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Elydor, l’unicorno nero (1a parte)

Fantasy

Nella terra magica di Faerie, una giovane giumenta bianca correva disperatamente, nel tentativo di sfuggire ai suoi inseguitori. Galoppava dando il massimo, ma avvertiva di essere ormai al limite delle forze, e che il peso che le gravava in grembo, le impediva di mettere una distanza di sicurezza tra lei e le creature maligne che la inseguivano.

La sua fatica, insieme all’ istinto, le suggerivano di non poter resistere ancora per molto ma anche che, se avesse continuato a quel modo, correva seriamente il rischio di perdere il suo piccolo.

In cuor suo, la giumenta, era consapevole che se disgraziatamente quella gravidanza non fosse stata portata a termine non ci sarebbe stato più alcun futuro. Infatti, sia lei che la creatura custodita nel suo grembo erano gli ultimi esemplari della sua mitica razza.

La giumenta apparteneva alla prodigiosa stirpe degli unicorni, creature al servizio della magia bianca e in stretta collaborazione con le fate.

Degli unicorni si sapeva che fossero creature timide, schive, che non si lasciavano avvicinare dagli esseri viventi ed evitavano in tutti i modi di venire a contatto con il genere umano. Nello stesso tempo si trattava di creature forti, dal fisico possente e resistenti a ogni fatica.

Il candido pelo, insieme al lungo corno a torciglione che spiccava sulla loro fronte, erano stati per secoli erroneamente creduti in possesso di proprietà magiche e per questo motivo l’ unicorno era stato soggetto a una caccia spietata e, col passare del tempo, la mitica razza era arrivata a contare poche decine di esemplari.

Per quanto ne sapeva la femmina, il suo piccolo, anche se fosse nato, avrebbe corso il serio rischio di non trovare mai una compagna per mettere su famiglia.

Ma questo pensiero non avrebbe impedito alla giovane mamma di cercare di salvare in tutti i modi il suo cucciolo. Non avrebbe mai permesso che fosse catturato e che venisse trasformato in una di quelle creature alate, nere come la pece e malvagie che si vedevano sfrecciare nel cielo, montate da creature del male e di conseguenza, infettate e maligne anch’ esse.

Piuttosto che farlo cadere nelle mani sbagliate, la giumenta era disposta anche a sacrificare la sua creatura, facendola precipitare nel limbo del nulla. Un luogo senza tempo, dove tutto era sommerso dalla nebbia eterna, dove non esisteva la realtà, ma nemmeno i sogni, dove non esisteva il futuro.

Una fitta lancinante le trapassò in quell’ istante il ventre, lasciandola senza fiato. La giumenta capì che era arrivato il momento; quella corsa a perdifiato aveva anticipato il travaglio e lei doveva al più presto trovare un rifugio.

Tuttavia, l’ ultima doglia, le aveva fatto perdere terreno e ora si trovava a poca distanza dagli inseguitori, tanto, che le pareva quasi di sentirne il fiato sul collo. Osò dare una sbirciata dietro, e fu proprio in quel momento che una delle creature malvagie riuscì a sfiorarla, ne intravide appena la sagoma terrificante. Non avvertì dolore al tocco, forse non si accorse nemmeno di essere stata colpita, nei suoi occhi sbarrati, vibrò un terrore senza pari.

Ma quello stesso terrore le mise le ali alle zampe, e con un ultimo balzo in avanti assai possente, accelerò le falcate e corse, corse come non mai nella sua vita, abbandonandosi alle spalle lo strepito degli inseguitori.

L’ incontro con la silfide

Era riuscita a lasciarsi dietro tutte quella cacofonia di urla selvagge, ma doveva trovare assolutamente un riparo per poter partorire al sicuro.

Era molto giovane, al suo primo parto, per questo motivo del tutto inesperta, e molto spaventata, oltre che stremata.

Arrivata ai margini di una foresta, vi si addentrò senza indugio, anche se sapeva che in quella selva, fitta di rovi e di felci, poteva anche nascondersi qualche belva affamata in attesa di una preda.

I fianchi dell’ unicorno sussultarono con un tremito convulso, mentre si aggirava sempre più trafelata in cerca di un rifugio.

