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Questo racconto è inserito in:
 Parte 7 della raccolta "Sulle magiche ali della fantasia " di Vivì (10 racconti)
 I miei racconti Fantasy

Una storica regata (2a parte)

Fantasy

Guardò verso Giada: la gattina sembrava rimproverarla per essersi distratta.

Comunque, il galeone aveva assunto un alone di mistero per Agnese e, quell’arcano contorno, diventava motivo d’ attrazione irresistibile.

La ragazzina si decise. I motivi per salire su quella nave erano diventati due: il primo era cercare di salvare la sua gatta, l’altro era quello di scoprire quale mistero celasse il veliero.

La ragazzina attese l’arrivo di un paio di scaricatori, curvi sotto il peso enorme che portavano sulle spalle.

La mole dei due uomini che avanzavano davanti a lei riusciva a coprire la sua figurina snella e Agnese sperò di farcela a passare dal boccaporto sotto il naso delle due sentinelle. La passerella scricchiolò in modo sinistro sotto i suoi piedi e, per qualche istante, temette di ritrovarsi in mare.

« Ehi!! Ma dove credi di poter andare tu, scricciolo di ragazzo?» si sentì apostrofare all’improvviso.

Lo stratagemma non era riuscito, le guardie l’avevano vista, ma Agnese lo aveva previsto e aveva già pronta una scusa. Sperava soltanto che fosse abbastanza credibile:

«Sto cercando il nostromo. Tu sai dove posso trovarlo?» domandò con cipiglio sicuro e sostenendo lo sguardo inquisitorio dell’ uomo

«E per quale motivo cerchi il nostromo?»

«Me lo ha ordinato il comandante in persona. Ha bisogno di tabacco e mi ha detto di rivolgermi al nostromo.»

L’uomo scrutò con attenzione il ragazzino; sebbene gli sembrasse sincero c’ era qualcosa d’indefinito che non lo convinceva del tutto.

Decise di approfondire: « Il nocchiere di bordo non s’ interessa di merci, bensì della navigazione. Perché il comandante avrebbe dovuto mandarti da lui?»

La sentinella aveva assunto un’ aria truce. Agnese iniziò a presentire l’ arrivo di guai, allora decise d’ improvvisare: «Forse perché l’ufficiale di coperta è un gran fumatore e un intenditore di tabacchi?»

L’uomo rimase interdetto e Agnese rincarò:

«Tu sai quanto possa diventare scorbutico il comandante quando si disattendono i suoi ordini. Ora se non vuoi incorrere nel suo malumore, dimmi dove posso trovare o il nostromo o il tabacco, in modo che possa correre a portaglielo.»

Quella minaccia parve sciogliere ogni dubbio e l’ uomo si arrese:

«Uhm! Va bene! Va bene! Entra! C’è sempre una riserva speciale per gli ufficiali di quella nave!»

Fu in quel momento che, con un boato fragoroso e un lampo improvviso, scoppiò il temporale e si aprirono le cataratte del cielo. Sulla banchina ci fu un fuggi fuggi generale; i marinai e gli scaricatori cercarono riparo dentro il galeone.

Ma ormai anche Agnese era dentro.

La pioggia si riversò improvvisa con una violenza tale, da rimbombare sulle paratie e sui ponti del galeone, e il ticchettio sullo scafo cominciò a coprire ogni altro rumore, diventando fastidioso.

Ma dopo pochi minuti, la ragazza si fermò sconcertata: la nave le sembrò immensa. I corridoi, le scale che portavano ai vari ponti si alternavano, sconosciuti. Senza una guida come avrebbe fatto? Era sicura che si sarebbe persa un’ infinita di volte. E come giustificare ancora e in modo convincente il suo vagabondare per la nave? Si diede della sciocca. Come aveva potuto non pensarci prima?

Stava per lasciarsi andare allo sconforto, quando risentì il miagolio della gattina.

«Giada, dove sei?» Chissà come, la gatta, era riuscita a scendere senza il suo aiuto dall’albero maestro.

Ma era anche alquanto strano che in mezzo a quel caos provocato dal crepitio della pioggia, riuscisse a distinguere così nitido il suo miagolio, anche se ogni tanto aveva l’ impressionasse che si allontanasse.

