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Il monastero del canto del vento (2a)

Fantasy

Il nostro cuore era oppresso da un macigno doloroso. La stirpe del Drago Azzurro aveva subito una grossa perdita con la morte del sovrano e quello che rimaneva era in estremo pericolo. Per il bene dell’ Impero occorreva portare in salvo i bambini, eredi naturali del seggio rimasto vacante. Il pensiero dell’ imperatore e dei nostri compagni caduti ci accompagnò per buona parte di quella notte tragica.

I dubbi e le domande iniziarono ad assillarmi:” Chi e quale potere oscuro desidera l’ annientamento della stirpe reale? Qualcuno molto vicino al trono o qualche straniero ansioso di ampliare il suo potere?”

Iniziai a vagliare alcune possibilità, in quel momento senza venire a capo dell’ enigma.

L’alba che sorse grigia e nebulosa, ci trovò ancora a cavallo. Essendo il più anziano del gruppo avevo preso naturalmente la guida di quel manipolo di fuggitivi e ordinai una sosta.

« Fermiamoci qui. I piccoli hanno bisogno di essere rifocillati e di riposo.»

Li aiutammo a scendere dai cavalli, alle cui criniere erano rimasti aggrappati con tutte le loro forze. Il loro sguardo attonito si spalancò su di me. Quella notte avevano perso tutto, e io ero la prima persona che era intervenuta e che aveva salvato loro la vita. Capivo chiaramente che ero diventato il loro eroe e il loro nuovo punto di riferimento. Si affidavano guardandomi con speranza e fiducia.

Accarezzai quelle testoline indifese, giurando a me stesso che non avrei lasciato nulla di intentato per portarli in salvo.

Trovammo rifugio in una caverna nei pressi, e la maggior parte dei principi crollò in un sonno agitato, mentre disponevo i primi turni di guardia.

L’ imperatrice si chiamava Maylin, Giada Preziosa, ed era giovane e bella. La sua pelle era di porcellana e i capelli nerissimi, che non aveva avuto il tempo di raccogliere a causa del brusco risveglio, le si inanellavano in lunghe ciocche intorno al viso mettendone in risalto la perfezione dei lineamenti. Gli occhi a mandorla, neri come l’ ematite, brillavano di intelligenza e di profonda tristezza.

Per un attimo i nostri sguardi si incrociarono e la sua bocca si increspò in un sorriso mesto e dolcissimo. Il mio cuore accelerò i battiti e la ringraziai chinando poi modestamente il capo.

Ma la nostra sosta non durò a lungo. Dopo nemmeno un paio d’ ore, il verso del cuculo, ripetuto tre volte, ruppe il silenzio e ci mise in allarme. Era il segnale delle sentinelle. Gli inseguitori erano vicini.

A malincuore mi affrettai a svegliare l’ imperatrice e i principini.

Maylin non dormiva. Se ne stava appoggiata con la schiena alla roccia e quando la raggiunsi mi accorsi che aveva pianto.

Lei tentò di nascondermi la sua profonda malinconia, ma gli occhi rossi e l’ umidore delle sue guance denunciavano il grande dolore per il lutto che aveva nel cuore.

« Perdona, mia signora. Dobbiamo andarcene. Gli inseguitori sono vicini.»

Senza nemmeno la forza o la voglia di parlare, emise un sospiro ed annuì, sollevandosi agilmente con la grazia di un felino.

La veste di seta che indossava, frusciò e io guardai con apprensione il lussuoso e colorato kimono. Non era certo una veste adatta a un viaggio e in caso di pericolo le avrebbe impedito ogni movimento.

Lei intercettò il mio sguardo e allargò le braccia scuotendo la testa: « Purtroppo non posseggo altro.»

« Se permetti, mia signora, posso fornirti un equipaggiamento più consono al viaggio che ci aspetta.»

« La nostra salvezza è nelle tue mani e farò come credi sia meglio, comandante.»

La ringraziai con un inchino e corsi all’ esterno alla ricerca del guerriero più esile del mio gruppo.

Recuperai un paio di braghe comode e lunghe e una tunica che le avrebbero semplificato la cavalcata e gliele portai.

Quell’ abbigliamento spartano non era certo indicato a una sovrana ma lei lo prese, ringraziandomi, poi si ritirò in un angolo e li indossò.

