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La furia nella M. emoria - Seconda stanza

Giallo e Thriller

SECONDA STANZA...

Le stanze della casa sono vicine una all’ altra…..in un attimo sono nella seguente, quella di Alessandro, il caro vecchio Alessandro. La seconda si presenta esattamente come le altre: circa cinque metri di lunghezza e quattro di larghezza. Pavimento, mura e soffitto nella stessa tinta, color grigio sporco; anche in questa vi è un tavolo in acciaio al centro, scaffali in metallo anch’ essi grigi, pieni di materiali di ogni sorta. Un armadietto a due ante sulla destra dell’ entrata e una sedia. Le porte molto spesse e completamente ermetiche impediscono persino il diffondersi di cattivi odori che inevitabilmente non tarderanno a manifestarsi, anche se ovunque qui sotto, grazie ai climatizzatori, ho una temperatura costante di circa ventidue gradi. Non ho avuto il tempo di lavarmi le mani, un particolare che non sfugge all’ uomo sul tavolo che mi guarda entrare.

« Ah vedo che sei sveglio. Lo so, lo so: sono tutto imbrattato di sangue, ti spaventa? Ahahahahah!!! Non preoccuparti, prima di occuparmi di te sarò come nuovo, tutto pulito!»

Deve aver provato fino ad ora a liberarsi: i suoi polsi e le sue caviglie sono lividi. L’ ho legato a pancia in giù, completamente nudo…. Tra un po’ me lo lavorerò per bene... oh sì... non ha idea di ciò che l’ aspetta!

Prendo la sedia e mi accomodo accanto a lui.

Dalla sua posizione con la faccia in giù tenta goffamente di guardarmi ma, a differenza di Alfredo, non leggo stupore nei suoi occhi, solo paura, tanta. Appare quasi rassegnato, però, quasi sapesse perché si trova qui. Ha gli occhi che gli escono dalle orbite, cerca disperatamente nella stanza con lo sguardo una via di fuga.

« Stavo ripercorrendo la mia vita, partendo da lontano, da molto lontano, e per un po’ voglio continuare a farlo qui con te. Non disturbarmi.»

Come un lampo si palesano davanti ai miei occhi altre immagini.

Alessandro continua a fissarmi, ma io ora sono altrove...

Ripenso alla mia vita in collegio, alla cattiveria degli altri ragazzi verso di me, alla violenza di chi ci educava, ai pianti che quasi ogni notte si udivano in quegli immensi dormitori…

Tutto si riaffaccia nella mia memoria con la nitidezza e l’ incisività di una foto appena scattata. C’ erano ragazzi di tutte le età, dalla prima elementare alla terza media. Io non conoscevo la lingua e per questo fui messo in prima, benché avessi già fatto la seconda in Francia; ma vista la mia capacità di apprendere ci rimasi ben poco e, nello stesso anno, mi catapultarono in terza. La scuola non era all’ interno del collegio: dovevamo uscire e fare più o meno due chilometri a piedi per arrivarci. Era una scuola pubblica, dunque frequentata anche da allievi dell’ esterno e con professori anche loro provenienti da fuori. Ricordo la professoressa di italiano, la sola forse che capiva i miei problemi, la sola che adoravo in quegli anni. All’ epoca aveva già sui sessant’ anni, ma era ancora una bella donna. Capelli biondi sempre a posto, sembrava tutti i giorni appena uscita dal parrucchiere. Poche rughe e grandi occhi blu, spesso nascosti dietro a occhialetti che portava perennemente appesi al collo. E che stile! Elegante nei suoi vestiti, che arricchiva con enormi spille abbinate sapientemente agli abiti.

Quando assegnava un compito, spesso sceglieva il mio come esempio e lo leggeva ad alta voce a tutti. Per me era fantastico, una rivincita sugli altri che si mordevano le labbra. Difficile descrivere le sensazioni che quell’ insegnante suscitava in me: accanto a lei, almeno nell’ ambito scolastico, mi sentivo bravo, forte e sicuro, il numero uno.

L’ ennesimo lamento di Alessandro mi riporta alla realtà.

« Bene, ti lascio solo per un po’, vado a farmi una doccia.»

Mi incammino verso la porta e lo sento agitarsi di nuovo...

« Ah dimenticavo: preparati! Tra un po’ soffrirai parecchio. Spero che tu non abbia problemi di emorroidi!»

