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Piccola storia

Ragazzi

Pece, così veniva soprannominato per via della pelle tanto scura da confondersi con la notte. Un bambino di soli dieci anni, ma a causa di una vita ingiusta e piena di miseria, si sentiva già adulto. Passava la maggior del tempo per strada, era quasi un fantasma, uno dei tanti che passano inosservati, ombre che vagano nel labirinto di un mondo egoista e crudele.

Pece aveva imparato ben presto a doversela cavare da solo ed a trovare il modo di sopravvivere. Vestiva sempre con i pantaloncini corti, anche d’inverno e con la neve, il freddo non lo spaventava, si sentiva una roccia, forte come un marinaio in mezzo alla tempesta. E si arrabbiava moltissimo quando qualcuno del paese gli rinfacciava di vestirsi come uno straccione, lui, con un sorriso sarcastico rispondeva alla provocazione dicendo: ”Non è l’abito che fa il monaco”. Ripeteva le stesse parole della nonna, infatti, non avendo mai conosciuto i suoi genitori, viveva con la nonna in una baracca di legno, posta lungo un fiume.

Nonna Michelangela era una brava donna, una femmina all’antica, di quelle donne coraggiose e tenaci, faceva la lavoratrice stagionale. Indossava sempre il “fadale” ed i capelli raccolti a corona sulla nuca, il viso rugato dal tempo e dal sole dei campi, ma nonostante il suo aspetto umile era una persona di nobili principi e soprattutto, con una grande dignità e cercava in tutti i modi di non far pesare troppo, i disagi economici al piccolo Pece. Purtroppo, non sempre riusciva nel suo intento, a causa della mancanza del lavoro.

La sera, accanto al fuoco, la nonna raccontava al nipote storie del passato, Pece incantato, stava lì in silenzio ad ascoltare con attenzione, i racconti di guerra di nonna Michelangela, gli sembravano strani ed antichi ma al tempo stesso lo affascinavano. Poi al buio nel suo letto, ripensava a tutte quelle storie e gli pareva di riviverle. Così pensando fantasticava: “Un giorno racconterò le storie antiche di nonna Michelangela.”

Pece sapeva che la nonna faceva di tutto, per non fargli mancare il pane, ma lui, vedendo la situazione di miseria in cui versavano, cercava comunque di aiutarla. Alcune notti usciva di nascosto ed andava sul fiume a pescare e poi all’indomani, vendeva i pochi pesci pescati.

Pece era andato a scuola fino alla quinta elementare e per poter stare vicino all’anziana nonna, aveva deciso di abbandonarla. Era molto bravo a scuola e se la cavava benissimo a comporre delle storielle ed a metterle su carta. Stava davanti al foglio quasi in adorazione e poi, per magia, la sua penna iniziava a scrivere. Scriveva di tutto e di più, ma un bel giorno decise di scrivere qualcosa di diverso e fu così che pensò di suggellare, la vita della persona a lui più cara.

Come sempre quella sera, la nonna cominciò il suo racconto, era seduta accanto al fuoco, il ciocco si stava consumando lentamente nel focolare di mattoni anneriti. Intanto, aveva riversato in un pentolino un po’ di latte per Pece e lo aveva adagiato accanto alla brace, a lui piaceva tanto inzupparvi del pane raffermo, non era proprio una grande cena ma gli bastava, anzi, gli pareva il latte più buono del mondo.

Una volta pronto aveva iniziato a mangiare avidamente, mentre disse alla nonna: ”Dai nonna allora, continua…”. E lei pazientemente si perdeva nei ricordi. “D’accordo…” rispose ed aggiunse: ”Prendi un altro pezzo di legno, e mettilo nel fuoco, non vedi che si sta spegnendo?” Lui prontamente ubbidì e con il naso all’insù, accoccolato ai suoi piedi l’ascoltava estasiato. La nonna continuò: ”Quando la tua povera mamma aveva più o meno la tua età, tuo zio Cesare era appena più piccolo e tuo nonno, da nove anni era prigioniero in Africa ed io da sola e senza alcun sostentamento, dovevo occuparmi di loro due e facevo di tutto per non fargli mancare il pane. Lavoravo al telaio e poi barattavo le tele con del cibo.

