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L'isola del fuoco e del vento II°

Viaggi e Avventura

CESAR MANRIQUE:

Nato nel 1920 a Lanzarote, questo artista dal multiforme spirito creativo, può ben definirsi colui che diede, non solo alla terra in cui nacque, ma pur se oggi in misura minore, a tutto l’ arcipelago canariano, una espressione architettonica ben definita. A Lanzarote egli trovò la materia prima che rese duttile la sua fantasia creativa: la natura. Per allargare le sue conoscenze artistiche frequentò a Madrid, grazie ad una borsa di studio l’ Accademia Delle Belle Arti “ San Fernando”.

Dopo avervi conseguito il Diploma, visse tre anni negli Stati Uniti prima di ritornare nella sua isola amata. Ormai uomo fatto, siamo nel 1968, con chiare e molteplici idee da realizzare in Patria.

La sua competenza artistica, abbinata a una grandissima fantasia creativa, spazia dalla scultura (decisamente astratta), alla realizzazione di un piano urbanistico che si avvale di forme architettoniche più umane e rispettose delle bellezze naturali sia per quanto riguarda gli insediamenti umani che per le strutture alberghiere. Egli riuscì ad inserire le costruzioni, sempre più numerose, in modo armonioso facendo sì che la sua terra non ne fosse deturpata.

A buon diritto per questo grande preservatore di tesori naturali fu coniato l’ appellativo di “ Artista Ecologico”.

Dal 1972 egli s’ impegnò in un piano urbanistico che comprendeva tutto l’ arcipelago canariano, affinchè i nuovi insediamenti a carattere prettamente turistico che andavano via via crescendo di numero, si inserissero armoniosamente nel paesaggio. Senza creare quei “ mostri “ da noi così spesso partoriti da interessi speculativi e che sono purtroppo una ferita nel nostro bellissimo Paese. Delle Isole Canarie, solo Lanzarote ha continuato ad espandersi mantenendo vivi gli insegnamenti di Manrique.

Il suo piano prevedeva la costruzione di case di un solo piano, unificate da uno stile architettonico unico. Il colore doveva essere bianco, di calce, i balconi, le verande, finestre e le porte verdi, blu o marrone Uno stile semplice che ben si inserisce nel contesto naturale e climatico.

E Lanzarote è costellata di case basse, bianche nel sole accecante, contornate da cactus enormi. Esse si stagliano con grazia contro i colori decisi: i poliedrici marron- rosso della lava e l’ intenso azzurro dell’ Oceano Atlantico.

Muretti a secco la cui sommità è bianca di calce, si alternano a campi neri di lapilli dove si coltiva la vite. Il tutto rende armonico l’ inserimento umano e la naturale bellezza dell’ isola è pura e incontaminata.

Non c’è Museo al mondo che riproduca la grande opera astratta che sorge nell’ interno. Essa pure bianca, abbagliante si trova nel piccolo paese di Monzaga. E’ dedicata alla Fecondità, ma gli aborigeni la chiamano semplicemente “ El Campesino “, il Contadino. Perché il contadino è artefice di vita poiché rende feconda la terra con il suo duro lavoro.

La sua casa natale è oggi trasformata in un museo. Costruita quasi interamente nella lava che diviene una interessante e naturale componente di arredo interno.

I VILLAGGI:

Numerosi sono i piccoli e bianchi paesi, quasi persi tra il nero e il verde e i fiori. Case semplici, che ogni anno vengono imbiancate con candida, abbagliante calce viva che le difende dai raggi impietosi del sole.

Teguise, che una volta alla settimana richiama quasi tutta la popolazione, turisti e non, per il suo mercato variopinto. L’ antica capitale, pur sorgendo nell’ interno, non fu risparmiata da incursioni piratesche. La più tragica per il paese fu quella del pirata algerino Morato Arraé z, nel 1586 che la mise a ferro e fuoco uccidendone tutti gli abitanti.

A Teguise una stradina ricorda il sanguinario evento: la “ Callejuela de la Sangre”: il viottolo del sangue!

L’ antica chiesa Nuestra Senora de Guadalupe fu incendiata e le sue forme architettoniche molto lineari e pure, nella successiva ricostruzione, andarono in buona parte perse. Rimase quasi intatto il Convento di San Francisco, dove ancor oggi si può ammirare una preziosa scultura rappresentante questo Santo ed attribuita ad uno sconosciuto scultore genovese.

Arrecife lungo la costa nord, piena di vita, di alberghi e di residence. La più mondana. La sua spiaggia si allarga dorata ed ampia circondata da palme e rinfrescata dall’ immancabile vento oceanico.

La Costa Teguise, su, su, verso Nord (si fa per dire, in quanto le temperature non variano), con le sue insenature dove la sabbia è bianca e finissima e fra le dune si stagliano scogli e pietre laviche battute dalle onde. Qui sorgono gli alberghi più esclusivi (e cari), come il Melia, una vera raffinatezza! Però le attrezzature alberghiere offrono ottimi servizi anche a costi molto ragionevoli.

Nell’ interno si trova Haria, chiamato il paese delle 100 palme, unica oasi naturale che si adagia verde ed ombrosa tra le ferite scavate da antiche colate laviche lungo i pendii di un ennesimo cratere, ai cui piedi si adagia bianco, immobile nel tempo.

