Autore Topic: CHARLIE  (Letto 4835 volte)

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Offline poeta per te zaza

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CHARLIE
« il: Sabato 10 Gennaio 2015, 21:40:31 »
Ieri ho letto questo articolo su "La Stampa" a firma Elena Loewenthal, che ho sentito di condividere
e ho pensato di postarlo qui, anche per i lettori di Scrivere:

"Io non sono Charlie. Libertà è anche essere diversi."
di ELENA LOEWENTHAL


Io non sono Charlie. Nessuno di noi lo è più, ormai. Se le manifestazioni di massa tanto sulla piazza reale quanto su quella della rete hanno unanimamente scandito questa identificazione, c’è qualcosa di profondo e profondamente ferito che stona in tutto questo. 
 
Io non sono Charlie perché fra chi è vivo e chi è morto ammazzato da una raffica di spari in nome di Allah c’è un abisso di differenza, e tutti noi vogliamo fermamente non essere Charlie. E c’è da scommettere che se Charlie potesse parlare, direbbe: «Guarda che fra voi che siete vivi e noi che siamo stati uccisi c’è una bella differenza!». E magari ci farebbe una vignetta. 
 
Ma io non sono Charlie soprattutto perché non siamo tutti vignettisti irriverenti come Wolinski, non siamo tutti economisti terzomondisti come Bernard Maris, non siamo tutti poliziotti come Ahmed Merabet. Il fondamento della libertà, quella di essere e quella di esprimersi, sta nel riconoscere che il mondo non è tutto uguale e noi nemmeno, anzi. L’uguaglianza non è un valore, lo è invece la parità: di essere e di esprimersi nella diversità che ci caratterizza in quanto individui. E’ proprio il fanatismo che propugna invece l’eguaglianza assoluta: come scrive Amos Oz, il fanatico è così generoso che, dopo aver scoperto dove sta la giustizia, vorrebbe portarci tutti. Vuole, anzi, che tu sia come lui che sta dalla parte giusta ed è disposto a ucciderti, pur di renderti uguale a lui. 
 
Per il fanatico, siamo tutti Charlie. Ma non è così, perché forse il più grande valore di questa nostra cultura colpita al cuore sta proprio nel riconoscimento che il mondo è vario. E’ persino bello, perché è vario. La nostra cultura è fatta di volti e opinioni diverse, si definisce nella sua multiformità e nella libertà di essere tutti gli uni diversi dagli altri. Io non sono Charlie. Non sono un vignettista. E magari neanche apprezzo l’irriverenza di Charlie. Ma rivendico il diritto di Charlie ad essere Charlie e per quello devo battermi, scendere in piazza, gridare sulla rete. 
 

Così, le matite alzate in piazza e gli hashtag virali, al di là delle buone e doverose intenzioni, tradiscono una specie di equivoco. E’ semplice, diretto, identificarsi nelle vittime. Ha una grande energia comunicativa. Ma è un cammino rischioso. Quanti di coloro che l’hanno scandito sarebbero stati disposti a fare lo stesso il giorno prima, quando Charlie era ancora vivo e disegnava? Dobbiamo imparare a tracciare i confini della nostra identità e a dare alla libertà il peso che merita non soltanto per i morti, anche per i vivi. Non per un demagogico scatto d’orgoglio in stile scontro di civiltà, ma per una questione morale più profonda. Quella che ci riguarda tutti in quanto individui di una società che trova il suo valore principale nella diversità di ciascuno e nel rispetto di questa diversità, non in un amalgama uniforme incapace di distinguere i morti dai vivi. Se per il fanatismo siamo tutti uguali – morti o vivi, vignettisti o poliziotti, proprio perché non siamo Charlie dobbiamo difendere strenuamente il diritto di Charlie alla sua libertà, che è la stessa nostra anche se siamo diversi da lui. 
 

