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Senza sangue non c'è gloria

Horror

Senigallia, provincia di Ancona. Un banale palazzo nell’ultima sera del 2010. In casa Masi sta per essere servita la cena. Un cena scarna, non adatta all’occasione, erosa dai problemi economici che affliggono la famiglia. Tre persone e un gatto. Tutto qui. Anselmo, ferroviere in pensione, Sandra, sua moglie, che non ha mai lavorato o meglio che ha sempre sgobbato come una schiava per il marito, Filippo, il loro unico figlio depresso, e infine il siamese di nome Jack, grasso come un maiale che ha smarrito i testicoli alcuni anni fa. Ma è stato per il suo bene, non ha fatto che ripetere Sandra per diversi mesi, è stato per il suo bene.

La cena che i tre stanno per consumare è semplice, poiché l’intero nucleo familiare si regge unicamente sulla pensione di Anselmo. Una pensione che fatica a correre appresso alla vita.

Filippo, infatti, pur avendo venti anni non studia e non lavora. Lo studio lo ha abbandonato dopo il liceo, mentre il lavoro non riesce proprio a trovarlo. Perché c’è la crisi economica e nessuno gli dà un cazzo di niente. Per questo è sempre rabbuiato e prende dei farmaci. Troppi farmaci. E beve.

Ma questo cerca di non darlo a vedere, almeno a suo padre che già gli dà del fallito, figurarsi se sapesse che è diventato un ubriacone. Però non è facile fingere, non è semplice far finta di essere lucidi quando non lo si è affatto. C’è il problema dell’alito, ma soprattutto c’è il fatto che spesso, dopo che ha bevuto qualcosa di forte e ha ingurgitato qualche pastiglia, compare qualcuno o qualcosa che gli parla ma che molto probabilmente non è reale. O forse non appartiene a questo mondo.

Allora Filippo diviene ancora più confuso, anche perché lui la vede bene quella cosa, si confida, si sfoga, per cui è quasi sicuro che esista. Ma per Sandra non è così, e quando lo ha beccato a parlare con Ivan, questo è il nome dell’entità, lo ha portato subito da un altro specialista che gli ha rifilato altri farmaci che si sono meravigliosamente sposati con altro alcool e con altri insulti paterni.

Così Filippo è precipitato in un vortice oscuro, in un tunnel senza fine in cui solo Ivan può aiutarlo. Già, solo lui.

Peccato soltanto che non esista, gli sta obiettando Filippo, chiuso nella sua minuscola camera dalle pareti verdi.

“Quante volte te lo devo ripetere che sono reale?” sbotta Ivan.

“Mia madre dice di no.”

“Fregatene, cazzo. Fregatene.”

“Non so, non ci capisco una sega” si lamenta Filippo.

“Non trovarmi altre scuse. Ne abbiamo già parlato a lungo, no?”

Filippo non regge quello sguardo e bofonchia qualcosa.

“Finalmente ci siamo. Questa sera sarà memorabile” sentenzia l’entità.

Ma il ragazzo non pare convinto. Sembra esitare. Ivan gli si avvicina, scuotendolo con decisione.

“Vuoi continuare a vivere in questa merda?”

“No, certo che no” Filippo non riesce proprio a guardarlo in faccia.

“Allora devi fare quello che abbiamo stabilito.”

“Ho paura” pigola Filippo.

“Preferisci che Anselmo ti dia del fallito in eterno?”

“Senti Ivan, ci ho pensato. Forse sarebbe meglio rimandare.”

Qualcuno bussa alla porta. E’ Sandra che lo avvisa che la cena è pronta.

“Vengo, vengo” le risponde il ragazzo stancamente.

“Fai quello che abbiamo deciso. Quello che è necessario” Ivan s’interrompe prendendogli le mani. “Senza sangue non c’è gloria. Ne abbiamo già discusso, mi pare.”

Filippo si alza in piedi e va verso la scrivania. Tira fuori una pistola che si era procurato tempo addietro per quello scopo. Ancora non riusciva a capacitarsi di come sua madre non l’avesse trovata. Un miracolo ecco quello che era accaduto, e la donna non aveva mai aperto quel contenitore di metallo che la custodiva. Forse però aveva ragione Ivan, e quella era l’ennesima prova che il destino tifava per lui.

Vedendolo con quell’arma in mano Ivan continua a incitarlo al sangue, continua a prospettargli la necessità di quel sacrifico.

“Diventerai famoso, diventerai qualcuno.”

