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Questo racconto è inserito in:
 Parte 6 della raccolta "Sulle magiche ali della fantasia " di Vivì (10 racconti)
 I miei racconti Fantasy

Una storica regata

Fantasy

Genova, Castello d’ Albertis maggio 2004

Agnese era seduta sul vecchio dondolo in completo relax, dondolandosi lentamente e tenendo acciambellata sulle sue ginocchia Bastet, l’ anziana gattina del castello.

Nel silenzio che la circondava, il dolce movimento della vecchia sedia e le fusa lievissime per le lievi carezze che lei poneva sul bel manto nero, le stavano procurando un’ insolita sonnolenza.

Già alcune volte, la sua testa era ciondolata sul petto, ma a quel movimento tanto brusco quanto repentino, aveva sempre cercato di riscuotersi.

In quel momento stava osservando il pelo della gattina completamente nero, ma morbido in una maniera incredibile considerata l’ età del felino.

Bastet, si sentì osservata e si girò verso la ragazza emettendo un lieve miagolio e spalancando e socchiudendo i suoi occhi di giada in quelli della ragazza, in un modo da sembrarle ipnotico.

Agnese ebbe un sobbalzo; se vi era una cosa che l’ aveva sempre messa a disagio, erano proprio gli occhi dei gatti e, in particolar modo, quelli di Bastet.

Quando la gatta le spalancava quei suoi occhioni verdi emettendo quel fievole, caratteristico miagolio, Agnese aveva quasi l’ impressione che volesse comunicarle qualcosa. Era una netta sensazione, che riusciva a incuterle un profondo disagio. Razionalmente, la ragazza intuiva quanto fosse assurda la cosa, eppure… non riusciva mai a scacciare del tutto quel pensiero.

Sorrise: la sonnolenza le intorpidiva così tanto le idee, da indurla a fantasticare su cose inesistenti. Riprese ad accarezzare con più solerzia il manto suscitando una serie di fusa ancor più riconoscenti.

Dall’ esterno della torre del castello in cui si trovava, le giunse improvviso un suono cupo e profondo. Si trattava di un richiamo che era abituata a sentire sin da bambina e che le era sempre parso familiare e rassicurante.

Era il suono delle sirene che emettevano le navi ogni qualvolta partivano o arrivavano al porto.

Quel suono lungo e prolungato rimbombava a lungo tra le colline che affacciavano sullo sbarco marittimo, perché rimbalzava amplificato dall’ eco ed era percepibile in ogni angolo della città.

Tuttavia, le sirene, non servivano soltanto ad annunciare i movimenti dei transatlantici o dei rimorchiatori, ma anche ad avvertire la cittadinanza dei grandi o dei gravi avvenimenti in corso. Insomma, potevano essere buone o cattive notizie per il popolo del mare. Come l’ allarme per un incendio o l’ annuncio di un’ imminente festività, oppure il saluto unanime della collettività per un importante personaggio in visita nella cittadina. Dipendeva tutto dalla tonalità e dalla progressività dell’ emissione del fischio, così la gente intuiva al volo se rallegrarsi o preoccuparsi.

Agnese prestò attenzione, così com’ era abituata a fare, alla voce delle sirene e dopo pochi secondi, al richiamo della prima nave, si aggiunse quello delle altre in risposta. Era un lamento prolungato e lugubre, purtroppo foriero di brutte nuove, che le provocò un lungo brivido sulla pelle.

Agnese si affacciò con l’ agghiacciante presentimento che qualcosa di grave era accaduto in città.

Dalla sua posizione, la vista sul porto era completa e spettacolare.

Le navi da crociera grandi e piccole, i rimorchiatori ormeggiati nel grande porto e persino le piccole imbarcazioni da diporto, si unirono con il loro richiamo al concerto dei transatlantici ormeggiati.

