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Legami di sangue

Amore

Era un giorno come tanti: ufficio-casa, casa-ufficio. Anche quel giorno, Chiara, come faceva ogni sera al rientro, aprì la buca della posta e trovò, stranamente, una busta gialla, con un mittente particolare: “Studio Notarile Dott. Gambardella”.
Incuriosita, aprì la lettera e, mentre saliva in ascensore, lesse il contenuto; lo stupore, dipinto sul suo viso, fu grande. Era stata convocata, per il 13 febbraio, alle ore 10.00, presso lo studio legale del Notaio, per dar seguito alla lettura del testamento di un suo fantomatico “zio Alberto.”
Non rammentava di questo zio, né tantomeno i suoi familiari lo avevano mai nominato. Nei giorni a seguire questo pensiero fece da padrone nella sua mente, fino all’arrivo del fatidico giorno.
Per l’occasione si vestì in modo sobrio, indossò un tailleur grigio perla, un paio di décolleté nere, un filo di madreperle, un trucco leggero e per finire, i capelli biondo cenere, raccolti sulla nuca in uno chignon. In questo modo cercò di assumere un atteggiamento sereno, nascondendo al contempo il suo stato d’ansia.
L’ufficio era dall’altra parte della città ed il traffico, a quell’ora di punta, era congestionato a tal punto che si muoveva a 10 km l’ora. A Chiara sembrava che non arrivasse mai, quando dopo un bel po’, raggiunse via Giuseppe Verdi.
Il palazzo, dall’aspetto antico, si ergeva imponente, nascondendo tutte le altre abitazioni. Citofonò con riluttanza e rispose la voce di una donna, la quale, la invitò a salire al terzo piano. Entrò nella sala d’attesa, quando la segretaria, dall’aspetto severo, l’annunciò al notaio. La sorpresa fu grande, quando si accorse che non era la sola, ad essere stata convocata: altre persone erano già accomodate nello studio. Il notaio, gentilmente, la fece accomodare e le presentò le altre persone.
Disse: “Si accomodi la prego, le presento il signor Alfonso Gigliotti, la Signora Carmela e la loro figlia Concetta. Chiara, non riusciva a comprendere, cosa avesse lei in comune con quegli sconosciuti; d’altra parte, non restava altro che ascoltare quello che il notaio le stava per comunicare.
Questi, con solennità, iniziò a leggere il testamento, citò una serie di articoli e finalmente arrivò al dunque. Dopo un elenco di beni, destinati ad altre persone, a lei, Chiara Mancuso, era stata donata una casa, in una località sperduta delle campagne di Borboruso, un paese dell’entroterra Cosentino.
A questa notizia Chiara restò di stucco: non conosceva né il posto e né aveva intenzione di andarci. Ma il notaio continuò dicendo che per legge doveva prenderne possesso, ciò al fine di regolarizzare l’atto di donazione.
Chiara, inoltre, chiese notizie di questo “zio”, ma il notaio disse: ”Le posso solo dire che era un avvocato, risiedeva all'estero da un sacco di anni ed aveva incaricato il Sig. Alfonso di sbrigare tutte le procedure sulle sue ultime volontà.” La risposta non la soddisfò per niente ma dovette comunque accontentarsi di ciò che aveva appreso. Più tardi seppe che i signori appena conosciuti erano stati delle persone al servizio di Alberto.
Guardò l’ora e si accorse che era tremendamente tardi; inoltre, non aveva detto niente a Guido, il suo compagno. Si avviò verso casa, con la mente confusa, non riusciva a capire il motivo di questo lascito, e poi, da parte di una persona a lei completamente sconosciuta.
Giunta a casa Guido era visibilmente seccato; non era mai successo che Chiara non l’avvertisse di un suo ritardo o di un eventuale appuntamento. La aggredì come era solito fare, con la sua aria spavalda e presuntuosa: ”Dove diavolo sei stata?”
