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Storia di paese (L’ombra della magia nera) 34 Episodio

Fantasy

Il cielo cambiò improvvisamente e grosse nubi si affacciarono all’ orizzonte, s’ alzò il vento che smosse le foglie facendole ondeggiare. Si preannunciava un temporale e visto i lunghi mesi di siccità, sarebbe stato sicuramente violento. Assuntina disse: “ Si si metti a chiù viri ristamu ccà, jè megghiu chi ni nni amu apprima.”

La nipote: “ Si hai raggiuni, ma salutamu patri meu…”

Detto questo rientrarono in casa ma ancora il barone e Antonino non avevano finito di parlare. Rosalia chiamò Cicca dicendole di riferire al padre che loro se ne andavano prima dell’ arrivo della pioggia. Avevano percorso il lungo viale e stavano per varcare il cancello quando sentirono Antonino che chiamava Rosalia: “ Rusalia… Rusalia… ma quanta primura, si pozzu vi vulia accumpagnari, tantu facì emu a stissa strata…”

Lei tirò dritta senza rispondere, mentre al suo posto lo fece sua zia: “ Sentiti nun pi è ssiri tinta, ma nun jè beddu vì enire scortate da ‘ n carabbineri, si ci vì dinu a genti pinzanu mali…”

Così dicendo lo lasciarono come un citrullo in mezzo alla via ed a lui non restò che osservarle mentre si allontanavano in fretta, senza nemmeno un saluto. Assuntina guardò la nipote e si accorse che quel giovane la irritava tantissimo, ma non capiva il perché di tanto astio verso una persona pressochè sconosciuta. Non era da lei comportarsi in maniera maleducata, c’ era sicuramente qualcosa che sfuggiva alla sua comprensione. Le si rivolse domandandole: “ Rusalia, ti fici qualcuosa chistu nico picchì tu nun u po’ vì riri?”

La nipote: “ Nun mi fici nenti, sulu chi nun pozzu vì riri chi parra assà.”

Dopo questa lapidaria risposta si chiuse in un silenzio che non permetteva a nessuno di replicare. Assuntina sospirò rassegnata, ormai quella ragazza era sempre più difficile da comprendere e aiutare.

Mancava un bel pezzo di strada per giungere alla cascina, quando improvvisamente grosse gocce di pioggia iniziarono a cadere, le due donne insieme alla bimba affrettarono il passo, ma si scatenò una tempesta furiosa, che non le lasciò alternativa che rifugiarsi nel vecchio mulino, il quale si trovava sulla strada.

La porta si aprì con un semplice spintone e inzuppate d’ acqua dalla testa ai piedi entrarono, nella cucina c’ era il caminetto con della legna accatastata. Assuntina decise che avrebbero acceso il fuoco per asciugarsi gli abiti, se non volevano prendersi un malanno, anche perché la prima pioggia sembra essere sempre più fredda. Il fuoco lentamente si ravvivò riscaldandole, nel frattempo la piccola si mise a cuoriosare di qua e di là, mentre la mamma la richiamava più volte senza risultato. Alla bambina tutti quegli oggetti sparsi per casa le sembravano giocattoli, così felice continuò a gironzolare, quando vide una vecchia scatola nascosta sotto il letto, impaziente l’ aprì trovando nascosta una strana bambolina con tanti spilli conficcati dappertutto, provò a sfilarne uno e si punse, vedendo il sangue iniziò a piangere allarmando Rosalia la quale accorse e vedendo ciò che la figlia aveva trovato, esclamò:” Maronna biniditta!”