Quella sinfonia altisonante la mise in apprensione. Non ricordava di aver mai sentito nulla di simile, nemmeno nella notte di S. Silvestro quando, le navi ormeggiate ai moli, accoglievano l’ arrivo del nuovo anno facendo librare nel cielo il loro saluto festoso.

Ma lì si trattava appunto di concerto che metteva allegria, che spronava al sorriso e in quel momento invece, quel suono opprimeva, angosciava.

Agnese tentò di mitigare un po’ la cacofonia assordante, coprendosi le orecchie e nel frattempo, scrutò per bene sui moli e sulla placida laguna del porto, per tentare di scoprire di più su quanto stava avvenendo.

Il suo sguardo accarezzò la mole svettante della Lanterna, il monumento più rappresentativo dell’ antica città marinara. Genova si stendeva ai suoi piedi e, a volte, le sembrava di poter toccare i tetti spioventi e le terrazze panoramiche che s’ affacciavano sul mare.

La sua attenzione si spostò sulla Stazione Marittima, sul Porto Antico con l’ enorme Bigo dagli enormi bracci perpendicolari sul mare e sull’ ascensore panoramico, nonché sull’ Acquario famosissimo in tutta Europa.

A quell’ ora, quella parte del porto restaurata da poco e restituita ai cittadini, era affollata.

Anche se da quella distanza, le persone apparivano piccole come formiche, la ragazza riusciva a distinguere come fossero tutte affacciate ai parapetti di protezione, prospicienti il mare.

Sembrava guardassero vero i grandi rimorchiatori che si erano riuniti e che, in simultanea, iniziarono a lanciare verso il cielo, lunghissimi getti d’ acqua.

Solo allora Agnese si ricordò che la città era in subbuglio per un evento dall’ importanza nazionale e che le navi e i rimorchiatori stavano salutando i partecipanti alla grande regata storica appena conclusasi. Ciò significava che l’ equipaggio genovese aveva vinto la sfida e che tutto il grande comparto marinaresco rendeva gli onori ai gloriosi vogatori.

La regata fu istituita per la prima volta nel 1955 e vi partecipavano quattro delle più prestigiose potenze marinare con i loro equipaggi: Genova, Venezia, Amalfi e Pisa. Ogni città ospitava l’ evento ogni quattro anni, a rotazione e quell’ anno era stata la volta di Genova che, a quanto annunciavano le sirene, ne era uscita trionfatrice.

Agnese ne fu felice, ma rimpianse il fatto di non aver potuto partecipare, per via del gesso che le costringeva la gamba, ai vari eventi che si era succeduti in città e che avevano preceduto la giornata finale con la regata.

Aveva dovuto anche rinunciare alla sfilata storica e a indossare gli abiti della Duchessa Doria, signora della città, ma non aveva potuto assistere nemmeno al corteo degli sbandieratori e alabardieri.

Con un sospiro di rassegnazione tornò a sedersi e riprese a carezzare il gatto, tornato ad acciambellarsi sulle sue gambe, mentre i suoi pensieri tornavano alla storia delle quattro Repubbliche marinare.

A poco a poco, la sinfonia inventata dalle navi, andò affievolendosi, fino a smorzarsi e la ragazza un po’ seguendo il dondolio della sua sedia, un po’ il ronfare del gatto, piegò la testa sul petto addormentandosi quietamente.

Genova, maggio 1840

Dalla torre del castello d’ Albertis situato su una collina, si godeva la vista straordinaria che abbracciava tutta l’ antica Repubblica marinara.

Fin dove lo sguardo della giovane servetta arrivava, poteva cogliere tutti i particolari dell'antico e glorioso porto genovese.

L’ acqua della laguna era increspata lievemente dalle piccole onde che sfavillavano di luccichii argentei, in quel pomeriggio avanzato di inizio estate.

I rumori, caratteristici del porto, giungevano al castello in modo attutito, quasi ovattato dall'immenso parco che lo circondava.

