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La vita ti sorride

Sociale e Cronaca

“ Signore, signori, buona sera! Vi ringrazio con tutto il cuore di essere qui”

Un fascio di luce l’ avvolse, lasciando in penombra il resto della scena. La sala era gremita, tutti ora applaudivano e la guardavano, attirati dal triplo giro di boules di giada, chiuso da un prezioso cammeo e digradante dal collo sulla scollatura della casacca damascata in seta indiana blu con ricami dorati, abbinata a pantaloni di foggia ‘ palazzo’, dell’ identico blu del camicione.

L’ eleganza leziosa che Marianne sempre ostentava, anche quando si recava al supermercato, ammesso che ci andasse, celava sapientemente le sue forme floride nelle taglie extra large, così che, nonostante i suoi settanta chili abbondanti, allo sguardo apparisse sottile come una silfide.

Scintillavano gli smalti preziosi dei pendenti e le sue unghie lunghe, laccate di un color avorio perlaceo raffinato, mentre il viso, non più giovanissimo, appena incipriato, non nascondeva l’ ombra delle occhiaie o le zampe di gallina, contornanti i suoi occhi marroni sorridenti, come le sue labbra, morbidamente impreziosite da un rossetto rosa antico, che si aprivano a mostrare una smagliante dentatura. Il ciuffo ribelle dei suoi corti capelli neri alla garçonne dava l’ ultimo tocco di giovanile baldanza alla sua figura.

L’ applauso durò quasi un minuto, il suo momento di trionfo e di gloria.

Marianne solo in queste circostanze era davvero nel suo ‘ elemento’. Era nata per tutto questo, per essere al centro della scena, ammirata, lusingata, adulata.

Una donna di cultura, conosciuta come una finissima autrice di recensioni di libri, introdotta nel mondo della letteratura, sempre presente nelle liste degli invitati ai prestigiosi premi letterari, nelle giurie, tra gli esperti, per proporre un autore di grido, o premiare una new entry.

“ La vostra graditissima presenza renderà questo evento - e mi sia concessa questa licenza grammaticale dai professori presenti - ancora più eccezionale, perché stiamo per applaudire un mito della narrativa italiana ed europea, uno scrittore che, con i suoi straordinari romanzi, il suo stile inconfondibilmente charmant - posso dirlo per esperienza personale - ha avvinto, sedotto e mai abbandonato i suoi milioni di lettori.”

L’ applauso era già partito a sottolineare il gradimento che l’ espressione ‘ inconfondibilmente charmant’ aveva riscosso tra il pubblico e Marianne fece una pausa per concedere spazio all’ esaltazione di quel pubblico in delirio, ringraziandolo con il suo più luminoso sorriso, poi riprese: “ La nostra casa editrice si onora di una firma tanto autorevole e promuove, ogni volta che il nostro idolo ce lo consente, una serie di iniziative culturali ad ampio spettro, come questa che, in qualità di direttore responsabile, indegnamente sono qui a presiedere. Spero di non annoiare molti dei presenti, ripetendo qualcosa che chi mi conosce ha imparato a sopportare di me. Mi vanto, e non me ne vergogno, di essere figlia di una terra bellissima, la Camargue, che è parte di me e della mia anima, e, come ho anche scritto in qualche mio articolo, mi sento un po’ esule in terra straniera. Quindi permettetemi di presentare il nostro graditissimo autore, originario di un’ altra regione molto cara al mio cuore, la Bretagna, con un proverbio delle mie parti, ‘ Saggio è il giudice che ascolta e tardi giudica’. Ed ora, senza più tergiversare in convenevoli, cedo molto volentieri la parola allo scrittore di Mezzanotte a Champ- Fleuri, La donna di Condate e soprattutto Omicidio all’ aeroporto. Signore, signori, per voi ma non per tutti, Charles Dorian!”

E di qui applauso oceanico e standing ovation sollecitata da un suo gesto.

