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L'uomo sbagliato

Dramma

Sara attraversò piazza della Fontana.C’era poca gente in giro in quel freddo giorno di novembre.Aveva chiesto un permesso a scuola per risolvere il problema del suo attestato di aggiornamento, che l’ufficio scolastico provinciale tardava ad inviarle. Mancava solo quel documento per completare il suo curriculum e presentarlo al Ministero. C’erano due posti disponibili in una scuola italiana a Dresda e lei voleva concorrere. L’orario per il pubblico era dalle dieci alle dodici.

Sara telefonò all’ufficio per avere conferma di poter essere ricevuta dal dirigente.“Professoressa Ercolani, buongiorno. Il suo attestato è stato già spedito all’indirizzo che lei ci aveva comunicato.”

“Ma io sono venuta per ritirarlo… Mi era stato detto che avrei dovuto firmare per la consegna.”

“Sì, sarebbe la prassi, ma considerato che lei è stata trasferita già da alcuni anni…”

“Dodici per l’esattezza.”

“Ecco, appunto. Il dirigente ha pensato di favorirla, evitandole il disturbo di muoversi dalla sua sede… Quindi non è necessario che lei venga in ufficio. Con la posta prioritaria riceverà il documento in pochi giorni.”

“Senta, io ormai sono qui, ho preso un permesso a scuola… Semmai ne avrò una copia in più. E’ possibile?”

“Certo, potremo consegnarle un duplicato, perché, come le ripeto, l’originale le è stato già spedito.”

Sara riagganciò visibilmente contrariata.

Sempre i soliti pasticcioni, quelli dell’ufficio scolastico!Dopo tanto insistere avevano preso una decisione diversa senza avvertirla. E lei era partita da Roma per niente, arrivata inutilmente in quella cittadina, che non avrebbe voluto rivedere, perché le ricordava situazioni che negli anni precedenti aveva cercato di cancellare dalla memoria.

In quella piccola provincia aveva iniziato la sua carriera con il primo incarico ad appena ventiquattro anni.

S’incamminò per la strada principale, visto che poteva ormai prendersela comoda. Telefonò a Piero, il suo compagno e convivente.“Ho fatto un viaggio inutile. Quei cretini mi hanno spedito l’attestato.”

“Mi spiace. Comunque, mentre aspetti il prossimo treno per tornare, ti puoi fare un giretto…”

“Fa freddo. Qui, come al solito, ci sono circa due o tre gradi in meno rispetto a Roma. Lo conosco bene questo posto. Ci ho abitato per tre anni!”

“Dai, si tratta di qualche ora… Amò, ci sentiamo più tardi, ora ho un paziente.”

Piero era medico ospedaliero, da poco confermato con un contratto a tempo indeterminato. Se non fosse stato per questa occasione che si presentava a Sara di fare un’esperienza di insegnamento all’estero, in Germania per un triennio, forse avrebbero programmato di fare un bambino.Comunque quello di Sara era pur sempre un tentativo. Di sicuro ci sarebbe stata una selezione severa e non era ancora detto che uno di quei due posti disponibili sarebbe stato suo.

Era immersa in questi pensieri quando imboccò la strada del corso cittadino.Conosceva bene quella zona per averla frequentata spesso dodici anni prima. Non era cambiato quasi nulla. I soliti negozi, forse qualcuno un po’ più elegante e appariscente, ma niente di particolare.‘C’era da aspettarselo’ commentò tra sé ‘anche a distanza di tanti anni, qui la vita scorre con insopportabile monotonia. E la gente è sempre la solita: nessun interesse al di là dei pettegolezzi e dei pregiudizi.’

Nella scuola dove ora lavorava, si trovava perfettamente a suo agio, sia con i colleghi che con gli studenti. Niente più facce scure o impenetrabili, né sguardi gelidi e scostanti.

Mentre attraversava una piccola piazza, vide Michele.

Seduto al caffè sull’angolo della via, fumava una sigaretta tenendo, come era solito fare, le gambe accavallate. Da questo particolare lo aveva riconosciuto.

Michele.

Le appariva invecchiato. Gli occhiali fumé, il viso scavato dalle rughe, i capelli bianchi, piuttosto corti e radi.