La bambola somigliava a lei, e capì subito di cosa si trattava era una bambolina voodoo, quelle che si credeva si usassero per effettuare sortilegi alle persone a cui si voleva fare del male. Chiamò subito la zia: “ Zia vè ni a vì riri cù osa avi attruvatu Rusalia…”

Assuntina vedendola si fece il segno della croce: “ Nun a tuccari, jittari jusu (giù, allura jè vì ero chi Munidda era ‘ na mà gara… Ma u vì eru cristianu a chisti cosi nun ci devi crì diri, c’è sulu unu chi bisogna sì entiri jè nnostru Signuri.” Disse quelle parole più per tranquillizzare se stessa che Rosalia, la vista di quella bambolina così somigliante alla nipote l’ aveva turbata tantissimo e anche se cercava di convincersi che queste cose non esistevano tuttavia era consapevole che il male c’ era ed aveva tante forme. Come per esempio Liborio, all’ apparenza un buon uomo rispettoso e gentile trasformatosi in un brutale assassino. Si rivolse a Rosalia: “ Amuninni e nabbotta (subito), chista jè ‘ na scurmu (casa) mariditta.”

Così si affrettarono ad uscire, finalmente aveva smesso di piovere e l’ aria si era rinfrescata, l’ odore della terra bagnata si era fatto pungente mescolato anche al profumo del fieno appena tagliato. Le due donne turbate da quello che era successo evitavano di parlarne, ma entrambe cominciarono a credere che fossero sotto l’ influsso di un grande sortilegio, e se tutto quello che era accaduto a Rosalia era frutto della magia nera?

No… non poteva essere, queste cose erano solo superstizioni dovute all’ ignoranza e soprattutto inventate per incutere paura nella gente fragile e credulona.

Scacciarono questi brutti pensieri e Rosalia si mise a canticchiare una canzone popolare per far distrarre la piccola che ancora si lamentava del ditino.

Bedda figliola ca ti chiammi Rosa, chi bbellu nome mmammate t’ ha misu

T’ ha misu u nome

Bbellu di li rose… lu megliu ciore di lu paradisu

Bedda figliola ca ti chiammi Rosa… a… aa

Bbella figliola ca ti chiammi Rosa… aaa

Passu di notti e ti salutu strata cu ‘ na vampa allu cori e vuci ardita

Puru nu salutu a tia finestra amata chi rintra c’è na rosa culurita…

Rosa chi dilli rosi ammuttunata, rosa ha tinutu in pedi la me vita!

Passu di notti e ti salutu strata… aaaaa.

La piccola ascoltava la mamma incantata e ripeteva a suo modo le parole, facendo un grande pasticcio di nomi e suoni. Giunsero a casa che era quasi mezzogiorno, giusto in tempo per preparare qualcosa per pranzo, Nino sarebbe arrivato a momenti, sicuramente aveva trovato riparo nella piccola costruzione di canne, dove i braccianti si riparavano in caso di pioggia improvvisa, proprio come era capitato quel giorno. Assuntina decise di cucinare qualcosa di semplice e veloce “ la pasta c’ anciova e ca muddica”, ovvero pasta con le acciughe e la mollica abbrustolita e per secondo le cannocchie (le cicale di mare) saltate in padella, la cui preparazione era molto facile. Il sole ora era alto nel cielo e i suoi raggi erano diventati ancora più infuocati dopo la tempesta, si era alzato lo scirocco che spazzando via le nubi aveva portato un caldo torrido.

Mentre la zia era occupata in cucina, Rosalia si era sistemata in giardino per sgranare i fagioli secchi dal baccello, e chiamando la figlia le aveva detto: ” Picciridda mo, vè ni cca a aiutari matri to… talia (guarda) comu fazzu iu.”

Così dicendo mostrò alla figlia come doveva fare, ma questa invece di darle una mano, prese i fagioli già sgusciati e li buttò in aria. A questo punto Rosalia perse la pazienza e furiosa le disse: “ Picciridda tinta puri tu nun mi vvoi beni, accussì mi ajuti, ù ora li arricù ogghi tutti…”

E visto che la piccola non ne voleva che sapere la spinse per terra, Rosalia spaventata si mise a strillare, non aveva mai visto la mamma talmente arrabbiata da diventare rossa in viso. Le sue urla arrivarono fin dentro casa, facendo accorrrere Assuntina la quale rimproverò la nipote: ” Rusalia ma chi facisti? Nun u viri chi jè nica?”