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Offline Antonio Terracciano

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Re:CHARLIE
« Risposta #1 il: Sabato 10 Gennaio 2015, 22:54:02 »
Ho letto con interesse l'articolo che ci ha proposto Zaza.
Ma mi sembra che la precisazione della Loewenthal sia ovvia.
E' chiaro che non siamo tutti come quei vignettisti (io non so proprio disegnare... ) , ma dire "Je suis Charlie" è un modo di identificarsi con la loro e la nostra libertà di pensiero, che proprio in quanto libertà presuppone pensieri anche molto diversi l'uno dall'altro, ma capaci di coesistere e di confrontarsi pacificamente.
In poche parole, vale ancora il famoso principio voltairiano: "Non la penso come te, ma per permetterti di pensarla diversamente sarei pronto anche a dare la mia vita. "

Offline poeta per te zaza

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Re:CHARLIE
« Risposta #2 il: Sabato 10 Gennaio 2015, 23:22:31 »
Ho letto con interesse l'articolo che ci ha proposto Zaza.
Ma mi sembra che la precisazione della Loewenthal sia ovvia.
E' chiaro che non siamo tutti come quei vignettisti (io non so proprio disegnare... ) , ma dire "Je suis Charlie" è un modo di identificarsi con la loro e la nostra libertà di pensiero, che proprio in quanto libertà presuppone pensieri anche molto diversi l'uno dall'altro, ma capaci di coesistere e di confrontarsi pacificamente.
In poche parole, vale ancora il famoso principio voltairiano: "Non la penso come te, ma per permetterti di pensarla diversamente sarei pronto anche a dare la mia vita. "

Il confine del pensiero è sottile. La giornalista ha cercato di spiegarcelo.
Lei dice anche quello che dici tu, ma ci invita a non cadere in un equivoco, non tra di noi, ma per come lo interpreteranno
gli "altri", quelli che vogliono uccidere la libertà nel mondo.

Io non sono Charlie, ma la sua libertà è la mia.


« Ultima modifica: Sabato 10 Gennaio 2015, 23:28:29 da poeta per te zaza »
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Offline Azar Rudif

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Re:CHARLIE
« Risposta #3 il: Domenica 11 Gennaio 2015, 00:35:45 »
Dire "Io sono charlie" significa ricevere dall'altra parte al risposta "Io sono l'Isis" e questa è stata l'ultima frase di uno dei terroristi francesi come riferito dai cronisti.
Risposte del genere come l'"Io sono americano" dopo l'attentato dell'11 settembre fanno parte dei comprensibili sistemi di risposta delle persone che restano colpite emotivamente da tali fatti. Dopo è necessario capire come evitare certe cose. Uno scontro aperto non fa altro che alimentare le fila del terrorismo che americani e alleati stanno combattendo da decenni senza riuscire ad eliminarlo.....
Sarebbe molto più utile capire dove e come nasce l'Isis, un'organizzazione che fino a pochi mesi fa era praticamente inesistente o sconosciuta. Adesso riesce ad organizzare eserciti e attentati terroristici in qualunque parte del mondo.
E non guardiamo la solita copertura di abbellimento di una religione perchè il motivo non è religioso, nella storia non è mai stata la religione a suscitare le guerre.
La religione è incolpabile in rarissimi casi, in tutti gli altri casi i motivi sono stati economici e di egemonia su un territorio ivi comprese le guerre per liberarsi di un invasore. Anche l'Isis nasce in territori dove vi sono guerre da secoli ed il potere passa di mano in mano solo con le guerre. Ultimamente, in queste guerre si sono inseriti gli occidentali che sono visti come invasori.
L'Isis (derivato da Al Qaeda) si definisce stato islamico e sta cercando di costruire questo stato proprio là dove ha le sue fonti di guadagno e dove recenti guerre hanno distrutto precedenti stati islamici.....
Trovare una soluzione pacifica è possibile, è sempre possibile, ma tutte le parti sono pronte a cedere parte dei loro possedimenti ed a fare concessioni?
Fino ad ora la risposta è stata NO e le raffiche dei mitra.
La Legge è uguale per tutti, ma non tutti sono uguali per la Legge e non cercate la Legge Umana. Essa è statica ed imperfetta, cercate ciò che evolve e mai è uguale a sè stesso e ribolle del Bene e del Male

Offline Willy Zini

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Re:CHARLIE
« Risposta #4 il: Domenica 11 Gennaio 2015, 17:48:27 »
io vorrei proporre una riflessione che mi è sorta ieri notte al riguardo. Ho cercato di andare un pochino oltre il clamore della notizia in sé, per quanto la consideri come un vero e proprio shock destabilizzante per tutti noi…
Scusate la prolissità del mio scritto, ma non ho potuto che lasciare la penna scorrere, senza ritegno:


“Je suis Charlie” - la libertà d'espressione. A che pro?

