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Il tunnel che luciano scavo’

Dramma

E così, un bel giorno, senza che ci fosse una ragione precisa, Luciano prese la sua macchina e si diresse verso un negozio di ferramenta.

Fece ritorno, parcheggiò l’ auto nel viale della sua villetta a schiera, neanche salutò il vicino che stava tosando l’ erba del piccolo prato, e scaricò dal bagagliaio una pala con il manico di legno, un paio di guanti da lavoro e un secchio di plastica rossa.

Si tolse la maglietta e cominciò a scavare.

Quelle piccole ville erano, per definizione, tutte noiosamente identiche, e la porzione di giardino della villa di Luciano era la medesima delle altre. Pochi metri quadrati che Luciano aveva sempre trascurato. A lui interessavano il garage, soprattutto, nel quale poteva accedere senza problemi una vettura di medie dimensioni, e la casa, ampia quanto un appartamento, ma non combaciante con la casa di chissà chi. Odiava dividere gli oggetti: se un muro era suo, era solo suo, se non era solo suo, non era suo.

Una fissa imparentata con una filosofia di cui andava molto fiero.

Ad ogni modo, quel giorno, un giorno qualsiasi, Luciano si mise a scavare.

La pala del badile, nuova fiammante, luccicava al sole di fine estate, mentre lui, parecchio fuori forma, fu presto costretto a una pausa per riprendere fiato e procurarsi una bella bottiglia di acqua fresca.

Il vicino, un uomo fastidiosamente curioso di nome Giulio, falciò il suo giardinetto anche due volte più del necessario, pur di capire cosa Luciano stesse facendo. Ma non c’ era molto da capire, Luciano scavava e basta.

“ Ma, senti un po’! – disse Giulio a sua moglie, quella sera – Tu hai visto?”

“ Visto cosa?” Domandò Ilenia, sul divano, distratta dallo smartphone.

Giulio, che da ore si stava scervellando, spense il televisore.

“ Ma tu lo sai cosa ho visto oggi?” Le chiese.

“ Mm…?”

“ Una cosa assurda! – e Giulio parve quasi addolorato – Luciano, no? Ma ti rendi conto che, oggi, ha scavato nel suo giardino per due ore?”

“ Come scavato?” Si informò Ilenia, non interessata.

“ Scavato! Una buca, ecco cosa ha scavato! Ma perché?!”

E Giulio si picchiettò la fronte con l’ indice.

“ Magari, ha sparato a uno slavo che gli stava rubando le grondaie di rame e non vuole dirlo alla polizia.” Commentò Ilenia, lontanissima.

“ No, non credo. Non sembra. Cioè, nel senso che la buca non sembra una fossa, ci sta lui in piedi.”

“ Magari, vuole calarlo dentro in verticale.”

“ Ma no, no! – Giulio scacciò via quella stupidaggine col gesto di una mano – Ha scavato per un sacco di tempo, e, quando ha smesso, ha dovuto saltare fuori, perché la buca gli arrivava al petto! Ma ti rendi conto?”

Ilenia rise per qualcosa che aveva letto sul cellulare.

“ Eh, va beh. – disse, la voce meccanica – Magari, saranno anche cazzi suoi.”

E, così, chiuse la conversazione.

Giulio, dubbioso, riaccese il televisore. Ma non si capacitava, proprio no.

Una cosa strana è una cosa che, di regola, non piace.

Il giorno seguente, sempre nel pomeriggio, dopo il lavoro, Luciano salì di nuovo in macchina e tornò venti minuti dopo.

Dal bagagliaio, tirò fuori una scala di corda che assicurò a due pioli, ai margini della sua buca. I pioli, lunghi mezzo metro, li piantò nel terreno con il suo nuovo martello dal manico di plastica, comprato dalla ferramenta.

Saltò nella buca, prese con sé il secchio rosso e si rimise a scavare.