Agnese riusciva comunque a distinguere alcune delle parole gridate dai carrettieri che guidavano al passo i barrocci tirati dai cavalli, spronando così gli animali ad avanzare più in fretta. Il vento di tramontana, che spazzava i moli, trasportava anche le urla dei marinai mentre manovravano per calare o serrare le vele sugli alti alberi dei galeoni, o per armeggiare con le cime d'attracco alle enormi bitte di metallo.

La ragazzina s’ incantava a seguire le manovre d’ ancoraggio e d’ ormeggio dei grandi velieri.

Da lì a poco più di trenta minuti, avrebbe finito il suo servizio e avrebbe così potuto correre fino al porto dove si allenavano i rematori della gara delle quattro repubbliche marinare.

Un evento unico e straordinario organizzato dal Magistris di Genova, forse, soltanto per una dimostrazione di potenza rispetto alle altre città di mare.

Tutti i rioni,” i carrugi” caratteristici vicoli e le piazze erano pavesate a festa; le bande musicali, con al seguito i sostenitori delle altre città marinare, scorrazzavano, sfilando e portando musica e allegria per le vie del centro e le stradine del centro storico.

I cittadini si univano in processione cantando e improvvisando giocosi balletti. Bancarelle di tutti i colori mettevano in mostra mercanzia di ogni tipo, offerta a gran voce dai mercanti accorsi da tutte le parti d'Italia.

Numerosi traghetti con un'unica vela facevano la spola da una delegazione all'altra della città trasportando i numerosi e chiassosi passeggeri, che ammiravano con aria stupita l’ aspra ma rigogliosa riviera.

L'aria di festa che si respirava in quei giorni, riusciva a contagiare anche i musoni più irriducibili.

Il suono della sirena della calata San Giorgio, dava il segnale ai camalli del porto e agli operai della fine del turno.

Agnese, che non aspettava altro che quel segnale, si spogliò del grembiule e della crestina bianca, componenti della sua divisa da cameriera.

Finalmente anche quella dura giornata di lavoro era arrivata al termine. Indossati i suoi zoccoletti di legno, si lanciò a capofitto lasciandosi scivolare sull’ elaborata balaustra, giù per l'ampia scalinata di marmo.

Sapeva di potersi permettere quella birichinata, perché il castello era semideserto. La maggior parte della servitù aveva avuto un pomeriggio di libertà, proprio per adempiere alla giornata di festa cittadina proclamata dalle autorità e i signori del castello li aveva visti uscire in carrozza poco prima.

La ragazzina rimase un attimo interdetta; sulla colonnina di marmo vi era acciambellata Giada, la nera gattina del castello. Il piccolo ed elegante felino, le riservò il solito sguardo misterioso che incuteva soggezione a coloro che non avevano dimestichezza con i gatti.

Gli occhi incredibilmente verdi, simili a due smeraldi, si spalancarono su lei procurandole un leggero brivido lungo la schiena, quindi la gattina la salutò, muovendo lentamente la coda e con un miagolio sommesso.

Agnes rispose allungandole una lieve carezza.

Poi si lasciò scivolare, ma quando fu a metà della balaustra di marmo lucidissimo, per poco non cadde dalla sorpresa. Non si aspettava certo di vedere il viso arcigno della governante, che evidentemente la stava aspettando:

« Ti ho già detto tante volte che non devi scendere in quel modo! Ormai sei una signorinella e come tale deve comportarti!» la redarguì la donna con severità.

Agnese, che provava soggezione nei confronti della donna, rinomata per il suo brutto carattere, non avrebbe mai osato rispondere e nemmeno ne avrebbe avuto il tempo, considerato che riuscì a schivare per un pelo il violento manrovescio che stava per piombarle sul viso.

Evidentemente se lo aspettava; la signora Maria era un tipo molto severo, dall’ espressione sempre corrucciata e dalle mani sempre pronte a schiaffeggiare.

Ma la ragazzina era veloce e la maggior parte delle volte riusciva sempre a evitare un ceffone o un dolorosissimo pizzicotto.