Filippo non risponde ma si limita a fissare quella pistola. Toglie la sicura.

“Non ancora. Pazienza, pazienza” ripete Ivan che forse non esiste. “Aspettiamo i botti di mezzanotte così nessuno potrà sentirci.”

“Okay” gli fa Filippo con un’espressione stramba. “Okay.”

Il ragazzo mette giù l’arma e si reca in cucina. La tavola apparecchiata lo invita al pasto.

I suoi genitori sono già seduti, e Anselmo mastica di gusto. Non lo ha aspettato neanche per l’ultima cena dell’anno.

Filippo si mette a capo tavola; è altrove ma odia suo padre. Prende coltello e forchetta e inizia a mangiare. Anselmo lo detesta, lo ha sempre detestato a quanto ricorda, poiché non lo ha mai capito. Non lo ha aiutato a crescere, non lo ha sostenuto durante gli anni del liceo e adesso, da almeno due anni non smette di fargli pesare quella sua condizione di disoccupato. Soprattutto non smette di dargli del fallito. Perché, cazzo, non capisce che le cose non sono più come una volta Filippo non riesce a comprenderlo. Ma forse lo fa volutamente, visto che desidera soltanto buttarlo fuori di casa, e l’unica cosa che lo trattiene è sua madre. No, uccidere Anselmo non è un problema, non lo è mai stato. Neppure far fuori Jack comporterebbe particolari sensi di colpa, dopo tutto si tratta solo di un vecchio gatto castrato e per giunta rincoglionito. No, l’unica difficoltà si chiama Sandra, e lui non sa come fare. All’improvviso compare Ivan, che gli si siede davanti mostrandogli l’ora.

Sono appena passate le nove, e lui ha ancora tre ore per convincersi a usare quella pistola.

Filippo con un gesto gli fa capire di lasciarlo stare.

La cena fila via tranquilla, con suo padre che guarda il telegiornale e con sua madre che parla senza che nessuno l’ascolti. Bel modo di trascorrere l’ultima sera della propria vita, medita Filippo, sgranocchiando delle patatine. Intanto Ivan gli è sempre davanti e gli sorride. Dai suoi denti aguzzi iniziano a colare delle gocce di sangue sulla tovaglia. Una dopo l’altra, lentamente, molto lentamente, fino a formare un grande cerchio. Filippo è abituato alle sue stranezze, quando però vede materializzarsi in quella pozza di sangue il viso di Sandra si sente gelare, e non è in grado di controllarsi.

“Non posso ucciderla, Cristo!” si lamenta.

“Hai detto qualcosa, caro?” gli domanda sua madre.

Anselmo si volta verso di lui, e lo considera per la prima volta da quando si è seduto a tavola.

“Cosa hai detto?”

“Niente, niente, scusatemi” tenta di giustificarsi Filippo. “Non mi sento bene, e non so quel che dico.”

“Saranno quelle tue medicine da ritardato” aggiunge suo padre. “Se combinassi qualcosa di buono nella vita non ti sentiresti una merda, cazzo. Guarda come sei ridotto...”

“Dai lascialo perdere” fa Sandra. “Lascialo stare almeno stasera.”

“Guarda tuo figlio... Guarda che fallito che è diventato!”

A quel punto Anselmo si alza sbattendo la sedia, e si reca in terrazzo a fumare. Filippo rimane seduto, non abbocca a quella provocazione. Adesso sta soltanto piangendo, mentre sua madre cerca di consolarlo.

Nel frattempo Ivan posa sulla tavola quel manoscritto che il ragazzo aveva appena terminato di scrivere. Pure questo di nascosto, all’insaputa dei suoi genitori anche se non si trattava di una pistola.

“Mettilo via” gli urla Filippo.

Ma Ivan non batte ciglio, e gli ricorda ancora una volta il loro piano: ucciderli tutti, senza pietà, per poi farli a pezzi e gettarli dal balcone del salone dopo la mezzanotte. In questo modo lui sarebbe diventato famoso e avrebbe pubblicato quel manoscritto di poesie. Nessuno gli avrebbe chiesto soldi dopo quel gesto. Quanto alla prigione non era un problema, tanto con la vita che conduceva non rinunciava a niente. Perché Filippo era solo, solo con la sua solitudine e con la sua malattia. Niente fica e niente amici. Fortuna che c’era lui, Ivan, che gli sarebbe stato accanto persino in galera.