Dopo il becero attacco terroristico di Parigi, il leitmotiv di questi giorni è la rivendicazione di una delle più importanti libertà dell'uomo: la libertà d'espressione. A fronte di questo atto bestiale, infatti, si è innalzato un coro di protesta generale, si sono organizzate manifestazioni in tutto il mondo e le coscienze sembrano essersi, tutt'a un tratto, risvegliate. Tuttavia, se oso azzardare ad incedere con il mio pensiero oltre al fatto in sé, che certamente riconosco come brutale e deprecabile, mi vedo costretto a fare una riflessione ulteriore.
La libertà di espressione, infatti, è diventata un caposaldo della nostra società considerata "civile", almeno dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, da quando l'Occidente è riuscito, a caro prezzo, a liberarsi dalla sottomissione dei regimi totalitari. Ma questa conquista, al giorno d'oggi, mi sembra che si sia ribaltata.
Cercherò di spiegarmi meglio:
secondo me tutta questa libertà di espressione sta portando all'obnubilamento del significato autentico del linguaggio e della comunicazione umana. Quando sento ripetuto come un mantra la frase topica di questi giorni “Je suis Charlie”, mi domando cosa questo significhi per la maggior parte delle persone che la pronunciano. Chi rivendica la propria libertà di espressione, a che pro intende utilizzarla? Nell'era della comunicazione di massa, dove le possibilità di comunicazione appaiono infinite e chiunque ha il diritto/dovere di esprimere un'opinione, quale valore autentico emerge da tutto questo parlare?
Il mio pensiero a riguardo può risultare arrogante, anti-democratico e forse un po' pomposo. Ma io credo che tutte le più alte manifestazioni del sublime, inteso come espressione dell'essenza autentica dell'esser uomo, si siano sempre contraddistinte per la propria esclusività. Credo che le parole che “inceneriscono i cuori delle generazioni ed aprono un varco verso il futuro” (cit. Jakobson) siano rare ed inestimabili. Credo che soltanto la “voce fuori dal coro” venga realmente ascoltata e che la troppa libertà d'espressione equivalga all'azzeramento totale di significati, nonché all'appiattimento ed alla standardizzazione dell'espressione stessa.
Vi è un sovraccarico di informazioni al giorno d'oggi, tale per cui la parola autentica non riesce più a farsi veramente sentire. Ascoltando dibattiti elettorali o certi convegni politici, oppure leggendo certi articoli di giornale a dir poco obbrobriosi, mi pare solamente di recepire un grande clangore di grilli ciarlanti e nulla più. Basti constatare il continuo sorgere dei più svariati forum on-line, di discussioni feroci sui social network, di furiose liti televisive… Pensandoci, nel profondo, che cosa esprimono sostanzialmente ed effettivamente tutti questi sproloqui?
"Ad un cane che si morde la coda", ecco a cosa ci ha ridotti la troppa libertà di espressione.
Vi è il soffocamento forzato delle voci che realmente avrebbero qualcosa da dire, a fronte di boccacce ciarlanti, che vengono udite e, alla lunga, recepite, semplicemente perché gridano più intensamente e più assiduamente di altre. La politica ne è l'esempio lampante, basti pensare al riccioluto sbraitante, piuttosto che al ciucia-nèbia che una ne pensa, e cento ne fa, oppure ancora a quella pseudo-politica-redattrice-neo-fascista che vuole accaparrarsi voti pubblicando il Charlie Hebdo, che simboleggia l'esatto opposto di tutto quello che lei ha impersonificato nella sua effimera carriera “politica”. E qui mi fermo.
 