Un giorno, per prendere della farina, dovetti andare in un paese vicino, che si trovava a dieci chilometri da casa e per raggiugere il mulino, ci andai a piedi, in quel tempo, macchine in giro c’è n’erano poche e quelle poche le possedevano solo i baroni ed i grandi proprietari terrieri. La maggior parte della gente si spostava a piedi o su degli asini o dei muli. Le strade, erano così strette da permettere il passaggio solo degli animali ed infatti venivano chiamate “mulattiere”.

Continuò: “Ebbene, ero andata per prendere della farina. Arrivata lì, tirai fuori da una borsa la mia bella tela appena ultimata e la barattai con un sacchetto di farina di cinque chili, così almeno credetti che fossero. Contenta, tornata a casa, mi venne il dubbio che il peso non fosse quello giusto. Allora, andai da Ugo che aveva una bottega dove vendeva la pasta ed il vino e mi sono fatta pesare il sacchetto di farina, questi confermò i miei sospetti, mi avevano raggirato. Non mi scoraggiai, mi misi di nuovo in cammino e dopo aver ripercorso a piedi, i famosi dieci chilometri, giunsi nuovamente al mulino e mi feci ridare la farina mancante.

In conclusione, caro Pece, una volta non si aveva paura della fatica e tutti, nel loro piccolo, aiutavano la famiglia.”

Dopo un po’ lo guardò e gli disse. ”Ora è tempo di andare a dormire, domani dovrò alzarmi all’alba per andare a raccogliere le arance.”

Pece annuì sbadigliando e dopo averle dato un bacio come era suo solito, se ne andò a letto, ma invece di dormire, prese un foglio ed iniziò a scrivere il racconto della nonna. La mattina seguente il sole inondò la stanza di luce e Pece si accorse che la nonna era già uscita.

Si riscaldò un po’ di latte e pensò di andare a trovare Alfonso, il proprietario del negozio di generi alimentari, che gli aveva chiesto di aiutarlo a sistemare la merce in magazzino e lui, molto volenteroso non s’era fatto pregare, avevano bisogno di soldi e quella era un’occasione da non perdere. Nel mentre stava sistemando la merce nel magazzino, sentì delle voci concitate, prevenienti dalla strada, udì che qualcuno cadendo, si era fatto male e si era fratturato una gamba.

Pece incuriosito, cercò di capire di chi stessero parlando ed in quel momento una voce disse: “Povera Michelangela, certo che è stata proprio una brutta caduta!” Pece preoccupato ed impaurito fece cadere un grosso scatolone che aveva in mano e corse subito verso casa. In quel frattempo, la nonna, ingessata e dolorante, accompagnata dalla comare Rosina e da Faustina sua nipote arrivò a casa e Pece pensò tra se: “Adesso siamo veramente in difficoltà.” Come avrebbero fatto ad andare avanti? Non immaginava che la nonna aveva già pensato a tutto, lui sarebbe dovuto andare ad aiutare mastro Guglielmo, il falegname e così, oltre a racimolare qualcosa, avrebbe imparato anche un buon mestiere.

Pece non era molto entusiasta di questa decisione, non che gli dispiacesse lavorare, ma proprio da mastro Guglielmo no, era un tipo rozzo e maldestro tant’è che spesso combinava dei pasticci. Infatti, invece di riparare le cose le rompeva e la gente del paese lo aveva soprannominato il “calzino bucato”, perché lasciava buchi dappertutto. Tuttavia c’era qualcosa, anzi, qualcuno di speciale in quel bugigattolo, era sua figlia Letizia, una bambina dalla pelle chiara come la luna e due occhioni azzurri da incanto.

Ogni volta che la incontrava arrossiva e cominciava a balbettare, poi abbassava lo sguardo dalla vergogna e faceva finta di lavorare, mentre il suo cuore faceva le capriole. Da quel momento, ogni mattina si alzava molto presto e non vedeva l’ora di andare dal mastro, il quale si era accorto degli sguardi che lanciava a sua figlia e così un bel giorno gli disse: ”Ehi Pece, pensa a lavorare e non pensare alle vacche della Sila.”