“Con chi stai parlando?” Non fa che domandargli Sandra. “Con chi parli?”

“Lasciami stare” le risponde Filippo continuando a piangere. “Lasciami stare.”

E se ne va in camera.

Sandra vuole corrergli dietro, ma sopraggiunge Anselmo che la dissuade.

“Che si fotta, cazzo, che si fotta. Tuo figlio è troppo molle... Sembra una femminuccia, Cristo. Non ha ancora capito che il mondo va preso per le corna. E pensare che io alla sua età….”

Ma Sandra se ne va in cucina, a disperarsi per quel figlio così fragile e per quel marito troppo duro che si raddolcisce soltanto quando vuole scopare.

Le tre ore successive scorrono a poco a poco. Soprattutto scorrono monotone con Sandra che tenta per due volte di farsi aprire la porta della camera ma inutilmente, con Anselmo che non la smette di imprecare e di fumare, e con la televisione che manda in onda programmi stupidi o vecchi film di venti anni prima. Filippo riesce perfino ad addormentarsi per una mezzora. Probabilmente avrebbe dormito fino all’indomani, ma ci pensa Ivan a svegliarlo alle undici in punto.

“Avanti, forza. E’ ora di pubblicare il nostro piano su internet.”

Filippo ancora intontito fa quello che gli viene chiesto. Si immerge nella grande rete, e diffonde su ogni social network a cui è iscritto il seguente messaggio: “Senigallia, 31/12/10, ore 23:15. Salve a tutti, sono Filippo Masi e desidero auguravi Buon Anno. Sappiate che ucciderò i miei genitori, e ne getterò i pezzi dalla finestra del salone poco dopo la mezzanotte. Domani sarò già una celebrità.”

Qui si ferma. Pare che cerchi qualcosa nella mente.

“Il nostro motto” lo ammonisce Ivan. “Inserisci il nostro motto.”

Filippo esegue. Scrive: “Senza sangue non c’è gloria.”

“Bene” fa l’entità. “Adesso preparati.”

Filippo apre la finestra della stanza dalle pareti verdi inspirando l’aria della notte. Fuori pulsa un’orgia di luci e di addobbi natalizi. Si sentono già i primi botti. Il silenzio violato si apre alla fine dell’anno. Lui rimane a contemplare quel nulla fino a mezzanotte meno dieci. La notte sa di festa.

Dal salone giungono le voci di suo padre e di sua madre che litigano. Non si accorgono che il 2010 è ormai agli sgoccioli, non si accorgono di lui che è armato.

“Andiamo, è il momento” fa Ivan.

Filippo chiude la finestra e prende l’arma. Si assicura che sia carica e toglie di nuovo la sicura.

Apre la porta della stanza e cammina lungo il corridoio. Non prova nulla, non pensa nulla.

La paura è evaporata e la mente è un punteruolo di cristallo. E’ priva di pensieri, senza umanità. Occorre fare quello che è necessario. "Senza sangue non c’è gloria".

In ogni caso Ivan gli è sempre vicino, è su di lui, è dentro di lui e lo sostiene, lo incita, lo sprona e lo rassicura. Giunto nel salone Sandra gli va incontro.

“No, fermati” le grida suo marito.

Ma la donna non lo ascolta, e si getta sul figlio per confortarlo.

“Perdonami mamma” latra Filippo. La sua voce appartiene al metallo.

Spara: uno, due, tre, quattro colpi che bucano il suo essere. La donna stupefatta si spegne a terra in un fiume di sangue. Diventa una bambola floscia nel giro di un lampo. Una bambola floscia che perde dolore.

“Ora tocca a te, maledetto” urla Filippo a suo padre.

Ma Anselmo gli lancia un’ascia che lo centra nel petto. Filippo barcolla, inciampa e crolla a terra. Anselmo è su di lui. Pare una furia, una furia assetata di vendetta. L’uomo estrae l’arma dallo sterno del figlio che urla. Lo guarda un momento. L’attesa vive di morte. Solleva la scure in alto, poi la cala su Filippo con tutta la forza che ha. La testa del ragazzo esplode, e sangue e cervella dissetano il pavimento. Il sangue lo eccita, lo ha sempre eccitato e Anselmo continua a colpire, a colpire, a colpire. Quando finalmente si ferma, Filippo è stato trasformato in qualcosa di diverso.

In un ammasso di carne squartata, dilaniata, spezzata in maniera spaventosa.