Quello che ho in serbo per lui è tremendo, spaventa un po’ anche me. Non so neanche come ho fatto a partorire una tale idea degna delle scene efferate del più profondo dei gironi danteschi. Entro nella doccia sorridendo. Finirà come finirà, non mi importa, ma sto facendo quello che desideravo fare da tantissimo tempo, e niente e nessuno potrà fermarmi.

L’ acqua tiepida mi scorre sul corpo; rimango immobile con le mani contro la parete della doccia. Niente da fare, quelle immagini riaffiorano: non posso fare a meno di continuare a pensare a quei momenti del passato, non ho mai smesso di pensarci. In tutti questi anni non è trascorso un giorno senza che tutto mi tornasse in mente. Si presentano davanti ai miei occhi come se accadessero ora: troppo il male che mi è stato fatto. Quante volte avrei voluto gridare in faccia a tutti che non ero diverso da loro, che non ero un deficiente, ma il grido mi rimaneva in gola, sempre, e comunque; ero incapace di farmi capire, e restavo nel mio silenzio, sperando che chi si prendeva gioco di me si stufasse al più presto... Certo, se si fossero limitati alle parole, alle risate e agli scherni avrei sopportato meglio, ma non è stato così, purtroppo.

Nella primavera del 1973 gli assistenti che ci sorvegliavano decisero di portarci fuori. Erano sempre i soliti cinque o sei, che si alternavano giornalmente. Quando ripenso a loro, ai loro metodi per educarci, la rabbia mi invade in un attimo. Li odiavo tutti, in particolar modo uno. Mi sembra ancora di vederlo, con quei lunghi capelli neri e ricci e quegli enormi baffi. I suoi occhi erano di ghiaccio e, in tutti quegli anni, non ricordo di averlo mai visto sorridere. Non aveva nulla di umano quell’ uomo; non a caso il suo soprannome era “ la cosa”.

Andammo in un posto bellissimo, un monte vicino al collegio che si chiamava “ Monte d’ oro”. Che nome ironico! Ma a me quel posto piaceva: ovunque c’ erano enormi rocce, e molte erano scavate al loro interno formando piccole grotte bianche. L’ erba altissima e i cespugli spinosi rendevano difficile perlustrarle tutte, ma io vedevo ciò come una sfida. Quando potevo cercavo sempre di scoprirne una nuova. Era una giornata splendida, e quella mattina mi avevano lasciato in pace. Speravo continuassero, non mi illudevo, ma ne ero felice. Ci avventurammo lungo un sentiero molto stretto e, malgrado la salita fosse abbastanza ripida, si camminava speditamente in fila indiana. Ma il destino mi voltò le spalle e io commisi l’ errore di chiudere la fila, o forse fecero in modo che fosse così… chissà.

Adoro farmi scorrere l’ acqua sulla nuca sotto la doccia, starei delle ore così; se quest’ acqua potesse lavare anche questi pensieri, questi ricordi così neri, così bui, così tristi...

Rimango ancora un po’, sto troppo bene qui.

Durante la salita udimmo la voce di uno degli assistenti:

« Tutto bene? Ci siete tutti?»

E in coro rispondemmo tutti sì, e continuammo a salire. Davanti a me quattro o cinque ragazzi più grandi, d’ un tratto, si fermarono, si girarono verso di me e uno di loro mi disse:

« Senti, vuoi venire con noi? Conosciamo una scorciatoia, vedrai che saremo su prima di loro.»

Li guardai negli occhi: conoscevo bene quell’ espressione! Ebbi un presentimento, ma avevo sempre in me la speranza che prima o poi le cose cambiassero, che mi accettassero davvero, che diventassi uno di loro e, quindi, accolsi la proposta e, con voce stridula, risposi:

« Sì, va bene...»