Quando si dice “Je suis Charlie”, bisognerebbe prima riflettere bene a cosa questo significhi. La morte dei fumettisti francesi assume valore soltanto nel momento in cui ci si ferma a meditare a fondo la cause e le conseguenze di questo sacrificio. La libertà di espressione non significa libertà di gridare più forte degli altri. Libertà di espressione dovrebbe significare innanzitutto il prendersi la responsabilità di ciò che si dice.
Anche se oggi giorno tutto appare mutabile, leggero ed estremamente metamorfico, infatti, una cattiva parola può influire in maniera molto più incisiva di un colpo di pistola. E sentirsi bombardati quotidianamente da giornali farlocchi dediti allo scoop - che più cruento e portatore di nuovi scoop, tanto meglio - è il vero nemico dell'espressione autentica. E sentire pseudo-giornaliste che si spacciano per Marie Terese di Calcutta piagnucolando e spettegolando sulla morte e sulle disgrazie altrui è la vera morte dell'espressione autentica.

Je suis Charlie” dovrebbe assumere un senso molto più ampio e profondo, dovrebbe insegnarci a sublimare le nostre idee, lavorandole autonomamente per poi poterle esprimere in maniera degna ed efficace. Questo è il valore inestimabile del sacrificio di Charlie Hedbo, e bisogna assolutamente evitare di cedere alla pericolosa scappatoia del razzismo fine a se stesso. Facile è applicare giudizi a posteriori, molto più difficile indagare le vere cause del misfatto.

Detto ciò, i fatti di questi giorni spaventano davvero. Come potrebbe reagire ad una possibile e reale minaccia terroristica la nostra società attuale?
Non lo so, ed ho udito soltanto un parere che ritengo il più meditato ed il più valvole. Mi pare fosse un intervento di Cacciari... ma nessuno ne parla, nessuno lo ascolta, perché i grilli ciarlano, le Marie Terese di Calcutta piagnucolano, i “Je suis Charlie” vengono travisati, i social network intasati di banale ripetitività e, ovviamente, i reality show avranno comunque la meglio.
Almeno fino a quando non saremo costretti a risvegliarci bruscamente da questo ozioso torpore, da questa inedia autolesionista ed apparentemente “civilizzata”.
« Ultima modifica: Domenica 11 Gennaio 2015, 17:56:24 da Willy Zini »

Offline Azar Rudif

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Re:CHARLIE
« Risposta #5 il: Lunedì 12 Gennaio 2015, 01:28:27 »
Libertà d'espressione e libertà di non essere espresso


Concordo con quanto scritto da Willy Zini ed aggiungo che la tanto decantata libertà di espressioni si deve armonizzare anche con la libertà di chi non vuol finire sui mezzi di espressione.
Se io sono un personaggio pubblico, da un lato accetto anche la possibilità di finire nel mirino della satira, ma se la satira diventa ossessiva o offensiva nei miei riguardi è anche giusto che io abbia i mezzi a disposizione per fermare chi si diverte a sbeffeggiarmi.
Se la libertà di espressione non viene regolata diventa qualche altra cosa che non è libertà, ma diventa un autoritarismo della satira sulla mia libertà di non voler essere "espresso"


Se si tratta di personaggi religiosi o di religione è chiaro che la satira non può offendere quelli che sono i dettami di quella religione o i personaggi illustri di quella religione.
Nel caso in questione, poi, parliamo di una religione che vieta in modo assoluto ogni immagine di questi personaggi o di Dio stesso.


In pratica, qualcuno chiede la libertà di fare quello che più gli pare e qualcuno ha chiesto la libertà di non essere deriso.
Chi ha ragione, secondo voi?




p.s.: naturalmente, il mezzo per fermare una tale satira autoritaria deve essere sempre la Legge, le regole che una società civile si impone e non l'omicidio.
La Legge è uguale per tutti, ma non tutti sono uguali per la Legge e non cercate la Legge Umana. Essa è statica ed imperfetta, cercate ciò che evolve e mai è uguale a sè stesso e ribolle del Bene e del Male

Offline poeta per te zaza

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Re:CHARLIE
« Risposta #6 il: Lunedì 12 Gennaio 2015, 21:37:17 »
In questi giorni abbiamo assistito da vicino a come estremisti di una religione puniscano con la morte persone
che la irridono (giuste le osservazioni di Azar Rudif a tale proposito).

Questa tragedia ci ha toccato da vicino tutti, in Europa, perché molto, molto vicina al nostro mondo quotidiano.