Quando fu pronta svegliammo i bambini, e in pochi minuti eravamo già tutti a cavallo. Mi misi un’altra volta alla guida del gruppo e ci avviammo per un sentiero scosceso verso le montagne.

La nostra, disperata fuga ricominciò. Avevo lasciato alcuni dei guerrieri a proteggerci le spalle e le urla di un feroce combattimento risuonarono presto nella gola. Pensai che finché si fossero sentite le urla, gli eredi al trono non erano in pericolo.

Continuammo a risalire su per l’ erta che avrebbe dovuto portarci al valico, con i cavalli al passo, ma dopo poco che era sorta l’ alba, ci trovammo di fronte a un burrone attraversato da una passerella che oscillava in modo inquietante sferzata com’ era dalle folate decise del vento. Probabilmente per via dell’ oscurità e pressati dagli inseguitori, avevamo imboccato un sentiero sbagliato.

Senza dire una parola studiai il panorama scambiando poi un’occhiata preoccupata con i miei compagni e cercando di nascondere all’ imperatrice i miei timori.

Il ponte che congiungeva le due sponde dell’ abisso e che eravamo obbligati a percorrere, aveva un aspetto fatiscente. Probabilmente erano anni che nessuno lo attraversava.

Maylin, rimasta indietro con i bambini ci raggiunse e scrutò con aria smarrita il vuoto.

« Non abbiamo altra via, vero?» domandò con espressione preoccupata.

« No, mia signora. Non abbiamo alternative.» risposi con amarezza. « Ma dobbiamo comunque provarci.» terminai.

Del resto, per aggirarlo ci sarebbero voluti giorni e con gli assassini che ci premevano alle spalle, non avremmo avuto tutto quel tempo.

Difatti, il suono di zoccoli di cavallo giunse fino a noi, anche se lontano, amplificato dalle roccaforti rocciose che cadevano a strapiombo.

Mi prese l’ ansia e la brama di trovare presto una soluzione. Lei dovette percepire la mia inquietudine, perché posò uno sguardo colmo di pena sui bambini. Intercettai per un attimo quegli occhi limpidi e miti, e per pochi, interminabili secondi rimanemmo incatenati l’ uno all’ altra.

Forse fu proprio il suo sguardo a ispirarmi una possibile via di uscita.

« Troverò il modo!» affermai, ostentando più sicurezza di quel che in realtà provassi. Riuscii a strapparle un debole sorriso, che mi gratificò. « Ne sono certa! Ho molta fiducia in te, comandante e so che farai di tutto per portarci in salvo!»

Quella sua dolcezza era disarmante. Prima dell’ attacco al Palazzo reale non avevo mai avuto occasione di avvicinarla e di parlarle. Non ne avevo il diritto, non ne avevo il permesso. Però l’ avevo sempre ammirata da lontano per la sua bellezza e il suo comportamento esemplare. A corte l’ imperatrice era ammirata per la sua semplicità, eleganza e raffinatezza di modi ed era per queste sue qualità che si era conquistata la stima e il rispetto di tutti i nobili, dei guerrieri e persino la servitù.

Ora che avevo avuto occasione di conoscerla meglio e da vicino, l’ ammiravo ancor di più.

La vidi arrossire sotto il mio sguardo attento. Non mi ero accorto di essermi soffermato troppo a scrutarla e mi biasimai per questo. L’ avevo messa a disagio. « Grazie per la fiducia, mia signora!» balbettai, imbarazzato come uno scolaretto.

La mia attenzione ritornò a fatica sul ponte sospeso. L’ aspetto non ispirava grande fiducia, tuttavia essendo la nostra sola via di salvezza, decisi che avremmo cercato di attraversarlo con infinite cautele, e che, molto probabilmente, avremmo dovuto abbandonare i cavalli.

« Stai attento!» mi suggerì il mio amico e compagno di avventure Tien Wong, offrendomi il capo di una lunga fune da legarmi in vita e tenendone l’ altro capo saldamente arrotolato alla sua spalla. Lo ringraziai con un cenno e mi avviai con cautela a sondare con i piedi, e poi con tutto il mio peso, la solidità delle assi, che costituivano la traballante base del ponte.