Di solito, a metà mattina, mastro Guglielmo usciva per andare al bar di fronte a bere il suo solito bicchierino di anice e ne approfittava per fare due chiacchiere con gli amici che giocavano a tressette. E così Pece, ne approfittava e si sedeva accanto a Letizia sgranocchiando le gallette che preparava Rosa la mamma di Letizia.

A fine giornata lavorativa, Letizia con la sua bicicletta lo accompagnava a casa e lui si sentiva al settimo cielo, aggrappato a lei sul sedile di dietro, volavano fra campi di grano dorato, prati di papaveri ed infine attraversavano gli agrumeti dal dolce profumo di zagare. Alcune volte, prima di tornare a casa, si fermavano in mezzo ai campi e ne approfittavano per mangiare un’arancia. Nonna Michelangela lo aspettava con impazienza e nonostante avesse il gesso, gironzolava sempre per casa, preparando la zuppa di fagioli cannellini, che piaceva tanto al nipote.

Un sabato mattina, mentre Pece era in bottega, passò da lì il vecchio maestro Nicola, che doveva farsi riparare delle sedie di vimini. Vide Pece, che in un momento di pausa stava scrivendo qualcosa, incuriosito diede un occhiata e rivolgendosi al ragazzino gli chiese: ”Ehi Pece, cosa stai scrivendo, mi fai vedere?”

Il bambino imbarazzato rispose: ”Maestro niente di che, sono solo pensieri, sapete, quelli che mi vengono in mente…”

“Non importa.” Aggiunge il maestro Nicola: ”Voglio proprio vedere cosa hai scritto.”

Si infilò gli occhialini sul suo naso a punta ed iniziò a leggere. E man mano che leggeva si sorprese e si incuriosì a tal punto, che s’intravedeva sul suo viso la commozione mista allo stupore. Non poteva credere a quello che stava leggendo, quel ragazzino non solo scriveva molto bene, ma i suoi racconti di vita lo incantavano e l’affascinavano, per il linguaggio semplice, diretto, per i sentimenti descritti e per la bellezza del suo animo.

Si voltò verso Pece e gli disse: ”Pece è un peccato che tu non hai potuto continuare a studiare, sei troppo bravo, se vuoi posso aiutarti a prendere la licenza media serale. Verrai da me tutte le sere, quando potrai, non puoi rinunciare a migliorarti”. Pece accettò anche se avrebbe dovuto chiedere il permesso alla nonna. Questa, dapprima era indecisa, ma poi vedendo il suo entusiasmo accettò, a patto che non trascurasse il suo lavoro e ad aiutarla nei lavori domestici.

E fu cosi che cominciò a prendere lezioni a casa del maestro Nicola, arrivava di corsa con il suo quaderno ed un pugno di castagne in tasca, poi si sedeva sulla panca di legno ed ascoltava con interesse quello che il maestro gli insegnava. Ogni giorno che passava, imparava sempre cose nuove e ciò gli piaceva tantissimo. Era un ragazzo diligente e pronto e nel contempo non trascurava il suo lavoro ed il suo impegno nei confronti della nonna.

Un giorno il maestro Nicola gli diede da fare un testo dal titolo: “Parla della persona più importante della tua vita.” Pece non aveva alcun dubbio avrebbe parlato di nonna Michelangela e dei suoi racconti sulla vita. Cominciò a scrivere di getto e compose una bella storia che consegnò al maestro, il quale lesse compiaciuto ed ammirato.

Nicola non aveva dubbi, quel ragazzino era un portento, doveva trovare il modo per aiutarlo. Aveva letto da qualche parte di un concorso per ragazzi, così, senza dire niente lo scrisse e inviò il manoscritto. Il vincitore avrebbe vinto una borsa di studio che gli avrebbe consentito di studiare. Nicola era fiducioso, era sicuro che Pece avrebbe avuto delle buone possibilità per ottenere il riconoscimento. Dopo qualche tempo ed esattamente nel mese di Giugno, mentre il maestro Nicola era intento a curare le verdure nel suo orto, sentì qualcuno che lo stava chiamando a squarciagola, era Ernesto il postino, tutto sudato per avere percorso a piedi la strada nei campi, per raggiungere il maestro e gli disse ansimando e sbottando: ”Maestro ma non mi avete sentito? Siete per caso diventato sordo?” E’ un’ora che sto gridando il vostro nome, mi avete fatto arrivare fino quaggiù.”

