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Eppure è accaduto

Biografie e Diari

Ne era convinto ormai, nessuno lo capiva. Percepiva lo sguardo della gente che lo giudicava con quella superficialità tipica delle persone che si sentono al di sopra di chi sembra non stare in sé. In ogni attimo del giorno si smarriva alla ricerca di quell'Io che sentiva non corrispondere alla logica degli altri. Quella malinconia che non lo lasciava mai e gli appannava ogni prospettiva .Di grigio si tingeva anche il suo sole. Giorgio con i suoi venticinque anni sembrava non conoscere la luce irradiante della sua età che guarda oltre la collina in cerca di un'alba sempre nuova. I suoi genitori avevano notato in lui il cambiamento, senza peraltro darsi una spiegazione valida . Preoccupati l'avevano fatto visitare da uno psicanalista, il quale aveva ritenuto cosa giusta ricoverarlo in osservazione per alcuni mesi in una clinica per malati mentali. Così egli si era ritrovato in un istituto psichiatrico . Cosa ci faceva lui in quel luogo di tormento, di anime inquiete che vagavano per i corridoi senza meta e che si riparavano da paure improvvise dentro le loro piccole stanze squallide e impersonali. Non era pazzo, se lo ripeteva ogni attimo e la sua certezza stava proprio nel rendersene conto osservando quel girone dantesco di persone dimentiche della realtà quotidiana. Eppure mal volentieri doveva rimanere là. Il medico che lo aveva accolto era stato gentile e rassicurante nei suoi confronti. Soffri di una forte depressione che noi qui con degli opportuni farmaci, ti aiuteremo a sconfiggere. Per il momento devi farti una ragione . Giorgio non lo sapeva, ma il vero pericolo per lui stava nella probabile eventualità che tentasse di suicidarsi. Naturalmente egli non poteva rendersene conto. Gli avevano assegnato una stanza luminosa dove poteva stare da solo. Le infermiere lo trattavano con premure e sembrava comprendessero il dramma che quel bel giovane alto dagli occhi scuri si portasse addosso. Non mancavano le continue amorevoli visite della famiglia che ad ogni incontro si auguravano di veder allontanare come nuvola dopo un temporale la sua depressione.

Intanto la primavera se ne stava andando e l'estate iniziava a tormentare con il suo alito caldo corpi e pensieri. Un ampio parco circondava la costruzione della clinica. Alberi alti proteggevano panchine sulle quali i malati usavano sedersi inconsapevolmente all'ombra, dopo lunghi giri per i vialetti ghiaiosi guidati dal filo dell'immaginazione malata che li conduceva ovunque nel nulla. Giorgio ogni tanto cercava di scambiare parole con altri degenti come lui, ma solitamente preferiva starsene da solo racchiuso nella sua solitudine smaniosa che lo avvolgeva come un abbraccio possessivo isolandolo dalla consuetudine. Poi in un pomeriggio tardo, mentre il sole stanco si immergeva lento nel mare, in lui sentì forte l'attrazione di sciogliere il legame con la vita. Liberare lo spirito dal dolore che gli pesava così tanto da sentirsi stanco dentro fino all'anima. Giorni addietro aveva adocchiato nella parte isolata del parco un piccolo casotto di attrezzi . C'era una porta chiusa da un bidone che conteneva acqua utilizzata dal giardiniere per qualche semplice pulitura degli attrezzi usati per riordinare il giardino. A quell'ora quasi tutti i malati erano rientrati nell'edificio. Il luogo appariva tranquillo e isolato. Giorgio stava cercando di spostare quel bidone per poter entrare nel capanno. Lo animava una ritrovata forza interiore sostenuta dal suo pensiero devastante, certo di liberarsi di un corpo crisalide che lo tratteneva. Cercando qua e là trovò una corda necessaria per portare a compimento il folle progetto. Con mani tremanti lanciò la fune oltre un ramo dell'albero più grosso che stava dinnanzi a lui, quindi fece un nodo con movimenti frettolosi tanta era l'eccitazione che lo invadeva. Portò una vecchia sedia sotto il ramo, la usò per riuscire ad infilare la testa nel cappio quindi la scalciò via. Chiuse gli occhi e sorrise al cielo nella sofferenza dell'attesa, presto si sarebbe liberato di tutto. Passava di là un ricoverato considerato pazzo .Lo notò subito, si fermò guardandolo incuriosito, e incredibilmente seppur tanto demente corse dentro nel capanno. Rovistando alla rinfusa le sue mani afferrarono una arrugginita ascia che serviva per tagliare i tronchi. Corse accanto all'impiccato e menando colpi a vanvera riuscì a tagliare quella corda facendo cadere Giorgio a terra senza sensi. Poi corse all'interno dell'ospedale con l 'ascia in mano a raccontare farfugliando pazzamente più che mai agli infermieri una storia strampalata . Tanto bastò acciocchè essi si allarmassero moltissimo Tolsero l'arnese dalle mani del malato ed egli si sedette su di una panca accasciato quasi deluso per non essere stato ascoltato a pieno nel suo folle racconto .Trovarono il giovane esanime al suolo con al collo la corda spezzata, ma incredibilmente ancora vivo. Nei giorni che seguirono Giorgio ebbe modo di ripensare molto all'episodio. Ritornò sotto quell'albero dove un pezzo di fune penzolante dal ramo gli ricordava del suo gesto interrotto. Non riusciva a credere come un uomo più disadattato di lui fosse riuscito a compiere un gesto così opportuno. Ci rimuginò su parecchio tanto che il farlo produsse un effetto sul suo comportamento da farlo migliorare dalla depressione che lo possedeva.

Salvato proprio da uno che così pazzo avrebbe potuto usare quell'ascia per tagliarlo a pezzi era un comportamento difficile da comprendere .Forse si può spiegare se si considera l'evento traumatico come molla che fa riemergere frammenti di un vissuto sedimentato nel subconscio. Una mente annientata da un continuo stato di confusione a causa di difese costantemente tenute alte da paure represse che all'improvviso si sono abbassate.

Quindi, vien da chiedersi, chi sono i pazzi, chi quelli sani di mente, dove stà il confine per definire tutto ciò con certezza. La mente degli uomini resta comunque un labirinto di emozioni. Esse muovono l'essere umano verso azioni e comportamenti a volte difficili da decifrare con il nostro codice basato assai spesso sulla ovvietà del momento. Troppo spesso siamo mossi da una convinzione d'essere gli uni più savi degli altri.


rita iacobone 24/04/2016 13:59 261

Opera pubblicata ai sensi della Legge 22 aprile 1941 n. 633, Capo IV, Sezione II, e sue modificazioni. Ne è vietata qualsiasi riproduzione, totale o parziale, nonché qualsiasi utilizzazione in qualunque forma, senza l'autorizzazione dell'Autore.
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I fatti ed i personaggi narrati in questa opera sono frutto di fantasia e non hanno alcuna relazione con persone o fatti reali.


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Nota dell'autore:
«Una storia verissima e incredibile. E' stata la famiglia del protagonista che me l'ha raccontata.»

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Racconto interessante. Ottima morale. (Antonio Terracciano)



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Il primo racconto pubblicato:
 
La Morte beffarda (26/10/2013)

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