Purtroppo, quello che potei accertare non mi rassicurò. La maggior parte delle tavole erano sconnesse, e alcune addirittura mancavano, formando degli spazi pericolosi al di sopra dell’orrido. Tastai anche la robustezza delle corde che lo reggevano sospeso, simile a un lunghissimo serpentone traballante. Con mio grande disappunto constatai che non erano in condizioni migliori della base, essendo logore e sfilacciate, usurate dal tempo passato alle intemperie.

Venni distolto dalle mie tetre considerazioni da un’ eco e tesi le orecchie cercando di distinguere i suoni che le pareti rocciose rimandavano fino a noi. Erano voci. Anche i miei compagni le avevano udite, come anche i bambini. In quel momento, mi parvero minacciosamente vicine. Non c’ era un attimo da perdere, dovevamo attraversare.

Presi la mia decisione risoluto, avrei aiutato gli altri a superare l’ insidioso ostacolo.

Mi concessi solo qualche minuto per concentrarmi, poi mi diressi decisamente sul primo spazio vuoto e mi sdraiai col ventre rivolto verso il burrone. Il mio corpo bastava appena a coprire il vuoto che affacciava sul baratro, ma riuscii a tendermi fino ad afferrare con forza le assi distanziate, con lo sforzo sovrumano delle braccia e delle gambe.

Con quel sistema feci passare dapprima un mio compagno, che teneva tra le mani uno dei capi della lunghissima corda che adoperammo per assicurare i bambini a uno a uno.

Non cercai di affrettare i principini perché erano già troppo impauriti, sebbene la madre li esortasse a essere coraggiosi e ad avanzare. Sulla passerella ripetei quella operazione parecchie volte e seppure con una lentezza esasperante i bambini passarono tutti.

Dopo di loro fu la volta dell’ imperatrice. La vidi esitare e tentai di rassicurala: « Non temere, mia signora. Sono forte come un toro e qualunque cosa possa accadere non ti lascerò cadere nel burrone.»

Percepii tutta la sua ansia dal respiro affannoso e dallo sguardo che saettava su entrambe le sponde e la sollecitai ancora sussurrandole: « Non c’è più tempo, Maylin. Tra poco il nemico sarà qui.» L’ avevo chiamata per nome, forse per spronarla a reagire e mi domandai se, in seguito, mi avrebbe mai perdonato per la mia sfrontatezza. Ma ci sarebbe mai stato un seguito a quel giorno?

Avvertii il suo timore a posare il peso sul mio corpo, ciò nonostante mi meravigliai: era fragile e minuta e quando posò il minuscolo piedino sulle mie gambe prima, sulla schiena e sulle braccia tese allo spasimo, mi diede l’ impressione del tocco lieve di una farfalla che si posa su un ramo.

Maylin superò tremante il primo ostacolo e subito dopo mi spostai con cautela per ripetere l’ operazione. Solo quando fu in salvo stirai più volte i muscoli che mi bruciavano per lo sforzo fatto.

Dovetti poi affrontare il passaggio dei miei compagni dal fisico possente, ma prima chiesi qualche minuto per riprendere fiato e rilassarmi, quindi con un ultimo sforzo sovrumano, li feci passare.

Quando anche l’ ultimo dei guerrieri passò, non ebbi il tempo di raggiungere l’ altra sponda e alcune tavole marce, già messe a dura prova dai precedenti passaggi, si spaccarono, lasciando ampi spazi vuoti nella finale.

Mi ritrovai a un passo dall’ altra sponda e dalla salvezza, ma per me la situazione si era complicata. Guardai con apprensione il ponte davanti a me; gli scricchiolii che sentivo non mi rassicuravano affatto, ma cercai di non pensare all’ abisso che si spalancava sotto i miei piedi. Non avrei potuto oltrepassare quei vuoti nemmeno saltando e dalla parte opposta il rimbombo degli zoccoli dei cavalli era diventato assordante.

Dovevo rilassarmi e concentrarmi per trovare una soluzione. Chiusi gli occhi e convogliai la mia mente sulla mossa dell’airone quando sta per spiccare il volo e su quella della pantera nel momento in cui balza addosso alla sua preda. Avrei dovuto librarmi con la leggerezza propria del volatile, e percorrere gli ultimi venti metri con il balzo dell’ elegante e agile felino.

