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Il Guardiano silvestre

Ragazzi

Era il mese di dicembre e le festività del Santo Natale si avvicinavano rapidamente.

La giornata era splendida e tre ragazzini stavano giocando nel parco sotto la sorveglianza attenta della nonna.

Il parco era immenso e vi vivevano grandi piante secolari di tutti i tipi e le varietà, e tantissimi animaletti graziosi come i velocissimi e golosi scoiattoli che accorrevano sempre curiosamente quando i bambini li richiamavano con il suono delle noci sbattute le une contro le altre.

Un posto dove trascorrere lieti pomeriggi di giochi o di lettura, ricco di fascino e di magia. Gli alberi stessi sembravano molto contenti quando arrivavano i bambini che si rincorrevano, o si nascondevano tra le fronde più basse. Sembrava che si allietassero con la presenza dei piccoli, dei loro strilli e delle loro risate. E, anche se si era in pieno inverno, l’aria risuonava con un dolce stormire di fronde. Pareva quasi che le piante cercassero di chinarsi per accarezzare i bimbi.

In quel posto magico, in una casetta di legno costruita tra le fronde, viveva un piccolo ometto dall’aspetto strampalato.

L’uomo, che aveva detto di chiamarsi Silver, erano anni che si occupava non solo della pulizia del parco, sgombrandolo dai rami e dalle foglie secche, ma si prendeva cura personalmente di ogni pianta. Le conosceva tutte a una a una e le trattava come fossero sue creature.

I giardini, seppure si era in inverno, erano curatissimi. Lungo i camminamenti dei vialetti, non si trovava nemmeno una foglia secca né una cicca di sigaretta e nemmeno un rifiuto. Era tutto ordinato e pulito e le piante, seppure prive di fogliame, avevano un aspetto vitale.

La natura, gli alberi dormivano il giusto sonno del letargo, eppure, ovunque si posasse lo sguardo, regnava l’armonia.

L’omino si aggirava indaffarato spingendo innanzi a sé una carriola dove riponeva tutti gli scarti che raccoglieva da terra. Indossava una sorta di divisa verde; un buffo berretto a punta e una tuta, alla cui cintola teneva appesi gli arnesi da giardinaggio. Gli oggetti, a ogni movimento, gli ballonzolavano sulle gambe, provocando il divertimento di chi in quel momento lo stava osservando. Ogni tanto lo si vedeva soffermarsi davanti a una siepe o un arbusto e con le cesoie aggiustava una fronda, tagliava un ramo o dava una sistemata a un’aiuola.

I ragazzini sussurravano che in realtà si trattava di un elfo, che aveva smarrito da anni la strada del suo regno e che aveva così scelto di porre in quel parco la sua residenza.

La voce si era sparsa per via delle orecchie e il viso appuntito, nonché il corpo esile e sottile come un giunco. Insomma, se anche non fosse stato un elfo, lo si poteva scambiare benissimo per uno appartenente alla mitica razza. Oltretutto aveva la mania di vestire di verde, così che rimaneva mimetizzato con l’ambiente e capitava spesso che i bambini lo vedessero apparire improvvisamente dal nulla.

Tutto questo era servito a mettere su la leggenda attorno allo strampalato personaggio che compariva e spariva a suo piacimento.

Nonostante tutto, nessuno dei piccoli dimostrava di averne timore, anzi, ogni volta che l’omino passava con la sua carriola carica di foglie e di rami secchi, gli correvano incontro per salutarlo.

Con gli adulti Silver era riservato e di poche parole. Difatti, quando incrociava i visitatori nel parco si limitava a occhiate furtive, quasi in cagnesco, mentre dimostrava sempre tanta considerazione verso i ragazzi che dimostravano rispetto e comprensione sia a lui che alla natura intorno. Silver si trovava bene con i piccoli e raccontava sempre delle storie bellissime a quelli che avevano la pazienza di ascoltarlo.

Quel pomeriggio, Andrea, Sara e Alessio, stavano proprio ascoltando una strana storia sugli alberi, quando la nonna li richiamò per tornare a casa.

Gli adulti si mostravano sempre diffidenti verso quell’ometto dall’aspetto bizzarro, eppure, constatato da tempo che era un tipo innocuo, e considerato il buon esito del suo operato nei giardini, ne sopportavano la presenza.