Si era fermata un momento ad osservarlo. Lui se n’era accorto e la guardava: l’aveva riconosciuta.

Per qualche istante rimasero così. Lei non accennò neppure un sorriso. Lui invece sembrava piacevolmente sorpreso. Poi le fece un cenno con la mano, come per dire: avvicinati.

Sara fece qualche passo e gli fu davanti. Non si strinsero la mano.

“Ne è passato di tempo” disse lui per primo, con un mezzo sorriso ironico.

“Ti trovo bene” rispose Sara con un altro mezzo sorriso.

“Non ci credo. E’ una bugia. Sono invecchiato. Me lo dicono tutti…”

Il solito egocentrico, pensò lei.

“Anche tu sei cambiata, sei più matura, direi, ma sempre bellina” replicò guardandola da sotto in su. “Dai, siediti. Mica resterai in piedi?”

“Sono di passaggio.” Sara pensava che sarebbe stato meglio non prolungare quella conversazione.

Michele era l’ultima persona che avrebbe voluto rivedere quella mattina. Ma lui le indicava la sedia di fronte alla sua.“Dai, che ti offro qualcosa da bere… Un caffè? Lo prendi un caffè?”

“E da quando ti sei messo a pagare caffè?”

“Vedi? Sono invecchiato… però non è mica detto che te lo debba pagare... Si fa a mezzo…” Dicendo queste parole sorrideva, ironico come in passato, pensò lei. Però sembrava contento di rivederla.

Durante quei dodici anni lui spesso aveva pensato a Sara. Chissà dov’è ora? si era chiesto. E con chi?

“Sei dimagrita… forse un po’ troppo” le disse quando lei si sedette.

“Non sono mai stata grassa… E tu? Sempre in gran forma, eh? Forse grazie ai tuoi sport preferiti!”

“Mah, con certe cose ho molto rallentato”

Arrivò il cameriere. “Professore, desidera qualche altra cosa?” chiese rivolgendosi a lui con un tono di rispetto formale, un po’ forzato.

“Cosa prendi?”

Sara ordinò una spremuta d’arancia.

“E quali sarebbero le cose che non fai più? Neanche la ginnastica da letto?” e sorrise ironica.

“Quella non me la faccio mancare… Ma la tua è invidia o gelosia?” replicò lui sorridendo “Sai, alla mia età il sesso è anche un modo per prevenire certi disturbi della vecchiaia… Con le immersioni, invece, ho chiuso da quasi vent’anni. Certo non te lo puoi ricordare… Negli ultimi tempi, prima di andartene da qui, ci si vedeva poco o niente.”

“Non ci si vedeva affatto, direi, e per mia scelta precisa. Hai dimenticato o fai finta di non ricordare?”

Sara capiva che stava per ricominciare tra loro, anche a distanza di tanti anni, una schermaglia verbale di frecciatine, battute allusive, che sarebbe sfociata presto in una polemica astiosa.

Erano molto simili, per carattere, impulsivi, ma forse per questa loro affinità quando si conobbero, subito si sentirono reciprocamente attratti.“Perché sei ancora così aggressiva con me?”

“Io aggressiva? Senti chi parla…” replicò lei con un sorriso di sfida.

“Comunque volevo dirti che non ho dimenticato nulla, bella mia” riprese lui con tono pacato.

Quel ‘bella mia’ era un intercalare tipico di Michele, quando ci provava con qualcuna che gli piaceva.

E gliene piacevano sempre tante di donne, pensava Sara.

“Non ti ho dimenticata” proseguì lui vedendo che lei non reagiva, “sai, non lo dico per farti piacere... Come potrei, anche volendolo? Ma non lo voglio.”

“Che cosa non vuoi? Farmi piacere?” scherzò lei, fingendo di non capire.

“No. Non voglio dimenticarmi di te.”

Glielo disse senza guardarla in faccia, abbassando lo sguardo, con la sua solita assurda timidezza.

Tornò il cameriere con la spremuta e lo scontrino. Lui lo afferrò al volo, prima che Sara allungasse la mano.

“Non so se posso chiederti il motivo del tuo ritorno qui.”