Lei piena di rabbia esplose: “ Si… jè nica? E iu cù osa ero? Chi mi facivati travagghiare da picciridda e guai si nun u facevo chiddu chi dovevo fari…” Assuntina la guardava con stupore, quella ragazza era piena di livore e rabbia verso tutti e tutto. Non se la sentì di replicare prese la piccola e rientrò in casa. Rosalia intanto continuava a ribattere: “ Allura nun mi arrispunni? Fuirisinni via comu ‘ cunigghiu? Arrispunni…”

Dopo aver urlato così tanto si rese conto di essere andata oltre, e scoppiò in lacrime.

Nino era appena tornato e vedendola piangere disse: “ E ù ora chi à utru c’è? “ Lei con il viso rigato gridò: ” Ninu, portami via da ccà… tropp’ assai arricordi amari pi mia…”

Lui le rispose con gli occhi da innamorato: “ Si nun vvoi cchiù vì viri ca ti portu via luntanu… e Assuntina?”

A Rosalia in quel momento non le importava che fine avrebbe fatto la zia, era troppo arrabbiata con il mondo intero, quindi rispose in un modo che non avrebbe mai fatto in altri momenti: “ Arrivau u momentu ri pinsari sulu a mia…” Detto questo rientrarono in casa, Assuntina occupata ai fornelli non le rivolse la parola e continuò a fare ciò che stava facendo, mentre la piccola giocava con Baffo, il piccolo micio bianco che le aveva regalato. Si sedettero a tavola nel più completo silenzio, ognuno chiuso nel proprio mondo fatto di fantasmi e ricordi.

Rosalia non riuscì a mandare giù un solo boccone, infatti disse: “ Mi duviti scusare ma nun haju fami…”

E se ne andò lasciando gli altri mortificati nel vederla talmente turbata da non poter nemmeno finire il pranzo. Assuntina sospirò dispiaciuta e rivolgendosi a Nino: “ Cam’ a fari? Aviri pacenza, ni avi passati assai … truoppu…”

Nino abbassò la testa sul piatto e continuò a mangiare, anche se un dubbio iniziava ad insinuarsi nella sua mente, stava facendo bene a sposare una donna che si vedeva bene che non l’ amava? E il suo amore era abbastanza forte per tutti e due? Cominciava a sentirsi stanco e sfiduciato, anche lui aveva il diritto di essere amato e non era certo che con il tempo lei lo avrebbe ricambiato. Dopo pranzo ritornò nei campi e per quel giorno evitò di incontrare Rosalia. Nel primo pomeriggio ebbero la visita di Don Anselmo, si avvicinava la festa di santa Rosalia, che anche se era una celebrazione prevalentemente di Palermo, si ripeteva ogni anno anche in quel piccolo paese della provincia di Catania in seguito ad un ipotetico miracolo avvenuto proprio lì da parte della Santa, quindi andava casa per casa in cerca di donazioni, e si recò anche presso la cascina.

Il sacerdote, dopo la visita della marchesa non era più lo stesso, era caduto in una profonda crisi spirituale, mettendo in dubbio i principi fondamentali del sacerdozio, come ad esempio la confessione e le sue limitazioni. Tuttavia cercava di adempiere lo stesso al suo compito di uomo della chiesa, ma senza quell’ entusiasmo e grinta di prima. Dunque, quando quel giorno si era trovato nei pressi della casa di Rosalia aveva avuto un tentennamento se andare o meno. Si sentiva in colpa per non aver avuto il coraggio di parlare e così evitare l’ ennesimo delitto di quella donna malvagia, ma poi si fece forza e si avviò. Trovò Assuntina e Rosalia che continuavano a sgranare fagioli, le donne appena lo videro smisero subito e gli andarono incontro.