Marianne Nougaten era esasperatamente stucchevole nelle sue presentazioni, sempre ridondanti di aggettivi, sovraccariche di encomi nei confronti dell’ ospite di turno, iperboliche e quindi fasulle, almeno quanto certi suoi modi forzati di sorridere esclusivamente per abitudine.

Se talvolta si distraeva, diventando seria, impensieriva chi le stava attorno e allora cominciavano a pioverle domande preoccupate: “ Tutto bene, ché rie?”, oppure “ Qualcuno ti ha fatto arrabbiare?” e lei, lusingata da quelle premure, rassicurava tornando a sorridere.

Le foto che la ritraevano in occasioni importanti per la sua professione, la mostravano spesso in pose riflessive, il viso dolcemente sorretto dalla sua mano candida, con il mignolo morbidamente sollevato, ad evidenziarne l’ unghia lunga e curatissima; espressioni commosse, immortalate per essere poi mostrate con legittimo orgoglio e ricevere ancora ammirazione e lodi.

Era insomma entrata nel mondo patinato della notorietà, anche se dichiarava di detestare il gossip; un narcisismo, il suo, che raramente si manifestava in maniera prevedibile, che aveva bisogno di attenzione ed intuito per essere scoperto, senza che mai lo si potesse irridere o rivelare, se non si voleva essere subissati da una valanga di smentite da parte dei suoi ‘ adoratori’.

Marianne si pavoneggiava con discrezione su un noto social network: la sua pagina aveva più di un migliaio di seguaci e un centinaio di amici ‘ intimi’ che ogni giorno rendevano pubblicamente omaggio alla sua bellezza non più giovanile, alla sua intelligenza, alla sua grazia, al suo buongusto, alla sua eleganza, alla sua cultura, alla sua sensibilità, doti e qualità quasi tutte innate in lei, o almeno indossate come una seconda pelle, con quella naturalezza capace di destare solo ammirazione.

Insomma cosa mancava alla stupefacente Marianne?

A guardare dall’ esterno nulla di lei sembrava difettoso, ma, entrando nella sua privacy, forse qualche ombra si sarebbe stagliata su questo orizzonte sfolgorante di pregi.

La sua vita professionale era protetta da una duplice ‘ rete’: i sorveglianti della sicurezza e il team dei suoi dipendenti- supporters.

Nulla trapelava sui suoi incontri privati, ma molto si sussurrava nelle stanze dei ‘ subalterni’, specie in quelle di alcune sue decennali nemiche, che lei e i suoi adoratori definivano le ‘ invidiose’, maldicenti, calunniatrici, che abbassavano lo sguardo o si voltavano dall’ altra parte quando lei passava per i corridoi, avvolgendosi, come la Duse, in uno dei suoi mille foulard griffati, ingioiellata di collane di perle di Maiorca, lasciando la scia del suo profumo francese da centocinquanta euro a boccetta.

A trasmettere i suoi ‘ ordini’ ai subalterni ci pensava ovviamente la sua equipe di galoppini– zerbini (così erano definiti), che per la loro idolatrata ‘ despota’ avrebbero versato anche il proprio sangue fino all’ ultima goccia.

In realtà i suoi portaborse erano persone ipocrite, opportunisticamente interessate a mettersi in buona luce davanti al loro direttore, capo ufficio, aspirando ad un avanzamento di carriera che avrebbero ottenuto solo se lei ci avesse messo la sua colta e potente parola. 

L’ ufficio di Marianne non somigliava affatto a quello di una redattrice capo di una piccola e modesta casa editrice, sembrava più la stanza della giovane Liala, senza la vecchia macchina da scrivere, ma con un computer portatile ultimo modello. Lei ci passava quasi tutta la sua giornata e l’ aveva arredata con una poltrona per il riposino ed alcune piante, un lilium e due orchidee bianche e rosa, dono del direttore generale, Maurice, un quasi settantenne, da più di vent’ anni suo amante fisso.