All’ improvviso avvertì qualcosa d’ indefinibile nell’ aria; tese i sensi allo spasimo e dilatò le froge annusando e guardandosi intorno attentamente. Il bosco, la natura sembravano immobile, come in attesa di qualche evento straordinario. Nessun richiamo e nessun fruscio, nemmeno un alito di vento a smuovere le fronde.

Infine capì quello che aveva appena percepito era un canto dolcissimo, una melodia, un richiamo, un invito allettante.

Ormai al limite delle forze si arrese e, come attirata da fili invisibili, si trovò costretta a seguire la scia di quella nenia dolcissima.

Fino a che la vide: un’ altra creatura magica, della stessa magia benefica nella quale era avvolta lei, un’ eterea silfide. Leggiadra, talmente diafana da poter sembrare quasi evanescente e dalle movenze aggraziate e ipnotiche, che la invitavano ad avvicinarsi.

« Vieni con me. Seguimi.» cantavano le note della melodia, mentre le labbra della silfide rimanevano dischiuse in un sorriso dolcissimo.

Era un invito a cui la giumenta non seppe resistere e, in modo remissivo, seguì l’ incantevole creatura.

In pochi minuti si trovarono in un posto incantato. L’ acqua del ruscello scorreva così quietamente da provocare appena un suono argentino, e un leggero fruscio; refoli gentili di vento facevano stormire le fronde e cullavano nell’ aria, facendole danzare, tante spore dorate.

Presa dalla malia del luogo, l’ unicorno per un attimo dimenticò le doglie, quindi si stese su un fianco. In quel momento il suo istinto le suggeriva come quello fosse un ottimo posto per partorire.

La graziosa fanciulla, di nome Chrisell, le s’ avvicinò e con le mani minute cominciò a carezzarla, cercando di lenire le sue sofferenze.

La femmina fu assalita da una fitta atroce, era ormai vicinissima al parto e in preda a una forte emozione iniziò a tremare in modo convulso. Eppure bastava la vicinanza della silfide, le mani delicate e il canto appena appena sussurrato per portarle un po’ di sollievo, un po’ di conforto.

Almeno non era sola ad affrontare quel drammatico momento.

La natura fece il suo corso moltiplicando le contrazioni e rendendo sempre più affannoso il respiro della partoriente che serrò gli occhi cercando di spingere con tutte le sue forze, e all’ ennesima contrazione, finalmente il piccolo venne alla luce. La silfide lo accolse amorevolmente tra le sue mani.

Seppur esausta, la madre guardò la giovane che l’ aveva assistita con gratitudine, poi sollevando il collo, si protese con le labbra vellutate a leccare il suo cucciolo, ripulendolo amorevolmente. Quindi iniziò a sospingerlo con delicatezza, dandogli piccoli colpetti col muso, e stimolandolo così ad alzarsi.

Rabbrividendo, il piccolo, cercò di sollevarsi sulle vacillanti ed esili zampette, e dopo svariati tentativi e tentennamenti, finalmente riuscì a rimanere con orgoglio ritto sulle zampette, tese spasmodicamente sul terreno.

La madre lo guardò con uno sguardo già velato, ma soddisfatta di aver messo al mondo quel piccolo così sano, così vispo e così bello. Poi, scambiò un’ ultima occhiata con la silfide e nel suo sguardo si poteva leggere una accorata preghiera.

Chrisell annuì in quel suo modo soave, continuando ad accarezzare la giumenta, fino a quando con un ultimo sospiro, la magica creatura morì.

La silfide ne sfiorò con tenerezza il muso vellutato, quindi rivolse la sua attenzione all’ orfano; come avrebbe fatto a mantenere la muta promessa appena fatta?

Per lei non era possibile, non era naturale accudire il piccolo. Chi si sarebbe occupato di lui ora?

Il puledro abbassò il musetto in cerca delle mammelle della madre e non trovando il liquido caldo e zuccherino a cui tanto aspirava, emise un gemito sommesso.

La giovane dovette costringere il piccolo a staccarsi, strappandolo a viva forza dal corpo senza vita della giumenta. Ma lui non voleva saperne di allontanarsi dall’ odore così rassicurante del corpo, impresso nelle sue froge sin dai primi attimi di vita.