Però, questa volta, si era premurato di mettersi un berretto nero della Pirelli, di posizionare tatticamente ben due bottiglie d’ acqua e di accertarsi che i pioli della scala di corda tenessero, perché prevedeva di scavare parecchio, e che non gli sarebbe più stato possibile saltare fuori, come aveva fatto la sera prima.

Giulio era un italiano medio, con molta malizia ma poca fantasia, dunque, per sorvegliare il vicino, non trovò di meglio che tosare il prato per la terza volta in due giorni.

Luciano scavò, scavò a lungo, e la sua schiena gli disse basta verso le venti.

Con fatica, catapultò l’ ultima terra dentro il secchio alla base di una montagnola che stava diventando sempre più voluminosa, quindi si issò sulla malferma scaletta.

Una volta fuori da quel misterioso abisso che stava scavando, fece due lunghi piegamenti per ritrovare un minimo di flessibilità nella colonna vertebrale, gettò a terra la pala, i guanti, il berretto e, stravolto, si ritirò in casa.

“ Ma… senti un po’. – disse Giulio a sua moglie, mentre stavano cenando con la tv a palla – Se tu volessi scavare una buca, secondo te, per che motivo lo faresti?”

Ilenia stava seguendo la sua fiction preferita.

“ Per metterci dentro una cassa piena d’ oro.” Rispose, rapita dal pathos della fiction italiana, che parlava di carabinieri versus mafia, mafia versus polizia, mafia versus mafia, carabinieri e polizia versus mafia.

“ Ma dai!” La rimproverò Giulio, che non si dava pace.

“ Tu sei talmente pigro, - scherzò Ilenia, ma senza togliere gli occhi dallo schermo – che se ti regalassero una cassa d’ oro, ti lamenteresti perché è pesante.”

“ Che razza di moglie che mi sono trovato! – e Giulio scosse la testa, senza speranza – Facevo meglio a sposare una dell’ est. Tanto, conti alla mano, costate all’ incirca…”

“ Mangia, Jennifer!” Gridò Ilenia alla figlia, dando per scontato che non avesse finito il suo piatto.

“ Ma, mamma! – urlò la bambina di sette anni – Ho già mangiato tutto! Ho il piato vuoto!”

“ Eh, va beh, allora… - intervenne il padre, troppo preoccupato dalla buca di Luciano per simili cosette – allora… vai avanti a mangiare lo stesso, per dio!”

Il terzo giorno, Giulio non ce la fece più. Sporgendosi oltre la bassa palizzata,

“ Oh! – gridò al vicino, la cui presenza si intuiva soltanto dal manico del badile – Oh, ma senti un po’! Luciano, oh! Senti una cosa!”

La testa di Luciano emerse fino agli occhi. Aveva rinunciato al berretto, e i suoi capelli grondavano sudore.

Per un attimo, Giulio non riconobbe quello che, da anni, molti anni, confinava con la sua proprietà. Una sgradevole sensazione lo colse. Non aveva mai notato, per esempio, che gli occhi di Luciano fossero così penetranti. Strani, accesi, quasi spaventati.

“ Ma… - e non seppe come esordire – Ma, Luciano, puttana Eva! - altra pausa, poi andò diretto - Non dormo da tre notti e sto uscendo deficiente. Luciano, porca miseria! Mi dici che cazzo stai facendo?”

Gli occhi strani di Luciano fissarono a lungo quelli di Giulio, poi Luciano guardò in basso, in fondo, giù, nella buca.

Semplicemente, disse: “ Sto scavando.”

Per nessun motivo, o forse sì, non seppe capire, Giulio provò un brivido che gli partì dalle natiche.

Un attimo soltanto, niente di cui preoccuparsi, ma lo sentì, gelido, scheggiante.

“ Stai scavando? – domandò a Luciano, come se la cosa non fosse ovvia – Stai scavando che roba?”

Luciano non mosse i suoi occhi così insoliti per almeno trenta secondi, trenta interminabili secondi, durante i quali Giulio avvertì un altro brivido, più freddo del precedente.