Chiara, con diplomazia, non raccolse la provocazione e rispose con aria distaccata: ”Invece di essere sempre scortese, potresti almeno aspettare le motivazioni del mio ritardo?” E continuò raccontando tutto l’accaduto. Guido sembrò molto interessato: l’immobile lo avrebbero potuto vendere, ricavandone un cospicuo guadagno e cercò di convincere Chiara a recarsi giù in Calabria per rendersi conto delle condizioni dell’abitazione.
Lei era molto perplessa ad affrontare questo lungo viaggio, infatti, abitando a Salerno, la distanza da percorrere era di circa 300 km, inoltre, si sarebbe dovuta assentare dal lavoro; ma l’insistenza di Guido fu tale che Chiara accettò, chiedendogli: “Perché non mi accompagni?” Ma lui, trovando delle scuse banali, rifiutò l’invito.
Così si trovò da sola in viaggio, con la sua Fiat 500 di colore rosso. Faceva un caldo soffocante e, nonostante l’aria condizionata, non riusciva a trovare refrigerio. Era partita all'alba e si era fermata solo per un attimo, in una stazione di servizio, per un caffè ed una sigaretta e poi, era ripartita.
Arrivò nella località stabilita nel primo pomeriggio. Trovò un paesino sperduto, completamente desolato, non c’era anima viva a cui poter chiedere un’indicazione.
Dentro di sé pensava: ”Ma chi me l’ha fatto fare, a mettermi in questa situazione?” Poi vide che c’era un bar aperto, entrò per un altro caffè e per chiedere anche, dove fosse l’indirizzo della casa. L’uomo, dietro il bancone, restò palesemente sorpreso, le indicò comunque la strada, aggiungendo: ”Senta, non può arrivare davanti al cancello, perché la strada è impraticabile e deve lasciare l’auto ad almeno ad 1 km di distanza.
Chiara borbottò: ”Ci mancava anche questo!” Finalmente, dopo un bel po’ era giunta in prossimità del luogo. A parte i rovi che circondavano tutto il giardino abbandonato, fra i cespugli, crescevano ancora delle rose e dei gerani; l’atmosfera era idilliaca: c’era un ruscello, la cui acqua cristallina sgorgava da un monte vicino ed ai lati, un canneto con una fitta vegetazione, ed ecco, improvvisamente apparire la casa.
Chiara restò a bocca aperta, la meraviglia fu grande, quella non era una piccola dimora, bensì una villa.
Certamente avrebbe avuto bisogno di una ristrutturazione, ma ne sarebbe valsa la pena. Infilò la chiave nella toppa e davanti ai suoi occhi sgranati, apparve un grande atrio, arredato con mobili antichi, quadri sui muri e suppellettili di ogni genere. Erano così anche tutti gli altri vani; dalla cucina, al salone, al soggiorno e poi, salendo una bellissima scala di legno pregiato, si arrivava alle camere da letto, così belle da sembrare dipinte.
Chiara non credeva alla fortuna che le era capitata, ma d’altra parte, il suo pensiero andava allo zio. Chi era? E perché aveva pensato proprio a lei? Ma erano tutte domande senza risposte.
Cominciava a sentir fame, mangiò un’insalata già pronta con del tonno in scatola e poi, stanchissima, fece in tempo a dare una ripulita alla sua camera da letto, una doccia e prima di addormentarsi, una telefonata veloce a Guido.
Ma nel mezzo della notte, sentì un lamento ed il pianto di una donna. Spalancò gli occhi e cercò di ascoltare con più attenzione gridando: ”Chi è? C’è qualcuno?” Ma non ottenne risposta, credendo di aver sognato, riprese a dormire con fatica, ma ecco rumori di passi per le scale e poi nuovamente il pianto disperato di una persona. Questa volta, presa dal panico, si alzò, prese un attizzatoio che era vicino al caminetto e con la fronte imperlata di sudore, scese giù per le scale, ma non c’era nessuno, vide soltanto la tenda del soggiorno che inspiegabilmente, senza vento ondeggiava, in quanto le finestre erano chiuse.
Fu molto turbata da quanto era successo e la mattina dopo si recò all'agenzia che era sta incaricata della vendita; voleva al più presto concludere l’affare e andarsene.