Cercò di non perdere l’ orientamento e d’ imprimere nella mente il percorso già fatto, anche se ormai le sembrava di essere in un labirinto. Per fortuna c’ era l’ incessante miagolio di Giada a guidarla, altrimenti si sarebbe persa.

I corridoi si susseguivano ai corridoi e le rampe di scale sembrava non avessero mai fine. Agnese perse la cognizione del tempo. Da quanto girovagava a vuoto nel ventre della nave?

Ma dove la stava conducendo quel gatto? Per un attimo l'assalì anche il dubbio che non fosse la sua Giada e che, probabilmente, stava perdendo il suo tempo. Cosa aveva mai fatto a salire su quella nave? Si era pentita e rabbrividì al pensiero di essere scoperta e trattata quindi come un clandestino o, peggio ancora, come un ladro.

Quella continua tensione le procurava solo angoscia. Sentiva i nervi a fior di pelle; i marinai che aveva incontrato, fino a quel momento, sembravano troppo occupati nelle loro mansioni perché si accorsero di quel monello che s’ aggirava per i ponti. Ma prima o poi, qualcuno avrebbe iniziato a insospettirsi e Agnese, che aveva smesso di fantasticare sui vari, eventuali misteri custoditi sull’imbarcazione, desiderava solo trovare l’uscita da quella incresciosa situazione.

Stava percorrendo l’ ennesimo corridoio, quando intravide la coda della gattina davanti a lei. Temendo di vederla sparire, la ragazzina s’affrettò e la raggiunse. Non si era sbagliata. Era proprio Giada!

Quasi che avvertisse il timore di smarrirsi della ragazzina, il felino si fermò voltandosi a guardarla, con quel suo strano modo di socchiudere gli occhi verdi, che la faceva sentire tanto disagio.

Agnese cercò di avvicinare la gatta per prenderla con sé, ma proprio in quel momento risuonarono dei passi e fece appena in tempo a infilarsi in un locale, la cui porta per fortuna era socchiusa.

Sentì i passi, parecchi, che si avvicinavano sempre più, quindi, gli sconosciuti si fermarono nel corridoio proprio vicino al locale in cui si era nascosta.

Il timore di veder spalancare l’ uscio dietro al quale si nascondeva, si concretizzò con l’abbassarsi della maniglia, poi, per fortuna, quel movimento rimase a metà e Agnese poté sospirare di sollievo.

Gli uomini presero a confabulare tra loro, dapprima a voce bassa, quasi in modo cospiratorio, poi iniziarono ad alterarsi e a salire sgradevolmente di tono.

Agnese strinse a Giada, pregando tra sé che la gattina non riprendesse a miagolare e nel frattempo si guardò intorno alla ricerca di un nascondiglio più sicuro.

Il rumore della pioggia, in quel locale angusto, divenne all’improvviso fragoroso, la tempesta doveva aver raggiunto il suo culmine. La nave aveva preso a rollare e il fasciame gemeva sotto gli strappi violenti che il vento burrascoso assestava alle corde degli ormeggi. La ragazza avvertì un senso di vertigine e cercò un appoggio, un appiglio, che trovò solo sulla paratia.

Aveva appena trovato riparo dietro una serie di grossi involti e scatoloni, quando la porta si spalancò e uno squarcio di luce illuminò gli uomini che stavano discutendo tra loro.

La ragazza s’ acquattò il più possibile e la sua presenza passò inosservata, ma il dialogo tra gli uomini sembrava ormai degenerato in un litigio.

All’ inizio lo strepito della tempesta le impedì di afferrare il senso di quanto veniva detto, ma Agnese protese i sensi e le urla esagitate iniziarono ad assumere allarmanti significati.

A che serve discutere? Ormai è stato tutto deciso e dobbiamo approfittare della burrasca per portare a termine il compito che ci hanno affidato.» stava dicendo uno dei marinai a un compagno.

«No, non me la sento!» rispose l’ interpellato «Quest'incarico è troppo pericoloso per conto mio. Rinuncio anche al premio che ci è stato promesso e mi ritiro dall’ affare.»

«Tu devi essere impazzito. L'anticipo lo hai già preso! Ora ci devi aiutare, non puoi piantarci in asso.»