“ Sto scavando un tunnel.” Specificò Luciano, senza emozioni. Poi, dato che non c’ era altro da aggiungere, riprese il suo lavoro che terminò attorno alle venti. Ormai, le giornate non erano più così luminose.

Quella notte, Luciano si alzò dal letto, ma non accese la luce.

Assonnato, memore di un incubo, andò in bagno e, nella penombra del chiarore che i lampioni stradali lasciavano filtrare traverso le imposte, si guardò allo specchio. Rimase a lungo immobile, nel buio, fra oggetti familiari, che però non gli sembravano familiari affatto.

Tastò la parete, per cercare il pulsante delle lampadine sopra il lavandino, ma non lo trovò. Gli venne in mente che non si trovava sulla parete alla sua destra, ma in alto, oltre lo specchio, dove è posizionato quasi sempre negli hotel scadenti.

“ Perché ero sicuro che il pulsante fosse qui? – si chiese, incredulo – Come mai ero più che convinto che fosse qui, e non lì? Vivo in questa casa da dieci anni, possibile che me ne sia dimenticato?”

E si guardò attorno, e tutto gli parve consueto. I sanitari senza alcuna velleità di design, le salviette appese, la schiuma da barba, il rasoio a lame, il sapone liquido, il bicchiere nel quale teneva spazzolino e dentifricio. Ogni oggetto era ciò che conosceva, eppure, ogni oggetto aveva minuscoli dettagli che non gli tornavano. Il bicchiere era sempre stato accanto alla schiuma da barba, o al sapone liquido? Non se lo ricordava. Strano, poiché lui era un tipo metodico, amava l’ ordine. Ma no, non si trovava di fronte alla solita disposizione. O sì?

Probabile che, dopo anni di assidua abitudine, avesse appoggiato la schiuma da barba dall’ altra parte del lavandino. Probabile. Di certo, non da escludere.

Però…

Però, non si sentiva a suo agio, in quel bagno che aveva usato infinite volte. E, allora, si rese conto che i numeri luminosi della vecchissima radiosveglia sul comodino erano verdi, non azzurri.

I numeri era verdi da che aveva acquistato quella radiosveglia, non azzurri. Non potevano essere azzurri.

Ora, preoccupandosi, Luciano si voltò verso la camera da letto, che confinava con il bagno e la cui porta era spalancata.

La luce tenue, docile che giungeva dalla radiosveglia era innegabilmente azzurra.

Quell’ arnese infernale, con il suo odioso trillo, aveva forse un congegno per cambiare il colore dei numeri sul display? L’ aveva azionato per sbaglio, magari quella mattina stessa, mentre tentava, a manate, di far smettere il trapano insopportabile dello squillo?

Ma la sua radiosveglia era molto vecchia. Quando l’ aveva comprata, non esistevano simili opzioni.

E quindi?

E quindi, magari, con un po’ di fantasia, l’ azzurro dei numeri non era proprio azzurro, ma un verdino chiaro, per esempio. E lui, stordito dall’ incubo, con gli occhi ingannati dal chiarore dei lampioni, in quella precisa ora della notte, vedeva il solito verde in quel modo.

Possibile, anzi, probabile, che se si fosse svegliato sempre a quell’ ora, avrebbe visto i numeri della radiosveglia di un verdino chiaro, simile, molto simile all’ azzurro, perché, a quell’ ora, (possibile, anzi, probabile), le sue pupille li percepivano così. Ecco tutto.

Risolto l’ arcano. Una spiegazione che ci stava. Dunque, perché no? Magari, il giorno seguente, a causa di un cielo nuvoloso, la sua auto avrebbe smesso di essere bianca e sarebbe diventata gialla.

“ Non tendono all’ azzurro, - dovette proprio ammettere - non sono di un verde simile all’ azzurro, sono azzurri. Azzurri e basta, non raccontiamoci scemenze.”

