parlo col cuore e con la mia mente di cose che forse da vivo io non avrei mai avuto il coraggio di raccontarti.

I miei errori, le scelte, l’ amore, ogni pensiero, quello che scrivo. Tutto conosci e per te non vi sono segreti. Il bello e il brutto di questo mio viaggio in questa vita, per te non è un mistero. E ti confesso che so, sempre, quando mi approvi papà.


Rosetta Sacchi 11/05/2017 11:16 1 142

Opera pubblicata ai sensi della Legge 22 aprile 1941 n. 633, Capo IV, Sezione II, e sue modificazioni. Ne è vietata qualsiasi riproduzione, totale o parziale, nonché qualsiasi utilizzazione in qualunque forma, senza l'autorizzazione dell'Autore.
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«Giacchè, non ne so la ragione, dopo che la redazione o chi per lei mi ha escluso da tutto, vedo che invece posso commentare le prose (ammesso che certe liriche possano essere considerate poesie), mi complimento con l'autrice per il suo stile molto bene impostato e per le argomentazioni improntate a una accorta psicologia che apprezzo veramente. Quindi ...buon proseguimento e saluti!»
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