La diafana creatura si vide costretta a domandare l’ aiuto delle sorelle. Intonò quindi il suo richiamo con un canto melodioso, che si espanse subito nell’ aria e che, trasportato sulle ali del vento, raggiunse le altre silfidi.

La radura in cui era avvenuto il parto venne avvolta in un turbinio improvviso di foglie, petali e pulviscolo dorato, mentre Chrisell e il neonato unicorno assistettero alla comparsa di un gruppo di silfidi.

L’ aria si colmò delle voci argentine delle magiche creature e subito fu un intreccio di sussurri e di risatine, mentre le ragazzine volteggiavano graziosamente intorno a Chrisell e al suo protetto.

« Che è accaduto Chrisell?» fu la muta domanda di Shaila, quella che sembrava più anziana, intanto che rivolgeva uno sguardo colmo di malinconia verso il corpo esanime della giumenta.

« Si è appena conclusa una terrificante disgrazia, come puoi ben vedere da te.» rispose la giovane rispondendo con lo stesso linguaggio muto. « Ma ora mi occorre il vostro aiuto, sorelle. Ho promesso alla madre che non avrei abbandonato il suo piccolo e adesso non so come fare. Datemi un consiglio, vi prego!»

« Occorre innanzitutto trovare una balia per questa creatura, altrimenti morirà di fame. Quando avremo risolto questo, discuteremo quello che sarà meglio per lui.» rispose Shaila, con tono assennato.

Chrisell tirò un sospiro di sollievo. Essendosi ritrovata completamente sola ad affrontare quell’ emergenza, le ultime ore era state colme di ansia e inquietudine per lei. Ma adesso finalmente poteva rilassarsi perché le sue sorelle l’ avrebbero aiutata a risolvere quel grosso problema.

Per fortuna il bosco era colmo di creature che avevano da poco partorito e per silfidi non fu difficile trovare una balia per il piccolo.

Shaila scelse una cerva dagli occhi dolci e dal temperamento mite. L’ avvicinò nel momento in cui la giovane madre stava allattando il suo cerbiatto e con il suo fare soave la convinse a nutrire anche il piccolo orfano.

Il neonato esitò solo un istante, poi, appena le minuscole froge si colmarono dell’ invitante odore di latte, s’ attaccò, suggendo voracemente.

Un incantesimo

Chrisell volgeva il suo sguardo preoccupato al puledro; si era accorta sin dai primi momenti di vita che era stato contagiato dal sangue materno. Evidentemente, la giumenta, presa com’ era dall’ impeto della precipitosa fuga, non si era accorta di essere stata ferita da una delle sinistre creature.

Ogni abitante del mondo fatato, conosceva bene quali terribili conseguenze derivavano dai graffi inferti dagli artigli avvelenati degli esseri oscuri. La madre del piccolo, se si fosse avveduta della ferita, avrebbe sacrificato di sicuro la sua vita e quella del suo cucciolo pur di non spargere altro male nel mondo.

La silfide cercava disperatamente una soluzione, doveva trovarla, e prima che le sue sorelle scoprissero la verità, altrimenti il piccolo unicorno sarebbe stato condannato a morire.

“ Come fare?” Quella domanda era diventata un’ ossessione per l’ eterea ragazza. Doveva trovare una soluzione. Si sentiva in obbligo di farlo perché, oltre a essersi affezionata al cucciolo, aveva anche promesso a sua madre che avrebbe badato a lui.

Il pensiero della fata del verde, sempre gentile e disponibile, nonché prodiga di buoni consigli, le balenò nella mente, e si affrettò a raggiungerla nella sua dimora abituale, con il puledro al seguito.

« Qual buon vento ti porta da me, Chrisell?» le domandò in tono dolce la Signora del bosco.

« Sono qui per chiedere un consiglio, fata Silvestre.»

« So che si tratta dell’ unicorno e mi dispiace doverti dire che il suo destino è segnato.»

La silfide rabbrividì. Quella risposta le colmò l’ animo d’ apprensione e presagi funesti. Le visioni di morte e desolazione si moltiplicarono nella sua mente.

« Vuoi dire che è condannato a morire?» riuscii a balbettare appena il terrificante dubbio.

Fata Silvestre annuì: « Lo vedi da te che è stato ferito e sai anche che il veleno inoculato dagli artigli maligni non lasciano scampo.»