Si guardò allo specchio, e la sagoma riflessa era la sua, di certo la sua. Un quasi impercettibile sorriso gli parve di scorgere sui profili bui e confusi del viso. Un dettaglio da niente, un inganno, o un guizzo imprevisto dei muscoli facciali, che tuttavia lo convinse a non accendere la luce.

Rimase per un po’ a scrutarsi.

Sembrava lui, era identico a lui, ma non era lui.

“ E questa non è casa mia. È quasi uguale alla mia, perché io sono quasi uguale a me. Ma non sono io. Non com’ ero. Non come pensavo di essere.”

Luciano non aveva un secondo vicino, dato che la sua villa era l’ ultima della fila, e quelle schiere seguivano le loro tacite leggi. Vigeva, in definitiva, la regola del ‘ Fatti i cavoli di tutti, ma parlane solo con chi ti sta accanto’, e questo andava bene, funzionava. Il quartiere offriva diversi spunti adatti al più meschino pettegolezzo, e, in genere, in una zona si parlava di quella distante almeno due o tre villette. Il caso dell’ ultima villetta, tuttavia, richiamò attenzione da ogni dove, e tutti si organizzavano nei modi più impensabili per carpire informazioni circa quello che stava facendo un uomo, fino ad allora, banalmente comune e ben educato.

Ovvio che l’ interesse non fosse tanto per il misterioso progetto di Luciano, quanto per come si sarebbe rivelato utile in sede di gossip e di sputtanamento selvaggio.

Non si trattava di un’ amante afro- europea, sicuramente sieropositiva e prostituta, e neppure di una malattia grave, quindi c’ era poco su cui scherzare.

Certo, l’ ipotesi del disturbo mentale venne menzionata da tutti, ma siccome i disturbi mentali sono complicati, oltre a farti dire che uno è matto, più di tanto non stimolano.

Purtroppo, Luciano non aveva un debole per una nigeriana o una romena che di notte batteva, oltre a lavorare in un night, né stava morendo a causa di alcuni chiari sintomi che aveva trascurato. Sembrava solo uscito di testa. Un vero peccato, e, alla fine, anche Giulio dovette arrendersi all’ evidenza. Il suo grande amico era fottuto nel cervello.

Una sera, attorno alle sette, Luciano fece ritorno con qualcosa che sporgeva dallo sportello della sua station wagon.

Si trattava della struttura piramidale in acciaio di una piccola carrucola.

La montò sopra il tunnel che stava scavando, con le sue nuove pinze e il suo nuovo cacciavite. Grazie a quell’ attrezzo, avrebbe potuto issare in superficie il secchio pieno di terra e, mediante una seconda corda e un complicato binario, che mise a dura prova l’ intelletto pratico del dilettante assemblatore, rovesciarlo oltre il bordo del suo personale enigma.

Luciano ci mise più di un’ ora e mezza per montare l’ arnese, e quando concluse si sentì stanco e affamato. Tuttavia, l’ idea di evitare la fase di scavo, per quel giorno, gli parve impensabile.

Quindi entrò in casa, si fece una doccia, cenò, si concesse una mezz’ oretta sul divano, per riposarsi, e poi uscì nel suo giardino, armato di guanti e badile. Non aveva mai scavato con il buio, ma quando raggiungi una certa profondità, la luce non ti serve più così tanto.

Attorno alle undici, con la luna alta nel cielo, Giulio si affacciò all’ uscio della villetta per fumarsi l’ ultima sigaretta senza disturbare sua moglie e sua figlia. Vide Luciano seduto sul margine della buca, sembrava esausto e spaventato.

“ Oh, Luciano! – gli gridò – Che cos’è che hai?”

“ Niente.” Disse Luciano, senza guardarlo.

“ Cazzo, Luciano, se avessi ancora trent’ anni, questa staccionata la salterei senza nemmeno appoggiarci la mano, ma tu non stai bene. Se vuoi, vengo lì con te, perché magari non hai digerito, o non so.”

Luciano, il fiato corto, alzò gli occhi sul vicino.