Ma le cose non vanno mai come si vorrebbe e purtroppo, la titolare le disse che ci sarebbero voluti dei giorni prima di concludere l’affare.
Rassegnata, fece un po’ di spesa e ritornò a casa; incaricò Amilcare, un giardiniere del luogo, per far ripulire il giardino e mentre l’uomo, era intento a togliere le erbacce dai fiori, Chiara curiosò per la casa, quando notò una scala che portava in soffitta.
Salì con cautela; arrivata in cima notò una mole di oggetti dei più svariati: vecchie bambole di porcellana, un cavallino a dondolo e poi, diversi abiti, molto antichi, fra cui, un bellissimo abito da sposa. Poi quasi nascosto fra scatoloni, scorse un piccolo scrigno.
Dentro trovò delle lettere dal profumo di viola, legate con un nastro azzurro. Mentre le leggeva, per capire di chi fossero, avvertì vicino a sé una presenza che le sfiorava il viso; terrorizzata prese il plico e, con il cuore in gola, tornò velocemente giù.
“Che stupida!” pensò: ”Mi sono fatta suggestionare dall'atmosfera”, e con una certa ansia, pensava all'arrivo della notte.
Aveva proprio bisogno di una boccata d’aria: uscì in giardino e s’incamminò verso il ruscello; le lucciole erano così tante da illuminare tutto il viale e la luna, così radiosa, diventava una complice della notte.
Chiara si bagnò i piedi nell'acqua fresca; era stata una giornata caldissima e mentre il suo viso si specchiava nel ruscello, si accorse che oltre alla sua immagine, veniva riflessa, accanto a sé, quella di una donna molto giovane, dal viso triste, che la guardava.
Chiara lanciò un urlo e corse verso la casa; telefonò a Guido pregandolo di raggiungerla, perché stavano succedendo dei fenomeni inspiegabili. Lui non se lo fece ripetere due volte e partì per la Calabria.
Chiara intanto, cercava di darsi una calmata e disse fra sé: ”Sono una persona razionale, i fantasmi non esistono, devo solo stare tranquilla e aspettare l’arrivo di Guido!”
Mentre pensava a questo, aprì il pacco con le lettere, che aveva rinvenuto in solaio e vide che la calligrafia era di una donna che scriveva allo zio Alberto.
Si chiamava Letizia e nelle sue lettere appassionate si esprimeva in questo modo: “Caro amore mio, non passa un solo attimo della mia vita, che non penso a te, alle tue braccia forti che mi stringono; alle tue dolci labbra che mi baciano. Sento il tuo profumo inconfondibile sulla mia pelle e il tuo respiro, che dolcemente dorme accanto a me!”
Ecco, erano quasi tutte così, fino ad arrivare all'ultimo manoscritto, in cui il tono era decisamente cambiato: ”Caro amore mio, non posso più vivere senza di te ed ho perso anche la speranza di poterti riabbracciare, da quando mi hai detto che la tua vita è altrove; avrei voluto farti un dono speciale ma oramai è troppo tardi, Addio anima mia!”
Chiara provò un’emozione fortissima, non si spiegava come mai, la lettura di quelle lettere, la colpissero nell'animo e la turbassero così tanto.
La sua attenzione, cadde su una in particolare, era stata scritta lo stesso giorno della sua data di nascita, e recitava come di seguito: ”Caro amore mio, oggi per noi è nata una stella, la più bella che abbia mai visto, sarà così luminosa da rischiarare tutti i dolori delle nostre esistenze: il suo nome sarà Chiara!”
Continuava a leggere e rileggere come se fosse un disco rotto, cercava di capirci qualcosa, molte erano le coincidenze, che si stavano delineando. Era troppo eccitata per andare a letto. Quella storia l’aveva turbata; inoltre, aveva la paura di quel fantasma che si aggirava per casa. Infatti, mentre cercava di rilassarsi sul divano, leggendo uno dei tanti libri di cui era fornita la libreria, sentì un fruscio nella stanza e poi ancora quell'assurdo lamento di donna che straziava il cuore.