Insomma, nel parco nessuno gli dava confidenza se non i bambini. Così, quando Silver si accorse della vicinanza della donna, si affrettò ad allontanarsi. Il gruppetto lo vide trotterellare spingendo la sua carriola, per poi svanire nel mezzo degli alberi.

La nonna sospirò seguendo l’omino con aria sospettosa: «Forza bambini, dobbiamo tornare a casa. Mamma e papà vogliono portarvi al vivaio per scegliere l'abete da addobbare.»

«Evviva! Finalmente! Non vedevamo l’ora! Senza albero non può essere un bel Natale!»

I ragazzini erano elettrizzati. Non avevano idea di che cosa volesse dire il termine tradizione, sapevano solo che quello era il momento di scegliere l'albero più adatto alle esigenze della loro famiglia, e che quello era uno dei momenti più divertenti delle feste, quasi come lo era, adornare l’abete.

Per cui, quel giorno arrivarono al vivaio, pronti ad affrontare quella mansione con serietà e competenza, giacché era un compito affidato a loro tutti gli anni.

Appena arrivati si catapultarono fuori dalla macchina, sapevano perfettamente dove dirigersi. Anche Sara la più piccola dei tre, seguì i fratellini decisa a esprimere la propria opinione.

Dopo avere visionato una decina di alberi, e dopo le solite, varie discussioni: "Quello è troppo grande! Quello al contrario è troppo piccolo! Quello non mi piace! Quello è un po' troppo patito!", si fermarono davanti a un alberello di media grandezza.

«Questo mi sembra perfetto!» esclamò il papà, cercando con lo sguardo il parere di mamma.

Lei osservò l'albero con occhio critico e puntualmente rispose:

«Anche a me pare che vada bene, caro!»

I genitori, a loro volta, guardarono i bambini con aria interrogativa.

I tre ragazzini sostarono senza parlare, osservando attentamente l'albero dalla punta, alle radici infagottate in un sacco di juta.

«Uhm…» Fece dubbioso Andrea, il più grande.

«Uhm…» ripeté con aria saputa Alessio, il secondo. E Sara, nel tentativo di imitare i fratelli più grandi, si mise a tormentare in modo pensieroso il piccolo mento.

Non capiva cosa ci fosse che non andava in quell’alberello, che tra l'altro a lei sembrava molto bello, ma se non andava bene per i fratelli, concluse che non poteva andare bene nemmeno per lei.

I genitori si spazientirono un po’. In fin dei conti loro avevano un sacco di altre cose da sbrigare, ma del resto, l'albero doveva piacere soprattutto ai bambini e quindi con un sospiro rassegnato, passarono oltre.

L’alberello parve accorgersi di quanto stava avvenendo, giacché i rami, come mossi da un venticello dispettoso, presero a tremare vistosamente, quindi, le fronde si abbatterono tutte quante verso terra. Persino la punta, fino ad allora dritta e svettante verso il cielo, si curvò su se stessa, donando al piccolo abete un aspetto desolato e patito.

I bambini che non avevano smesso un attimo di guardarlo, se ne accorsero e tornarono decisamente indietro. Fu in quel momento che ai piccoli parve di sentire un debole sospiro. Ognuno dei tre pensò che fosse stato uno dei fratellini e non ci diede peso più di tanto.

Chissà perché, al loro avvicinarsi, l’alberello parve riprendersi, poiché i rami e la punta ritornarono orgogliosamente dritti e pieni di vita.

I ragazzini si scambiarono un'occhiata e in un attimo la decisione fu presa.

«Abbiamo cambiato idea, papà. Questo ci sembra perfetto!»

«Ne siete proprio sicuri, bambini? È bene che sappiate, che se cambiaste idea il gestore non ce lo sostituirà.»

«Siamo sicuri, babbo. Vogliamo proprio questo!» risposero in coro i ragazzini.

«Bene! Allora aiutatemi a caricarlo in macchina.»

I due ragazzini afferrarono l’alberello dalla parte della cima, mentre il papà lo afferrò dalla parte delle radici.

«Ohi! Ohi! Ohi!» La famigliola si scambiò un’occhiata interrogativa? Da dove proveniva quel lamento infantile?

«Che c’è Sara, ti sei fatta male?» domandò Alessio alla sorellina.

«No! No!» rispose un po’ sconcertata la piccola. Poi però la cosa finì lì.