Si mise in piedi a fatica e raggiunse la staccionata. La maglietta che indossava era madida di sudore, la sua faccia innaturalmente pallida.

“ Cos’ hai, eh? Ti senti male da qualche parte?” Si informò Giulio, apprensivo.

Luciano si deterse il sudore dalla fronte e sbattette più volte le palpebre.

“ Non so da quante notti, ormai, - rivelò a Giulio – dormo malissimo. Sogno mia madre da ragazza, quando aveva vent’ anni, massimo venticinque. Però io, nel sogno, ho l’ età di adesso. Mia madre è in un locale, buio e pieno di fumo, stile anni settanta. Siede al tavolo con un ragazzo più giovane di lei, e si capisce che stanno insieme. Io la vedo, lei mi vede, ma non sa chi io sia. Allora, mi avvicino, e il ragazzo che le tiene la mano ha qualcosa di strano, mi mette i brividi. Dico a mia madre chi sono, cioè che sono suo figlio, ma lei mi risponde che non mi riconosce, che non posso, in alcun modo, essere suo figlio. Ed ha ragione, dato che, nel sogno, sono io il più anziano. Poi, la parte che mi spaventa. Torno a quando ero adolescente, nel mio letto. Ho un’ eiaculazione involontaria, durante il dormiveglia. Ma quello schifo che mi esce è una cosa viva, dotata di coscienza, e striscia sul pavimento. Striscia come un serpente viscido, esce dalla mia cameretta, raggiunge la stanza di mia madre e mio padre, sale sul loro letto ed entra in lei mentre dorme. A quel punto mi sveglio, pensando a quale mostro partorirà.”

“ Oh, cazzo, Luciano, che sogno di merda! – esclamò Giulio, spaventandosi di fronte a una roba davvero bruttissima! Da malati gravissimi! – e ci credo che non stai bene! Se fai sempre ‘ sti sogni, non starai mai bene! Tremendo, porca puttana! Però, Luciano, ascolta un attimo: io lo so che ti stai impegnando molto con la tua buca e, per carità, non voglio mica dire che non sia importante, ma non ti farebbe bene smettere di scavare per qualche giorno? Guarda che, alla nostra età, certi sforzi si pagano.”

“ Non posso.” Rispose Luciano, categorico.

“ Dio santo, perché non puoi? A livello mentale, secondo me, ti sta scombinando.”

Luciano fece una smorfia strana, fra il disgusto e il dolore, e disse, con tetra vaghezza:

“ Sai? Fa freddo, lì in fondo, e non vedi niente, se non terra. La terra è sotto di te, attorno a te, e, a volte, ti sembra che sia anche sopra di te. Sono stanchissimo, scusa. Ciao, buonanotte.”

Mentre Luciano, a passi lenti, si dirigeva verso la porta di casa sua, Giulio scosse la testa, sconsolato.

‘È proprio matto. – pensò, mentre il suo sporgente addome ballonzolava al ritmo della testa – Sì, è proprio fuori totale, fulminato, pazzo da rinchiudere e buttare la chiave. Uno che sogna robe del genere, poi. Minchia, maniaco disturbatissimo da film dell’ orrore! Che peccato, era una così brava persona. Chissà che cazzo gli è successo…’

Nella prima parte della notte, Luciano non dormì. Rimase disteso sul letto, con la schiena dolorante, alla luce azzurra della radiosveglia. Guardò i numeri dal colore anomalo. Erano le tre e trentaquattro.

Decise di andare in bagno, di accendere tutte le luci, di accorciarsi i capelli a cinque millimetri, con la macchinetta regolabile, e di radersi il viso come mai aveva fatto prima, prendendosi tutto il tempo necessario per sembrare liscio e più giovane.

Finito di tosarsi, entrò in doccia, aprì l’ acqua tiepida e ci rimase per più di mezz’ ora, con gli occhi chiusi.

La sensazione fu idilliaca, e immaginò il paradiso così: una eterna e semplice pioggia ristoratrice, e l’ idea di essere puliti, puri, per sempre inondati da gocce limpide come rugiada.