Dalle occhiate che si erano scambiate avrei dovuto subito ripensarci, ma non ne ebbi il tempo: mi trascinarono con loro e abbandonammo il gruppo. Nessuno sembrò accorgersi della nostra deviazione. Presero un altro sentiero che sembrava abbastanza accessibile e non troppo faticoso, ma dopo un po’ mi accorsi che si inoltrava sempre più verso il pendio della montagna; a mano a mano che andavamo avanti scorgevo il dirupo e gli scogli di sotto. Cominciavo ad avere paura, molta paura, ma non potevo dirlo agli altri: non me lo avrebbero perdonato. Quindi cercavo di non guardare in basso e continuavo a salire, dietro di loro. E fu in quel momento, forse una distrazione, forse la paura, inciampai, non feci in tempo ad aggrapparmi a nulla, rotolai per qualche metro e finii nel vuoto! In un disperato, ultimo tentativo di frenare la mia caduta riuscii ad aggrapparmi a qualcosa e mi fermai. Non osavo guardare giù, ma percepivo la sensazione del vuoto, le mie gambe penzolavano. Avevo le mani bagnate, pensavo fosse il sudore, mi colava lungo le braccia; quando, tuttavia, guardai a cosa ero aggrappato mi resi conto che non era sudore ma sangue: avevo afferrato l’ unica cosa che c’ era, un cespuglio spinoso. Stringevo quei rami così forte che le spine mi erano penetrate profondamente nella carne ma non sentivo il dolore. L’ unica cosa che riuscivo ad avvertire era l’ orrore di trovarmi in quel punto; sentivo le onde che si infrangevano sugli scogli sotto di me. Guardai giù, era altissimo. Ero spacciato.

« Aiutooooooo!»

Gridai con quanto fiato avevo in gola:

« Aiutoooooo!»

Vidi un paio di teste affacciarsi e una voce...

« Ehi, scemo! Che ci fai lì? Ciaooooo!!!!»

E poi sparirono sul crinale.

Stentavo a crederci, mi lasciavano lì! Non mi capacitavo del fatto che non si rendessero conto della gravità della situazione: erano più grandi di me, ma forse scherzavano... Come al solito.

“ Sono lì che si nascondono e tra un pò mi tireranno su...” mi dissi.

Non fu così: passarono i minuti. Niente, piangevo, gridavo. Niente. Mi accorsi che stavo per perdere una scarpa, guardai giù e la feci cadere. Ci mise parecchio a toccare l’ acqua. Ero paralizzato dalla paura: “ e se il ramo che mi sostiene si spezza? E se nessuno mi trova?”

« Mon Dieu aide moi! Je veux pas mourir!»

« Je t’ en prie!»

« Mon Dieu, mon Dieu»

Supplicavo il signore, lo supplicavo nella lingua che più mi era familiare; ero veramente disperato. Non so quanto tempo rimasi lì appeso, sicuramente più di due ore. In quel lasso di tempo mille pensieri attraversarono la mia mente. Su tutti quello più terribile: sarei morto sfracellandomi su quegli scogli!

Finalmente udii delle urla, stavano chiamando me.

« Sono quiiiiiiiiiiiiii, sono quiiiiiiiiiii!»

Altre grida, sempre più vicine: mi avevano trovato! Vidi l’ assistente, proprio lui, “ la cosa”. Mi tirò fuori. Ero salvo!

Solo allora cominciai a sentire il dolore alle mani, un dolore lancinante, e lo stupore fu immenso quando, invece di sentirmi dire che erano tutti contenti di avermi trovato e salvato da morte certa, mi arrivò un ceffone sul viso così forte che caddi per terra:

« Così impari ad allontanarti dal gruppo, sai i guai che avremmo passato per causa tua? Deficiente!»

Non ero stato sorpreso a rubare, o a combinare chissà quale disastro; fosse stato così mi sarei meritato quello schiaffo, ma ero solo un bambino impaurito che aveva rischiato la vita. Un bambino diverso dagli altri perché nato e cresciuto all’ estero.

Perché allora tutto ciò, perché?

Perché nessuno ha pensato in quel momento di abbracciarmi teneramente per un secondo? Trascorsi una settimana in infermeria, una settimana tranquilla, finalmente lontano dai miei compagni. Ma quante volte sognai quel momento: veri e propri incubi nei quali le mie mani mollavano la presa e cadevo nel vuoto.

Mi svegliavo con un urlo, e questo interrompeva il mio volo.

E’ tempo di uscire dalla doccia: Alessandro mi aspetta e gli ho promesso di presentarmi a lui tutto pulito! Lo ritrovo svenuto, ha cercato ancora di liberarsi, le sue caviglie sono lacere e sanguinanti.

« E’ ora di svegliarsi, poltrone!»

Lo schiaffeggio violentemente sulla nuca...

« Ciao Alessandro, ti ho fatto aspettare parecchio, lo so, ma eccomi qui»

Ci impiega un po’ a riaversi, poi mi guarda con odio; io gli sorrido e mi accomodo sulla sedia che avevo lasciato davanti a lui. Cerca disperatamente di seguire tutti i miei movimenti; a pancia in giù e completamente nudo mi fa pensare ad un verme che striscia. Accendo una sigaretta. Che sapore intenso ha la prima boccata! La nuvola di fumo lo raggiunge in viso provocandogli alcuni colpi di tosse.

