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Il professore

Amore

Il professore

Raffaele C. era stato il suo professore di Storia nei corsi abilitanti. Aveva una preparazione vasta e poliedrica ed era allora docente presso un grande Ateneo. Studioso di storia moderna e contemporanea, di raro acume e apprezzato per le sue penetranti indagini dei documenti e per le rigorose ricostruzioni storiche, egli era, tuttavia, del tutto disincantato sull’ universo “ insegnamento”. “ Il più sciocco e mortificante dei mestieri possibili”, l’ aveva definito nella prefazione ad un suo lavoretto su Michele Romano, steso velocemente, tra un verbale e un orale, proprio nei mesi di saltuaria permanenza nella cittadina di Asia per la docenza del corso.

Lavoretto che è e vuole essere una testimonianza ed un testamento nel senso per me consueto e comune di queste affini parole,- scriveva nella prefazione all’ edizione del Natale 1977- un tentativo di far rimanere qualche cosa, di far restare soprattutto un ricordo, là dove si è vissuto per qualche tempo, e poiché si è vissuto s’è provato anche un po’ tutto il guazzabuglio di sentimenti, di aspirazioni e di delusioni che la vita reca sempre con sé.”

Di quel guazzabuglio faceva parte anche la loro amicizia, che per le vicissitudini esistenziali e sentimentali di entrambi, in gran parte analoghe, aveva assunto il carattere di una singolare affinità elettiva . Anche dopo gli esami finali, con i quali ebbe termine il corso, non si erano persi di vista, anzi, la lontananza li aveva legati molto più profondamente, per il tramite di un fitto e regolare scambio epistolare.

Più che di semplici lettere, si trattava di un vero e proprio carteggio, dove l’ uno e l’ altra riversavano tutti interi e nudi i reciproci sentimenti. C’ erano in quelle pagine varie considerazioni sugli uomini e sul mondo, sugli affetti e le incomprensioni di cui siamo protagonisti e vittime al tempo stesso, sul male che ci facciamo reciprocamente, salvo poi a pentircene in una desolata quanto sterile μετάνοια .

“ Mia adorata…”, l’ incipit delle sue lunghe missive era sempre questo. Scritte con una grafia minuta ed elegante, simile a quella degli antichi manoscritti preziosi che è possibile ammirare nelle sale delle grandi biblioteche benedettine. Conservava di lui un quaderno, di quelli con la copertina nera e i fogli color ocra con i margini rossi, contenente una traduzione dal greco del Prometeo incatenato di Eschilo, cui faceva seguito l’ Antigone sofoclea. Le era capitato tra le mani pochi giorni prima, mentre sceglieva i libri da leggere durante la vacanza. Prometeo e Antigone: due eroi simbolo di quel disperato titanismo che era stato, in fondo, anche la nota caratterizzante della vita di Raffaele.

- Mi rendo conto di aver vissuto come al venticinque per cento. – le aveva detto nell’ ultima telefonata – So anche, certo, di aver portato a compimento, attraverso i risultati concreti del mio lavoro, il meglio di me, e ne sono fiero; ma resta tuttavia una sensazione di incompletezza, come di rattrappimento, per non aver realizzato una gran parte di quel me stesso, che pure voleva e doveva vivere.

Noi recitiamo continuamente, mia cara Asia, e non è detto che la nostra parte ci piaccia completamente. Il Berretto a sonagli di Pirandello, hai presente? Io ho scelto la corda seria, tu la pazza… poi resta quella civile, che però non interessa né a te né a me. E comunque non basta scegliersi la propria corda: c’è bisogno anche di qualcuno che la faccia suonare, e questa è la cosa più difficile. -

Sapeva resistere nella solitudine in cui si era indotto a vivere, e di questa forza morale, della dignità con cui affrontava quotidianamente la sua esistenza in percentuale era malinconicamente orgoglioso.

C’ erano stati anche dei momenti in cui aveva concepito l’ idea che lei potesse diventare la sua compagna, malgrado l’ enorme differenza d’ età. Per condividere l’ amore per la cultura – diceva – e per farsi compagnia a vicenda, senza obblighi contrattuali di nessun tipo, per il solo desiderio di combattere insieme la solitudine in cui tutti, a questo mondo, ci dibattiamo, pur senza averne coscienza. Aveva tradito questa segreta speranza in occasione del grande convegno a Teramo sugli Acquaviva e in varie altre circostanze, senza però ottenere che quell’ idea si facesse strada concretamente anche nell’ animo di lei.

Asia si chiedeva adesso con sincero rammarico, a distanza di vent’ anni, quanto amaro disinganno dovesse aver provato quel suo caro, grande amico ricevendo la tremenda lettera, in cui gli confessava, con lucida e fredda razionalità, di aver amato una volta sola e un solo uomo e quell’ unica irripetibile esperienza le sarebbe stata sufficiente per l’ intera vita. Negava a se stessa ogni possibilità di amare ancora e lo pregava di perdonarlo, se qualche illusione gli era nata nell’ animo in conseguenza della loro profonda amicizia.

Tre volte e quattro e sei lesse lo scritto / quello infelice, e pur cercando invano / che non vi fosse quel che v’ era scritto; / e sempre lo vedea più chiaro e piano: / et ogni volta

in mezzo il petto afflitto / stringersi il cor sentia con fredda mano. / Rimase alfin con gli occhi e con la mente / fissi nel sasso, al sasso indifferente.”

La famosa ottava ariostesca apriva la lettera di risposta che immediatamente le fece pervenire. Impietrito dal dolore, come il povero Orlando tradito dalla bella Angelica, ma fermamente deciso a rinunciare ad ogni forma di autoinganno, aveva distrutto le numerose lettere che fino ad allora lei gli aveva scritto, nel tentativo, tutto volontaristico, di allontanare da sé anche il suo ricordo.

Non le risparmiava un’ analisi lucida e minuziosa del proprio stato d’ animo, inserendola infine, con profondissima malinconia, tra le più atroci disillusioni della sua già triste esistenza.

Si erano risentiti poi nuovamente, dopo dieci lunghi anni, e lui l’ aveva riaccolta nella propria vita come un dono prezioso, perso una volta per orgoglio e poi ritrovato con umiltà, come solo può fare un vecchio filosofo, reso più saggio dall’ abitudine al dolore e alla solitudine.

“ Sì, mia adorata, chiamami ogni tanto, sii la mia compagna spirituale, la mia consolatrice, l’ amica.” E Asia ogni tanto (settimane? mesi? anni?) lo chiamava; e lui ” Sì, pronto?” rispondeva, con la solita ansia intrisa di speranza nella voce, come chi aspetta di sentire quella voce e spera che sia quella e solo quella ogni volta che il telefono squilla.


Silvana Poccioni 01/06/2017 18:43 156

Opera pubblicata ai sensi della Legge 22 aprile 1941 n. 633, Capo IV, Sezione II, e sue modificazioni. Ne è vietata qualsiasi riproduzione, totale o parziale, nonché qualsiasi utilizzazione in qualunque forma, senza l'autorizzazione dell'Autore.
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