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Lettera alla Sicilia che ho lasciato (ed a quella che vorrei ritrovare)

Sociale e Cronaca

Lettera alla Sicilia che ho lasciato (ed a quella che vorrei ritrovare).

 

Cara Sicilia,

Dolce ed amara terra natia, sono trascorsi quasi quarant’ anni da quando, in quei pallido autunno, "un pezzo di carta gialla" (cosi mia madre chiamava il telegramma), segnò l’ avvio del nostro distacco.

Se, per dirla col Sommo Poeta, sono arrivato poco oltre la "metà del cammin della mia vita", due terzi di esso l’ ho percorso lontano da tè.

Ricordo come fosse ora quando quel telegramma mi invitò a lasciarti per raggiungere AIessandria dove sarebbe iniziata la mia esperienza professionale.

  Presi il treno del sole (a dire il vero per chi parte dalla Sicilia dovrebbe chiamarsi "il treno del sole perduto") ed arrivai ad Alessandria.

  Era un grigio autunno come solitamente sono grigi gli autunni là dove" il Tanaro i! Bormida sposa". Il cielo senza azzurro e senza sole mi illanguidiva lo sguardo, la nebbia avvolgeva la città in una morsa senza tregua, come se un gigantesco camino, dopo aver bruciato tonnellate di legna, l’avesse irrimediabilmente affumicata. Quell’ anno conobbi tante cose nuove: la nebbia, la neve, il freddo polare. Passai l’intero inverno con una raucedine che mi tolse l’esile filo di voce che mi ha regalato la natura con me avara e matrigna.

  Ero confuso, disorientato, non sapevo cosa fare; avevo una sola certezza: dovevo rimanere. E rimasi.

Terminai il corso per aspiranti segretari comunali con il massimo dei voti e ritornai da te con il viaggio di ritorno prenotato e la segreta speranza che un altro "pezzo dì carta gialla" di lì a poco mi avrebbe invitato a tornare al Nord per iniziare, finalmente, a lavorare.

Arrivò dopo quaranta lunghissimi giorni (il tempo sembra non trascorrere mai quando aspetti che qualcuno ti chiami), destinazione Valle Maira (CN), a millecinquecento metri dal livello del mare.

Era agosto, altro treno, altro viaggio.

Ero stato nominato segretario comunale di due piccolissimi comuni (Marmora e Canosio) con meno di centocinquanta abitanti ciascuno, il pullman per arrivarci si fermava a circa cinque chilometri di distanza.

Ero confuso, pensai di scrivere al mio migliore amico ma imbucai la lettera senza indicare il destinatario. Anche questa volta, però, avevo un’unica certezza: dovevo rimanere. E rimasi. Era estate e le cime delle Alpi della Valle Maira erano già bianche ed innevate.

Era gradevole quel posto, ma io pensavo all’ inverno, alla neve, al freddo, alla solitudine. Scoprii che gran parte dei pochi residenti avrebbero svernato altrove e saremmo rimasti in quattro: io, l’ ufficiale postale, il messo (unico per entrambi i comuni) e, ma non era sicuro, il parroco.

Ero disperato, non sapevo cosa fare, quando un lampo illuminò la mia mente: c’era l’ ufficio postale a Marmora e, dunque, sarebbe potuto arrivare un altro "pezzo di carta gialla". Arrivò, infatti, dopo lunghissimi quindici giorni, li ricordo tutte quelle 360 ore, le ricordo una ad una come se fosse ora.

Altra destinazione: Morano sul Po (AL), era un grande passo in avanti, in quel posto c’ero stato, vi avevo svolto il tirocinio e conoscevo gli impiegati del Comune. A Morano sul Po capii che la nebbia non fuoriusciva dai camini; si sarebbe dovuta bruciare, infatti, l’intera Amazzonia per produrre tutto quel fumo che avvolgeva per intere settimane quei luoghi addormentati lungo le rive del fiume più grande d’Italia.

Nel basso Monferrato, cara Sicilia, ho ricevuto il più bel regalo della mia vita: ho conosciuto la mia donna. Nei suoi occhi vedo l’ azzurro del tuo cielo e del tuo mare, nel suo sorriso lo splendore del tuo sole, nei suoi baci sento il calore della tua, della nostra gente.

Ogni tanto vengo a trovarti, d’estate per una breve vacanza o tutte le volte che al telefono mi comunicano che un mio genitore sta molto male e rischia di andarsene. Sapessi, cara Sicilia, è atroce il dolore a tanti chilometri di distanza! Nessuna disgrazia a vista d’occhio arreca un dolore pari a quello che corre lungo i fili del telefono. Si parte cercando di interpretare il messaggio ricevuto e senza sapere se tuo padre o tua madre siano ancora vivi.

L’aereo (che pure vola ai velocità di ottocento chilometri orari) sembra fermo ed è come se, compiacendosi, indugiasse sopra le nuvole bianche senza curarsi del dolore e dell’ ansia che trasporta.

Ogni volta che vengo a trovarti, cara Sicilia, qualunque sia il motivo, ti trovo immutata ed immutabile, senza alcuna voglia di cambiare.

I tuoi giovani passeggiano per le strade come rassegnati ad un destino avverso e non più modificabile.

Le strade sono sporche come sempre, la mafia sembra sparare agli altri ma, in effetti, sei tu il suo unico, vero bersaglio.

Un giorno vorrei tornare ma vorrei trovarti assai cambiata.

Vorrei vederti in fermento economico e sociale come e più del mosto che prima di S. Martino ribolle nei tini per l’irrefrenabile voglia di diventare vino; vorrei trovarti pulita come le splendide acque del tuo mare azzurro e profondo, pura come Adamo prima del fatidico morso.

Ci riuscirai? Tu non io sai, bella Sicilia!

Corvi neri hanno posato il becco sul tuo corpo vivo e morto, assolato e desolante.

Corvo anch’io? No, passero scappato per paura di vivere morendo, spento e rassegnato.

Tornerò, vedrai che tornerò e ti aiuterò a seppellire i corvi neri nel profondo delle tue viscere.

Ed insieme osserveremo il volo di uno stormo di rondini che gaie e festanti annunceranno l’arrivo della tua, della nostra primavera.

Arrivederci Sicilia, arrivederci dolce ed amara terra mia!

 

 


Michelangelo La Rocca 17/07/2022 18:17 119

Opera pubblicata ai sensi della Legge 22 aprile 1941 n. 633, Capo IV, Sezione II, e sue modificazioni. Ne è vietata qualsiasi riproduzione, totale o parziale, nonché qualsiasi utilizzazione in qualunque forma, senza l'autorizzazione dell'Autore.
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