“Non sono tornata. Sono di passaggio. Sto andando all’ufficio scolastico per ritirare un mio attestato di aggiornamento in servizio. Prendo il permesso a scuola, arrivo e mi dicono che l’hanno spedito al mio indirizzo… C’è da incazzarsi, come minimo... Del resto cosa mi potevo aspettare? Qui…” e si interruppe.

“Qui va così, ma anche altrove non sarà diverso!” aggiunse lui “Se mi ricordo bene, tu ce l’hai sempre avuta una tua antipatia per questa città, fin dall’inizio.”

“Dai” lo incalzò lei, riprendendo il tono polemico,“ora dimmi che sono la solita razzista… Cavolo, sei sempre lo stesso sputasentenze!”

Lui sapeva che quell’argomento era a rischio di lite con lei.

“Ma su…non puoi negare che questa città, la gente di qui ti facessero incazzare… Cosa stavi per dire poco fa? Le cose che dicevi anche allora. Che qui è tutto merda. Non dico che tu avessi sempre torto… ma prendertela per ogni idiozia, facendo il confronto con Roma, era proprio un atteggiamento da adolescente! Ora sei tornata nella tua città, no? E lì va tutto bene, funziona tutto a meraviglia, immagino…”

“Roma è casa mia… Qui sono sempre stata considerata come un’estranea, se non addirittura persona ‘non gradita’! Del resto, tu che hai tanta voglia di criticarmi, dov’è che vivi? In una città praticamente morta, che a chiamarla così, si usa un parolone… E poi stai sempre con Lorena, vero?” e con questa domanda si infilò in un argomento per entrambi ‘scabroso’, perché si trattava dell’amante ‘storica’ di Michele.

“Ma, sai, Lorena è come un’istituzione… Difficile poterla cambiare!”

Sara sorrise volgendo lo sguardo sui passanti, poi si accese una sigaretta. Michele guardandola continuò. “Eppure un tempo siete state molto amiche… Lei stravedeva per te e tu per lei. Sempre appiccicate. Regalini, cenette… da far credere a chi non vi conoscesse bene che ci fosse del tenero tra voi… o sbaglio?”

E insisteva su un passato per Sara sgradevole da ricordare. Erano state amiche, era vero, ma solo all’inizio, quando ancora non avevano iniziato a vedersi di nascosto lei e Michele. Da quel momento Sara aveva sofferto interiormente, nella consapevolezza di fare un torto ad una persona che le aveva comunque dato fiducia.

Però come spiegare ad un’amica che ti sei innamorata del suo compagno-amante?

Oltretutto Michele la scongiurava di non provocare problemi irrisolvibili, perché conosceva bene le reazioni della sua compagna. Comunque, con il passare del tempo, sia Sara che Lorena cominciarono, per motivi diversi, a distanziarsi.

L’ultimo incontro tra loro era stato assolutamente casuale, al supermercato, poco prima che Sara fosse trasferita a Roma. Si erano salutate con reciproca freddezza, poi Sara impulsivamente le aveva rifilato qualche frase astiosa. Lorena, però, era rimasta quasi indifferente, forse per non darle soddisfazione. Alla fine della breve conversazione Sara aveva concluso “Lorè, sto per partire, ma sai che nuova c’è? Non mi mancherai neanche un po’, né tu né il tuo amichetto del cuore… A non rivederci!”

Lorena non aveva avuto reazioni: voltate le spalle, se n’era andata così, senza neppure salutarla.

“All’inizio la credevo diversa e forse lo era,” ammise Sara tenendo gli occhi bassi “poi col tempo, non so perché, ci siamo allontanate. E’ stata lei ad escludermi.”

“Beh, forse non aveva tutti i torti… forse non si fidava più perché aveva intuito che tra noi era nata un’intesa.”

“Comunque è una storia vecchia, anzi preistoria per me. E non mi va di riparlarne.”

Sara sembrava decisa ad andarsene. Non aveva più voglia di ascoltarlo.

Lui le toccò un ginocchio mentre accavallava le gambe.

“Che fai? Ci provi?”

“Ti piacerebbe, eh? Ma sono vecchio ormai…”

“Non sei più il mio tipo. Non fare finta di non saperlo.”