Una tragedia di ben più vaste proporzioni, quella che vede 100.000 persone massacrate in un anno perché non si vogliono convertire all'Islam sembra non toccarci allo stesso modo, forse perché si sta svolgendo lontano, molto lontano dal nostro mondo quotidiano.

Io tremo anche per questa. Forse un giorno non basterà neanche dire a nessun occidentale: "Io non sono cristiano".
Per vivere, dovrà dire: "Voglio essere musulmano" e seriamente.
Questo è il terribile scenario che spero di non vedere e che non vedano i miei nipoti.

Questa è la peggiore privazione di libertà che possa esistere, alla quale l’Occidente sta assistendo quasi con indifferenza.



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Offline Duilio Martino

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Re:CHARLIE
« Risposta #7 il: Giovedì 22 Gennaio 2015, 00:44:25 »
Molto interessante...
ma io non sono charlie per un motivo più semplice:
se mostro il dito medio a qualcuno sono punibile... secondo la legge mentre se offendo un Dio (NON IMPORTA QUALE DIO SIA) diventa ... libertà di esprimere le proprie opinioni.
Farlo credo sia invece gravissimo... grave quanto una esplicita dichiarazione razzista...
OVVIAMENTE, NULLA PUÒ GIUSTIFICARE  LA CARNEFICINA.

Offline Paola Pittalis

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Re:CHARLIE
« Risposta #8 il: Giovedì 22 Gennaio 2015, 11:10:23 »
Letto ed apprezzato tutti i commenti
Io sarò breve,
 sulla libertà di espressione, concordo con molti di voi … contraria ad ogni forma di violenza come la maggior parte credo, libertà però non vuol dire poter fare e dire tutto quello che ci passa per la testa violando, urtando o offendendo la sensibilità degli altri.
Libertà non dà il diritto di deridere chi nella fede professa i suoi principi, c’è un limite a tutto e se uno va oltre il tollerabile sta ledendo la libertà del prossimo …
Se io dico sei una puttana (scusate la frase e il mio esempio banale) non è libertà di espressione ma offesa.

Offline Gianpiero De Tomi

Re:CHARLIE
« Risposta #9 il: Giovedì 22 Gennaio 2015, 14:04:14 »
Esprimerò una mia personalissima opinione. Scrivere di libertà violata, ogni volta che si verificano episodi eclatanti di intolleranza e violenza nel nostro mondo, ha un che di paradossale. Certo sappiamo tutti quello che succede, la distruzione sistematica di vita umane non è solo per i "cattivi" reclamizzati con tanta enfasi, ma per i "buoni" ed a volte la proporzione è nettamente a sfavore di questi ultimi.

Si tratta ancora una volta, di trovare la propria identità e la propria voce, assumendo come prima regola la sacralità della vita. Quindi spariscono i buoni e cattivi ed emergono persone spaventate, formate da ideologie confuse e sofferenti, che hanno la caratteristica di dover necessariamente trovare dei bersagli per lenire questa sofferenza, inseguendo un nemico che in realtà è solo il frutto della loro angoscia.

Dicendo queste cose, tutti penseranno a paesi in cui incombe lo spettro della guerra, ma non è così. In effetti, anche la nostra identificata civiltà avanzata è devastata dall'ideologia, confusione, sofferenza e crisi. La differenza è che siamo nelle condizioni di poter dormire con la pancia piena, curarci in un ospedale, uscire di casa con la buona possibilità di tornare a casa la sera.

Ma basta mutare qualche condizione che quella falsa sicurezza di essere nel giusto, svaniscono. Occorre andare oltre un invasato convertito alla violenza che spara per strada ed assumere la responsabilità di ciò che accade. Per quello che posso comprendere dalla mia esperienza, è la paura che domina il mondo e la paura può far compiere cose indescrivibili. Il nostro primo compito è quindi rimuovere questa paura, in primo luogo la paura che è dentro di noi.
« Ultima modifica: Giovedì 22 Gennaio 2015, 14:07:26 da Gianpiero De Tomi »