Gli occhi di Chrisell si inondarono di lacrime.

« Ma non è giusto! È così piccolo e indifeso e non ha nessuna colpa. Tu hai il potere della magia bianca tra le mani, e se vuoi, puoi aiutarlo.»

La fata del bosco guardò indulgente l’ esile figura di donna, che con passione e determinazione perorava la causa del piccolo cercando di salvarlo. Fu assalita da un moto di tenerezza e sorrise dolcemente mentre le diceva:

« Io non ho l’ autorità necessaria per interferire con ciò che è stato scritto nel libro del destino. Tuttavia, posso cercare di fare in modo che lo stesso si compia, tentando di limitarne i danni.»

“ Una risposta sibillina degna di una fata maggiore” pensò la silfide, che però rimase in silenzio e in rispettosa attesa.

Silvestre sorrise. Dal momento stesso in cui aveva visto arrivare l’ eterea creatura, con al seguito il puledro, aveva iniziato ad arrovellarsi per cercare una soluzione adeguata e forse adesso l’ aveva trovata.

« Mia piccola Chrisell» iniziò a dire con tono materno « So che non lasceresti mai il luogo magico in cui sei nata a cuor leggero, tuttavia, credo proprio che se desideri veramente salvare questo cucciolo di unicorno, tu ti debba sacrificare.»

La silfide sgranò gli occhi, stupita e impaurita. Quale sacrificio le avrebbe chiesto la fata?

« Mi hai chiesto di aiutarti e non trovo altra soluzione che proporti di accompagnare il piccolo nel mondo degli umani, dove credo possa avere inizio una nuova vita senza correre altri pericoli.»

Silvestre lasciò che Chrisell assimilasse il concetto appena esposto, ma la silfide continuava a rimanere immobile come basita da quell’ idea.

Allora continuò: « Se sei disposta ad assumerti questo onere, naturalmente dovrò compiere un incantesimo che nasconda a tutti le caratteristiche della sua razza, compreso il corno sulla sua fronte e la sua natura magica. E ovviamente, anche il piccolo dovrà ignorare il fatto di essere stato un unicorno, quindi, dal momento stesso che pronuncerò la formula dell’ incantesimo, egli perderà non solo la memoria di quello che è stato, ma perderà inoltre qualsiasi istinto che possa rammentarglielo in qualche modo. Per cui adesso ti chiedo Chrisell, sei disposta ad affrontare tutte le responsabilità che un simile viaggio prevedono?»

Il colorito della silfide, già di per sé abbastanza pallido, divenne terreo mentre la timida creatura dei boschi ritrovava appena il modo di rispondere:

« Il mondo degli umani? Io… non mi sono mai mossa da qui. Non ho mai… lasciato questo bosco e le mie sorelle! Il mondo degli umani è così… alieno, così… lontano! Come farò ad arrivarci?»

Il cuore di Silvestre palpitò dall’ emozione. L’ atteggiamento timido e schivo della silfide la inteneriva e se avesse potuto non l’ avrebbe certo costretta a un tale sacrificio.

« Stai tranquilla! Aprirò per voi un varco, dal quale vi sarà possibile il passaggio dal mondo arcano, a quello del genere umano. Quando riterrai di aver trovato la persona giusta che si possa occupare del piccolo, potrai fare ritorno nel nostro mondo.»

Chrisell emise un sospiro quasi di rassegnazione e la fata le sorrise.

« Non devi temere, cara. Vedrai, non sarà difficile trovare una persona fidata. Inoltre, ti accompagnerò io stessa al varco, e mi troverai lì ad attenderti al tuo ritorno.»

Lo sguardo della giovane si posò con ansia dapprima sul puledro, quindi tornò sulla fata, e tirato un altro grosso respiro di rassegnazione, annuì.

« Va bene, andrò. E ti prometto che farò del mio meglio per portare a termine il compito che mi hai affidato.»

« Brava Chrisell! E io sono sicura che ci riuscirai!»

Fata Silvestre non perse tempo e si concentrò, posando le mani sul candido collo dell’ unicorno, quindi mormorò la sua formula magica.

