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Fratelli d'Italia

Biografie e Diari

N. M. nasce il 29 dicembre 1816 a San Paolo, un paesino del nolano, che aggiungerà Belsito, nel 1862, su iniziativa di Protasio Buonvicino, consigliere provinciale e commissario. Figlia di contadini, è destinata a lavorare nella tenuta degli Scaravito, una ricca famiglia nobile che trascorre la propria vita nella capitale del Regno delle Due Sicilie, Napoli. Dal suo paese natio non si allontanerà mai, se non una sola volta, per accompagnare due dei suoi figli, che partiranno per l’ Argentina, costretti ad emigrare dalla crisi dovuta alle scelte protezionistiche (per le industrie del Nord) di Agostino De Pretis. A sette anni conosce frate Paolino, un monaco cappuccino del convento omonimo, situato a qualche chilometro dalla sua abitazione, il quale, visitando settimanalmente la sua casa, insegna alla bambina a leggere e a scrivere, fattore che le permetterà di ottenere alcuni vantaggi nella sua vita. A 18 anni (1834) sposa Vincenzo, un figlio dell’ uomo di fiducia della famiglia Scaravito ed entrerà nelle grazie della suocera, la quale la designerà come sua “ erede morale” (questo grazie anche al suo saper scrivere e saper far di conti). Avrà dieci figli (tre moriranno prematuramente), tre femmine e quattro maschi. Il primo maschio, Mario, correrà ad arruolarsi tra i garibaldini della spedizione dei Mille (convinto di ottenere un pezzo di terra come promesso dai propagandisti) e sarà una delle vittime della battaglia del Volturno del 2 ottobre 1860; un altro, Salvatore, soldato del regio esercito, sarà colpito a morte il 24 giugno 1866, sui campi di battaglia di Custoza; gli altri due, Felice e Giuseppe, come già anticipato, saranno costretti ad emigrare nelle Americhe, dove tuttora sembra che vivano alcuni loro discendenti. Non faranno grandi fortune ma avranno una vita più dignitosa e altrettanto prolifica. Delle tre femmine, Giovanna si farà suora ed entrerà nel convento delle carmelitane scalze di Napoli; le altre sposeranno due contadini del posto e con i loro figli allieteranno la vecchiaia della madre, rimasta vedova nel 1882. Morirà il 17 marzo 1911, alla veneranda età, per quei tempi, di 95 anni.

Di N. M. abbiamo alcuni diari che lei ha scritto, nell’ arco della sua lunga e ricca vita, sotto ogni punto di vista. Noi, di seguito, ve ne presentiamo alcune parti, certi che il lettore capirà il perché della nostra scelta.

San Paolo, 3 luglio 1837,

“ Che bello! Finalmente posso scrivere un po’ e lo devo fare la sera, a lume di candela, perché devo stare attenta a non farmi scoprire. Oggi fa un gran caldo. La fatica in queste giornate è tanta, ma non mi posso fermare a riposare. Aiuto mia suocera in casa ed ogni tanto, devo lavorare nei campi nel tempo della raccolta. C’è da mietere il grano e tutta la famiglia è là. In queste giornate non si fa il bucato, non si cuce, né si pulisce la casa. Il raccolto è troppo importante, soprattutto dopo un anno sfortunato come quello scorso. Che pessimo anno! Oltre al raccolto sfortunato, ci si è messo di mezzo la zizzania seminata da ceri signori, che don Antonio chiama liberali, come se noi contadini avessimo bisogno di loro. Sono avvocati e professori, loro, e noi contadini; ciascuno faccia il suo e lasci in pace gli altri. Se ce l’ hanno tanto con il re Ferdinando, perché non vanno a Napoli a fare i loro bei discorsi? Tanto noi non ci capiamo niente di libertà e di costituzione. Ci portassero via un po’ di tasse, invece di chiacchierare a vanvera. Ma i piaceri li fanno solo ai ricchi come loro, come il nostro signor padrone, che qui non si vede mai. Sta nel suo palazzo, in città, e aspetta che mio suocero, che è il reggitore della tenuta in cui viviamo, gli porti fino a casa, una volta all’ anno, la metà di quello che abbiamo guadagnato. E’ troppo faticoso venire a San Paolo. E quando il raccolto è scarso si lamenta anche. Come se facessimo apposta a far venire su poca roba, così da non avere mai cibo a sufficienza. E mentre il signor padrone se ne sta comodo nel suo palazzo, noi qui ci spacchiamo la schiena. “