La Geria, dove l’ uomo ha vinto la battaglia contro la siccità, la lava ed il vento. Qui si coltiva la vite con l’ ingegnoso antico metodo Guance.

Yaiza, inalterata da quando, nel 17° secolo alcuni coloni spagnoli la fondarono e dove tuttora vive la loro progenie.

Essendo più nell’ interno essa non è una meta prettamente turistica. Ci si ferma quanto basta per ammirare la Chiesa “ Nostra Senora de los Remedios, venerata dagli isolani, datata anch’ essa 1600. Vi si trova pure una bella villa di stile spagnolo- canariano. Sempre ad Yaiza, il ristorante La Hera offre manicaretti a base di pesce alla lanzarotegna ed una atmosfera simpatica accompagnata dalle note allegre, ma sempre con un fondo melanconico, delle chitarre.

LAS QUEVAS DE LOS VERDES E LOS JAMEOS DEL AGUA

Il cuore dell’ isola pulsa forte, vivo ed infuocato nelle viscere del vulcano Corona al centro del Parque Natural de Timanfaya.

Poco lontano e per sette silometri, la grotta de la Quevas de los Verdes si intrufola con molteplici cunicoli nel sottosuolo dell’ isola formando un labirinto che porta al mare.

Luci sapientemente nascoste tra sculture laviche illuminano il tortuoso e stretto camminamento.

Un’ irrealtà che sa di magia s’ impossessa del visitatore e induce a parlare sottovoce.

Nella penombra si distinguono colori diversi a seconda della velocità con la quale si sono solidificate le varie colate susseguitesi nei secoli e dei minerali in esse contenuti.

Lungo tutto il percorso, musica rarefatta di inquietante dolcezza stimola la fantasia.

Alla fine, si apre un vasto spiazzo, dove spesso hanno luogo concerti e che può accogliere circa 400 persone.

L’ acustica è perfetta. Come pure è perfetta l’ illusione ottica creata da una pozza d’ acqua che simula una profondità infinita; fino a quando non getti qualcosa e ti accorgi che sono solo pochi centimetri.

Solo una parte è percorribile: quell’ ancora nascosta, la più lunga, si apre sull’ Atlantico.

Tornando all’ aperto, si è accolti dal sole accecante, dal cielo di un azzurro intenso, dove i venti alisei, sempre presenti, fanno giocare a rimpiattino le nuvole ed accendono la fantasia di chi si sofferma ad interpretarne le bizzarre e mutevoli forme.

Poi ci si rivolge all’ Atlantico, un chilometro più a valle e si scopre un’ altra meraviglia: Los Jameos del Agua, dove la creatività della natura aiutata dalla creatività umana, hanno realizzato scenari mozzafiato.

Un’ altra opera di Cesar Manrique.

Pochi accorgimenti: piante giganti nel loro habitat naturale, un ristorante che s’ inserisce discretamente e armoniosamente nell’ ambiente, neri massi lavici ricoperti alla sommità da bianchissima calce. Al centro della caverna un laghetto naturale, dove vivono dei minuscoli gamberetti bianchi, ciechi e senza corazza, Si dice che siano di una specie unica al mondo.

Nel centro della grotta uno squarcio improvviso si apre verso il cielo: un cerchio frastagliato. Salendo verso quel cono di luce abbagliante si giunge a una piscina che il sole rende irreale. L’ acqua trasparente si fa buia improvvisamente in prossimità di sedili di lava nera.

Una sola palma, altissima, proietta la sua ombra ondeggiante su quel tripudio di luce.

A poche centinaia di metri sul livello del mare, la vetta del vulcano Corona: una nera fortezza naturale che si erge possente, contornata d’ azzurro. Vi si trova pure qui un ristorante panoramico che offre ottime grigliate cotte al calore delle bocche eruttive.

Non è permesso avventurarsi da soli tra quelle barriere di lava che delimitano il percorso. Un pullman trasporta il gitante verso la costa occidentale seguendo una stretta strada a senso unico. Un profondo canyon che sbocca sulla spiaggia di Famara: la spiaggia dei surfisti, le cui dune di sabbia impalpabile sono state prelevate dal vento dal non lontano deserto africano.

Nell’ interno, ai piedi di una fortezza e di un antico mulino a vento si trova il Jardin de Cactus con le sue 1500 e più varietà di piante.

Lanzarote rimane per sempre nel cuore e negli occhi di chi l’ ha visitata almeno una volta nella vita.

E certo dalle mie parole immagino che traspaia l’ amore che nutro per lei.

Si, LEI: bella creatura misteriosa si adagia bruna, vivace, a volte nascosta nelle profondità del suo cuore infuocato, altre esponendosi quasi impudicamente al sole africano. Mentre trae refrigerio dall’ Atlantico che la accarezza, con forza inaspettata, ma mai con crudeltà.

Dimenticavo l’ immancabile vento, che la scompiglia invadente e curioso.

E mentre scrivo la voglia di tornarci per la sesta volta, come il ritorno ad un antico amore mai dimenticato, mi assale con forza.

E non è detto che non lo faccia …


elena rapisa 08/04/2015 13:58 410

Opera pubblicata ai sensi della Legge 22 aprile 1941 n. 633, Capo IV, Sezione II, e sue modificazioni. Ne è vietata qualsiasi riproduzione, totale o parziale, nonché qualsiasi utilizzazione in qualunque forma, senza l'autorizzazione dell'Autore.
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