In quel momento, infatti, la megera stava ancora lì, stupita, a domandarsi come avesse potuto mancare quella guancia vellutata, che il bersaglio in questione, si profondeva in una velocissima riverenza e, subito dopo, correva via, promettendo:

« Va bene signora Maria! Non lo farò più! Ma ora devo andare, perdonatemi!»

Quindi, lasciandola con un palmo di naso, Agnese scomparve nelle cucine.

« Ciao mastro Bartolomeo!» salutò la ragazzina.

Seduto alla grande tavola di quercia, a sorseggiare tranquillamente la sua tazza di tè, vi era il maggiordomo.

Bartolomeo era un brav’ uomo e ad Agnese era particolarmente simpatico. Il maggiordomo aveva preso molte volte le parti della ragazzina difendendola dagli attacchi, a volte senza motivi, della megera.

Davanti a lui un vassoio di fette biscottate già imburrate e con un velo di marmellata che dovevano servire per accompagnare il tè.

« Posso Bart?» domandò Agnes allungando una mano verso i dolcetti.

Lui le sorrise « Serviti pure, ma dimmi un po’… ho sentito la voce contrariata della governante. Cosa le hai combinato stavolta? Sai che non devi farla arrabbiare altrimenti se la prende con tutti noi!» Nel tono dell’ uomo vi era una lieve nota di rimprovero, ma subito dopo, le strizzò l’ occhio con complicità.

La ragazzina non poteva immaginare che le si era affezionato e che le voleva bene come a una figlia.

Prima di rispondere lei si guardò in giro, quindi con un'aria da cospirazione disse:

« Quella donna è un’ arpia e non vede l'ora di picchiarmi!»

« E tu cerca di non dargliene motivo. Sai, nella vita un po’ di furbizia non guasta mai.» Poi vedendo che la ragazzina divorava le fette biscottate, la rimproverò un po’ più severamente:

« Mangia piano! Non t’ ingozzare!»

« Non posso, Mastro Bartolomeo! Devo scappare se non voglio arrivare tardi per la regata!» rispose con la bocca strapiena. L’ uomo non fece in tempo a replicare, la vide correre via in un turbinio di lunghe sottane e sospirò borbottando tra sé:

« Santa pazienza! E beata gioventù!»

Nel frattempo Agnese già correva a perdifiato, rischiando di rompersi l’ osso del collo giù per l’ antica “ creuza “ di Castelletto, la collina residenziale della città. Quelle antiche viuzze acciottolate erano caratteristiche della città e si snodavano inerpicandosi in modo ripido per colline.

La ragazzina sapeva di essere in anticipo, la gara non avrebbe avuto inizio che dopo un paio d’ ore, tuttavia, s’ affrettò lo stesso perché doveva cambiarsi. Era rimasta d’ accordo con gli altri uomini dell’ equipaggio, che si sarebbero incontrati almeno un’ ora prima della gara per decidere gli ultimi particolari e mettere appunto le ultime strategie.

In pochi minuti arrivò nel centro storico, dove in un locale prospiciente il porto, si riuniva l’ equipaggio scelto per la regata.

Un evento straordinario, organizzato e voluto dal Doge di Venezia e dalle più alte autorità delle quattro Repubbliche, per festeggiare l’ avvenuto patto di non belligeranza stipulato dalle agguerrite città marinare.

Il Doge stesso aveva promesso la sua presenza durante la manifestazione, poi per motivi di una grave indisposizione, aveva dovuto rinunciare, ma al suo posto aveva mandato un prestigioso rappresentante delle autorità veneziane.

La manifestazione, per la città, era già di per sé una grande vittoria.

L’ intera penisola italiana era reduce dalla grande pestilenza che aveva provocato una strage tra la popolazione. Anni bui, di morte e di dolore da dimenticare.