Il breve tragitto per il ritorno a casa, fu molto lungo e i tre bambini non stavano più nella pelle. Non vedevano l'ora di iniziare ad addobbare l’albero. Difatti, appena tornati, il papà lo posizionò in un grande vaso con il terriccio, la mamma annaffiò le radici e i bambini si diedero da fare con luci, le ghirlande e le palline di vetro colorate.

E mentre si divertivano aiutati dai genitori, papà diede loro una piccola, ma importante lezione di botanica e di vita:

«Sapete, bambini, il nostro è un alberello molto fortunato, poiché lo abbiamo comprato in un giardino, dove il gestore, è una persona molto attenta e rispettosa dell’ambiente e dei problemi di Madre Natura. Infatti, vedete, che il nostro abete è stato estratto dalla terra con tutte le radici, cosicché quando saranno terminate le feste, potremmo reimpiantarlo in un bel boschetto. E voi bambini, mi aiuterete a scavare la buca.»

«Così il nostro alberello crescerà ancora alto e forte, vero babbo?»

«Certo! E metterà solide radici che a loro volta rinforzeranno il terreno. Dovete sapere, che se tutti si comportassero così, si eviterebbero tante catastrofi naturali come le frane gigantesche e le alluvioni disastrose. Dovete impararle bene queste cose e non dimenticarle mai.»

«Certo, papà! Sta tranquillo, non le dimenticheremo!» affermò con convinzione il più grande.

«Bene! E ora che abbiamo finito gli addobbi, ditemi, chi mette il puntale? Sara?»

«Sì, sì, babbo! Lo metto io! Prendimi in braccio per favore!»

«Ecco fatto! Ora possiamo accendere le lucine intermittenti.»

«Ohhh!! Che bello!» esclamarono in coro i tre ragazzini e il papà soddisfatto, se ne andò, lasciandoli in ammirazione davanti al loro alberello.

Dopo averlo osservato un po’ da lontano, i bambini si avvicinarono all’abete, accarezzandone i rami decorati. Le fronde ebbero come un fremito e i tre, che ne avvertirono il movimento con le mani, si guardarono sconcertati.

«Non ti pare che si sia mosso?» domandò Andrea al più piccolo.

«Sì! È parso anche a me, ma forse era solo un po’ di corrente proveniente dal corridoio.»

«Mah… sarà!» rispose con aria dubbiosa Andrea, mentre riprendeva delicatamente le fronde tra le dita, subito imitato dagli altri due ragazzini. E l’albero, incredibilmente, parve rispondere: le fronde fremettero, dando l’impressione che stesse tremando dal piacere.

I bambini si scambiarono un’occhiata interrogativa:

«Hai sentito anche tu?» chiese il più piccolo con gli occhi sgranati dalla meraviglia.

Andrea che pareva assorto nei suoi pensieri, non rispose subito alla domanda del fratellino, stava riflettendo e quel ricordo improvviso gli illuminò il viso serio.

«Sai, in un documentario che ho visto in tv e che riguardava le piante, spiegavano che avvertono le sensazioni del bene e del male. Reagiscono alla luce, al calore e persino alle voci umane.» raccontò in modo intento.

Sara, imitando i più grandi carezzava le fronde, senza peraltro capire il senso di quel discorso, ma Alessio stava ad ascoltare il fratello, con aria rapita.

«In pratica, provano le stesse emozioni che proviamo noi, sentono le nostre voci e la nostra vicinanza e provano benessere per le nostre cure.» continuò con aria saputa Andrea.

Il ragazzino, che amava guardare i documentari sulla natura, aveva memorizzato le nozioni scientifiche che lo avevano tanto colpito e in quel momento le stava trasmettendo ai fratellini.

«Mi vuoi far credere che l’abete ora è contento perché gli siamo vicini e lo stiamo accarezzando?» domandò con aria scettica Alessio.

«Se non vuoi credermi, te lo posso dimostrare. Così potrai constatarlo da te! Allontaniamoci, ora. Vieni con me Sara, dammi la manina.»

I tre ragazzini lasciarono le fronde, allontanandosi dall’albero di alcuni metri e, l’abete, smise immediatamente di fremere.

«Hai visto? Ora non si muove più!»

«Non ci posso credere! È solo un caso!» esclamò stupefatto Alessio, sgranando gli occhioni verdi.