San Paolo, 12 marzo 1839

“ Dopo solo tre anni di matrimonio posso dire con gioia che sono entrata nelle grazie di mia suocera. Era già anziana quando sono arrivata io, dopo aver sposato il più giovane dei suoi sette figli (tre maschi rimasti in famiglia e quattro femmine sposate, che stanno lontano), e faticava molto a sbrigare i tanti lavori di casa: preparare il cibo per tutta la famiglia (siamo in 23), curare l’ orto e le galline, raccogliere le uova e accudire i nipoti durante la giornata, quando le donne sono al lavoro con i mariti, nei campi. Per non parlare poi del bucato, dei rammendi e, d’ inverno, della tessitura. Ha proprio bisogno di un aiuto, ma non si fida delle mie tre cognate.

- Sono delle scansafatiche! (dice) E sono anche avide e ladre! Se non sto attenta, qui sparisce tutto.- A dire il vero anche con me, all’ inizio, era diffidente e mi metteva alla prova. Quando si rifacevano i letti mi dava le lenzuola più brutte e quando c’ era da fare qualche lavoro duro chiamava sempre me, per vedere se mi lamentavo, ma io non mi sono mai lasciata scappare una parola di protesta, anzi la ringraziavo. Sono sempre la prima, la mattina, a mungere le mucche, nella stalla, e quando tornano gli uomini e c’è da servire a tavola non mi faccio mai trovare seduta vicino al fuoco, ma sempre pronta e attenta. E’ stato così che ho conquistato la sua simpatia. Un giorno, proprio poco dopo la nascita della mia prima figlia, mi ha preso da parte e mi ha detto: “ Io sono vecchia ormai, ho bisogno di aiuto, rimani a casa con me”. Non me lo sono fatto ripetere una seconda volta. Anche i lavori domestici sono pesanti e quando c’è da mietere o da vendemmiare devo andare anch’ io nei campi, ma per la casa ho una passione speciale. Mi piace tenerla in ordine, occuparmi della sua organizzazione e ormai sono una vera esperta. Mia suocera mi ha svelato i segreti della buona amministrazione, ma quello che mi ha dato responsabilità maggiori è stato mio suocero. So leggere e scrivere e far di conto, e so farlo anche bene, ma mi sono guardata dal dirlo ai miei suoceri. Ho preferito che lo scoprissero quasi per caso, sentendomi leggere un foglietto, portato da lui dalla città. Come sono rimasti stupiti! Da allora quando mio suocero ritorna dal mercato, oppure dopo aver fatto i conti col padrone, mi chiama in gran segreto e mi chiede di aiutarlo a scrivere le spese e a fare la parte dei soldi da distribuire ai figli. In casa tutti se ne sono accorti e mi chiamano la padroncina. Io faccio finta di non capire, ma non serve, in una casa colonica non c’è riservatezza. La nostra vita si svolge in comune. Dormiamo in grandi camere con tanti letti; ci vestiamo, ci laviamo, mangiamo, lavoriamo tutti assieme, e sappiamo quindi tutto di tutti. Ma, in fondo, non mi dispiace se mi chiamano così, anzi, lo considero un augurio, e penso che presto o tardi lo diventerò.”

San Paolo, 23 maggio 1859

“ Re Ferdinando, il re Bomba è morto! Il suo posto sarà preso da Francesco II che dicono sia un po’ scemo e bigotto. Speriamo che non sia come suo padre e che almeno ci faccia vivere un po’ meglio. Con sette figli è molto difficile e non abbiamo grandi ricchezze da spartire. Mario, il mio primo figlio maschio, ha cominciato a parlare di patria unita, di Risorgimento, di cacciata dello straniero dall’ Italia. Io non ho ancora capito chi è questo straniero e che cosa dobbiamo unire. Spero solamente che non mi mette nei guai. Sotto il suo materasso ho trovato un pezzo di stoffa a tre colori, verde, bianco e rosso, con su scritto Italia unita, indipendente e repubblicana - . Spero che quel disgraziato non combini qualche guaio. “

