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Lettera a mio padre

Amore

Ti scrivo ed è la prima volta che lo faccio. E proprio perché è la prima volta sento piena la responsabilità di quello che ti dirò e soprattutto di come te lo dirò, mancandomi il tuo assenso o il tuo diniego. E non mi riferisco solo a quello verbale, ma a quello che sai esprimere così bene con i tuoi silenzi e con gli impercettibili movimenti del tuo sopracciglio.

Credevo che scrivendoti il turbamento non si sarebbe fatto sentire, che con lucida freddezza avrei affrontato tutti i miei argomenti, partendo dal principio delle cose. Quanto mi sbagliavo.

Credevo che per il semplice fatto di non averti di fronte, quel sottile senso di disagio non sarebbe affiorato: mi sbagliavo ancora, perché la mia mano non smette di tremare e nella mia mente regna sovrano il caos di parole che cerco di stabilizzare su questo foglio bianco.

Non sono mai stata brava con le parole, mai quanto te, almeno. Sono anni che noi due non ci vediamo, anni che non ci parliamo, anni che non sappiamo più nulla di noi. E mi scopro, ora, alla ricerca di quel legame che mi hai negato in nome di una normalità che mi hai sbattuto in faccia, quando ho ritenuto giusto confidarmi con te, aprirmi con l’unico uomo della mia vita. Sì perché tu questo sei stato e sei per me, l’unico uomo della mia vita. Non ti ho cancellato, nonostante te lo abbia vomitato addosso con rabbia e soprattutto con tutta la disperazione dei miei diciotto anni, quando mi hai chiesto di andarmene. Mentirei se ti dicessi che non ci ho provato: è che non ci sono riuscita. Mi guardavo allo specchio e nel mio riflesso vedevo i tuoi occhi, il tuo mento, la tua fronte. Ti ho odiato con tutta la forza che avevo, ma ti sentivo scorrere nelle mie vene.

Non sono stata quella che volevi tu e comprendo che la mia diversità abbia minato profondamente tutte le tue certezze, che il bel mondo che ti eri costruito intorno ti è crollato addosso. Hai preferito negare, allora. Escludendomi completamente dalla tua vita. Una vergogna da cancellare, con un colpo di spugna, per sempre.

Non sai quanto mi era costato doverti parlare, ma sentivo di potermi fidare di te. Mi sbagliavo, di nuovo. E così mi hai fatto sentire sporca…diversa. Chiudere gli occhi di fronte a qualcosa che ci è completamente sconosciuto è più facile, vero? Avevo lottato con tutte le mie forze, non volevo darti questo dolore. Ma la mia vita, fino ad allora era stata una farsa, una menzogna continua. Recitare sempre e in ogni caso un ruolo che non mi apparteneva, dover convivere con una me stessa che desiderava altro, che provava emozioni diverse. Avevo bisogno di qualcuno che mi capisse e che rimettesse un po’ d’ordine in tutta quella confusione e avevo scelto te. Mi sbagliavo, ancora. E più doloroso, se vuoi è stato scoprire di non conoscerti affatto. Di avere dentro l’idea di un uomo che nella realtà non è mai esistito. Ho vissuto per anni accanto a te, ma non eri tu quello che camminava al mio fianco.

Non so se ora comprenderai, ma ho dovuto seguire la mia natura e t’assicuro: non è stato facile! Ho dovuto toccare il fondo, rimettermi insieme pezzo dopo pezzo. Accettare per gradi questa mia così grave onta. Mi si era fatto il vuoto intorno, sai. Grazie alla generosità di parenti e amici che non si capacitavano della fortuna che era loro capitata: finalmente potevano riempire quelle loro misere giornate trascorse dietro le tende delle loro normali case raccontando e ancora raccontando della mia vita di cui non sapevano un bel nulla. Ma infondo, la solitudine non è il male peggiore. Il disprezzo per se stessi, questo sì. Così ho smesso di mangiare, ho smesso di reagire, mi sono lasciata andare. Ho detto basta a quella vita che non mi si cuciva addosso con tutta la tua perfetta normalità. Ho smesso di volermi bene.

Non voglio tediarti con il racconto di come e quando è cominciata la mia personalissima resurrezione. Sappi solo che sono riuscita a riconciliarmi con la mia diversità. Ora mi accetto. Per me l’amore è riconoscermi nell’abbraccio di qualcuno che ha le mie stesse fattezze, che fa proprie tutte le mie debolezze e per questo mi dona se stessa incondizionatamente. Così come dovrebbe essere in tutti i rapporti d’Amore, che differenza fa se amo una donna?

Non so se capirai, ora… non so se spedire queste righe…

Ti amo, sempre

Tua figlia.

Giomiri 02/03/2011 17:51 1 1727

Opera pubblicata ai sensi della Legge 22 aprile 1941 n. 633, Capo IV, Sezione II, e sue modificazioni. Ne è vietata qualsiasi riproduzione, totale o parziale, nonché qualsiasi utilizzazione in qualunque forma, senza l'autorizzazione dell'Autore.
La riproduzione, anche parziale, senza l'autorizzazione dell'Autore è punita con le sanzioni previste dagli art. 171 e 171-ter della suddetta Legge.

I fatti ed i personaggi narrati in questa opera sono frutto di fantasia e non hanno alcuna relazione con persone o fatti reali.


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Commenti sul racconto Commenti sul racconto:

«La perniciosità dell'egoismo non risparmia nessuno, nemmeno un genitore, che in fondo è un normalissimo essere umano, fragile, precario, che se gli togli le sue poche certezze crolla, va in pezzi. Userei la medesima ipocrisia che impasta il mondo se dicessi che resterei indifferente se mia figlia mi facesse una simile confessione, ma sono convinta che il mio amore di madre vincerebbe sulla riluttanza e sulla fobia delle diversità,sull'egoismo delle canoniche aspettative che si hanno sui figli. Un padre può anche essere codardo di fronte a una verità che non comprende, ma non è pensabile che si vergogni del figlio al punto di scacciarlo dalla propria vita. Un racconto che è una radiografia dell'anima, meravigliosa lettera d'amore.»
Kiaraluna

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Anno: 2008 - ISBN: 978-88-95160-15-3


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Il primo racconto pubblicato:
 
L'estate dell'83 (07/12/2010)

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Lettera a mio padre (02/03/2011, 1728 letture)


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