« Ti piace il miele Alessandro? Vedi: qui ne ho un barattolo pieno. E questo affare lo conosci? Sai cosa ho tra le mani? Si chiama speculum, serve ai ginecologi quando devono fare una visita accurata; allarga la vagina, o anche l’ ano... almeno credo. Nel tuo caso servirà a quello!»

Scoppio in una risata isterica; se potesse urlare penso che mi romperebbe i timpani. Invece può fare ben poco: si contorce, sbatte la testa sul tavolo d’ acciaio, cerca di slegarsi.... Fatica sprecata! Lo schiaffeggio ancora.

« Ascoltami, non ho finito. Se ti calmi un attimo e guardi sullo scaffale alla tua destra noterai una scatolina.

Lo vedi, laggiù, quell’ oggetto nero? Mentre eri solo qui nella stanza non sentivi degli strani movimenti là dentro? Non ti sei chiesto cosa fosse? Ho catturato un ratto un po’ di tempo fa, non l’ ho ucciso: sapevo che mi sarebbe tornato utile. Non mangia da giorni; sarà affamato, non credi?»

Continua a contorcersi e a mugugnare. Forse ha capito. Nel frattempo ho raggiunto l’ armadietto; anche in questo, come in quelli nelle altre stanze, ci sono tre scomparti. Nel primo ho riposto gli antidolorifici di ogni sorta: la morfina e tutti gli analgesici derivanti dall’ oppio e quindi dalla lavorazione del papavero. Settimane a fare ricerche e studi sulla terapia del dolore, so tutto o quasi adesso. Nel secondo scomparto ci sono invece tutti i sonniferi, sedativi e psicofarmaci immaginabili: Tavor, Xanax, Valium, En, Lexotan... e tanti altri. Ma quello che mi serve ora è nel terzo divisorio: i veleni paralizzanti. Feci anche molte ricerche sulla paralisi muscolare parziale o totale. Fui sorpreso nello scoprire che uno dei più potenti di questi veleni viene ottenuto dal pesce palla che vive in Giappone: la Tetrodottosina. Il mio stupore fu ancora più grande, però, quando scoprii un’ altra sostanza, una polvere biancastra, simile al borotalco. Pare che potenti stregoni vudù di Haiti, gli Hungan, soffiassero, e probabilmente soffiano ancora oggi, questa polvere detta anche polvere di zombificazione, sul viso delle vittime designate. Mi è costato parecchio procurarmela, tempo e denaro. Beh... è ora di provare se funziona!

Apro il contenitore e ne verso un po’ in una piccola cannuccia; non rischio nulla con la mascherina.

Mi avvicino ad Alessandro mentre lui continua a dimenarsi.

« Ora basta, mi hai stufato!»

Faccio un respiro profondo e gli soffio tutta la polverina bianca sul viso. Con l’ affanno che ha in questo momento la inalerà in un attimo.

« Respira, respira bene, questo dovrebbe paralizzarti per un po’. Rimarrai comunque cosciente: devi poter sapere tutto quello che ti farò.»

Incredibile, l’ effetto è quasi istantaneo, non si agita già più; tra un paio di minuti sarà completamente immobile, ma non insensibile al dolore, che, immagino, la paura contribuirà ad amplificare. Bene!

Ecco, ora è paralizzato, posso iniziare. Mi infilo un paio di guanti in lattice e prendo una bottiglietta in un cassetto dell’ armadio.

« Alessandro, ascolta bene: ora lubrificherò il tuo orifizio con dell’ olio profumato. Sentirai quanto è buono questo odore. Sto introducendo lo speculum e comincio ad allargare, ad allargare, ancora e ancora... Ecco, mi sembra abbastanza. Adesso il miele…

Con un clistere precedentemente preparato vado a metterti un bel po’ di questo dolce nettare all’ interno, una discreta quantità…»

Fatto ciò mi alzo e vado verso lo scaffale, prendo la scatolina nera e la porgo davanti alla sua faccia; ha gli occhi sbarrati, ma nemmeno le palpebre si muovono! Dopo aver indossato guanti molto spessi, afferro la bestiola che cerca di mordermi:

« Guarda Alessandro, guarda quanto è carino»

Tengo il ratto nella mano destra e lo porto davanti al suo viso. La paralisi totale non ferma le copiose lacrime che gli bagnano gli occhi.