«I matti siete voi! Io non scherzo con certe cose! Quei topi sono infetti, troppo pericolosi! Basterebbe solo un piccolo graffio di quegli artigli infetti e… addio! E poi, nella mia vita sono stato capace di azioni violente, ho avuto occasione di rubare, tradire un amico e trasgredire alle regole, ma mai e poi mai mi trasformerei in un assassino. Alla sera voglio addormentarmi tranquillo e non avere una moltitudine di persone sulla coscienza!»

«Che ti prende? Da dove viene questo rigurgito di umanità? Continui a dire un sacco sciocchezze! Il denaro che ci daranno come premio basterà a mettere in letargo anche la tua coscienza. Diventeremo ricchi e ce ne andremo lontano da qui e con i soldi dimenticheremo presto tutta la faccenda. Riguardo al timore dei topi, sai che prenderemo ogni precauzione per evitare problemi. Lavoreremo con i guanti e nessuno di noi si farà del male se faremo attenzione.»

«Non m’ interessano i soldi sporchi del sangue d’innocenti. Ve lo ripeto: non contate più su di me!»

L’altro sbottò spazientito: « Forse ti sei dimenticato di quanto possa essere spietato “ lui” con chi lo tradisce?»

«Credi che me ne stia qui ad aspettare la punizione del Doge? Fuggirò talmente lontano, che nemmeno lui mi potrà trovare!»

«Zitto stupido! Non azzardare nominatavi inutili. E stai all’ occhio, perché quando saprà la verità, ti metterà alle costole la Sacra Milizia e quelli non avranno pace finché non ti avranno portato nelle segrete del carcere. E tu conosci bene i sistemi dell'inquisizione.»

« Echi tra di voi oserà fare la spia? Forse tu, Tommaso? O forse tu, Paolo?» All improvviso, nelle mani del marinaio comparve una lama di coltello brandita con aria minacciosa contro i compagni.

Agnese trasalì, acquattandosi ancora di più nel suo riparo. Non bastavano gli orrori che aveva ascoltato, forse, da lì a poco, avrebbe dovuto assistere a un assassinio.

«Stai calmo! Metti via quell’ arma!» intervenne il terzo uomo, che fino allora aveva taciuto «Per conto mio puoi andartene anche subito, non sarò certo io a impedirtelo. E credo che nemmeno Tommaso voglia arrivare a tanto. Però. voglio darti un consiglio: vai via da questa città. Metti più distanza possibile tra e lui, anzi, fai una cosa: sparisci! Perché solo così avrai la possibilità di sfuggire alla sua rete.»

Agnese sentì l’ uomo con il coltello borbottare qualcosa e si sollevò giusto in tempo per vederlo uscire e allontanarsi da solo. Quelli rimasti sostarono ancora qualche istante in silenzio quindi, a loro volta, lasciarono il ripostiglio.

La tempesta sembrava essersi calmata e Agnese riuscì a percepire i passi degli uomini che si allontanavano nel lungo corridoio.

Quasi non poteva credere a quello che aveva sentito; possibile che esistevano persone così crudeli da desiderare di spargere il morbo della peste in una città? Non erano le epidemie che avevano sconvolto la maggior parte dell’ Europa seminando morte e desolazione ovunque? Perché il doge veneziano odiava così tanto Genova? Cosa lo spingeva a comandare in gran segreto un’ azione così aberrante, così grandiosamente mostruosa?

Ma soprattutto, cosa poteva fare lei per impedire che ciò accadesse? A chi avrebbe potuto confidare quello che aveva sentito? Se fosse andata a denunciare le losche mire del Doge alle autorità, le avrebbero creduto?

Agnese fu assalita da mille dubbi angosciosi e da tante domande a cui non sapeva dare nessuna risposta. Con la mano libera accarezzava il pelo della gatta in modo automatico, forse usando anche più energia di quanto volesse e Giada protestò con un vigoroso miagolio.

Solo allora la ragazzina si riscosse e tornò al presente.

«Scusami piccola, non volevo farti male!» disse, accostando con tenerezza la sua guancia al musetto di lei.

La gatta le fece una fusa, poi le fissò in volto i suoi incredibili occhi.