Marianne si era sposata a trentotto anni con Jé rô me, un medico universitario, più giovane di lei di cinque anni, un professore stimato anche da molte delle sue allieve, che spesso e volentieri si portava a letto.

Del resto anche lei non era da meno, non solo per essere l’ amante di Maurice, ma anche per i frequenti ‘ extra’ con qualcuno dei suoi supporters più piacenti.

Dopo un viaggio in Turchia, insieme a Jé rô me aveva voluto adottare un neonato, praticamente portandoselo a casa come un oggetto comprato al bazar. Al bimbo fu imposto il nome di Blaise, in onore di Pascal, di cui Marianne possedeva l’ opera omnia, ma il cui pensiero era distante anni luce dal suo.

Blaise, che ebbe subito una balia oltre alla governante, faticò ad affezionarsi alla madre, sempre poco presente in casa, e quando cominciò a stabilire un legame più profondo con il padre adottivo, arrivò il divorzio con relativo allontanamento di Jé rô me; ovviamente da quel momento i rapporti tra figlio e madre non fecero che peggiorare.

Blaise era diventato un adolescente insofferente e inquieto, come tutti gli adolescenti, ma doveva aver intuito qualcosa di nascosto e di perfido nel carattere di Marianne, la quale, dal canto suo, faceva di tutto per assecondarlo, lo copriva di regali e giustificava comunque ogni suo errore, solo per tentare di apparire una madre perfetta, sensibile alle ‘ ingiustizie del mondo’, lei che aveva adottato un figlio extracomunitario.

Ora Blaise aveva diciannove anni, guidava l’ automobile, viveva in collegio esclusivo e, nonostante sua madre pagasse una retta altissima, per i suoi insegnanti era uno studente problematico e indisciplinato. Tornava a casa per i weekend, e spesso li trascorreva a fare compagnia alla nonna materna, Alphonsine, che da alcuni anni viveva in un lussuoso ospizio fuori città.

Dopo il divorzio, Marianne desiderava avere completa disponibilità di spazio e di tempo nell’ appartamento dove abitava, che però era di proprietà di sua madre, ed aveva convinto Alphonsine a trasferirsi in quella casa di riposo a cinque stelle, dichiarando poi al suo entourage che era stata una decisione ‘ sofferta’, motivata purtroppo dal fatto di non avere tempo ed energie sufficienti da dedicare alla sua ‘ adorata’ genitrice. Preferiva simulare, nascondendosi dietro le crescenti responsabilità del suo ruolo di dirigente culturale super impegnata, ben sapendo che, invecchiando, Alphonsine sarebbe diventata un peso ingombrante, le avrebbe in qualche modo limitato i movimenti e questo Marianne non poteva permetterlo, perché ne andava del suo ‘ prestigio’ di donna di successo.

Blaise, che l’ osservava, più che spesso non le risparmiava critiche feroci; per farle dispetto non la chiamava ‘ mamma’, cosa che a Marianne dava molto fastidio soprattutto davanti ad estranei.

Quando s’ incontravano in casa, tra loro erano scintille, aspri litigi, sempre in coincidenza di qualche importante evento a cui lei era invitata.

Come quella sera in cui stava per uscire, dopo aver indossato un completo beige laminato con stivaletti in tinta, guarniti di piccoli zirconi, borsa impreziosita di strass, tutta profumata e ingioiellata. Rientrando in casa, Blaise la vide e la squadrò silenziosamente.

“ Che te ne pare, mon cher? In tv questo tailleur mi farà apparire filiforme. Sarò la madrina della serata, bella e vincente.”

“ Se vuoi sapere come la penso, sei solo una povera figurante, convinta di essere una grande divinità; ti credi Simone de Beauvoir, ma sei una donnetta mediocre che adora circondarsi di adulatori, gente insignificante come te. Papà ti voleva bene, ma lo hai disprezzato; gli altri, Marianne, ti assecondano, solo per i loro sporchi interessi. E tu lì ad abboccare, a sguazzarci dentro tutta quella merda…”

“ Blaise, ti prego di non usare con me questo linguaggio da bistrot. Non so perché sei sempre così negativo. Cosa ti manca? Non ti accorgi che hai tutto, che potresti sorridere di più alla vita, essere davvero felice? Provaci, tesoro! Ti ho scelto per darti tutto questo, ricordalo!”