Però, ad un certo punto, immaginò anche l’ inferno, e lo vide piccolo, una stanza buia e polverosa, con una vecchia sedia per aspettare, aspettare e aspettare qualcosa che non poteva esistere, perché quello era l’ inferno. Non immense eruzioni di lava e oceani di ghiaccio, solo un quadrato racchiuso da pareti strette, pieno di polvere e di ragnatele. Un posto dimenticato, dal quale non era concesso uscire. Forse, l’ inferno era una sorta di sconfinato alveare, con celle minuscole e sporche, e un dannato dentro ogni cella, solo, perduto, e pregare non sarebbe servito a niente, e neppure illudersi o chiedere perdono. Dovevi rimanere lì. Rimanere lì e basta.

Forse, lui lo meritava. Forse, tutti lo meriterebbero.

Fresco, limpido, mondato dalle sue colpe, Luciano uscì dalla doccia conservando sia l’ idea del paradiso che quella dell’ inferno.

Entrò nella camera da letto e aprì la finestra che dava sul giardino.

Era una villetta ad un solo piano, a pochi metri da lui c’ era il tunnel che stava scavando, con la struttura piramidale della carrucola a sovrastarlo. Intensamente, provò un sentimento simile all’ affetto, per la sua opera, e sorrise, pensando a quante ore ci aveva speso, e a quante avrebbe speso ancora per migliorarla.

Ma, quando chiuse la finestra, di nuovo si sentì altrove, nell’ oscurità della sua camera da letto, che era la sua e non era la sua. In un certo modo, sentì che quella stanza, quella casa, ogni suo particolare non gli apparteneva, non gli erano mai appartenuti.

Tutto il benessere che aveva provato nella doccia fu sul punto di sparire.

Però, quasi per difendersi dall’ angoscia che lo stava assalendo, rivolse ogni suo pensiero al tunnel. Immaginò quanto profondo sarebbe potuto diventare, e si compiacque all’ idea che avrebbe avuto davanti altri giorni, mesi per scavare, scavare finche’ non gli fossero mancate le forze.

Trovò bellissima, quella prospettiva, e anche dolce.

Dopo molte notti agitate, ben rasato, pulito, fresco, si distese sul letto e si addormentò profondamente, fantasticando su cose indefinibili, ma belle e dolci.

L’ inferno era una probabilità, ma non adesso, non nell’ immediato. Adesso, c’ era il tunnel che stava scavando e che avrebbe scavato ancora per molto, moltissimo tempo. Doveva soltanto non esaurire la terra. Il tunnel sì, era suo. Giorno dopo giorno, nessuno avrebbe mai potuto renderlo sempre meno suo, fino a portarglielo via. Senza dubbio, il tunnel era l’ unica cosa che gli appartenesse realmente.

Rimase suo, in effetti, e lo rimase per sempre, insieme all’ innaturale, folle e visionario mistero.

Ormai, c’ era gente che assisteva allo scavo senza alcun timore di essere scoperta, e si radunava in gruppetti disposti lungo lo steccato di Luciano.

“ Sta cercando… - dicevano – sta cercando qualcosa. Sta cercando qualcosa che vede solo lui, che non c’è, che non è reale.”

Ma, con il tempo, questa certezza, in molti, prese ad affievolirsi. Perfino i più scettici, talvolta, non potevano evitare una certa soggezione verso il tunnel, come se davvero si aspettassero che, all’ improvviso, dal nero assoluto e dal gelo, emergesse la ragione per la quale il loro eccentrico vicino si affaticava tanto. E non doveva per forza essere qualcosa di magnifico o di prezioso.

Ciò che inquietava, mano a mano, contagiò tutti. E più Luciano scavava, più una recondita e negata paura si insinuava nell’ immaginazione degli osservatori.

“ Non è una cosa normale, e non è un pazzo, proprio no.”

Ecco il serpeggiante timore che dilagò nel tranquillo quartierino di villette a schiera.