Per questo motivo, la popolazione aveva appreso con gioia la notizia della gara e partecipava col massimo entusiasmo a ogni evento che faceva da contorno alla manifestazione.

Sul molo, nel frattempo, undici persone, otto vogatori più tre riserve, attendevano con impazienza il loro timoniere per effettuare un ultimo allenamento.

Il capovoga, un omaccione alto un metro e ottanta, dai grandi baffi e capelli scuri come il carbone, squadrava con cipiglio lungo la banchina, con aria furibonda.

« Se quel ragazzaccio non arriva entro cinque minuti, partiamo senza di lui. Ma giuro che, al ritorno, se ha il coraggio di presentarsi, gli tiro il collo!» borbottò, in dialetto genovese.

« Ma sta calmo, Angelo.» cercò di tranquillizzarlo il secondo vogatore « Quel ragazzino è senz’ altro un monello, ma sappiamo tutti quanto ci tenga a partecipare alla gara. Vedrai che ora lo vediamo arrivare di corse, come suo solito!» rispose, nello stesso dialetto.

Ma il monello in questione, anzi, la monella, si trovava ancora distante dal molo di partenza e doveva ancora cambiarsi.

Il resto dell’ equipaggio, di cui anche lei faceva parte, ignorava il fatto che il timoniero fosse in realtà una ragazzina, che grazie a un astuto, quanto abile travestimento, riusciva a ingannare tutti sulla sua vera identità.

Agnese adorava trasformarsi in un ragazzino e, di conseguenza, essere trattato come un maschio. Con un paio di pantaloni laceri, una vecchia maglietta, altrettanto lisa, le scarpe di un paio di misure più grandi e un cappellaccio calato sulla fronte, il suo travestimento era valido e completo.

Bastava poi sporcarsi il viso di fuliggine e il gioco era fatto.

Così conciata, Agnese poteva fare cose in genere proibite alle ragazze della sua età. Poteva permettersi di giocare a pallone con i maschi, oppure ridere e sghignazzare con loro delle cose più assurde; pronunciare liberamente qualche parolaccia e addirittura sputacchiare per terra, così, tanto per darsi un contegno da adulto.

Agnese si sentiva libera, soprattutto da quegli antiquati pregiudizi, che costringevano le ragazzine entro le quattro mura domestiche, ad accudire il focolare e ad attendere l’ arrivo di un fantomatico principe azzurro.

« Puah!» pensò disgustata « Non sono cose per me! Io adoro il mare, il vento e le vele. I gabbiani che stridono in volo e lo sciabordio delle onde sulle carene. Adoro quest’ odore salmastro! È questa la mia vita!» si disse, mentre si affrettava ad entrare in un antico edificio, dove era solita mettere in atto la sua trasformazione.

Dopo aver indossato un paio di braghe larghissime e annerito il viso, Agnese raccolse i capelli, nascondendoli dentro un cappello. Poi, controllò il risultato allo specchio. Si squadrò ben bene da tutti i lati, quindi assunse le movenze di un discolo: un atteggiamento più che spavaldo, un sorriso sfrontato, le mani infilate nelle tasche, ripromettendosi di affibbiare calci a ogni cosa che le fosse capitata tra i piedi e con le labbra atteggiate a un zufolare continuo.

« Bene! Così conciata sfido chiunque a riconoscermi!» si disse, molto soddisfatta, poi uscì all’ aperto.

Ci vollero pochi minuti al discolo, per districarsi nel traffico dei carretti, delle eleganti carrozze trainate dalle pariglie di cavalli e dalla gente a passeggio per il centro cittadino. Nessuno pareva badare a lui, e in pochissimo tempo si trovò a Palazzo S. Giorgio.

Nel molo antistante l’ antico palazzo, erano ormeggiati i più grandi e i più belli dei galeoni mercantili e da diporto.

Uno in particolar modo aveva colpito la fantasia di Agnese e, ogniqualvolta vi passava davanti, non poteva fare a meno di fermarsi ad ammirarlo.