“ Preferisco pensare alla nonna, che hai confinato ben lontana da te e dalla tua vita del cazzo!”

In genere Blaise concludeva ogni discussione con la madre ricorrendo a questa suo icastico giudizio.

“ Ora devo andare” Marianne prese il soprabito e la borsetta di strass; l’ aspettava una serata di gala e beneficenza. “ Ne riparleremo domani, se vuoi. Posso spiegarti…”

Anche lei era solita concludere le sue controversie, e non solo con Blaise, utilizzando questa formula di rinvio ‘ a giudizio’, con la quale sembrava volersi mettere in discussione, ma che in realtà era soltanto una strategia di dilazione.

Arrivata all’ ingresso del teatro, lasciò le chiavi al guardiamacchine e si avviò verso la scalinata, quando la raggiunse Maurice.

“ Sempre elegantissima, mia cara, una delizia per i miei occhi! Ma come fai ad essere così irresistibilmente desiderabile?”

Il tono mellifluo di Maurice sembrava proprio quello di chi sta per chiedere qualcosa o per annunciare una brutta notizia.

“ Che c’è? Lo sai che mi ansieggiano questi tuoi preamboli, perché ti conosco da vent’ anni e intuisco subito quando hai qualcosa di sgradevole da dirmi.”

“ Mia cara, mi sorprende questo tuo insistente uso del verbo ‘ ansieggiare’, che non ti dona, credimi. Appartiene allo slang delle basse periferie di provincia, che spero tu non ti sia messa a frequentare. O forse è merito di Blaise?”

“ Lascia stare mio figlio, non sono affari che ti riguardano” rispose lei con tono irritato, ma non alterato. “ Voglio ricordarti che sono stata un’ allieva di PierPaolo quando tu dicevi che era un dilettante presuntuoso. Credimi: quando fai il maestrino sei patetico!”

Maurice era molto sensibile a certe allusioni, ben consapevole della sua mediocrità di editore di terza fila, e in quelle circostanze si sentiva come un bambino sorpreso a mangiare di nascosto cucchiaiate di cioccolato fuso, la sua principale libidine nei momenti della sua intimità, come sapevano bene le sue amanti e, ovviamente, Marianne, che ora saliva le scale senza neppure degnarlo di uno sguardo.

“ Hai delle scarpine deliziose, ma chè re, non te le avevo ancora viste. Sai quanto mi dà piacere in realtà toglierle ai tuoi graziosi piedini…”

Marianne pensò che Maurice aveva da comunicarle qualcosa di molto spiacevole se insisteva con quella forma di adulazione ‘ compensativa’, come la definiva lei.

“ Su, vigliacco, dammi la brutta notizia!”

Erano giunti all’ ingresso e lui le prese dolcemente il braccio per trattenerla.

“ Ecco vedi, c’è un piccolo cambiamento di programma. Stasera non sarai tu a presiedere la manifestazione. Abbiamo un’ altra ospite che si è resa disponibile inaspettatamente e quando ti dirò il suo nome, capirai perfettamente che non potevamo correre il rischio di uno scandalo con la stampa.”

“ Chi è questa troia? No, non dirmelo, fammi indovinare: l’ italiana, la Margianni? La tua ultima puttana, vero?”

Maurice arrossì, perché un pensierino sulla Margianni l’ aveva fatto e anche da tempo, ma finse di risentirsi per quell’ epiteto che comunque offendeva anche lui. “ Ti prego, ma chè re non fare scenate. Sei una donna di classe e di grande cultura, capace di comprendere ed accettare questa insignificante variazione. Avrai comunque la tua generosa fetta di visibilità nel corso della serata, al momento del cocktail.”