“Certo che lo so” rispose lui sorridendo, “però mi basta pensare a quando ti piacevo tanto… e mi do pace.”

Una bella ragazza, capelli neri lunghi e ricci, grandi occhi verdi si era avvicinata al tavolo. Sui venticinque, ventotto anni al massimo, pensò Sara osservandola: due piccoli seni in evidenza sotto un giubbino imbottito, aperto, minigonna a pieghe e stivali.

“Ciao Michele.” La ragazza guardò entrambi e sorrise senza imbarazzi.

Michele invece arrossì, emozionato come uno che ha da nascondere qualcosa.

Era chiaro che tra loro ci fosse dell’intimità, pensò Sara osservandoli.

“Vedo che sei in compagnia…” aggiunse la ragazza, “ci sentiamo più tardi. Chiamami tu” e subito si allontanò di buon passo.

“Bel sedere, eh? Da fare invidia…” esclamò Michele, sbirciando lo sguardo stranito di Sara e cercando di smontare quel momento di imbarazzo che aveva manifestato poco prima suo malgrado.

“Potrebbe essere tua figlia o tua nipote, considerata l’età, ma tu hai sempre avuto un debole per le ragazzine… Anche a scuola, no?”

“Non essere stupida” rispose lui senza alterarsi, ma con una certa fermezza di tono, “sai bene che quello era un territorio off limits per me.”

“Ma se ti stavano tutte addosso… Erano pronte a venire a letto con te e lo sai.”

“Ero io a non volerlo, bella mia! Avrei potuto approfittare, ma non sono mai stato tanto idiota… Tu parli così perché sei gelosa.”

“Io gelosa? Non farmi ridere!” concluse lei sistemandosi la tracolla e alzandosi. Per Sara il tempo era scaduto, quella conversazione per lei era stata penosa fin dal primo minuto.

“Aspetta.” Michele le prese con dolcezza un braccio, “perché tanta fretta? Dai, scherzavo… Lo so che di me non te ne frega più nulla. Rimani ancora un po’, dai…Chissà quando ci rivedremo… se ci rivedremo.”

Cercava di trattenerla. Come nel giorno in cui Sara gli aveva detto che tra loro era finita, che si tenesse Lorena, che si era stancata di quel ‘triangolo di merda’. Michele allora aveva riso e l’aveva presa in giro. “Veramente è un quadrilatero… Non consideri la presenza di Angela, mia moglie? Ancora non mi sono separato…”

Sara ricordava le parole piene di rabbia, gli insulti che gli aveva rivolto, quando era scesa dalla sua macchina in quello spiazzo desolato, sempre lo stesso, dove erano soliti appartarsi.

Michele era sceso anche lui dalla macchina, le aveva preso le mani e l’aveva implorata con parole concilianti, pacate, con un tono di resa, quello di chi ha capito di aver perso. E lei si era lasciata convincere a far pace e a fare l’amore. Quell’episodio le era tornato alla mente chissà perché. Comunque era chiaro che non si sarebbe ripetuto nulla di quel momento. In Sara non c’era più lo slancio di allora, ma da anni era subentrato il rancore verso Michele e anche verso se stessa, perché si era lasciata andare in una situazione impossibile.

“Ti posso accompagnare? Me lo permetti?” proseguì Michele alzandosi.

Lei fece qualche passo poi si fermò.“Ma non ti sembra sconveniente farti vedere in giro con me? E cosa dirai a Lorena quando lo verrà a sapere?”

“Non lo verrà a sapere. Chi vuoi che glielo dica? Pensi a quella ragazza che hai visto poco fa? Tranquilla. Lei non parla… non avrebbe motivo. E poi cosa vuoi che succeda, quand’anche lo venisse a sapere? Dopo tanti anni anche Lorena è cambiata…abbiamo avuto le nostre crisi. Ci siamo lasciati un paio di volte…”

Sara si rifiutò di commentare e non capiva che cosa Michele volesse da lei.

Ora camminavano per il corso.

Soffiava un vento freddo, quello che a novembre annuncia l’inverno.