Questa volta Chiara balzò in piedi e gridò come una forsennata: ”Chi sei? Cosa vuoi da me? Perché non mi lasci in pace?”
Il lamento cessò all'improvviso, quando il libro, che aveva fatto cadere sul pavimento dalla paura, cominciò a sfogliarsi da solo, per poi fermarsi su una pagina, dove in basso, scritto a matita, c’era un indirizzo: ”Convento delle Suore Carmelitane di Reggio Calabria.”
Nella sua mente si affacciò uno strano ricordo, sua madre, faceva spesso una donazione, proprio a questo Convento, un’altra strana coincidenza e i dubbi cominciavano ad essere tanti.
Finalmente, verso le 4 del mattino, sentì la macchina di Guido che parcheggiava davanti al portone; questo fu possibile, perché nel frattempo Chiara avevo reso agibile la strada che conduceva alla villa.
Uscì fuori risollevata e abbracciò così forte Guido da stritolarlo; lui le disse: ”Ehi, ehi! A cosa devo questa bella accoglienza?” Lei, visibilmente sconvolta, rispose: ”Amore, sono così felice di vederti, ora ti racconto ciò che sta succedendo!”
Alla fine del racconto, Guido la tranquillizzò e poi aggiunse: ”Non ti preoccupare, cercheremo di avere delle risposte.”
Al mattino, dopo aver fatto colazione, iniziarono a fare il punto della situazione, prima di tutto, dovevano rintracciare la figlia di Alberto e Letizia. Si recarono in paese, per chiedere informazioni, ma nessuno era disposto a parlare della coppia. Quando ecco, finalmente, si avvicinò a loro una donna di nome Cecilia, chiedendo loro il perché fossero così interessati a queste persone.
Sia Guido che Chiara furono un po’ restii nel parlare del fantasma; dissero solo che abitavano nella villa e che probabilmente era stata la dimora di Alberto e Letizia ed avevano bisogno, per questioni legali, di contattare la figlia.
Cecilia intuì che le intenzioni di Chiara erano sincere e quindi si mise a parlare come un fiume in piena. Da lì a poco il mistero sarebbe stato svelato ed iniziò il racconto.
”Che storia triste! Alberto e Letizia si amavano in modo speciale, unico… Ma capitò che lui partì per lavoro in Messico e non tornò mai più; si disse che si era rifatto un’altra famiglia”.
Letizia, seppe di essere incinta, quando lui era già lontano e gli comunicò la bella notizia per lettera, ma Alberto, nemmeno gli rispose. Lei cadde in una profonda depressione: si aggirava nella casa come un’ automa; di notte faceva delle passeggiate in giardino ed il suo pianto si sentiva da lontano.
Nacque la bimba: una meravigliosa creatura; ma lei, per le sue condizioni fisiche e psichiche, non riusciva ad accudirla. Così, decise di portarla al convento delle suore di Reggio Calabria, affinché la dessero in adozione.”
Chiara sentiva le voci lontane, ovattate e le girava la testa. Era lei quella bimba? E la sua vita una menzogna? No, non voleva accettarlo, i suoi genitori non erano quelli naturali?
Intanto Cecilia continuava a raccontare e Chiara scoprì, che la verità era ancor più dolorosa, difficile, sofferta. Letizia, dopo che diede la figlia in adozione, non si riprese mai più ed una fredda notte di Gennaio, uscì in giardino e la mattina dopo, la ritrovarono morta assiderata.
Continuando, Chiara la bombardò di domande: doveva sapere che fine aveva fatto la bimba e avere notizie sulla famiglia che l’aveva presa in adozione. Ma Cecilia non seppe darle altre risposte e le consigliò di recarsi al convento.
Partirono per Reggio Calabria, speranzosi, ma purtroppo, ebbero una delusione: la Madre Superiore le rispose in modo categorico; loro non davano notizie sull'identità della famiglia adottiva. Chiara non si dette per vinta: chiese alle suore se per quella notte potevano ospitarla, visto che era già tardi e vicino al convento non c’erano alberghi. La suora accettò, ma ad una condizione: potevano ospitare solo lei, perché gli uomini non erano ammessi.