La zia disse: ” Don Anselmo chi preju vedervi, purtati ‘ n po’ ri santità pi chista casa… dovete benedirci, ni avemu tantu bisù ognu…”

Assuntina voleva parlargli di quello che avevano trovato nella casa di Munidda, la bambolina piena di spilli, anche se era sicura che l’ avrebbe sgridata, la chiesa condanna queste cose. L’ uomo le benedì con il segno della croce e poi rispose: “ Santi supra chista terra nun ci ni sunu… sugnu cca pri la festa ri santa Rusalia, vuatri ogni annu siti stati generose…”

Rosalia: “ Ciertu Don Anselmo, trasiti..”

E gli fecero strada in casa, si sedette dicendo: “ Mi dati ‘ n bicchieri d’ acqua, chista camminata mi fici vì eniri siti.”

Assuntina: “ Chi fussi mai chi vi lassu moriri ri siti, Rusalia pigghia chidda gazzusa fridda, allura… Don Anselmo vuatri u sapiti quannu sunnu devota a santa Rusalia ma chistu annu vi pozzu rari pochi piccioli, picchì si marita me niputi e ci sunnu tanti spisi.”

A sentire questa notizia il prete si rallegrò, voleva bene a quella ragazza sfortunata e sapere che finalmente aveva trovato qualcuno che le voleva bene sul serio era un grande gioia per lui.

Don Anselmo: “ Chista jè ‘ na bì edda nutizzi e quannu aviti decisu?”

Assuntina si sentì rispondere: ” U jornu ri santa Lucia..”

Rosalia guardò la zia, quindi aveva già definito, senza dirle niente, lo sapeva che non vedeva l’ ora di vederla sposata, dunque da lì a poco sarebbe diventata la moglie di Nino Sanfilippo.

Il sacerdote: ” Sunnu filici pi tia, figghia meu, almì enù attruvi ‘ n picca ri paci…”

Assuntina gli diede l’ offerta, lui ringraziò dicendo: ” Chi u Signuri, vi possa rari tuttu chiddu ri cui aviti bisù ognu, saluti e paci.”

Stava andando via, quando Assuntina ci ripensò e richiamandolo gli disse:” Vi pozzu parrari…?”

Lui spaventato da ciò che poteva dirgli rispose: “ Jè mpurtanti? Picchì mi nn’ a iri…”

Assuntina:” Unu momentu sulu…”

Lo prese in disparte e mandò la nipote a finire il lavoro, rimasti soli lo mise al corrente della bambolina e della sua somiglianza con la nipote. Nell’ ascoltare ciò, divenne paonazzo e facendosi la croce più volte esclamò: ” Maronna addolorata… Signuri misericordioso cù osa mi tocca sì entiri da chista vucca cristiana… vattinni luntanu ri me… “

E sbraitando con le braccia al cielo se ne andò di corsa. Assuntina si aspettava una reazione ma non fino a quel punto, restò senza parole e poi borbottò: “ Jè fù ora capu…” E scuotendo la testa ritornò da Rosalia.

I giorni seguenti trascorsero in modo tranquillo, occupandosi dei raccolti e della cascina, fino al giorno della festa di santa Rosalia, com’ era consuetudine oltre ai riti religiosi che comprendevano la celebrazione della messa, si svolgeva anche la processione della statua per le vie del paese, inoltre si teneva anche una piccola fiera dove si vendevano le cose più svariate dagli ombrelli, ai cesti di vimini, alle stoffe colorate nonché alla vendita di animali domestici, quali polli, conigli e così via.