“Sai, da quarant’anni voglio bene a Lorena. Quando la conobbi a scuola, ero sposato da tre anni e avevo già due figli. Siamo stati amanti clandestini per ventidue anni. Anche con lei c’è stato un lungo periodo d’amore fatto in macchina, d’estate e d’inverno… Poi Lorena lasciò i genitori e andò a vivere da sola. Quando ci hai conosciuti, lei ed io ci vedevamo solo a casa sua. E sai quanti anni siamo andati avanti così? Tanti. Dopo che Barbara, la mia figlia più piccola, si è laureata, mi sono deciso. Sapevo che Lorena aveva aspettato quel momento da venticinque anni. Così ho lasciato mia moglie e sono andato a viverecon lei. Ho anche pensato di sposarla, ma lei ora non vuole più. Dice che siamo troppo vecchi per queste cose. Resta il fatto che senza di lei non potrei vivere. Ma non posso vivere solo di lei… ancora oggi è così. Se mi capita di incontrare una che mi piace e ci sta, ci vado. Certo prima era diverso. Quando ero più giovane, non volevo perdere nessuna occasione. Se mi piaceva una donna, me la volevo scopare solo per il gusto di farlo. A quei tempi si parlava di ‘coppie aperte’… Io non volevo nascondere nulla a Lorena, ma poi finivamo sempre per litigare… E lei per giorni mi teneva il broncio! Così decisi di cominciare a mentirle. Successe quando ti conobbi a scuola. Pensai: è fatta. E’ una collega, Lorena la conosce quanto me… insomma sembrava che non ci fossero problemi. Tu mi piacevi molto. Quando abbiamo cominciato a fare l’amore, c’è stata una grande complicità con te. E’ vero, qualche volta ci siamo sentiti in colpa verso di lei…” Michele parlava a ruota libera, come per sfogarsi.

Sara si fermò e lo guardò.“Senti Michele, io con quel passato ho chiuso per sempre… A che serve riesumarlo? Che vuoi che me ne importi se ti piacevo poco o tanto? Ora ho un’altra vita e un altro compagno… Tu te ne vai a letto con quella bella ragazza che potrebbe essere tua figlia e Lorena chiude un occhio… Ecco, vedi… tutto scorre, come dice il filosofo.”

“Mi piace quando mi chiami per nome… mi è sempre piaciuto come pronunci quelle tre sillabe.”

Sara lo guardò con un sorriso di compatimento.“Sai cosa sei diventato? Un vecchio patetico, che non si vuole arrendere al suo declino.”

“Dici bene. Sei sempre stata una ragazza perspicace. E’ per questo che mi sei piaciuta. Comunque hai ragione, ma non sono ancora pronto per la resa.”

Lui riprese a camminarle al fianco con un’aria dimessa, da penitente o da nostalgico.

“Posso accompagnarti?” le domandò di nuovo.

“Ho da fare, te l’ho detto. Poi riparto subito col treno.”

“Ho la macchina parcheggiata qui vicino. In cinque minuti ti porto dove devi andare. Dai, fammi contento almeno per questa ultima volta.”

Sara non rispose. Lui capì che quel silenzio poteva essere un sì. Si fermò accanto ad una piccola utilitaria di colore blu scuro, le aprì lo sportello, poi girò la chiavetta dell’accensione.

In quel momento squillò il cellulare di Sara. Sul display comparve il nome di Piero. Meglio non rispondere, pensò Sara. Non avrebbe potuto parlare al suo uomo con un tono normale, mentre, lì a dieci centimetri, c’era Michele ad ascoltarla.

“Potevi rispondere” le disse lui guardando la strada. Sara rimase in silenzio, mentre l’auto attraversava alcune vie a lei familiari.

Poco dopo lui accostò al marciapiede e spense il motore. Poi si voltò verso di lei e le prese la mano.

“Ma che fai ora?” chiese lei stizzita.

“Non essere così astiosa con me… Lo vedi, sono invecchiato e poi credimi, non corri alcun pericolo…”

“Senti Michele, non capisco davvero cosa tu voglia da me…” Sara aveva ritirato la mano, ma lentamente, con un po’ di esitazione. Lui se n’era accorto. Ora doveva giocarsela bene quell’ultima possibilità.