Così Guido, si recò in città in una pensione, ma le intenzioni di Chiara erano ben diverse.
Quando, finalmente, le sorelle si erano ritirate nei propri alloggi, Chiara entrò di nascosto nell'ufficio della Madre Superiore, dove c’era l’archivio di tutte le pratiche sulle adozioni. Cercò il suo nome e la sua vista si illuminò quando trovò la sua scheda.
Per poco non svenne: la famiglia che aveva preso in adozione la bimba era proprio la sua. Lei era quella bambina nata dall'amore tra Alberto e Letizia. Tutte le sue certezze gli crollarono; amava i suoi genitori adottivi e, d’altra parte, anche loro l’avevano amata immensamente. La realtà era troppo dura da poter essere accettata.
Adesso, ripensandoci, capiva perché fisicamente era così diversa da loro e perché molte volte li aveva sorpresi a parlottare ed al suo arrivo si zittivano. La sua vita era andata in frantumi e adesso doveva raccogliere i cocci della sua anima.
Il giorno dopo ritornarono alla villa; durante il viaggio Chiara restò zitta, accoccolata tra i suoi pensieri e Guido, anch'egli, stette in silenzio: pensava a come poteva aiutarla e darle tutto l’amore possibile.
Arrivarono sul tardi e, Chiara, sfinita da troppe emozioni, volle andare a letto. Guido la baciò con tenerezza e l’accompagnò, come si fa con una bambina; le rimboccò le coperte e spegnendo la luce, le disse: ”Amore mio, cerca di riposare un po’ e se hai bisogno di me, sono di là!” Chiara sprofondò in un sonno pieno di fantasmi e di ricordi.
All'improvviso sentì qualcuno che la chiamava; si svegliò e, affacciandosi dalla finestra, vide una figura eterea che passeggiava e la invitava a scendere in giardino.
Chiara non se lo fece ripetere e come “in trance”, scese e la seguì; quella donna, non aveva più il viso triste, ma un’espressione serena. La guardò con un dolce sorriso e poi, lentamente, sparì in una luce che era apparsa misteriosamente. Chiara si sorprese a sussurrare: ”Ciao mamma!” E due lacrime scivolarono dai suoi occhi luminosi.
Adesso che aveva appreso la verità, non provava alcun rancore per quella donna che l’aveva abbandonata. Sapeva che in cuor suo l’aveva sempre amata; questo il motivo delle sue apparizioni nella villa: erano un segno tangibile del suo desiderio di farle conoscere la verità, cercando il suo perdono.
Ritornò dentro e vide che Guido si era addormentato sul divano, lo chiamò dolcemente dicendo: ”Amore, vieni, andiamo a letto!” Un sorriso le illuminò il viso.
I suoi genitori, sarebbero sempre stati per lei, coloro che con il loro amore, l’avevano cresciuta e a cui doveva tutto, ma nel profondo del suo cuore, c’era un posto speciale, per quella mamma che non aveva mai conosciuta.
Chiara e Guido, entrarono nella camera da letto e sul cuscino, Chiara trovò adagiata una rosa rossa, tra le più belle che avesse mai visto.
Capì subito, che questo era il dono di Letizia, verso quella figlia adorata, lasciata andare, per non farla soffrire accanto a lei, triste ed amareggiata.
Lei aveva il diritto di essere felice, lei era la stella, la più bella e luminosa, che potesse esistere al mondo.



Anna Rossi 05/03/2015 09:11 543

Opera pubblicata ai sensi della Legge 22 aprile 1941 n. 633, Capo IV, Sezione II, e sue modificazioni. Ne è vietata qualsiasi riproduzione, totale o parziale, nonché qualsiasi utilizzazione in qualunque forma, senza l'autorizzazione dell'Autore.
La riproduzione, anche parziale, senza l'autorizzazione dell'Autore è punita con le sanzioni previste dagli art. 171 e 171-ter della suddetta Legge.

I fatti ed i personaggi narrati in questa opera sono frutto di fantasia e non hanno alcuna relazione con persone o fatti reali.


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