Marianne lo guardò con un’ espressione carica di disprezzo, e le origini di cui sempre si vantava vennero fuori in quello sguardo e nella sua replica.

“ Sei solo un puttaniere bugiardo e bastardo ed io non resterò qui stasera a leccare il culo sfondato di quella tua troia, solo per non farti fare brutta figura. Dovrai giustificare la mia assenza, perché mi farò un giretto qui nel foyer, fumerò una sigaretta, rilascerò qualche dichiarazione interessante e poi me ne andrò a cena da Maxim’ s.”

Fece per voltarsi, ma prima Maurice ebbe il tempo di dirle: “ Ti consiglio di ripensarci, Marianne. Forse da domani potresti non avere più la tua graziosa stanza in redazione. Riflettici, cara!”

Marianne gli voltò le spalle e si comportò esattamente come aveva detto, si accese una sigaretta, fece un giretto nel foyer, ma non incontrò nessun giornalista; gli invitati stavano già entrando e prendendo posto e lei, abbassando lo sguardo, si diresse verso l’ uscita.

Il guardiamacchine le chiese: “ Se ne va, madame?”

Lei non rispose, prese le chiavi della sua auto e sgommando con rabbia si diresse verso Rue Royale, ma poi cambiò direzione e, svoltando sulla destra, si fermò davanti ad un bistrot dall’ aspetto dimesso. Aveva voglia di ubriacarsi senza farsi notare da qualche fotografo che la potesse riconoscere.

Appena entrata, vide Blaise seduto ad un tavolo insieme a due suoi amici, turchi anche loro; immediatamente si voltò e uscì, piena di rabbia e di voglia di distruggere qualcosa, qualsiasi cosa, pur di sfogare il rancore che provava.

Risalì in macchina e si diresse verso la periferia, lasciandosi alle spalle le grandi strade illuminate. Senza sapere come, si trovò sulla strada che andava verso la casa per anziani dove viveva sua madre; non era certo l’ orario di visita, ma la suora addetta alla portineria la conosceva e non avrebbe fatto storie.

Scesa dall’ auto, si guardò intorno, vide il giardino deserto con le aiuole di violette, alberi ad alto fusto e panchine disposte simmetricamente; tutto in perfetto ordine, però la luce giallognola dei lampioncini le trasmise una tristezza lugubre e per un momento, pensando alla sua futura vecchiaia, si vide anche lei lì, a macerarsi da sola in quella impeccabile ma funerea dimora.

Si avviò verso la reception, accompagnata da un’ imprevista sequenza di pensieri tristissimi, che si sforzò inutilmente di scacciare. In portineria c’ era un’ altra suora, una giovane, dal viso particolarmente fresco e attraente, che lei non conosceva e che la salutò con gentilezza.

“ Purtroppo non è orario per le visite. Mi dispiace.”

La religiosa sorrideva, un bel sorriso luminoso, ma non per compiacerla.

“ Mi rendo conto, ma in passato mi è capitato di passare di qui in quest’ orario… So che mia madre si addormenta piuttosto tardi. La sua collega non mi ha posto divieti…” Mentre Marianne parlava con una sorta di disinvolto imbarazzo, la giovane suora rimase imperturbabile.

“ Sono la figlia di madame Alphonsine Nougaten. Purtroppo per ragioni di impegni lavorativi, spesso ho degli orari folli…” aggiunse sorridendo un po’ nervosamente, perché comunque non avrebbe voluto giustificarsi, ma il tono era proprio quello di chi vuol far valere il suo prestigio.

“ Intende Alphonsine Leanto?” chiese la religiosa lanciando un’ occhiata al registro che teneva aperto davanti.

“ Sì, Alphonsine Leanto Nougaten.” Marianne ci teneva al cognome di suo padre soprattutto per la sua notorietà.

La suora esitò un momento, poi chiese scusa e si allontanò per raggiungere una stanzetta di fianco al corridoio. Marianne cominciò a preoccuparsi: forse sua madre si era sentita male? Era stata portata in ospedale? E nessuno che avesse avuto il buonsenso di telefonarle per avvertirla? Controllò sul suo iphone, ma c’ erano solo sms e chiamate a vuoto di Maurice.