Il piccolo centro veniva addobbato con le luminarie, piazzate nelle vie principali e la gente esponeva il quadro della santa sui balconi in segno di devozione. Era un momento di grande gioia, atteso da grandi e piccini, tanto è vero che tutti si preparavano per l’ evento che aveva non solo carattere religioso ma anche sociale, in quanto era una delle poche occasioni in cui le ragazze potevano uscire e farsi vedere da qualche bel giovane per ricevere attenzioni e proposte di matrimonio. Dunque anche nella cascina erano in fibrillazione per l’ arrivo della festa, soprattutto Assuntina, la quale ne approfittava per portare i suoi prodotti al mercato e venderli, forniva i banchi di frutta e ormai essendo molto conosciuta, i venditori compravano tutto ciò che portava loro. Giunto il giorno, si vestirono a festa, Rosalia indossò un abito sempre a lutto ma di un tessuto prezioso, un rasatello nero, che scivolava morbido sulle sue curve perfette e la rendeva decisamente sensuale, accompagnato da un velo di pizzo. Era talmente bella da togliere il fiato, solo il viso pallido mostrava i segni di una profonda tristezza, un mal di vivere che ormai aveva preso possesso della sua anima.

Così pronte s’ incamminarono verso il paese, Nino le avrebbe raggiunte in seguito, aveva ripreso il caldo e la piccola iniziò a piangere perché era stanca e voleva essere presa in braccio. La mamma faceva finta di non ascoltarla e tirava dritta. Quando sentirono il rumore di un carro che si avvicinava, si girarono e videro che era il barone, il quale si fermò e chiese alle due donne se volevano essere accompagnate. Non se lo fecero ripetere due volte e salirono, Rosalia prese posto accanto al padre sentendosi orgogliosa di essergli accanto. D’ altra parte lui era felice di sapere che la figlia aveva sotterrato i suoi dissapori accettandolo. Arrivarono in piazza fra gli sguardi incuriositi dei paesani, oramai tutti sapevano e la guardavano con rispetto, nonostante ancora i più vecchi la consideravano essere una donna dai costumi facili. Assuntina in breve tempo vendette tutte le sue verdure e poi con la nipote entrò in chiesa per la messa, mentre il barone se ne andò per la sua strada. La santa era posta al centro della navata, venerata da tutti i presenti i quali chiedevano la grazia per qualche miracolo:

Rusalia, Rusalia,

prea a Gesù e a Maria.

A si quattru cantuneri

Ci su quattru beddi artari.

Luciferu cu tia nun si potti cuntrastari;

di peni e guai n’ aviti a scanzari,

di tirrimotu

nun c’ essari chiù.

E decimila voti ludamu

Santa Rusalia

E ludamu tutti uguali

Chi Diu ni scanza d’ ogni mali.

In questo modo recitavano la preghiera alla Santa, lodando il suo nome e la sua santità.

Don Anselmo stava accendendo i due grandi ceri posti ai lati dell’ altare addobbato a festa, nei grandi vasi, rose peonie senza spine, dai colori dei più disparati dal giallo, bianco, rosa fino ad arrivare al rosso vermiglio. Altrettante ghirlande facevano da cornice alla statua.

La campana suonò più volte, richiamando i fedeli alla funzione che da lì a poco sarebbe iniziata. Loro, come sempre presero posto all’ ultimo banco e in devoto silenzio iniziarono a recitare il santo rosario prima che Don Anselmo celebrasse la messa.

Rosalia guardava la statua e in cuor suo le chiese: “ Santa bì edda rici cù osa haju a fari, nun vogghiu cianciri tutta a vituzza e rendere puri malammuratu (triste) mo figghia…”

Mentre supplicava la santa di aiutarla, fecero il loro ingresso in chiesa anche i carabinieri vestiti in alta uniforme, in quanto era consuetudine che dopo la santa messa, avrebbero accompagnato la processione per il paese.

Si collocarono ai lati dell’ altare cosicché da lì potevano vedere tutti i presenti, Antonino si accorse subito di Rosalia e il suo cuore fece le capriole, cercò inutilmente il suo sguardo ma la ragazza sembrava non vederlo. Deluso evitò di fissarla per non fare la figura dell’ imbecille tuttavia la sua decisione non durò a lungo, perché non riusciva distogliere lo sguardo da quella meraviglia.