« Ora te lo infilo dentro; vorrà uscire ma troverà la porta chiusa, e mangerà, nel tentativo di aprirsi un varco. Non so se ci riuscirà! Addio Alessandro!»

L’ animale si dibatte e squittisce; l’ apertura è abbastanza grande ma nell’ introdurlo dovrò prestare la dovuta attenzione quando toglierò lo speculum... L’ operazione riesce al primo tentativo. E’ stato più facile di quanto pensassi: attirato dal miele è entrato e sta già mangiando; non so quanto tempo vivrà senza ossigeno lì, ma credo abbastanza, sì abbastanza. Ora devo uscire. Tornerò più tardi. Penso che andrò a riposarmi un po’, c’è ancora così tanto da fare!

Mi giro e mi rigiro nel letto, tolgo il cuscino, poi lo riprendo. Inutile: il sonno tarda a venire. Eppure sono così stanco!

Sarà l’ eccitazione, forse il pensiero di tutto ciò che ho fatto e di quello che mi resta da fare. Chiudo gli occhi e cerco di non pensare. Non pensare al presente non mi è troppo difficile, ma il passato... quello no, non riesco proprio.

E in una specie di torpore, tra la veglia e il sonno, mi tornano in mente quei giorni, in quel collegio, in quell’ inferno.

Era estate. Ricordo un caldo torrido, non si respirava e, malgrado avessimo il mare a due passi, in spiaggia non potevamo andarci, a meno che non lo decidessero gli assistenti. L’ unico modo, dunque, per non soffrire troppo era fare meno sforzi possibili, trovare un posto ombrato e sperare che anche a loro venisse voglia di fare un bagno.

Quel pomeriggio mi ero seduto sotto un enorme pino nel cortile del collegio, sudavo, c’ era anche molta umidità; tolsi la maglietta e rimasi a torso nudo. Così mi addormentai e qualcuno ne approfittò. Non ho idea di quanto tempo trascorse; ad un tratto fui svegliato dal dolore, come se fossi stato punto da tanti aghi nello stesso istante, ovunque sul mio corpo. Tentai di muovere le mani, non potevo: non riuscivo a sollevare le braccia. Queste punture, e poi il solletico, mi trasmettevano la sensazione di qualcosa che mi camminava addosso. Misi a fuoco e vidi: decine e decine di formiche rosse, piccoline, ma molto voraci, cattive. Ne avevo ovunque e mi mordevano!

Malgrado i miei sforzi, non riuscivo a liberarmi: ero stato legato, le mie piccole ed esili braccia erano avvolte intorno al tronco dell’ albero su cui mi ero appoggiato. Poi, mentre le bestiole continuavano a mordermi, sentii delle risate, dietro di me, molto vicino. Ancora una volta ero vittima degli scherzi stupidi dei miei compagni.

Durò per quasi mezz’ ora; poi uno di loro deve aver tagliato il filo che mi legava e fui liberato da quella terribile tortura. Mi liberai alla svelta delle formiche che avevo addosso e, con l’ angoscia che mi aveva fatto perdere il controllo, roteavo le braccia alla rinfusa sperando di cacciarle tutte. Li vidi scappare, sapevo chi erano. Cosa potevo fare, tuttavia?

Un suono acuto rimbomba in tutta la casa: è la porta. Qualcuno sta suonando. Non sapevo neppure che il campanello funzionasse. Un brivido percorre tutto il mio corpo. Insistono, devo andare ad aprire! Chi può essere a quest’ ora? Sarà Lei? Forse qualcuno che si è perso? Mi hanno scoperto, forse è la polizia! Niente paranoie, nessuno sa che sono qui. E la polizia non suonerebbe di certo....! Ma no, sarà certamente Lei!

« Va bene, va bene, arrivo!»

Continua.......


Mario Contini 12/03/2012 10:52 4265

Opera pubblicata ai sensi della Legge 22 aprile 1941 n. 633, Capo IV, Sezione II, e sue modificazioni. Ne è vietata qualsiasi riproduzione, totale o parziale, nonché qualsiasi utilizzazione in qualunque forma, senza l'autorizzazione dell'Autore.
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I fatti ed i personaggi narrati in questa opera sono frutto di fantasia e non hanno alcuna relazione con persone o fatti reali.


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