Si accese una sigaretta, aspirò il fumo e guardò fisso in un punto indefinito.

“Vorrei parlarti un po’, come si faceva ai vecchi tempi dopo che facevamo l’amore, ricordi? A me piacerebbe e non ti ruberei molto del tuo tempo prezioso… Ma se non ti va…” Il suo tono era cambiato, sembrava volesse esprimere una sorta di ‘ultimo desiderio’, o forse dare una fine meno emotiva e più serena alla loro vecchia storia. Sara non parlava. Ripensava alla loro relazione, intensa e burrascosa, che a distanza di tanti anni le sembrava sempre più assurda. Ma aveva capito l’intenzione di Michele, quella di rasserenare il ricordo che entrambi conservavano.

“Cosa vuoi dirmi? Ti ascolto, visto che ci tieni tanto... Ma sappi che non servirà a nulla. Il passato è già morto da un pezzo, almeno per me.”

Michele la guardò e provò una specie di sollievo. Non avrebbe scommesso un centesimo su quella risposta quasi accomodante. Evidentemente con il passare degli anni, l’impulsività, a volte distruttiva, di Sara andava placandosi.

Senza dire nulla rimise in moto. Ad un incrocio svoltò a sinistra per imboccare la statale. Usciva dal centro. Probabilmente, pensò Sara, voleva trovare un posto tranquillo, dove poter parlare senza vedere gente intorno. Un posto più intimo, fuori città, forse quello dove un tempo si appartavano. Michele, invece, prese a destra una strada sterrata che attraversava dei campi. Sara non riusciva a pensare a cosa sarebbe successo di lì a poco.

Di certo non si era preparata ad incontrarlo e a riprendere un certo discorso. C’era come il vuoto nella sua testa, una sensazione che Michele in passato le aveva spesso provocato.

Arrivarono davanti ad un cancello di un piccolo casale, un’antica costruzione a due piani.

Scesero dalla macchina. Lui tirò fuori da una tasca del giubbotto un mazzo di chiavi ed aprì il lucchetto. Sara si guardò intorno e vide le aiuole, le piante di rose e altro lungo la recinzione. Non conosceva i nomi, distingueva solo i gerani, le ortensie, la pianta di limone e i bonsai. Quella delle piante era un’altra delle passioni di Michele.Non disse nulla e lo seguì.

Entrarono in casa. C’era odore di chiuso, mischiato a quello del fumo di sigarette. Michele la precedette per aprire le imposte delle finestre.

La sala era grande. In fondo c’era una porta ed accanto una piccola scala a chiocciola di legno scuro.

Alla parete sinistra un’imponente libreria, uno scrittoio ingombro di carte e volumi, a destra un piccolo divano a due posti davanti al camino e poco più in là una piccola catasta di legna da ardere.

Era un ambiente spazioso, ma dava anche l’idea dell’intimità, del vissuto.

“Ecco il mio rifugio!” disse Michele con un tono compiaciuto “Qui ci vengo spesso da solo e poche volte in compagnia. Lorena ci viene molto di rado, non le piace questa solitudine. Quindi puoi stare tranquilla, non c’è pericolo che arrivi qui all’improvviso…” aggiunse guardandola, mentre lei silenziosa si accendeva una sigaretta.

“Siediti dove vuoi. Voglio farti vedere una cosa…” e andò verso la scrivania, aprì un cassetto e cominciò a frugare.Sara sostava davanti alla libreria, curiosando tra i titoli di libri di politica, di filosofia, di botanica. Le letture preferite di Michele. Lui la poesia e la letteratura non le sopportava proprio. E nemmeno l’arte, la materia che Sara insegnava. Non concepiva l’utilità della critica, riteneva superflua la storia dell’arte, elemento marginale nella ‘vera’ conoscenza.

“Eccola. L’ho trovata!” esclamò Michele, mostrandole soddisfatto una busta chiusa. “E’ per te. In verità l’ho scritta almeno quindici anni fa… Non te la feci mai vedere perché era troppo compromettente per me” aggiunse sorridendo “ma ora vorrei che tu la leggessi e la conservassi in ricordo di me.”

“Cos’è il tuo testamento?” commentò Sara ridendo, mentre guardava quella busta che lui le stava porgendo.