D’ altro canto Rosalia si era accorta benissimo dell’ arrivo dei militari ma volutamente cercava di non guardarli facendo l’ indifferente… vedendo che Antonino la fissava disse fra sé: “ Ma talia chistu... chi voli da meu… chi taliasse peri peri chi ci sunnu tante bedde fimmine ca… mi fa fari piccatu… speriamo chi a genti nun u vadda (non lo vede).”

Ma quanto si sbagliava, gli sguardi di Antonino non passarono inosservati e i paesani iniziavano a spettegolare, cummari Nunziatina stava dicendo a cummari Nuruzza: ” Vidisti comu u carabbineri, chiddu cu u mustazzu… talia chidda picca ri bonu chi jè Rusalia… Ma nun c’è cchiù scantu ri Diu…”

E poi ancora: “ Ma nun era zita? Cu pari… chiddu chi travagghia a cascina… Ninu pari si ciama… puvureddu lu fici cuinnutu( cornuto) à ncura primu ri matrimoniu… e lu sacciu chi u lupu appizza (perde) li pila e nun lu vizio…”

Il loro vociare fu interrotto dal richiamo del sacerdote: “ E vuatri dui… unni siti? A la fiera? Chista jè a scormu du Signuri… e ci voli rispì ettu si no iti fù ora…” Tutti si voltarono verso le due comari che abbassarono lo sguardo dalla vergogna.

Dopo che si concluse la funzione e i fedeli iniziarono ad uscire per la processione, i carabinieri posti davanti, seguiti da Don Anselmo. Quando attraversarono la parte centrale della chiesa, passarono davanti a Rosalia e fu in quel momento che Antonino finalmente incrociò il suo sguardo. I loro occhi si dissero più di quanto avrebbero potuto dire a parole, lui innamorato perso e lei, no… non sembrava ostile ma solo spaventata, aveva tanta paura di quello che poteva provare, paura di innamorarsi nuovamente e soffrire, paura di restare delusa e per questo aveva costruito un muro fra lei e l’ amore.

Intanto fuori nella piazzetta l’ aspettava Nino, anch’ egli vestito a festa, si accodò accanto a lei e seguirono il corteo. La banda musicale del paese iniziò a suonare mentre i devoti intonavano il canto: “ O Rosa fulgida, che dolce olia, o giglio candido, spruzzato d’ or… Fiore freschissimo, o Rosalia, accogli il palpito del nostro amor.”

Nino era fiero di mostrare a tutti che Rosalia era la sua promessa sposa e che nessuno poteva ormai dividerli. Al contrario lei si sentiva a disagio, averlo accanto le procurava un sottile malessere che anche se si convinceva sarebbe passato una volta sposati, non la tranquillizzava anzi accresceva in lei l’ ansia.

Più tardi fecero un giro fra le bancarelle della fiera e Rosalia si fermò a comprare dello zucchero a velo alla sua piccola che impaziente aspettava che il bastoncino si ricoprisse tutto di un soffice battuffolo zuccherato… si avvicinò Antonino e le disse: “ Si permetti vogghiu comprarlo iu a chista bì edda picciridda…”

Prima che Rosalia potesse rispondere, lo fece Nino il quale contrariato dall’ intrusione del carabiniere rispose: “ Nun c’è bisù ognu chi vi scomodate, ci sunnu iu pri la picciridda…”

Antonino: “ Nuddu prublema, lu fazzu ri vuluntà…”

E così dicendo porse il denaro al venditore. Rosalia restò inerme, non sapeva come comportarsi anche perché non intendeva far capire a Nino che si erano parlati più volte, quindi ringraziò e continuò la sua passeggiata. Nino aveva cambiato umore era taciturno e soprattutto infastidito della confidenza che si era presa Antonino. Non si era mai visto che un altro uomo guardasse anche solo per un istante una donna già impegnata, era da considerarsi un affronto quasi come se un semplice sguardo l’ avesse profanata perché si considerava la propria femmina di proprietà esclusiva del marito o promesso sposo.