L’ incantesimo ebbe effetto immediato; il piccolo corno a torciglione cominciò a ritrarsi fino a sparire, la lunga criniera perse la sua lucidità e s’ accorciò sfoltendosi, così come la superba e ricca coda, che si ridusse a un misero spolverino. Del mitico e bellissimo unicorno rimase solo il pelo candido, ma la fata affermò decisa, che ben presto anche quel candore sarebbe scomparso, per lasciare il posto a un manto nerissimo.

« Ora il tuo piccolo amico è diventato agli occhi di tutti un cavallino. Ed è un compito molto delicato quello che dovrai assolvere ora. Conducilo sulla terra, e scegli con attenzione la persona che in futuro se ne dovrà occupare. Il destino di questo puledro dipenderà dalla tua scelta.»

« Cercherò di valutare bene prima di decidere.» esclamò con fervore la giovane.

« Allora posso procedere. Sei pronta ad affrontare il viaggio?»

Il cuore della silfide prese a battere in modo convulso. Il momento tanto temuto era arrivato.

Deglutì a vuoto, mentre rispondeva: « Sono pronta!»

Se anche rivelò una piccola esitazione, Silvestre non diede segno di essersene accorta.

« Bene!» disse, socchiudendo gli occhi e mormorando alcune parole misteriose.

Subito dopo, nel cielo limpidissimo, fece la sua repentina comparsa un ponte iridato, che si estendeva davanti a loro e all’ infinito fino all’ orizzonte.

La donna più anziana prese per un braccio l’ esile creatura. Chrisell posò con delicatezza una mano sul collo del piccolo unicorno, che se ne stava docilmente in attesa accanto a loro. Quindi, mantenendo la promessa, la fata li accompagnò, attraverso l’ arcobaleno, sino al portale che si era spalancato e che permetteva il passaggio tra i due differenti mondi.

La giovane ebbe la sensazione di camminare sulle nuvole e sorrise, lieta delle sensazioni percepite. L’ incredibile, magico sentiero, aveva una consistenza morbida sotto i suoi piedini nudi, e lei, ormai ammaliata dalla spettacolarità dell’ evento, riusciva a vedere il mondo sottostante attraverso la trasparenza e l’ iridescenza dei colori acquarello.

Camminarono per qualche minuto immersi nel silenzio maestoso della natura, rotto solo dal sibilo del vento.

Il varco si stagliò all’ improvviso, sempre più vicino e minaccioso e Chrisell lo guardò con apprensione; quell’ enorme antro oscuro, le apparve simile alle fauci spalancate di un gigante.

La fata si avvide dell’ esitazione della silfide e le sorrise per esortarla a varcare la soglia.

« Coraggio! Non è così terribile come sembra. È una questione di attimi e fatti pochi passi ti ritroverai dall’ altra parte. Vai… il portale non rimarrà aperto a lungo.»

« E se rimanessi prigioniera di là?» domandò, sgranando gli occhi, quasi fulminata dalla terrificante prospettiva.

« Stai tranquilla! Non accadrà se smetti di agitarti e di rimandare l’ ingresso. Il portale si chiuderà dopo il tuo passaggio, ma basterà che tu mi mandi un messaggio mentale quando avrai svolto la missione e vorrai tornare.»

L’ esile fanciulla emise un sospiro profondo, quindi si congedò ringraziando:

« Io e il piccolo ti siamo profondamente grati.»

«È stato fortunato a incontrare te! Ti deve la vita due volte. E ora vai! Al tuo ritorno mi ritroverai qui, come promesso. Che la luce della pace illumini sempre i sentieri della tua vita, Chrisell!»

« E anche i tuoi! Arrivederci, fata del bosco!»

continua...



Vivì 30/09/2017 14:25 140

Creative Commons LicenseQuesto racconto è pubblicata sotto una Licenza Creative Commons: è possibile riprodurla, distribuirla, rappresentarla o recitarla in pubblico, a condizione che non venga modificata od in alcun modo alterata, che venga sempre data l'attribuzione all'autore/autrice, e che non vi sia alcuno scopo commerciale.
I fatti ed i personaggi narrati in questa opera sono frutto di fantasia e non hanno alcuna relazione con persone o fatti reali.


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Nota dell'autore:
«Racconto per ragazzi pubblicato nel 2012 con la MorganMiller edizioni.
l’immagine è quella originale della copertina.
»

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