«Ora, avviciniamoci di nuovo e carezziamolo parlandogli dolcemente.»

«Ciao albero!» ciangottò la piccola Sara entusiasta del nuovo gioco.

«Ti andrebbe di avere un nome?» chiese invece Andrea con tono dolce e passando ripetutamente le dita, tra una fronda e l’altra.

L’abete riprese a fremere.

«Sembra assurdo ma pare sia d’accordo! Comunque che ne dici se lo chiamassimo … Pino?» propose Alessio.

«È un bel nome per un abete. Non trovi, Pino?»

Sembrerà di sicuro incredibile, ma il puntale del piccolo abete, si abbassò più volte verso il basso, quasi come se stesse annuendo.

«Oh…!» esclamarono in coro i bimbi.

«Gli piace! Ha detto sì!» urlò saltellando eccitata Sara.

«Allora d’ora in avanti, lo chiameremo Pino!»

«Papà, mamma! Pino ci capisce e risponde!» cantilenò raggiante la bambina ai genitori affaccendati in cucina.

«Chi è Pino?» le chiese preoccupata la mamma.

«È il nostro albero di natale. Gli abbiamo dato un nome.»

«Ah! Ora capisco!» s’intromise sorridendo con aria comprensiva il babbo, lasciando per un attimo la lettura del quotidiano. “Certo che ne hanno di fantasia, i nostri bambini. Si sono inventati un nuovo gioco” pensò divertito.

Da quel giorno, al ritorno dalla scuola, i bambini si recavano sempre da Pino e parlavano con lui, lo accarezzavano e lo annaffiavano regolarmente.

In principio, parve che il piccolo abete rispondesse con gioia alle cure assidue dei piccoli, ma dopo alcuni giorni, iniziò a manifestare segnali di sofferenza.

Pareva non rispondere più alle carezze, i rami cominciarono a piegarsi lentamente, ma inesorabilmente verso il basso, gli aghi persero la lucentezza e il colore verde vivido che ne dimostrava la salute e iniziò una pioggia continua sul pavimento delle piccole foglie appuntite.

Ben presto ve ne fu un tappeto che la mamma, ormai disperata, era costretta a spazzare ogni mattina.

I bambini pensarono che fosse un malessere passeggero, il loro piccolo Pino si sarebbe presto ripreso. Ma i giorni passarono e la situazione andò a peggiorare sempre più.

Non passò molto tempo che l’abete assunse un aspetto desolatamente malaticcio e con lui, anche i bambini persero la naturale vivacità.

I tre fratellini divennero ogni giorno sempre più malinconici. Iniziarono anche a saltare i giorni di scuola, poiché era facile che uno di loro a turno, si svegliasse febbricitante.

I genitori iniziarono a preoccuparsi e decisero così di consultare un medico.

Ma nonostante le cure prescritte, i bambini deperivano sempre di più, proprio come l’abete. La cosa più assurda e inverosimile è che ormai fossero in simbiosi.

E un giorno, poco prima di Natale, mamma, stanca di spazzare piccole montagne di aghi, decise di togliere gli addobbi natalizi e di disfarsi dell’alberello ridotto ormai al lumicino. Il piccolo abete con il suo bel colore, aveva perso anche la maggior parte delle foglie aguzze e di lui ormai era visibile solo il tronco centrale e i rami spogli e scheletrici.

Ma il piccolo Andrea che quel giorno si sentiva un po’ meglio del solito, si avvicinò all’amato Pino e pose una carezza malinconica su quei rami spogli.

Ancora una volta li sentì vibrare appena nelle sue mani. Fu solo un debole palpito, poi il ragazzino guardandosi le mani, si accorse che erano bagnate. Tornò a guardare l’abete e intravide uno strano luccichio, quindi si avvide che i rami erano tempestati da una miriade di gocce lucenti. Era come se Pino fosse ricoperto di rugiada, ma nello stesso momento gli parve di sentire dei deboli singulti disperati.

Pino sta piangendo!” pensò, mentre sentiva il magone gonfiargli il petto e il pizzicore delle lacrime agli occhi.

Il ragazzino corse a chiamare i fratellini e insieme si strinsero attorno all’alberello.

La mamma li trovò tutti e tre che piangevano, stringendosi in un abbraccio unico al loro abete.