Offline Antonio Terracciano

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Re:CHARLIE
« Risposta #10 il: Giovedì 22 Gennaio 2015, 20:27:07 »
Ho letto con interesse tutti gli interventi dopo quello iniziale di Zaza e la mia brevissima risposta, notando che essi sono, per sintetizzare, caratterizzati da una giusta prudenza: si può fare satira, ma è meglio porsi dei limiti.
Vorrei soltanto notare che per noi Italiani ciò è alquanto normale, saggio e conveniente: siamo abituati da secoli a dire e a non dire, ad essere sfuggenti e piuttosto ipocriti.
Non bisogna dimenticare, invece, che la cosa è avvenuta in Francia, a Parigi, in cui da almeno 250 anni la libertà di pensiero è in cima a tutto, a cominciare dal famosissimo motto nazionale "Liberté, égalité, fraternité " .
In particolare, per quanto riguarda le religioni, i Francesi, stanchi delle guerre tra cattolici e protestanti che insanguinarono il Paese per tutta la seconda metà del Cinquecento (e finite con l'opportunistico e rivelatore "Parigi val bene una Messa" di Henri IV ) , cominciarono ad aprire gli occhi tanto bene da immergersi, poco più di un secolo dopo, nell'Illuminismo, che illuminerà, poi, gran parte del mondo.
Negli anni Settanta del Settecento, d'Holbach (un tedesco diventato francese proprio per poter godere di maggiore libertà) scriveva ironicamente: "La libertà di pensiero va repressa con il più severo rigore: i preti sono pagati per pensare, i fedeli non devono fare altro che pagare generosamente chi pensa al posto loro. " E, negli stessi anni, Voltaire, maestro di tolleranza e di ironia, ideava questo dialogo fra un inglese, Boldmind ( "mente chiara" ) , e un portoghese, Medroso ( "pauroso" ) :
" B .  Noi, in Inghilterra, viviamo felici solo da quando ciascuno gode liberamente del diritto di dire la propria opinione.
M .  Anche noi viviamo tranquilli a Lisbona, dove nessuno è libero di dire la sua.
B  .  Vivete tranquilli, ma non siete felici. La vostra è la tranquillità dei galeotti, che remano in cadenza e in silenzio.
M .  Dunque credete che la mia anima sia in galera?
B .  Sì, e vorrei liberarla.
M .  E se mi trovassi bene in galera?
B .  In tal caso meritereste di restarci. "
Poi vennero la Rivoluzione ed il consolidamento di tali concetti.
I tempi cambiano, ed i preti di d'Holbach possono benissimo trasformarsi in imam, come i Portoghesi di Voltaire in Musulmani, ma la sostanza non cambia: in Francia, a Parigi, da oltre duecento anni non si può vivere senza questo spirito, senza la "divinità" più importante che è la libertà di pensiero; essa, come è naturale, può spesso sbagliare, ma va difesa, perché è l'unica "divinità" che permette di affermare, in un clima di massima tolleranza, ciò che la mente d'ogni uomo davvero pensa.