Con i nervi ancora a fior di pelle per quanto accaduto poco prima, Agnese sbottò: « Si può sapere cosa vorresti comunicarmi quando mi fissi in quel modo? Parla se vuoi parlare, altrimenti lasciami in pace!» La gatta sgranò gli occhioni, quasi che fosse incredula e Agnese si vergognò. Cosa le era preso? Era tanto sconvolta da pretendere che la gatta le rispondesse? Giada si mosse infastidita tra le sue braccia e Agnese le permise di saltare sul pavimento.

«Va bene! Andiamo!» borbottò tra sé, rimandando ogni ulteriore decisione a quando fosse stata al sicuro sul molo.

Stava per uscire dal locale, quando un rumore improvviso attrasse di nuovo la sua attenzione. Cosa era stato? Essendo ormai abituata al buio, il suo sguardo vagò nella stanza cercando di penetrare nell’ oscurità.

Era già qualche minuto, cioè da quando si era attenuato lo strepito della tempesta, che si avvertivano strani fruscii e scricchiolii. All’ inizio li aveva relegati in un cantuccio della sua mente catalogandoli come normali conseguenze del movimento del galeone, ma in quel momento, il rumore avvertito la mise in allarme. Non poteva essere il fasciame dello scafo a causare quel verso.

Un’idea terrificante e il sangue le si raggelò nelle vene. Con lo sguardo scrutò in ogni angolo buio e all’ improvviso scovò la causa di quei rumori: decine e decine di occhietti rossi la stavano fissando malignamente. Quelli che aveva percepito erano squittii. Topi! Tanti topi, rinchiusi in piccole gabbie.

Agnese aveva una fobia per quegli orribili animaletti. Dovette premersi la mano sulla bocca per non urlare.

Poi, vicino a quegli occhietti rossi, ne apparvero un altro paio fosforescenti e la ragazza fu assalita dalla smania di scappare via.

Ma un sommesso miagolio la fermò con la mano già sulla maniglia; Agnese si voltò, gli occhi fosforescenti apparsi nell’ oscurità, appartenevano alla piccola Giada, che con il suo miagolio sommesso, la stava richiamando.

«Non posso andare via così!» si disse, tornando sui suoi passi: « Non me la sento di voltare semplicemente le spalle e ignorare la minaccia terrificante di un’ epidemia.» Continuò a ragionare con se stessa.

Giada ne seguiva i movimenti con sguardo che, ad Agnese, parve intento. La ragazza si soffermò a osservare la gattina, la cui coda roteava in modo calmo e cadenzato. Fu come se Agnese rimanesse ipnotizzata da quel movimento rotatorio. Non riusciva a distogliere l’ attenzione dalla movenza di quell’ estremità e, per qualche istante, nel locale risuonò soltanto il suono del suo respiro, mentre il cuore le rombava nelle tempie e nel petto.

Poi, come sorto dal nulla, nella sua mente si formò un pensiero, un’idea vaga, che però prese subito consistenza: cosa le impediva di gettare in mare, attraversò gli oblò, le gabbie in cui erano rinchiusi i topi?

Non vi era più tempo da perdere, quei marinai potevano far ritorno da un momento all’altro e niente e nessuno avrebbe potuto evitare che il tragico destino dei genovesi si compisse.

Maturata la decisione, Agnese si apprestò a metterla in atto, ma mentre si avvicinava alle gabbie, Giada le si parò innanzi e iniziò a soffiarle minacciosamente. Era un chiaro avvertimento. La schiena del gatto si era curvata ad arco, il pelo ritto e i canini in mostra. Se Agnese avesse fatto un passo in più, Giada era pronta ad attaccare con i temibili artigli sfoderati.

La ragazza non voleva credere che quella dimostrazione ostile fosse reale. Non era mai successo, prima d'allora, che Giada le si rivoltasse contro.

«Perché si comporta in questo modo strano?» si domandò turbata.

Ma a pensarci bene, tutta quella situazione era strana. Chi o cosa aveva condotto la gattina su quella nave? Per quale motivo? Agnese avanzò di un passo, ma Giada soffiò di nuovo, graffiando l’aria con le zampette.