Il veliero portava un nome altisonante: “ Il dio del mare” ed era un tre alberi maestoso.

Il giorno che la nave aveva fatto il suo regale ingresso nel porto, la gente sui moli si era fermata, stupefatta. Non si era mai visto a Genova un galeone di quelle dimensioni e con quelle linee così eleganti.

Il mastro d’ ascia pareva aver scolpito, cesellato i particolari che adornavano le alte fiancate che si ergevano come montagne sul molo al quale era ancorato il galeone. I mastri velai, a loro volta, si erano sbizzarriti con la fantasia dipingendo le vele di disegni con tenui colori, che riportavano scene di battaglie navali e lotte fantastiche tra immaginari, quanto giganteschi mostri marini.

La polena, che occupava tutta la prua, era scolpita nei legni più pregiati, bianchi come l’ avorio e neri come l’ ebano, e rappresentava un Nettuno gigantesco, con tanto di tridente, intento a scrutare l’ orizzonte con la mano sulla fronte. Ai piedi di Nettuno, un po’ più piccola, la statua di Eolo il dio dei venti, con le guance graziosamente gonfiate nell’ atto di sbuffare.

Un insieme scultoreo stupefacente, che induceva i passanti a sostare al di sotto della prua, per poterla ammirare.

Agnese, dimenticando l’ appuntamento che aveva con i rematori, si fermò, letteralmente affascinata da quello e tanti altri particolari di quel maestoso vascello del mare.

La nave incombeva minacciosa sulla sua figura minuta e per quanto si sforzasse a guardare all’ insù, non le era possibile distinguere i tre ponti situati al di sotto delle battagliole di poppa e di prua.

La ragazzina chiuse gli occhi e sognò. Si vide al comando di quella meraviglia progettata per attraversare gli oceani, senza temere alcuna tempesta.

Un’ imbarcazione solida, veloce e sicura una bella nave da crociera, adatta a ospitare, nelle sue lussuose cabine, personaggi altolocati, ma anche per trasportare preziosi carichi. Nelle stive, che dovevano essere immense, potevano essere caricate merci di tutti i generi, provenienti da ogni parte del mondo e tutte le terre esotiche in cui approdava.

Agnese si riscosse; se non si muoveva rischiava di far tardi e non voleva assolutamente che succedesse proprio il giorno della gara.

Con un pizzico di disappunto, si accorse che il tempo era cambiato; neri nuvoloni si erano addensati all’ orizzonte coprendo quasi del tutto il sole, mentre il vento si era rinforzato. Sarebbe stato un vero peccato, se la burrasca che s’ annunciava imminente nell’ aria, avesse impedito il normale svolgimento della gara.

Si volse per correre in darsena, ma in quel momento le parve di sentire un miagolio sommesso. Pensò che fosse normale, per un porto di mare; in fondo era cosa risaputa che le navi erano i ricoveri ambulanti per i topi.

Un genere d’ animaletti che le avevano sempre procurato fastidio e ribrezzo e che, purtroppo, sapeva fossero portatori d’ infide malattie in tutto il mondo, la maggior parte delle quali con esiti mortali.

Per questo era naturale che i marinai, a bordo, tenessero anche alcuni gatti, che facevano una caccia spietata ai topi.

Agnese sorrise intanto che coniava un nuovo, fantasioso titolo per gli ardimentosi felini: Paladini marini della salute mondiale!

Grande! Pensò, complimentandosi con se stessa.

Mentre si allontanava dal galeone, però il richiamo si fece più distinto e più pressante. A quel punto, le parve che avesse un che di familiare, e allora si volse nuovamente sul “ Dio del mare”.