“ Non è pazzo, te lo giuro. – si mormorava - Un pazzo non potrebbe continuare a lavorare e a pagare le bollette come se niente fosse. Non è pazzo, te lo dico io. E sta cercando qualcosa che non ci spiega.”

Poi, più piano, appena sussurrandolo: “Dicono che arriverà con il buio…

Una notte, infatti, Luciano risorse dalla tenebra, e il suo volto non era mai stato tanto diverso da come si ricordava. Stravolto, pieno di polvere, gettò a terra il badile, si tolse i guanti da lavoro e si scosse la maglietta. Sembrava fosse stato immerso in un pozzo, rivoli di fango gli scivolavano dalla fronte e gli rigavano le guance, gli annerivano gli occhi scintillanti di un cocente entusiasmo.

Guardò il tunnel a pochi centimetri dai suoi piedi. Una enorme, incontenibile soddisfazione lo riempì di orgoglio. Pareva che, finalmente, avesse raggiunto un traguardo importante, nella sua vita. E la luce malvagia che gli brillava nello sguardo si trasformò in fierezza e anche in malinconica nostalgia per quel suo grande, grandissimo amore che, come tutti i grandi amori, devono fermarsi nel tempo, cristallizzarsi così come sono stati, prima che crollino e rovinino a terra, lasciando solo pietre troppo pesanti da spostare, lamiere ruggini e pezzi di vetro.

Rimosse la carrucola, pulì i bordi, li appiattì col badile, e non uno spione, quella notte, lo vide nel momento della massima gloria. Peccato perché, certi momenti, in una vita, capitano una volta sola.

Ma, a quel punto, la gente aveva paura di lui.

Nessuno, nei giorni successivi, osò più spettegolare su quello strano abitante di una dimensione diversa e fumosa, e nessuno mai volle discutere dell’ argomento. Ciò che per tutti, all’ inizio, era una semplice e inutile buca nella terra, divenne parte di un ignoto che le brave persone del quartiere temevano e preferivano non conoscere, perché così si vive, fino alla fine: guardando solo quello che è bello e facile e scontato guardare.

La non più innocua buca nella terra non poteva, in alcun modo, affascinare o incuriosire.

Poteva soltanto spaventare.

Rimase lì, e, col tempo, assunse i connotati di una cosa assurda e da evitare, senza un nome, senza un motivo. Era saggio non prenderla in considerazione, era saggio non definirla, perché, di sicuro, un motivo di esistere non ce l’ aveva, ma se, invece, l’ avesse avuto, sarebbe stato meglio non saperlo.

Venne chiamata soltanto: ‘ Il tunnel che Luciano scavò’.

Quando l’ abitatore dell’ ignoto finì il suo lungo e buio lavoro, in una notte di ultima estate, si sedette sull’ erba del piccolo giardino e attese l’ alba. Non aveva alcuna voglia di andare a dormire, e, in ogni caso, non era quella una notte per dormire. Provava troppe emozioni, e troppo contrastanti. La gioia, la soddisfazione, la malinconia, la consapevolezza che tutto passa e tutto si sgretola, che la felicità è il lampo di un attimo, che, alla fine, il guaio di ogni mistero sta nel fatto che esiste pur sempre un mondo prosaico e noioso al quale bisogna tornare.

Attese l’ alba e, quando arrivò, si sentì come un orfano, solo e disilluso, a chiedersi il perché di una luce così triste su questo vecchio mondo.


Carlo Baroni 20/11/2017 11:20 142

Opera pubblicata ai sensi della Legge 22 aprile 1941 n. 633, Capo IV, Sezione II, e sue modificazioni. Ne è vietata qualsiasi riproduzione, totale o parziale, nonché qualsiasi utilizzazione in qualunque forma, senza l'autorizzazione dell'Autore.
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I fatti ed i personaggi narrati in questa opera sono frutto di fantasia e non hanno alcuna relazione con persone o fatti reali.


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