Per un attimo, si guardarono sfidandosi; la tensione era palpabile, Agnese ritenne fosse più saggio indietreggiare e, la gattina, come per magia si acquietò. Gli artigli vennero rinfoderati, quindi con aria serafica, Giada prese a leccarsi le zampine.

«Che cosa devo fare? Dimmelo tu!» proruppe la ragazzina, infastidita da quell’ atteggiamento da sfinge. « Non ti capisco sai? Prima mi attiri sulla nave e mi porti a spasso per i vari ponti e corridoi, poi mi conduci nel covo dei briganti, così che vengo a scoprire le losche intenzioni di questi delinquenti e addirittura l’identità dell’ altolocato mandatario. Ora m’impedisci di mettere in atto il proposito di mandare all’ aria i piani malvagi di questi loschi figuri… si può sapere cosa vuoi da me?»

Il suo era stato solo uno sfogo per smorzare la tensione venutasi a creare tra lei e la gattina, tuttavia, Agnese si rese conto di averle parlato come se il felino potesse capirla.

Giada non diede segno di aver sentito, anzi, per qualche secondo continuò la sua opera di pulizia, poi, con un agile balzo si accoccolò su uno stipetto e con un altra serie di miagolii sommessi, richiamò ancora una volta la sua attenzione.

Rassicurata dall’ atteggiamento innocuo, Agnese si avvicinò e s’ accorse con grande sorpresa, che la gattina si era accovacciata vicino a un paio di guanti imbottiti da lavoro.

«Ma allora… Giada, non so più cosa pensare. Sembra proprio che tu volessi evitarmi di toccare le gabbie senza alcuna protezione.»

“Ma è davvero possibile una cosa del genere?” si domandò mentre li indossava, poi scrollò le spalle. “È inutile porsi questo genere di domande. In questo momento ho ben altro da fare!” quindi, afferrata la prima gabbia con le dovute cautele, la lanciò al di fuori del grande oblò.

Attese quasi col fiato sospeso di sentire il primo tonfo, che arrivò attutito fino a lei dai rumori della burrasca ancora in corso. In pochi minuti, la cabina fu libera del carico di morte in essa custodito.

La ragazzina si concesse pochi secondi di pausa per rilassare i nervi e i muscoli del corpo dalla tensione accumulata in quell’ ultima ora, quindi accolse la gattina tra le braccia e s apprestò a lasciare la nave.

Ma la fortuna che fino allora le aveva assistete, volse loro le spalle. Proprio mentre uscivano dal locale, s’ imbatterono nei componenti della banda di ritorno.

Agnese s’irrigidì, immobilizzandosi sul posto. Il terrore le attanagliò la bocca dello stomaco. Si sentì scoperta e del tutto indifesa.

«Ehi, ragazzo, che ci facevi lì dentro?» l’ apostrofò in malo modo uno dei marinai.

La gatta, che teneva stretta al petto, brontolò un profondo avvertimento di gola verso il nuovo venuto, mentre i suoi occhi color del mare, divennero foschi come la notte. Agnese ne avvertì la tensione del corpo e cercò di calmarla con una carezza. Doveva trovare una scusa al più presto e cercare di essere convincente.

«Io stavo cercando la cabina del comandante, signore.» inventò lì per lì.

Il marinaio si avvicinò, senza smettere di squadrare quel ragazzino vestito come un monello di strada.

«Uhm… la cabina del comandante?» domandò, socchiudendo con una mano la porta del ripostiglio e sbirciando all’ interno.

«Peccato che la sua cabina sia situata due ponti sopra di questo. Non sei fuori strada, ragazzo?»

Lo sguardo dell’ uomo era diventato torvo e Agnese rabbrividì, ma tentò ugualmente di mantenere un tono sicuro.

«Mi sono perso. Vede, signore, io sono nuovo su questa nave, i corridoi sono tutti uguali e ho sbagliato ponte. Ma il comandante mi sta aspettando. Il nostromo mi ha detto che devo tornare a terra per sbrigare qualche commissione per lui. Stavo andando a prendere ordini.»

Ma forse perché la voce aveva leggermente tremato, quella scusa non convinse il marinaio, che all’improvviso e in modo brusco, tentò di afferrare il ragazzino per un braccio.

Ma la manovra andò a vuoto. La gatta attaccò, ancor prima che l’uomo riuscisse a sfiorare Agnese.