“Giusto!” confermò lui, “un vecchio come me, prossimo ad andarsene…”

“Oggi sei proprio patetico! Dov’è finito il razionalista, l’irriverente, il misantropo?”

Lui le sorrise e si avvicinò per accarezzarle il viso. Avrebbe voluto baciarla, ma non osò.

Sara, vista la sua esitazione, si scostò tenendo in mano la busta e agitandola in aria. “E se con questa accendessimo il fuoco?” rideva con la stessa semplicità di quindici anni prima, pensò lui, e ne fu contento.

In quel momento avvertì una tremenda fitta proprio nel centro del torace. Una piccola smorfia di dolore gli deformò il volto, ma lei non la vide, perché era voltata di spalle.

“Ok” disse lui raggiungendola e sforzandosi di nascondere la sofferenza che stava provando “Ora accendo il fuoco. Tu però ti siedi qui e cominci a leggere. Prometti?”

“Come vuole, professore!” Sara si sedette sul divanetto e poggiò la busta sul bracciolo.

Michele intanto, curvo sul camino disponeva dei pezzi di legna presi dalla piccola catasta.

Il dolore al petto stava diventando lancinante e si estendeva alla spalla sinistra.

Lei non si accorgeva di nulla, lo vedeva semplicemente intento all’accensione del fuoco. Così aprì la busta e vi trovò un foglio vergato a penna. Si capiva che era stato scritto diversi anni prima: l’inchiostro della biro aveva tracciato solchi profondi di cui si era imbevuta la carta non più perfettamente bianca. Sara sentiva sotto i suoi polpastrelli la forma delle parole scritte.

“Allora leggo?” chiese.

Lui si era seduto di traverso sul bordo del camino, per attizzare il fuoco. La morsa delle fitte al torace non rallentava.

Non si voltò e rispose “Sì leggi, dai.”

Lei cominciò:“Sara,vorrei che tu fossi con me, vorrei tenerti abbracciata, accarezzarti, farmi penetrare dal tuo odore. E poterti trasmettere le mie sensazioni. Ieri è stato bello, tu eri meravigliosa: dopo tanto tempo ho vissuto in presa diretta, senza continuamente vedermi nel mio specchio deformante. Qualcosa del genere mi era capitata l’ultima volta a casa tua (ti pareva che avessi vent’anni), quando mi desti quel libro.”

A questo punto lei si fermò a ricordare. Quel giorno che lui definiva ‘l’ultima volta’ doveva essere stato all’incirca due mesi dopo che avevano cominciato a vedersi di nascosto. Erano nel mini appartamento che Sara aveva da poco preso in affitto e stavano scambiandosi i doni prima di Natale. Cosa potevano mai regalarsi due insegnanti? Libri, naturalmente. Michele le donò una bella pubblicazione sui bonsai con la rilegatura in pelle. Sara aveva scelto un volume sulla pittura romana del Seicento. Ricordava anche il commento di Michele, “Grazie, piccola mia. Un libro d’arte per un profano come me… dovrò nasconderlo bene tra i miei testi di botanica, perché, se lo vede Lorena, capisce subito che sei stata tu a regalarmelo.”Tutto le ritornava in mente.

Lui si voltò a guardarla.

La vide piacevolmente concentrata nei suoi pensieri, nei loro ricordi. “Non prosegui?” chiese a bassa voce.

Sara riprese a leggere.

“E’ tanto tempo che doveva succedere: il mare, una partita a pallone, tanti anni fa. Quando tutto è finito, ho visto quanta parte di vita io non viva. Ma non mi ha fatto star male, avevo l’illusione, la speranza, di poterci arrivare anch’io un giorno. Questo volevo trasmettervi quando vi ho stretto e vi ho baciato.”

Michele risentì un’altra fitta violenta, ma rimase seduto poggiando le spalle allo stipite del camino.

Sara leggeva e si rivedeva com’era anni prima, quella volta a casa di Lorena, seduti in tre sul divano a parlare di scuola e Michele, che stava in mezzo a loro due, all’improvviso le aveva abbracciate e baciate sulle guance. Un bacio tenero, delicato, pieno di messaggi diversi.