«Ma è solo un alberello, ragazzi! Papà getterà questo e ve ne comprerà subito un altro. Vedrete quanto ci divertiremo stasera ad addobbarlo.»

«No, mamma, no!» gridarono in coro. «Noi desideriamo solo che Pino guarisca e che passi il Natale con noi.»

«Ascoltate, bambini. Questo alberello è malato, ormai non c’è più nulla da fare. Inoltre con lui, vi state ammalando anche voi e questo non posso tollerarlo. I vostri sono capricci incomprensibili. Fatevene una ragione, perché ormai ho deciso, questo albero bisogna buttarlo.»

«No, mamma, no! Se ci vuoi bene, ti prego, chiamiamo il dottore del verde, prima e sentiamo cosa dice lui.»

«Il dottore del verde? E chi sarebbe?»

«È l’omino che abita nel parco pubblico, nella piccola casa di legno. Lo chiamano il Guardiano silvestre. L’abbiamo visto un sacco di volte. È lui che si occupa del parco e di tutte le piante. Per favore, mamma, prima chiediamo un consiglio a lui!»

Era Andrea che parlava per tutti e tre e la mamma non seppe resistere a quella preghiera che sembrava salire dal cuore.

«E va bene! Manderemo papà a parlare con l’omino. Ma promettetemi che non farete storie, qualunque sia la decisione che prenderemo con lui.»

«Te lo promettiamo solennemente mamma. Ma possiamo andare anche noi a parlare con l’omino?”

Mamma non ne poteva più di quella storia e acconsentì perché i bambini accompagnassero il papà al parco.

«Va bene! Ma solo perché è un paio di giorni che non avete più febbre e dovete promettervi che vi coprirete bene e che non prenderete freddo. Inoltre papà, dovrà portare con sé questo alberello, perché se davvero ci sono ancora speranze di salvarlo, non possiamo curarlo qua in casa.»

«Va bene, mamma. Faremo come vuoi tu. A noi basta che il nostro Pino, non finisca nella spazzatura o peggio ancora, bruciato vivo. Non potremmo sopportarlo questo.»

Quel pomeriggio, quando il papà tornò dal lavoro, caricò il piccolo albero sulle spalle e insieme ai bambini si diresse verso il grande parco comunale.

Andrea e i fratellini andarono subito alla ricerca dell’omino e lo trovarono che stava riposando sulla sua sedia a dondolo fumando la sua pipa, ricavata dall’ambra, in tutta tranquillità.

I bambini gli raccontarono dell’accaduto e quando Silver vide l’alberello in quelle condizioni per poco non scoppiò a piangere.

Lo prese subito dalle mani del papà e con grande delicatezza prese a cullarlo e a carezzarlo proprio come fosse un bimbo.

Il papà pensò che fosse un po’ matto, mentre i ragazzini osservavano in silenzio. Ci vollero alcuni minuti, poi l’omino prese a parlare:

«Sapete perché è successo questo, ragazzi? Gli alberi sono creature viventi, che respirano, che si emozionano e che percepiscono quello che accade loro intorno. Questo piccolo abete è stato strappato dal suo ambiente naturale, dove era acclimatato alla perfezione ed è stato portato in un luogo non adatto alle sue esigenze vitali.»

«Ma noi lo abbiamo sempre trattato bene, Silver!»

«Lo so bambini. Tranquilli, il vostro alberello me lo sta dicendo che lo avete curato con amore. Ma ciò non poteva essere sufficiente e si è ammalato.»

«Che tipo di malattia ha preso, Silver? Lo sai?» domandò Andrea incuriosito e preoccupato.

«Innanzitutto si è ammalato di malinconia. Per lui era già un fatto grave essere strappato dalla terra e portato in una casa al caldo e messo in un vaso. Poi lo avete ricoperto di palline e quanto altro e lui ha iniziato a deperire. Riuscite a immaginare il male che farebbero a voi se veniste strappati dalla vostra casa, e portati lontani dalla vostra famiglia? Come vi sentireste?»

Andrea scambiò un’occhiata con i fratellini: «Credo che ci sentiremo malissimo!»

«Ebbene, anche per lui è stato così. Ma forse siamo ancora in tempo per salvarlo.»

«Davvero? E come?»

«Venite con me, bambini. Gli cercheremo un bel posticino al sole, faremo una buca e lo pianteremo. Da parte mia vi prometto che lo curerò con lo stesso amore, con cui vi siete presi cura di lui. Poi si tratterà di aspettare qualche giorno, per vedere se la cura fa’ davvero effetto.»