Il pensiero di una fuga fiorì nella mente della ragazzina, che lo respinse. “ Non posso abbandonare Giada al suo destino!” si disse, resistendo all’impulso suggerito da quella che credeva la sua coscienza.

Vai ragazza! Non essere sciocca! So cavarmela da sola!”

Ma cosa…? Chi era che sussurrava nella sua testa? Quella voce sortita così dal nulla da dove proveniva?

“Te lo ripeto ragazza, vai via, prima che sia troppo tardi!”

Agnese studiò la gatta che a turno, aggrediva, graffiando con gli artigli e dilaniando, gli uomini che cercavano di catturarla. Ma lei era troppo agile, troppo veloce e ogni volta riusciva a evitare di essere presa.

L idea che fosse Giada a comunicare mentalmente con lei, la fulminò. Com’ era possibile?

“Non perdere tempo a farti domande inutili e mettiti in salvo. Da te dipende la vita di molte persone.”

Agnese, confusa da quella bizzarra novità, spaventata dagli uomini che ora sembrava volessero rivolgere verso lei le loro losche attenzioni, non indugiò oltre, si volse e si buttò a capofitto lungo il corridoio alle sue spalle.

Ma gli uomini si gettarono all’ inseguimento. Agnese poteva sentire i loro passi rimbombare sull’impiantito. Quanto tempo poteva resistere? Il mare era di nuovo in burrasca e lei doveva combattere anche con il rollio che la sospingeva contro le paratie.

La fuga per lei divenne un incubo. Tra gli strepiti della mareggiata e quello degli inseguitori, la fatica e la tensione, Agnese non fu più grado di ragionare razionalmente. A un certo punto le parve anche di avvertire delle urla dietro alle sue spalle, ma non si voltò mai per verificare.

Dov’era Giada? Era riuscita a liberarsi degli aggressori? Si era pentita di averla abbandonata, ma la gattina… le aveva parlato?

Si rese conto di essere prossima all’uscita e di conseguenza alla salvezza, soltanto quando si trovò di nuovo dal boccaporto di accesso alla nave.

All’ingresso era rimasta un’ unica guardia, Agnese aveva il fiato corto per la corsa forsennata sostenuta e indugiò un attimo per riacquisire un minimo di calma e per controllare alle sue spalle.

Ma sembrava proprio che gli inseguitori avessero rinunciato a correrle dietro e tornò a studiare un modo per uscire indenne dalla nave.

La guardia non si era ancora accorta della sua presenza perché era intenta a controllare il traffico di merci sulla banchina. Le operazioni di carico, a causa della pioggia, non erano ancora terminate e Agnese decise di approfittarne. In fin dei conti, si disse, la guardia era tenuta a controllare chi saliva e non chi scendeva dalla nave.

Allora, con un piccolo stratagemma, non fu difficile attrarre la sua attenzione dalla parte opposta alla quale si trovava nascosta.

La guardia, distratta dal rumore improvviso dell’oggetto lanciato da Agnese, corse ad accertarne la causa, cosicché la ragazza riuscì a scendere alla chetichella.

Ma stava ancora correndo sulla passerella, quando l’uomo, tornato sui suoi passi s’accorse della sua fuga:

« Ehi tu, ragazzo! Fermati!» sentì gridare alle sue spalle.

“ Fossi matta!” pensò Agnese, accelerando il passo e, dopo pochi secondi, si era già dileguata sotto il muro di pioggia scrosciante.

Solo quando fu certa di aver coperto una certa distanza dal galeone si fermò, ormai senza fiato e bagnata come un pulcino. Data la violenza con la quale l’acqua si riversava sulle strade trasformandole in ruscelli pericolosi, cercò riparo sotto un porticato dei magazzini del cotone.

Quando la pioggia diminuì d’ intensità fino a fermarsi, s’incamminò nuovamente diretta alla darsena. Il muro d’acqua che aveva annebbiato i contorni degli edifici del porto, si era dissolto e la ragazza respirò con piacere l’odore salmastro reso pulito dal vento e dalla pioggia.

Giada fece capolino da dietro un angolo all’improvviso e Agnese, con un sospiro di sollievo, si accucciò all’altezza del felino: «Tu non sai quanto sono felice di rivederti!»