Offline Duilio Martino

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Re:CHARLIE
« Risposta #11 il: Venerdì 23 Gennaio 2015, 16:05:06 »
Ho letto con interesse tutti gli interventi dopo quello iniziale di Zaza e la mia brevissima risposta, notando che essi sono, per sintetizzare, caratterizzati da una giusta prudenza: si può fare satira, ma è meglio porsi dei limiti.
Vorrei soltanto notare che per noi Italiani ciò è alquanto normale, saggio e conveniente: siamo abituati da secoli a dire e a non dire, ad essere sfuggenti e piuttosto ipocriti.
Non bisogna dimenticare, invece, che la cosa è avvenuta in Francia, a Parigi, in cui da almeno 250 anni la libertà di pensiero è in cima a tutto, a cominciare dal famosissimo motto nazionale "Liberté, égalité, fraternité " .
In particolare, per quanto riguarda le religioni, i Francesi, stanchi delle guerre tra cattolici e protestanti che insanguinarono il Paese per tutta la seconda metà del Cinquecento (e finite con l'opportunistico e rivelatore "Parigi val bene una Messa" di Henri IV ) , cominciarono ad aprire gli occhi tanto bene da immergersi, poco più di un secolo dopo, nell'Illuminismo, che illuminerà, poi, gran parte del mondo.
Negli anni Settanta del Settecento, d'Holbach (un tedesco diventato francese proprio per poter godere di maggiore libertà) scriveva ironicamente: "La libertà di pensiero va repressa con il più severo rigore: i preti sono pagati per pensare, i fedeli non devono fare altro che pagare generosamente chi pensa al posto loro. " E, negli stessi anni, Voltaire, maestro di tolleranza e di ironia, ideava questo dialogo fra un inglese, Boldmind ( "mente chiara" ) , e un portoghese, Medroso ( "pauroso" ) :
" B .  Noi, in Inghilterra, viviamo felici solo da quando ciascuno gode liberamente del diritto di dire la propria opinione.
M .  Anche noi viviamo tranquilli a Lisbona, dove nessuno è libero di dire la sua.
B  .  Vivete tranquilli, ma non siete felici. La vostra è la tranquillità dei galeotti, che remano in cadenza e in silenzio.
M .  Dunque credete che la mia anima sia in galera?
B .  Sì, e vorrei liberarla.
M .  E se mi trovassi bene in galera?
B .  In tal caso meritereste di restarci. "
Poi vennero la Rivoluzione ed il consolidamento di tali concetti.
I tempi cambiano, ed i preti di d'Holbach possono benissimo trasformarsi in imam, come i Portoghesi di Voltaire in Musulmani, ma la sostanza non cambia: in Francia, a Parigi, da oltre duecento anni non si può vivere senza questo spirito, senza la "divinità" più importante che è la libertà di pensiero; essa, come è naturale, può spesso sbagliare, ma va difesa, perché è l'unica "divinità" che permette di affermare, in un clima di massima tolleranza, ciò che la mente d'ogni uomo davvero pensa.

Una analisi approfondita che ... certamente, in quanto tale, è condivisibile.
Difendo perfino la libertà di... bestemmiare  di fronte alla efferetezza di chi semina terrore.

Credo, tuttavia, che il rispetto per la diversità sia soprattutto rispetto dei valori assoluti che il "diverso" sostiene... e la religione è all'apice della scala tanto da essere esplicitamente menzionata nell'articolo  3° e poi 8° della nostra costituzione...
Insomma credo che Dio abbia un posto così rilevante nella essenza dell'essere che ... violarne la sacralità possa essere cosiderato altamente lesivo della dignità dell'essere umano... e condiderato discriminante e.... razzista se poi tocca....  appunto la diversità... (es: un ateo incallito non può arrogarsi il diritto di offendere Iddei altrui... poichè in tal caso si scarroccia nella discriminazione a sfondo religioso).

Detto ciò, comunque non dimentichiamo quante...decapitazioni ci sono state in nome di liberté egalité fraternité...
Non credo che i francesi abbiano molto da insegnare oltre a sacrosanti principi della rivoluzione... che spesso però si confondono con .... irriverenza gratuita e insensata sempre giustificata citando Voltaire... (farebbero meglio a quietarsi preoccupandosi di più delle proprie ricorrenti derive nazionalistiche).
Questo il mio pensiero... saluti


« Ultima modifica: Venerdì 23 Gennaio 2015, 16:15:30 da Duilio Martino »

Offline Pino Penny

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Re:CHARLIE
« Risposta #12 il: Sabato 7 Febbraio 2015, 20:41:18 »
Personalmente non mi sento di essere dalla parte di chi difende ogni opinione compresa quella di aver voglia di (anzi)reagendo come disse il Papa sull'aereo citando l'esempio dell'insulto alla propria madre che darebbe il diritto di dar pugni all'insultatore.
qui non si tratta di pugni ma non è questo il punto:se ognuno nel mondo in questa varietà di credi religiosi si può sentire in diritto di reagire ad un reputato tale insulto alla propria religione..Ebbene,ci sarebbe la guerra totale.
gli Islamici sono nel mondo un miliardo e mezzo,in Italia sono secondi dopo i cattolici.D'altra parte i cattolici sono nel mondo un miliardino circa poi ci sono altre credenze e sette certe estreme altre pacifiche al massimo
Resta il fatto che ad essere onesti,si conclude che La "religione"divide.
Alle nazioni Unite è conservata una proposta per un decreto mondiale pronta per essere decretata a tutte le nazioni membra dell'ONU
Il decreto vorrebbe far sparire a livello organizzativo,ogni religione attualmente riconosciuta in ogni sua nomenclatura e organigramma.
Se la "divisione religiosa" arriverà ad e già sta avvenendo ad estremi resi noti dai telegiornali,nulla vieterà alle Nazioni Unite di prendere provvedimenti.
Altro che semplice difesa della libertà di espressione!Anch'io sono con Charlie chiaramente,ma se si arriverà (io credo che avverrà)a questa "guerra ideologica ma divisiva ne succederanno delle belle(potrei citare versetti biblici al riguardo ma non mi va di passare per fanatico  ma friggevo dalla voglia di dire la mia sul quanto.W la libertà!
guardi la vita a...colori?Io a volte si, a volte in nero a seconda dei giorni.se sono grigi anche grigio è un colore.Ma anche in blu non mi dispiace.in rosso per tirarmi su.in giallo se mi sento più pazzo del solito,in bianco se ci vado...