Si sedette sotto la pergolata d’uva a fragola asciugandosi la fronte imperlata di sudore e chiedendo un po’ d’acqua.

Nicola rispose: ”Caro Ernesto siete sempre il solito brontolone, forse dovreste mangiare di meno… ma ditemi cosa mi avete portato di così urgente da non lasciarla a casa?”

Ernesto rispose: ”State tranquillo che se non era un telegramma non sarei sceso fino qua…“

Il maestro gli disse: ”Allora cosa aspettate, fatemi vedere…”

“Un momento maestro, fatemi respirare, con questo caldo ho un peso sul petto…”

Il maestro di rimando: ”Altro che il caldo e peso sul petto, sono le costolette con le cotiche di maiale che vi siete mangiato ieri sera…”

Ernesto stava per perdere la calma, non sopportava che si facessero allusioni sul fatto che era grasso, anche se era vero, ma a dirglielo erano guai. Si rialzò a fatica e continuando a borbottare risalì la piccola stradina di terra, dove al tronco di una grande quercia, aveva poggiato la sua bicicletta. Ma dopo un po’ si udirono le sue urla: ”Mascalzoni, dove avete nascosto la mia bici? Questa volta non ve la lascio passare, se vi prendo!” Nicola sorrise fra sé, quei ragazzi gliel’avevano fatta un'altra volta, gli facevano i dispetti sapendo che Ernesto si sarebbe arrabbiato tantissimo ed il suo modo di fare buffo, li faceva divertire un mondo.

Finalmente Nicola aprì il telegramma, nel quale gli comunicavano che Pece era il vincitore del concorso e si sarebbe dovuto recare nella vicina città per ritirare il premio. Non stava in sé dalla gioia, non perse tempo e andò subito alla bottega del falegname, trovò Pece che stava sistemando delle sedie, e vedendo entrare il maestro Nicola gli notò subito una strana luce negli occhi. Lo guardò per un attimo e gli chiese impaziente: ”Maestro cosa vi è successo, vi vedo strano?”.

Questi non si trattenne più, lo abbracciò e gli disse tutto. Pece non riusciva a crederci, lui aveva vinto.

Finalmente arrivò il giorno speciale, Pece e nonna Michelangela, accompagnati dal maestro Nicola, si recarono con il treno nella città, per ritirare il premio. Il ragazzino non era mai salito in treno ed era molto eccitato, nel vedere quel mostro di ferro fumante, poi con un po’ di timore si sedette accanto alla nonna che dopo tanto si era tolta il gesso. Incantato, osservava dal finestrino il paesaggio che correva con il treno, campi estesi coltivati, e con tanti aranceti ed uliveti.

Per l’occasione aveva indossato i pantaloni della prima comunione e la camicia bianca cucita dalla nonna, con una giacchetta rattoppata, che gli aveva prestato l’amico Gabriele. Si sentiva molto orgoglioso ed era pieno di sé, per aver dato una bella soddisfazione al maestro ed alla nonna. Arrivarono al Palazzo di Città, dove sarebbe avvenuta la premiazione.

Si sedettero tutti in una grande sala e subito ebbe inizio la cerimonia, ed ecco che il Presidente della giuria lo chiamò con il suo vero nome Marcello Costantino, lui impacciato, si alzò e si avvicinò al tavolo della giuria. L’uomo era vestito elegantemente, con un abito grigio ed un panciotto, dal quale sbucava un orologio d’oro allacciato ad una catena, aveva due enormi baffi all’insù che incutevano timore e lo facevano apparire burbero; con aria solenne gli diede la mano facendogli i complimenti, poi gli consegnò la pergamena ed infine la borsa di studio.

Dalla sala si sollevò un fragoroso applauso e Pece non trattenne più la commozione. Ora sapeva quale era la sua strada. Voleva diventare uno scrittore, ma voleva raccontare la vita quella vera. Ritornarono in paese con il cuore gonfio di gioia. Il suo racconto fu pubblicato in un libro per ragazzi e da quel momento la sua vita cambiò, riprese gli studi con grande successo.