Raccolsi tutte le mie energie nelle gambe e nella schiena e spiccai un balzo acrobatico. Per qualche breve, interminabile istante mi parve davvero di avere le ali e guadagnai un bel po’ di metri, ma quando mancava pochissimo al mio atterraggio sull’ altra sponda, la spinta che mi ero dato esaurì la sua potenza e atterrai di nuovo sul legno. Sentii il ponte cedere sotto il mio peso e i bambini e l’imperatrice urlare dall’ angoscia.

Le corde si spezzarono, così come la traballante passerella e io mi aggrappai a una delle tavole. Ormai senza fiato, mi ritrovai a penzolare appeso al moncone che pendeva nell’ orrido.

Anche la corda che avevo legato alla vita penzolava nel vuoto. Con il balzo che avevo compiuto per evitare di precipitare, avevo strattonato violentemente l’ altro capo dalle mani del mio compagno e lui, per mantenere l’ equilibrio sul ciglio dell’ abisso, era stato costretto a mollare la presa.

Ero nei guai!

La sponda si trovava a una decina di metri sulla mia testa e io ero ormai esausto.

Dovevo riprendere fiato, ma non ne avevo il tempo. Mi volsi verso l’ altra sponda e vidi gli inseguitori che mi guardavano sghignazzando. Dovevo affrettarmi. Prima o poi si sarebbero resi conto che ero un facile bersaglio per le loro frecce.

Urlai ai compagni di portare in salvo la famigliola, ma solo uno di loro ubbidì all’ ordine. Gli altri si sdraiarono sull’ orlo dell’ abisso e incoccarono a loro volta i dardi ai loro archi. Avevano formato una barriera difensiva e chiunque dall’ altra parte avesse tentato di colpirmi, avrebbe a sua volta offerto un valido bersaglio. Li ringraziai mentalmente e iniziai la faticosa arrampicata.

I bicipiti, rimasti troppo a lungo sotto sforzo, mi cedettero e dovetti lottare per rimanere appeso. Sentii chiaramente i miei compagni urlare ma fu solo per un soffio e, per pura fortuna, che non precipitai.

Emisi un sospiro di sollievo e ringraziai mentalmente la mia buona sorte ma, in quel momento, iniziai anche a temere di non farcela! Ero rimasto privo di energie e forse anche della volontà di rimanere appeso. I muscoli delle braccia mi bruciavano per lo sforzo e tremavo in ogni fibra del mio essere. Guardai all’ insù. La distanza da coprire non era molta ma a me sembrava enorme. Eppure, scrollai la testa da ogni cattivo pensiero cercando di attingere all’ istinto di sopravvivenza le ultime stille di energia. Non dovevo cedere alla disperazione. La salvezza era lì in alto, a pochi metri dalle mie mani.

Tesi disperatamente le braccia riuscendo ad aggrapparmi al ciglio del burrone e ritrovandomi a oscillare come un pendolo, con le mani appese alla parete a strapiombo.

Il cuore mi martellava alle tempie ed ero ormai a corto di ossigeno; cercai un appoggio con i piedi senza trovarlo, ma le mie mani scivolavano lentamente e perdevano la presa.

Sapevo di non poter resistere ancora per molto in quella posizione.

Sebbene fossi riuscito a raggiungere la cima del burrone ero a un passo dalla morte!

Nessuno poteva aiutarmi. Risi amaramente dentro di me e, forse, dissi anche addio a tutte le cose belle, gli eventi e le avventure vissute durante la mia breve esistenza.

continua...


Vivì 06/06/2021 06:01 1 560

Opera pubblicata ai sensi della Legge 22 aprile 1941 n. 633, Capo IV, Sezione II, e sue modificazioni. Ne è vietata qualsiasi riproduzione, totale o parziale, nonché qualsiasi utilizzazione in qualunque forma, senza l'autorizzazione dell'Autore.
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I fatti ed i personaggi narrati in questa opera sono frutto di fantasia e non hanno alcuna relazione con persone o fatti reali.


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Commenti sul racconto Commenti sul racconto:

«Un episodio che si legge trattenendo il fiato... coraggioso il padre di Hui Ling... senza pensare alla propria vita, pensa solamente a mettere in salvo l’Imperatrice ed i principini... un inseguimento che non riesce a dare tregua... chissà se l’eroe riuscirà a salvarsi da una morte quasi sicura...
Immagini bellissime, come bellissima è la trama...»
Giacomo Scimonelli

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