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Elydor, l’unicorno nero (2a parte)

Fantasy

La scelta

Appena superata la fatidica soglia, la silfide venne inghiottita dall’ oscurità in cui il misterioso antro era immerso.

Il transito attraverso il varco, non fu particolarmente traumatico, mentre il piccolo, forse, non si rese nemmeno conto di quello che accadeva intorno a lui.

Fata Silvestre aveva ragione: il tragitto durò soltanto una manciata di secondi, comunque lunghi come una vita intera per Chrisell, che avanzò con passo tentennante, intimorita dall’ ignoto che incombeva e la circondava come fosse una cappa glaciale, mentre si aspettava di venire aggredita da un momento all’ altro da qualche creatura mostruosa. Ma, per fortuna, i suoi timori rimasero infondati e in breve i due furono fuori da quell’ incubo.

Quando arrivò sulla terra, la diafana fanciulla emise un profondo sospiro di sollievo e si mise subito alla ricerca di un rifugio sicuro, dove poter lasciare in tutta tranquillità il puledro.

« Stai tranquillo, tornerò presto!» gli sussurrò, accarezzandolo sul muso vellutato, ma ancora incredula per quella trasformazione che aveva del sensazionale. Avrebbe sfidato chiunque a riconoscere in quel cavallino, uno degli ultimi unicorni esistenti.

“ Eppure il manto si mantiene morbido!” rifletté, facendo scorrere più volte il palmo della mano sui fianchi già poderosi del piccolo.

Li sentì fremere sotto il suo tocco e per un attimo compianse l’ amaro destino di quella magica creatura costretta dal male a ignorare per tutta la vita la vera natura della sua essenza. Sarebbe stato obbligato per sempre a vivere in una condizione e in un ambiente che non erano i suoi.

Perlomeno, rifletté Chrisell, in quest’ altra dimensione il puledro era al sicuro e aveva salva la vita. E il veleno? La fata del bosco se n’ era forse dimenticata? No, di certo! Che sciocca! Il veleno trasmesso con il sangue della madre, era stato di sicuro neutralizzato con l’ incantesimo. Se lo augurò di cuore per il cucciolo, quindi, cercò di scacciare quel pensiero molesto e si mise alla ricerca della persona giusta.

Non poteva prevedere la piccola silfide quale destino crudele attendeva il suo protetto.

Aveva trovato una baracca dall’ apparenza fatiscente e sicuramente abbandonata, dove avrebbe potuto lasciare il piccolo al riparo mentre lei esplorava quel mondo sconosciuto e alieno.

A Chrisell parve che il tempo trascorresse in modo molto veloce e assai diverso in quella dimensione terrena. A volte si soffermava ad ammirare le bellezze che la circondavano, pensando che alcune analogie vi erano di certo, tuttavia, rispetto al suo mondo, quello in cui si trovava era senza dubbio più caotico.

Ebbe inizio una ricerca sistematica che la vide attraversare montagne, laghi e distese sterminate. Il suo non si poteva definire un classico viaggio effettuato fisicamente e con enorme dispendio di energie, tuttavia si trattava comunque di lunghe e approfondite escursioni mentali, durante le quali la giovane si stancava ugualmente.

Quando aveva accettato l’ incarico dalla fata Silvestre, non immaginava certo che sarebbe stato così gravoso e nemmeno che sarebbe stata la somma dei casi, per così dire fortuiti, a stabilire che la strada del piccolo unicorno e quella di Mark, il giovane sul quale sarebbe caduta la sua scelta, s’ incrociassero.

Nel momento stesso che vide il ragazzo, la silfide intuì che quella era la persona giusta. Non seppe spiegarsene il motivo ma tra lei e quell’ essere umano intercorse subito una forte empatia.

« Chi sei?» le domandò il giovane squadrando la figura sin troppo snella di quella fanciulla dai lunghi capelli corvini e la pelle candida come il latte apparsa all’ improvviso, come dal nulla.

Chrisell si sentì arrossire sotto lo sguardo indagatore di quel giovane aitante.

La veste impalpabile che lei indossava, celava a malapena le forme acerbe eppure femminili e un refolo di vento assai dispettoso, le gonfiava e le sollevava i lembi della sottana mettendo a nudo le lunghe gambe affusolate idonee alla danza.

Mark seguì con attenzione i movimenti della veste e la silfide faticò non poco per combattere la volubilità della brezza.

« Mi chiamo Chrisell.» gli rispose, cercando di riportare l’ attenzione del giovane altrove e tentando d’ instaurare un dialogo.

Il tentativo le riuscì, perché ora Mark la guardava negli occhi. « I tuoi occhi sono splendidi. Hanno lo stesso colore di un lago di montagna o quello verde smeraldo di un prato a primavera.» sussurrò, ammaliato dallo sguardo di lei.

Le lunghe ciglia di Chrisell palpitarono e s’ abbassarono, nascondendo al ragazzo la confusione e il compiacimento derivati dal complimento. Che cosa le stava accadendo? Mai si era sentita così imbarazzata. Eppure, quel giovane dallo sguardo immenso e glaciale, per la chiarezza delle iridi, e dal ciuffo ribelle e ricciuto, le piaceva in un modo che le faceva battere forte il cuore nel petto e le sconvolgeva i pensieri.

Mark sorrise, lui stesso imbarazzato. Fino a quel momento non aveva mai trovato il coraggio di parlare così a una coetanea. Nessuna tra le tante che conosceva, lo aveva mai stimolato o invogliato a dialogare, mentre Chrisell lo incuriosiva a tal punto da desiderare di saperne qualcosa in più: « Da dove vieni? Non ti ho mai vista da queste parti.»

Lei fece una graziosa piroetta e lui la guardò stupito.