Offline Antonio Terracciano

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Re:CHARLIE
« Risposta #13 il: Lunedì 9 Marzo 2015, 18:36:44 »
Ho letto giorni fa "Micro Mega" ( 1 / 2015 ) , duecento pagine dedicate esclusivamente ai fatti di "Charlie Hébdo" , e intitolate "Je suis Charlie? Je suis Charlie! " . Ci sono interventi di un centinaio di intellettuali famosi (italiani e stranieri) , che si dividono per lo più fra quelli favorevoli senza condizioni al diritto di satira anche blasfema e quelli che invitano ad andarci cauti.
Ma l'intervento più fuori dal coro, e che mi è molto piaciuto, è quello del filosofo e psicoanalista sloveno Slavoj Zizek (mi scuso di non essere capace di apporre le "pipe" sulle due "z" del suo cognome) , che cerca di inquadrare gli estremisti islamici in un ambito appunto psicoanalitico, piuttosto originale. A me l'articolo ha fatto meditare, e sono contento di condividere le sue parti salienti con voi (pagg. 158 e 159 ) :
"Può sembrare che la spaccatura fra il permissivo primo mondo e la reazione fondamentalista contro di esso coincida sempre più con la contrapposizione fra una vita lunga e soddisfacente, piena di benessere materiale e culturale, e una vita dedicata a qualche causa trascendente. (...) Ma i terroristi fondamentalisti corrispondono esattamente a questa descrizione? La cosa di cui mancano con ogni evidenza è una qualità che è facile discernere in tutti i fondamentalisti autentici, dai buddisti tibetani agli Amish americani: l'assenza di risentimento e invidia, la profonda indifferenza verso il modo di vivere dei non credenti. Se i cosiddetti fondamentalisti dei nostri giorni sono convinti davvero di aver trovato la via verso la Verità, perché dovrebbero sentirsi minacciati dai non credenti, perché dovrebbero invidiarli? Quando un buddista incontra un edonista occidentale, non lo condanna di certo: si limita a osservare benevolmente che la ricerca di felicità dell'edonista è controproducente. Al contrario dei veri fondamentalisti, gli pseudofondamentalisti terroristi sono profondamente infastiditi, intrigati, affascinati dalla vita peccaminosa dei non credenti: si ha la sensazione che combattendo il peccatore stiano combattendo la loro stessa tentazione di peccato. Il terrore del fondamentalismo islamico non è radicato nella convinzione dei terroristi della propria superiorità, in un desiderio di preservare la propria identità cultural-religiosa dal furibondo assalto della civiltà consumistica globale. Il problema dei fondamentalisti non è che li consideriamo inferiori a noi, ma al contrario che loro stessi si considerano segretamente inferiori. (...) Il problema non è la differenza culturale (il loro sforzo per preservare la propria identità) , ma il contrario, il fatto che i fondamentalisti sono già come noi, che segretamente hanno già interiorizzato i nostri parametri e misurano se stessi in base a essi. "

Offline Duilio Martino

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Re:CHARLIE
« Risposta #14 il: Lunedì 9 Marzo 2015, 19:26:40 »
Molto interessante. E concordo.
L'efferatezza è dettato sempre da un profondo malessere interiore il più delle volte dettato dalla consapevolezza (interiore) di non essere all'altezza.
Il desiderio che  che si scontra col rifiuto...
la voglia di essere con l'incapacità di essere ciò che si vorrebbe.