“Poi il ritorno nelle parti, la realtà. La realtà, le due realtà: nessuna che basti. E tu sei l’illusione (o la terza realtà). Ecco, fin qui ho scritto di getto; ora non so più che dire, ho solo cose brutte, non riesco a dar corpo all’illusione e tutto mi appare vano, sbagliato. Ma non mi pento della nostra esperienza; hai ragione tu: ne vale la pena e voglio che duri. Un sogno che ho fatto (i sogni brutti riesco a farli). Il mare verdastro, trasparente, appena increspato, confidente; il caldo dell’estate. Mio figlio, a prua di una barca, che mi sorride e mi tenta, biondo nel sole. E poi all’improvviso si butta giù, aggrappato all’ancora e sparisce nella schiuma e lo vedo che scende giù giù nel buio sempre più fondo… E’ un po’ che ci rimugino: ho l’impressione che quel bimbo sono io e che ormai non resti che scendere sempre più in fondo. Michele venerdì 19 febbraio 1992 ”

Sara alzò il viso e incontrò lo sguardo di Michele.Lui sentiva venirgli meno il respiro, ma non voleva ancora lasciarsi andare via, giù giù, nel buio sempre più profondo.

Se era arrivata la sua ora, pensava, voleva dire che doveva finire così. Insieme a Sara.

Lei si era commossa.

Non poteva più nascondere l’emozione che quella lettera le aveva provocato.

Le parole, scritte da Michele tanti anni prima, esprimevano un grande affetto, ma anche la dolorosa constatazione di essere per lei l’uomo ‘sbagliato’, il più sbagliato per una ragazza di ventiquattro anni, libera e desiderosa di costruire qualcosa di autentico.

Lui non avrebbe mai potuto offrirle nulla, lui, sposato con figli e con una relazione importante almeno quanto il suo legame coniugale.

Sara, andando via da quel luogo, era piena di rabbia e rancore e avrebbe voluto cancellare ogni ricordo di Michele, quello che considerava il suo più grande ‘errore’. Si era impegnata per anni in questo intento.

Ma ora che era di nuovo con lui, dopo tanti anni, si accorgeva che qualcosa di quello che avevano condiviso andava comunque preservato da un’assurda distruzione.

E questo era possibile e giusto per lei, perché aveva capito di non essere mai uscita davvero dai pensieri di Michele.

Quella lettera, che lui le stava consegnando come ricordo, serviva a rimettere ordine nella sua memoria e a salvare la parte migliore della loro esperienza affettiva. Le parole, scritte da Michele quindici anni prima, finalmente risanavano la ferita della delusione e del disincanto.

Nel camino la legna ardeva e cominciava a sentirsi un certo tepore.

Sara si avvicinò a Michele per abbracciarlo.

Era un silenzioso ringraziamento, per aver dato un senso al tempo che insieme avevano condiviso.

Ora che sentiva quell’abbraccio, ora che la sentiva di nuovo vicina, ora sì, Michele volle lasciarsi andare.


Bianca M Sarlo 02/05/2014 15:56 580

Opera pubblicata ai sensi della Legge 22 aprile 1941 n. 633, Capo IV, Sezione II, e sue modificazioni. Ne è vietata qualsiasi riproduzione, totale o parziale, nonché qualsiasi utilizzazione in qualunque forma, senza l'autorizzazione dell'Autore.
La riproduzione, anche parziale, senza l'autorizzazione dell'Autore è punita con le sanzioni previste dagli art. 171 e 171-ter della suddetta Legge.
I fatti ed i personaggi narrati in questa opera sono frutto di fantasia e non hanno alcuna relazione con persone o fatti reali.


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Nota dell'autore:
«Una storia quasi vera.»

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Ritratto di Bianca M Sarlo:
Bianca M Sarlo
 I suoi 11 racconti

Il primo racconto pubblicato:
 
Calpestata (19/03/2014)

L'ultimo racconto pubblicato:
 
I figli del vento (14/05/2016)

Una proposta:
 
Meta' della meta' di un sogno (19/04/2016)

Il racconto più letto:
 
Il vedovo (24/01/2016, 2120 letture)


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