San Paolo, 8 ottobre 1860

“ Madonna santa, aiutami tu! Mario non c’è più. Insieme a suo fratello Salvatore si era arruolato tra le camicie rosse di Garibaldi e si era unito alle truppe che erano entrate vittoriose a Napoli. Salvatore è tornato l’ altro giorno e mi ha portato la brutta notizia. Io sto piangendo da due giorni e non riesco a capacitarmi. Dio, Dio mio, ma perché, ma perché. Dice che sembrava tutto finito, che Garibaldi aveva vinto, che era cessato il fuoco, ma che invece, mentre avanzavano nei boschi vicino al fiume, una cannonata ha colpito lui e altri tre camicie rosse. Sono morti tutti e quattro sul colpo e sono stati seppelliti sul posto stesso, perché i loro corpi erano irriconoscibili. Io non ci credo, non voglio crederci. Salvatore dice che l’ ha visto l’ ultima volta proprio presso il fiume Volturno, mentre lo seguiva a pochi metri di distanza. Mi ha detto anche che gli sarà data una medaglia alla memoria. Ma io che me ne faccio di una medaglia! Voglio il mio Mario, voglio mio figlio. “

San Paolo Belsito, 3 luglio 1866

“ Questa volta sono venuti due carabinieri e il dottor Scala, il sindaco, il quale mi ha abbracciato e, commosso, mi ha letto una lettera scritta dal generale La Marmora in persona. Io ho capito subito e non volevo che la leggesse. Mi sono sentita venir meno, mentre mio marito prendeva a bastonate le galline che erano nel cortile, gridando: - No… no! Che bella Italia che abbiamo costruito! Non bastava uno… Ce n’è voluto un altro… - Io non ho detto una parola. Sono caduta muta sulla panca davanti alla porta di casa, mentre il sindaco leggeva quella maledetta lettera che ci avvertiva che il nostro Salvatore era caduto eroicamente a Custoza, versando il sangue per la patria e che avrebbe ricevuto un’ onorificenza. Poi ha continuato a parlare per un bel po’ ma io non lo sentivo… Non volevo sentire quelle maledette parole che volevano dire una sola cosa, che Salvatore non sarebbe tornato più a casa e che ormai era in compagnia di Mario, scomparso anche lui per far grande la patria. Ma come si fa a chiamare patria “ una madre” che fa morire i suoi figli, quando dovrebbe essere il contrario? Alla fine il sindaco ha concluso che ora il Regno d’ Italia è più grande, grazie anche al sacrificio di Salvatore. A quel punto. per poco non l’ ho preso a calci ma l’ ho cacciato fuori, gridando come una pazza. Salvatore e Mario, voi che state lassù, vi prego, proteggeteci e non permettete che succedano altre disgrazie.

San Paolo Belsito, 13 luglio 1871

“ Un venditore ambulante ci ha portato la notizia che Roma è diventata capitale del Regno d’ Italia e che re Vittorio Emanuele II ha preso possesso del Quirinale, il palazzo dove risiedeva il Papa ed ora c’è lui. Non ho mosso un dito, anzi ho avuto un solo pensiero: - Fottiti tu e re Vittorio!”

San Paolo Belsito, 5 marzo 1878

“ Avevo chiesto ai miei due figli persi in guerra, per onorare la patria, di non farmi avere altre disgrazie, e invece non sono stata ascoltata. Viviamo un brutto momento e tutti i nostri sacrifici non sono serviti a niente. Vincenzo si è ammalato tre mesi fa e ha bisogno di molte cure; noi dobbiamo lavorare una terra che non è nostra e il frutto delle nostre fatiche va calando sempre più, grazie

soprattutto alle scelte del nostro amato governo che, pensando al bene del popolo, ha deciso di difendere gli interessi degli industriali del nord, aumentando le tasse sulla merce che viene dall’ estero, per cui è diventato impossibile tirare avanti. Ha tolto la tassa della fame, quella sul macinato, ma poi subito è corso ai ripari. Ma non finisce qui: Felice e Giuseppe, vista la crisi, non hanno perso tempo ed hanno deciso di raggiungere un cugino emigrato in Argentina e partiranno fra tre giorni, dal porto di Napoli, col piroscafo. Basta! Non ce la faccio più! Un’ altra croce è troppo!

San Paolo Belsito, 2 dicembre 1879

“ Avevo deciso di non scrivere più e così sarà, ma mi è arrivata la prima lettera di Felice e Giuseppe e la voglio copiare su queste pagine. Io non aggiungo una parola.