Nello stesso tempo, continuò a vivere con la sua amata nonna finché un giorno, tornando a casa, la trovò seduta accanto al fuoco, le si avvicinò per darle un bacio come faceva sempre, ma questa volta la sentì gelata, allora la chiamò e richiamò, ma si accorse che se n’era andata via per sempre. Era passata la sua fanciullezza ormai era diventato un uomo, la vita l’aveva forgiato in meglio, la nonna era stata una brava educatrice e di grande esempio.

Fu distolto dai ricordi, quando Letizia, diventata in seguito sua moglie, lo chiamò che era pronta la cena. Sentì il buon profumo che proveniva dalla cucina, si avvicinò alla culla dove beatamente dormiva Emanuele, il suo bambino di pochi mesi. Mentre la più grande entrò nella stanza dicendo: ”Ciao papà, è pronto? Ho una fame…” e lanciò i libri sul divano. Pece la rimproverò:

”Michelangela quando la finirai di essere così disordinata?” Già Michelangela, si chiamava proprio come la nonna ed aveva lo stesso carattere forte e risoluto. Pece la guardò con un amore infinito e poi con un sospiro di rassegnazione le disse: ”Dai sediamoci che la cena è pronta…”

Ora sono passati molti anni, le stagioni si sono succedute e tutto sembra così lontano, una vita fa…

Il libro in mano, il suo immancabile compagno d’una vita, scivola sulle gambe coperte da un plaid, gli occhiali sul naso e gli occhi persi nel sonno: ”Nonno, nonno, dai raccontami una storia, la voce echeggia nella stanza facendolo sussultare. Pece si sveglia e guardando il nipotino che lo fissa con i suoi occhioni curiosi ed impazienti si rivede bambino, con la sua voglia di sapere e di conoscere le cose del mondo. Si ricompone alla meglio tirandosi su e dopo avere dato una carezza sul capo di Giovannino gli dice:

”Dai, siediti qui vicino accanto a me… allora vediamo cosa ti posso raccontare questa sera… ah si ecco… se la memoria non mi fa brutti scherzi ti racconterò la storia di un bambino che mangiava per colazione: castagne, noci e fichi secche, ma che aveva una gran voglia di vivere e di migliorarsi per riscattare la sua vita di stenti e sacrifici. Giovannino s’illuminò dalla gioia esclamando felice: ”Si nonno dai racconta la tua storia…” Giovannino la conosceva perfettamente, per averla sentita già un sacco di volte, ma nonostante ciò, riascoltarla lo rendeva felice ed orgoglioso per avere come nonno, una persona così speciale, quel bambino povero che sognava di diventare uno scrittore.

Anna Rossi 27/05/2016 05:56 1 346

Opera pubblicata ai sensi della Legge 22 aprile 1941 n. 633, Capo IV, Sezione II, e sue modificazioni. Ne è vietata qualsiasi riproduzione, totale o parziale, nonché qualsiasi utilizzazione in qualunque forma, senza l'autorizzazione dell'Autore.
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I fatti ed i personaggi narrati in questa opera sono frutto di fantasia e non hanno alcuna relazione con persone o fatti reali.


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Commenti sul racconto Commenti sul racconto:

«''Piccola storia'' ma grande commozione nel leggere questo racconto... la vita di chi non si rassegna e credendo in se stesso, riesce ad ottenere riconoscimenti, esaudendo i propri sogni... chi arriva ad ottenere risultati partendo da una situazione di disagio, qualunque essa sia, deve essere sempre riconoscente... la fortuna di avere accanto le persone giuste( in questo caso la nonna e il maestro) tante volte è un dono della vita e mi fa rabbia quando i giovani di oggi si demoralizzano e lasciano morire i propri sogni... complimenti all'Autrice che è riuscita a coinvolgermi nella lettura senza appesantire l'attenzione... apprezzatissimo...»
Giacomo Scimonelli

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Emozionante e scritta molto bene. Brava ciao Anna (Wilobi)



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