I resti maciullati e sanguinolenti invocano terrore. Una mano è finita su una parete. Pare incollata ma poi si muove e scende fino a terra, tracciando un arcobaleno di sangue sul muro.

Anselmo la guarda quella mano e impreca. Un istante dopo crolla e si abbandona all’abisso.

“Te l’avevo detto che questa sera voleva ucciderti” interviene Ivan.

Ma Anselmo non risponde nulla.

“Ti avevo avvertito ma non volevi credermi. Vedo che almeno hai seguito il consiglio dell’ascia.”

L’uomo però è una statua di sale. Non parla a quell’essere. Chi diavolo è veramente?, si domanda per l’ennesima volta.

Sul pavimento nota la pistola del figlio. Potrebbe prenderla e sparargli. Potrebbe. Mai ci ripensa tanto sa che sarebbe inutile. Allora raggiunge il cadavere di Sandra e l’accarezza, la bacia e le parla.

“Tu che lo amavi, tu che lo difendevi... Guarda come ti ha conciato porca troia! Hai capito adesso perché lo detestavo, cazzo? Voleva ucciderci Sandra... Voleva farci fuori quello stronzo!”

Ivan guarda Anselmo, gli occhi si fanno di fuoco.

“Sì, lo so... Ancora un attimo per Dio!”

La bacia di nuovo, la stringe a sé e beve quel sangue che esce dai fori dei proiettili.

Perché forse ancora l’amava, perché sicuramente gli faceva dei pompini da sballo.

Il sapore del sangue ha il potere di farlo tornare padrone di sé. Anselmo si rimette in piedi, guarda la sala che emana paura e che è ornata con gli avanzi di Filippo. Quindi si concentra su Sandra.

Potrebbe anche dormire, riflette, se non fosse per quei fori che continuano a buttare sangue.

“Avanti” gli ordina Ivan.

Allora l’uomo riprende l’ascia e colpisce anche il corpo di sua moglie. La apre, la fa a pezzi.

Lui, orrendo macellaio degli affetti più cari. Altri brandelli di carne, altre ossa schiantate rotolano su quella superficie. Poi afferra quelle mostruosità, e le pone all’interno di sacchi di plastica neri come la follia. Prima di recarsi in cantina per riporle nell’ampio congelatore, Anselmo guarda l’orologio a muro. Le due in punto. Le due del 1 gennaio 2011.

“Buon anno” fa a Ivan.

Adesso sembra sollevato, quasi di buon umore.

Quello gli risponde a sua volta. Il portone blindato si apre e Anselmo chiama l’ascensore.

Con prudenza sparisce nelle viscere del palazzo. Nella sala è rimasto Ivan. Da solo.

Arriva Jack che allunga il naso su un grumo di sangue che sembra uno sgorbio di collina.

Uno sgorbio in miniatura. Intanto la puzza di morte è intensa e ha conquistato lo spazio.

Il gatto dimentica presto quel grumo, e si dirige dietro lo stereo. Ha trovato qualcosa. Mangia. Probabilmente è carne ancora calda.

“Vieni qui bello, vieni” gli fa Ivan.

L’animale non esita, ed è subito sulle sue braccia. Guarda l’entità con fare interrogativo; forse è impaurito. Comunque ha il muso completamente sporco. E rosso.

“Sì, Jack, il tuo padrone è impazzito, hai proprio ragione... Guarda cosa ha combinato. Temo che voglia uccidere anche te.”

Al suono di quelle parole il gatto si gonfia e mostra gli artigli.

Ma Ivan non si scompone. Non lo molla e prosegue quella litania di morte.

“Magari gli tagli la gola nel sonno con queste unghie... Magari anche stanotte. Vedrai, ti aiuterò io. Sarà bello.” Qui si ferma scrutando la cattiveria del felino. “Senza sangue non c’è gloria.”

Dei bagliori improvvisi illuminano la stanza. Sono fuochi tardivi che rallegrano l’esterno.

Jack però è ancora spaventato. Vuole fuggire.

“Non sei forse d’accordo?”


Mio Miao 06/06/2011 08:51 1396

Opera pubblicata ai sensi della Legge 22 aprile 1941 n. 633, Capo IV, Sezione II, e sue modificazioni. Ne è vietata qualsiasi riproduzione, totale o parziale, nonché qualsiasi utilizzazione in qualunque forma, senza l'autorizzazione dell'Autore.
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I fatti ed i personaggi narrati in questa opera sono frutto di fantasia e non hanno alcuna relazione con persone o fatti reali.


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