Con lo sguardo passò in rassegna la serie di ponti, ma erano troppo alti per distinguere cosa vi fosse, poi si soffermò su quello sovrastante gli altri, quello principale. Si accorse allora delle colonne di legno massiccio, magistralmente scolpite, che facevano da sostegno ai ponti situati a poppa e che creavano un effetto balconcino privato sul mare, veramente delizioso. Piccole sculture di amorini e di putti arricchivano armoniosamente quella parte di nave, di sicuro riservata alla crociera di passeggere d’ alta classe.

Delicate lanterne di vetro prezioso, custodite in elaborate sculture di ferro battuto, dovevano servire a illuminare le serate passate sul balconcino, delle ospiti in cerca di fresco nei mari tropicali. Minuscole e intime verande, dove sorseggiare il tè e chiacchierare con le amiche, ma che nello stesso tempo teneva le passeggere al riparo dagli occhi indiscreti degli uomini dell’ equipaggio.

Agnese non riusciva nemmeno a immaginare come potessero essere lussuosi gli interni delle cabine.

Si riscosse. Si era di nuovo persa a fantasticare e il miagolio si era intensificato, ma la nave era talmente grande che la ragazzina non riusciva a capire da dove provenisse il richiamo.

Finché il suo sguardo arrivò sulla coffa centrale, quella situata sull’ albero maestro e fu lì che colse un piccolo movimento. Aveva individuato il gattino che ora, miagolava intensamente. Era tutto nero e se ne stava ritto sulle zampette, dando l’ impressione che guardasse in basso, proprio verso lei. Agnese guardò incredula il felino; sembrava proprio che fosse Giada, la gattina del castello. Ma la cosa non era affatto verosimile. Innanzitutto, perché l’ aveva lasciata a sonnecchiare acciambellata sulla sedia a dondolo e poi, perché non poteva aver coperto la distanza che separava il castello dal porto, sulle sue zampe e in così poco tempo.

Eppure, un certo non so che, le suggerì che fosse proprio Giada e che la gatta la stava chiamando, forse perché terrorizzata dall’ altezza e impossibilita a scendere dall’ albero maestro in cui si trovava.

« Santo cielo!» esclamò. Come aveva fatto quella benedetta gattina a salire sulla coffa del galeone? E ora, come fare per raggiungerla? Agnese non poteva certo salire a bordo di quella nave stupenda, senza essere invitata a farlo!

Eppure, bisognava trovare una soluzione.

Intanto, il tempo si era guastato a tal punto, che anche le acque del porto in genere calmissime, cominciarono a spumeggiare e le navi all’ ancora assecondavano il movimento delle onde facendo graziosi inchini di prua verso i moli.

La ragazzina pensò anche alla gara ormai prossima e ai rematori che la stavano aspettando. Tuttavia, non se la sentiva di lasciare Giada nei guai. Il suo miagolio diventava sempre più accorato.

Studiò attentamente l’ ingresso della nave situata tramite un boccaporto a babordo. Vi era un gran movimento di marinai che caricavano merci tramite una traballante passerella, ma soprattutto, notò con disappunto, l’ ingresso era sorvegliato da guardie armate. La cosa era alquanto strana. La nave era già da parecchi giorni in darsena e doveva già aver scaricato il suo carico che, per quanto prezioso fosse stato, non giustificava il fatto di avere una scorta armata.

Agnese si perse un attimo a fantasticare: forse quella nave nascondeva più segreti di quanto si potesse immaginare. Poteva trattarsi di una principessa esotica rapita e prigioniera in una delle cabine lussuose che tanto l’ avevano incuriosita? O forse, poteva essere il trasporto di un tesoro, dal valore inestimabile, trovato su qualche isola dei mari del sud.

Un miagolio più forte degli altri la costrinse a tornare al presente.

continua...


Vivì 18/02/2017 13:01 271

Opera pubblicata ai sensi della Legge 22 aprile 1941 n. 633, Capo IV, Sezione II, e sue modificazioni. Ne è vietata qualsiasi riproduzione, totale o parziale, nonché qualsiasi utilizzazione in qualunque forma, senza l'autorizzazione dell'Autore.
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