La risposta del gatto le giunse nella testa nel modo che tanto l’aveva meravigliata: “ Lo so benissimo! E comunque, lo sono anche io!”

Niente affatto turbata da quella strana situazione che la vedeva dialogare tranquillamente con una gatta cose se fosse cosa abituale, Agnese domandò: Ho metabolizzato abbastanza bene il fatto che noi due riusciamo a comunicare, quasi come se appartenessimo allo stesso genere, tuttavia, vorrei che tu mi togliessi una curiosità.»

“Oh, chiedi pure ragazza!” rispose Giada, leccandosi le zampette con dovizia.

«Sei per caso una gattina magica?»

“ Uhm.” rispose Giada “ Veramente di magia ne so quanto te! Ma forse, la risposta a quello che a te sembra una stranezza, sta nel fatto che essendo tu una creatura estremamente sensibile e molto portata alla telepatia, questa connessione mentale tra noi non è affatto una cosa folle, ma soltanto straordinaria.”

Agnese guardò la gatta con sguardo ammirato: «Tra noi due sei tu la creatura straordinaria!»

“Oh, lo so benissimo!» rispose Giada arricciando il musetto, in un tipico atteggiamento felino.

«Ma dimmi, tu lo sapevi che stava per succedere qualcosa di terribile! Ed è per questo che mi hai condotta fino al galeone, vero?»

“Era l’ unico modo per sventare il piano di quei delinquenti.”

«Non so se rinunceranno a portare a termine ciò che si erano prefissati.»

“ Non lo credo nemmeno io, ragazza. La posta in gioco è troppo alta perché quegli assassini rinuncino alla loro ricompensa.”

«Cosa credi sia meglio fare, ora?»

“D’ora in avanti occorrerebbe agire con più prudenza. Ora quei delinquenti sanno della tua esistenza e, considerato che sospetteranno sia tu l’ artefice di questa loro sconfitta, terranno gli occhi bene aperti sul porto. Forse dovresti rinunciare a quel ridicolo travestimento e tornare a vestire i panni di un’ innocua ragazzetta.”

«No!» protestò Agnese, sdegnata. «Se lo facessi dovrei anche rinunciare a partecipare alla regata. Non posso farlo! Mi sono allenata per mesi e poi, metterei a rischio la vittoria del nostro equipaggio genovese. No! È da escludere!»

Uhm… allora ragazza non saprei cos’ altro suggerirti se non di denunciare l’accaduto.”

«E secondo te a chi posso raccontare ciò che sentito e visto?»

”Forse, se tu ti recassi dal Magistris…” rispose Giada, senza nascondere un accenno dubbioso.

«Non ci credi nemmeno tu che sia una cosa giusta da fare. Chi crederebbe mai che il Doge di Venezia sia il mandatario di una simile barbarie? Chi crederebbe alla parola di un ragazzino lacero e dimesso come posso apparire io agli occhi della gente?»

“Ma soprattutto” intervenne Giada “ Quanto impiegherebbero a scoprire che non sei affatto quel che appari e che sotto a quegli stracci si nasconde una ragazza? Temo proprio che ti prenderebbero per una strega e tu sai che tipo di trattamento riservino ai prigionieri quelli dell’inquisizione.”

Agnese rabbrividì al pensiero e non rispose. Macerata dall’indecisione e il timore di essere scoperta, il suo viso divenne pallido ed ebbe un attimo di sbandamento. Con una mano si appoggiò al muro, lo sguardo smarrito a scrutare i dintorni.

continua...


Vivì 23/02/2017 12:35 265

Opera pubblicata ai sensi della Legge 22 aprile 1941 n. 633, Capo IV, Sezione II, e sue modificazioni. Ne è vietata qualsiasi riproduzione, totale o parziale, nonché qualsiasi utilizzazione in qualunque forma, senza l'autorizzazione dell'Autore.
La riproduzione, anche parziale, senza l'autorizzazione dell'Autore è punita con le sanzioni previste dagli art. 171 e 171-ter della suddetta Legge.
I fatti ed i personaggi narrati in questa opera sono frutto di fantasia e non hanno alcuna relazione con persone o fatti reali.


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