Quindi mantenne un atteggiamento offeso anche nei riguardi di Rosalia, infatti pensava che se il carabiniere si era permesso a tanto, vuol dire che era stato incoraggiato da lei. Niente di più falso ma nella sua mente era convinto di ciò. Rosalia aveva capito il perché Nino fosse così arrabbiato e com’ era sua abitudine lo affrontò di petto.

“ Aù Ninu… ti fici qualcuosa? Hai ‘ n mussu chi para chi ti jè morta a matri.”

Lui non aveva nessuna intenzione di aprire il suo cuore, quindi rispose: “ Annumu si jè fattu tardu e a nica jè stanca…” Rosalia annuì e dopo aver trovato Assuntina che si era fermata a parlare con sua cugina Cettina, la quale era venuta in paese in occasione della festa, si avviarono verso casa.

Durante il tragitto, Assuntina disse loro: “ Pi u matrimoniu duvimu mmitari macari a cucina Cettina, si no ci a facì emu nemica… e dopu puri i parenti ri Torremare…” A quel punto Rosalia rispose stizzosa: “ Zia iu vogghiu ‘ nu matrimoniu cu picca genti, anzi nuatri suli… cchiù miu patri… nun mi sunnu dimenticata chi jè morta Totuccia…”

La zia rispose dispiaciuta:” Figghia mo ci si marita ‘ na vota sula rintra a vituzza e avi è sseri ‘ na cuntintizza nun ‘ n sipurtura (sepoltura).” Nino guardò la sua futura sposa e non vide felicità nei suoi occhi ma tanta… tanta tristezza.

Rosalia ribadì: “ T’ haju rittu chi nun vogghiu nuddu, e chiudimu chistu parrari.”

Sia la zia che Nino non cercarono più di convincerla e rammaricati per il suo atteggiamento, continuarono silenziosi il cammino.

Anna Rossi 29/09/2021 04:12 1 101

Opera pubblicata ai sensi della Legge 22 aprile 1941 n. 633, Capo IV, Sezione II, e sue modificazioni. Ne è vietata qualsiasi riproduzione, totale o parziale, nonché qualsiasi utilizzazione in qualunque forma, senza l'autorizzazione dell'Autore.
La riproduzione, anche parziale, senza l'autorizzazione dell'Autore è punita con le sanzioni previste dagli art. 171 e 171-ter della suddetta Legge.

I fatti ed i personaggi narrati in questa opera sono frutto di fantasia e non hanno alcuna relazione con persone o fatti reali.


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«L’Autrice è riuscita ad inserire in questo episodio, come sempre affascinate, una delle canzoni più belle in lingua Siciliana, dal titolo, Kunsertu dei Mokarta... infatti, la canzone che la bellissima Rosalia canta alla figlia è dedicata ad una ragazza di nome Rosa...
In questo episodio spunta una bambola che assomiglia alla povera Rosalia... ma non è una semplice bambola che si usa per giocare... è una bambola voodoo utilizzata per effettuare sortilegi alle persone a cui si vuole fare del male. Un altro pensiero in più per la sfortunata ragazza.
Ma in questo episodio appare palese la tristezza di Rosalia... a breve si sposerà, ma la tristezza nel suo cuore regna sovrana. E la colpa di chi è? Antonino, il giovane carabiniere... l’amore è nato»
Giacomo Scimonelli

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Il brano dei Mokarta è stupendo... ascoltalo... (Giacomo Scimonelli)

E dopo questo episodio,tifo ancora di più (Giacomo Scimonelli)

per Antonino...solo lui potrebbe renderla felice.. (Giacomo Scimonelli)

Il giovane carabiniere riesce ad innervosirla solo (Giacomo Scimonelli)

con un semplice sguardo... il nervoso nasce dalla (Giacomo Scimonelli)

paura di innamorarsi perdutamente... (Giacomo Scimonelli)

Romanzo sempre più appassionante... colpi di scena (Giacomo Scimonelli)

a non finire... Un abbraccio, Anna... (Giacomo Scimonelli)



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