Trascorsero cinque, forse dieci minuti senza che la suora ritornasse, mentre Marianne passeggiava nervosamente avanti e indietro, agitata ed irritata, con una gran voglia di fumare, ma lì era vietato. Finalmente la religiosa riapparve insieme ad un’ inserviente, una biondina, robusta, occhi azzurri, che indossava un grembiule candido e la crestina.

“ Mi scusi madame, ma ho voluto accertarmi bene, prima di darle conferma: sua madre non è più nostra ospite da circa una settimana.”

“ Ma come è possibile? Non capisco…” Marianne doveva avere un’ espressione tra il terrorizzato e lo stupefatto. “ E dove sarebbe allora?”

“ Mi dispiace, ma questo noi non siamo in grado di dirlo” rispose la giovane suora con tono distaccato “ Mariette era la sua cameriera… Ebbene neanche lei sa nulla, vero Mariette?”

La ragazza annuì rispettosamente.

Poi la religiosa aggiunse: “ Madame Leanto è stata prelevata da un giovane che spesso veniva a farle visita, alto, capelli lunghi, pelle ambrata, forse un parente.”

“ E’ mio figlio” rispose pronta Marianne “ ma, ripeto, non capisco… a me non ha detto nulla. Non sapete dove potrebbe averla accompagnata?”

Sia la suora che Mariette scossero il capo, Marianne invece fece subito partire una chiamata per il cellulare di Blaise, che però risultava irraggiungibile.

E bravo Blaise! pensò arrabbiatissima anche per la figuraccia che aveva appena fatto davanti ad estranee. Poi, per darsi un contegno, aprì la borsetta di strass e aggiunse: “ Devo saldare il conto, immagino…”

“ Non è necessario, madame. E’ tutto a posto.” replicò la giovane suora con un altro luminoso sorriso.

‘ Brutto ladro di merda!’ pensò Marianne, sforzandosi di sorridere anche lei mentre si congedava. ‘ Gli farò sputare tutti i soldi che mi ha rubato!’

Era ormai sul portoncino e stava per aprirlo, quando Mariette la raggiunse e le disse piano, per non farsi sentire dalla suora: “ Madame Alphonsine è partita per il suo paese. Mi diceva che nelle sue vene scorreva sangue andaluso che sua madre si chiamava Dolores ed era nata a Siviglia, una città che lei non aveva mai visitato. Suo figlio, un caro ragazzo,” e a questo punto Mariette arrossì, perché Blaise doveva piacerle molto,“ le ha comprato il biglietto e l’ ha accompagnata all’ aeroporto. Alphonsine ha pagato tutto con i suoi risparmi; ha detto che, una volta arrivata, avrebbe cercato un suo lontano cugino che spesso le telefonava. Purtroppo non so dirle di più.”

Marianne Nougaten sorrise, come faceva quasi sempre, anche in situazioni, in cui prevaleva in lei una sorta di indifferenza aristocratica nei confronti di ciò che la circondava, ma in quel momento provò un brivido, qualcosa di più del freddo della notte. I pensieri lugubri, che aveva tentato di scacciare, erano lì ad attenderla; si riabbottonò con la solita ricercatezza il soprabito, balbettò verso Mariette un brevissimo ‘ grazie’, poi si accese una sigaretta e salì sulla sua auto.


Bianca M Sarlo 10/04/2016 15:09 324

Opera pubblicata ai sensi della Legge 22 aprile 1941 n. 633, Capo IV, Sezione II, e sue modificazioni. Ne è vietata qualsiasi riproduzione, totale o parziale, nonché qualsiasi utilizzazione in qualunque forma, senza l'autorizzazione dell'Autore.
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I fatti ed i personaggi narrati in questa opera sono frutto di fantasia e non hanno alcuna relazione con persone o fatti reali.


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