Buenos Aires, 10 ottobre 1879

“ Amatissimi mamma e papà,

sembra passato un secolo da quando abbiamo lasciato San Paolo e ci siamo imbarcati a Napoli, per l’ Argentina. Avevamo paura, eravamo confusi, ci ronzavano tanti pensieri per la testa: pensavamo alle rassicurazioni che avevamo ricevuto dall’ agente di emigrazione, ed ecco che subito ci saltavano in mente i racconti sentiti tante volte in paese, di gente partita e mai arrivata, di poveri emigranti rovinati dal caldo, dalle malattie e dalla cattiveria dei padroni delle piantagioni, che fanno lavorare per pochi soldi. Certo, c’ erano le lettere di nostro cugino Agostino che ci spiegava come e cosa fare, per non farsi imbrogliare dai reclutatori di manodopera, garantendoci un lavoro. Ma la paura ti prende e non ti fa stare in pace.

Come si fa a stare in pace su una nave affollata, sporca e traballante, con il mare che ti sconquassa lo stomaco e la nostra terra è sempre più lontana? Così ce ne siamo stati lì, in un angolo, tenendo tutti i risparmi portati per le prime spese, e non potevamo fare altro che pregare. E le preghiere si fanno suppliche quando sbarchi: quando siamo arrivati a Buenos Aires faceva un caldo terribile, sembrava di stare in un forno, mentre i doganieri ci facevano ammassare in uno stanzone per la visita medica e le pratiche dell’ emigrazione.

Mentre eravamo lì, signori ben vestiti e pieni di gentilezze giravano tra di noi, offrendo a tutti denaro, felicità e un lavoro in una piantagione. In tanti ci sono cascati ed hanno accettato, ma noi (ce l’ aveva detto Agostino) abbiamo atteso lui, che è venuto dopo una settimana (nel frattempo ci siamo arrangiati facendo qualche lavoretto).

Finalmente Agostino è arrivato e ci ha portato con lui. Per la strada ci ha spiegato che per lui era stato molto duro ma che ora era riuscito ad avere dal governo argentino un grande appezzamento di terra a mezzadria, che rendeva abbastanza bene, ma che richiedeva tanto lavoro. Con il nostro aiuto poi la terra avrebbe reso ancora di più ed è stato così. Ma quanto lavoro! Fortunatamente ci sono degli uomini con certe macchine, grandi come case, che vengono a tagliare il grano e poi a batterlo. E fanno tutto questo in poco tempo; così la terra è subito pronta per essere coltivata di nuovo. Certo, all’ inizio è stato duro abituarsi a questi ritmi, al caldo, ai tanti insetti, e tante volte abbiamo pensato di ritornare al paese. Poi ci siamo convinti che, in fondo, qui non si sta peggio che in Italia, anzi: da mangiare ce n’è sempre, la carne costa poco e anche i contadini possono permettersela; inoltre di terra da coltivare ce n’è tanta, e più in là diventerà completamente nostra. Non preoccupatevi per noi: stiamo bene e la prossima volta vi potremo mandare anche dei soldi, ma non fatevi raggirare dai cambiavalute.

Con profondo affetto e amore, i vostri Felice e Giuseppe “

Peppe Cassese 08/07/2014 15:49 1 1818

Opera pubblicata ai sensi della Legge 22 aprile 1941 n. 633, Capo IV, Sezione II, e sue modificazioni. Ne è vietata qualsiasi riproduzione, totale o parziale, nonché qualsiasi utilizzazione in qualunque forma, senza l'autorizzazione dell'Autore.
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I fatti ed i personaggi narrati in questa opera sono frutto di fantasia e non hanno alcuna relazione con persone o fatti reali.


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Nota dell'autore:
«Frutto della fantasia parla di una donna che ha "fatto" veramente l'Italia, col suo lavoro e con il sacrificio di alcuni dei propri figli.»

Commenti sul racconto Commenti sul racconto:

«Ho letto con molto interesse, bella la storia di vita passata, ricca di particolari, storia che si ripete anche oggi, cambiando luoghi, persone, colori, ma sempre la stessa storia... quella della povera gente, usata e sfruttata... Complimenti, bravo...»
Annamaria Gennaioli

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