I ragazzini si diedero da fare a scavare una buca, aiutati anche dal babbo, quindi dopo averlo salutato con tristezza, lasciarono l’abete e il parco.

Il babbo chiese loro se volevano andare al vivaio per prendere un altro albero, ma dopo l’esperienza vissuta i bambini si rifiutarono.

«Forse è meglio di no, babbo!» risposero tutti d’accordo. «Perché invece non ne compriamo uno sintetico?» L’idea era venuta ad Alessio e il viso del bambino s’illuminò quando si accorse dell’effetto positivo ottenuto dalla sua proposta.

Sorrisero tutti per la soluzione trovata, poi fu la mamma a dire la sua: «Andiamo! Questa è una di quelle compere da fare tutti insieme!»

Quando giunse Natale ebbero il loro bell’albero illuminato a festa, ma i bambini vissero quelle giornate con un po’ di malinconia, poiché il loro pensiero era sempre rivolto al parco e al loro alberello.

Quando poi giunse l’anno nuovo e si recarono al parco con mamma e papà, era caduta una decina di centimetri di neve e tutti i dintorni erano ricoperti da una coltre bianca.

Vi erano bambini che si divertivano facendo i pupazzi o lanciandosi addosso delle palle di neve. In un altro momento i tre ragazzini sarebbero stati felici, ma pensavano che con quel freddo il loro alberello non sarebbe sopravvissuto. Ma quando arrivarono da Pino ebbero una grande sorpresa.

Il piccolo abete aveva i rami ricoperti di bianco, che gli donavano un aspetto magico, inoltre gli scoiattoli vi avevano infilato ogni sorta di bacca colorata e gusci di noci e alcuni piccoli uccelli lo avevano eletto a loro rifugio e l’alberello sembrava vivere in connubio perfetto e felice, ricco di colori e cinguettii.

Pareva proprio che si stesse riprendendo, i rami non pendevano più desolatamente e la punta stava perfettamente dritta.

«Sta guarendo!» esclamarono stupefatti.

«Ora sì che ha l’aspetto di un albero di Natale! È delizioso il nostro Pino!»

«Avete capito la lezione, bambini?» chiese l’omino materializzatosi chissà come vicino a loro.

«Sì, Silver! Strappare un essere vivente dal suo ambiente naturale, potrebbe avrebbe conseguenze assai gravi.»

«Bravi! Fatelo sapere anche ai vostri amici per il prossimo Natale, mi raccomando, in modo che questa moria di abeti possa cessare!»

«Ce lo ricorderemo, te lo promettiamo Silver!»

«Bene! Ora andate a divertirvi con la neve e venite quando volete a trovare il vostro Pino!»

Detto questo, l’omino schiacciò l’occhio con simpatia. Il gruppetto lo guardò allontanarsi poi, come per magia, lo videro scomparire in una sorta di nebbiolina formatisi tra il verde del bosco.


Vivì 26/12/2011 18:58 2 951

Opera pubblicata ai sensi della Legge 22 aprile 1941 n. 633, Capo IV, Sezione II, e sue modificazioni. Ne è vietata qualsiasi riproduzione, totale o parziale, nonché qualsiasi utilizzazione in qualunque forma, senza l'autorizzazione dell'Autore.
La riproduzione, anche parziale, senza l'autorizzazione dell'Autore è punita con le sanzioni previste dagli art. 171 e 171-ter della suddetta Legge.
I fatti ed i personaggi narrati in questa opera sono frutto di fantasia e non hanno alcuna relazione con persone o fatti reali.


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«Una storia d'altri tempo e come l'albero mi sento presa di malinconia, perché strapata anch'io del mio abitat naturale, ma tutte è bene quel che finisce bene, questi bimbi erano pieni di sensibilità e questo fa onore alla storia che ho gradita tantissimo in qiest'aria di Natale. molto sentita e vissuta quasi leggendola con passione.»
Jeannine Gérard

«Fantastica e affascinante questa favola. Bellissima nella morale, esempio di una delicatezza verso la natura, rispetto e comprensione verso tutti gli esseri viventi Brava alla scrittrice per questo nuovo racconto ...non solo per ragazzi!»
Maria Rosy

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