« Sei una ballerina!» affermò ammirato.

Chrisell imprecò contro se stessa per non essere riuscita a contrastare il suo istinto. Ma come avrebbe potuto? La danza era nel Dna delle silfidi, considerate da molti come le danzatrici ieratiche dei boschi.

Per cui, quando affermò: « Sì, hai visto giusto. Sono una ballerina.», non si sentì per nulla in colpa per quella piccola distorsione della verità.

Quasi senza nemmeno rendersene conto, i due si avviarono insieme e, camminando, parlarono, parlarono senza mai fermarsi. A un certo punto si trovarono con le mani allacciate, ridendo e scherzando come due vecchi amici.

Mark si ritrovò innamorato all’ istante di quella ragazza così diafana, così dolce e così argentina e, a Chrisell, accadde la stessa cosa. Tuttavia, la silfide, fu consapevole sin dal primo momento che quello non era un amore possibile, ben presto avrebbe fatto ritorno nella sua dimensione e lei e Mark non si sarebbero più rivisti.

Ma per il momento avrebbe potuto godersi ogni istante di quel bellissimo e dolce incontro.

La silfide raccontò di avere rinvenuto il cavallino presso il corpo inanimato della giumenta, morta in seguito a un parto assai travagliato. Il ragazzo si mostrò subito interessato alla sorte del puledro e chiese di poterlo vedere.

In cuor suo Chrisell poté ritenersi soddisfatta. Ancora una volta, l’ istinto che l’ aveva guidata verso quel ragazzo, si era rivelato giusto. Mark le aveva ispirato tanta simpatia e fiducia, sin dal primo momento in cui l’ aveva visto e, considerato l’ amore che aveva per i cavalli, sembrava la persona più adatta a prendersi cura del piccolo orfano.

I due passarono ancora un po’ di ore insieme, poi Chrisell, seppure a malincuore, decise che era arrivato il tempo di ritornare.

Era sicura di avere fatto la scelta giusta. Per l’ unicorno sarebbe iniziata una nuova vita e con Mark sarebbe stato in buone mani.

Si congedò dal giovane con un lungo e appassionato abbraccio, senza peraltro confessargli che non si sarebbero più rivisti, quindi abbandonò in punta di piedi, così come vi era entrata, il mondo degli umani.

Una nuova vita

Mark lavorava come stalliere presso una grande tenuta in cui si allevavano cavalli da corsa. Il padrone, un uomo facoltoso, commerciava nella loro compravendita.

Il ragazzo pensava di essere stato fortunato nel trovare quel lavoro che gli piaceva molto e che gli permetteva di passare intere giornate a contatto con i suoi amici animali.

Amava i cavalli; aveva sempre pensato che non esistesse animale più intelligente e più fiero.

Metteva una cura estrema nell’ occuparsene; passava ore a strigliarli, parlando e sussurrando loro paroline dolci, in modo particolare a quelli più scontrosi, avvezzi a fare continue bizze. Inoltre, non faceva mai mancare a nessuno qualche piccola leccornia: una mela succosa, uno zuccherino, una carota, e loro lo ripagavano con una devozione senza pari.

Quando il ragazzo entrava nelle stalle zufolando un motivetto allegro, rizzavano le orecchie, scalpitando nell’ attesa di una carezza, o di un’ attenzione, quindi li accompagnava fuori, nei grandi recinti costruiti appositamente per l’ addestramento e il loro svago.

Proprio come accadde quel mattino.

Stava conducendo per le briglie uno degli ultimi cavalli, quando la sua attenzione fu attirata da un nitrito sommesso.

Si volse e rimase stupito; quel puledro era nuovo, non l’ aveva mai visto prima.

Il ricordo del magico incontro con la silfide l’ aveva relegato in un angolo della mente e del cuore disgiungendolo dal ricordo del cavallino affidatogli da lei. Quell’ evento si era dissolto come neve al sole, senza nemmeno che il ragazzo se ne rendesse conto.

Il puledro non aveva certo un bell’ aspetto, basso e tozzo come era. Sembrava più un cavallo da tiro, che da corsa. E già quel particolare gli parve strano. Dubitava che il padrone delle scuderie potesse aver portato a termine un acquisto così maldestro.

Eppure Mark si avvicinò con premura al cavallino, che appena lo vide lo guardò, spalancandogli in viso i suoi occhioni miti.

Da dove sei arrivato? Domandò tra sé. Sono sicuro che ieri sera non c’ eri! E nemmeno nelle stalle quando ho iniziato il mio turno. Chi ti ha portato? Non certo il padrone! Concluse. Non avrebbe mai voluto nelle sue stalle un esemplare così goffo e sgraziato!

Il ragazzo decise che avrebbe indagato appena avesse avuto tempo, e che per il momento, quel cavallino aveva solo bisogno di una bella strigliata. Lo rinchiuse quindi con gli altri puledri, e continuò la sua giornata di lavoro.

Il piccolo era stato accolto dagli altri cavalli, dapprima con stupore, poi con la massima diffidenza. L’ incantesimo al quale era stato sottoposto, aveva effetto solo sugli umani e sulle creature del male; gli animali continuavano a vederlo come un magnifico puledro di unicorno, così come in effetti era.

E diffidavano tutti, sia della sua bellezza, che del magnifico corno, che già spiccava come un piccolo baluardo sulla sua fronte.

Dopo pochi minuti, Mark, armato di secchio e di spazzola, iniziò a strigliare il manto grigio topo del cavallino, prendendo a parlargli dolcemente, così com’ era sua abitudine fare.

« Ehi, piccolo ce l’ hai un nome? No? Allora bisogna rimediare! Vediamo… uhm… Ricordo che un giorno lessi una fiaba che parlava di un magnifico stallone bianco. Si chiamava Elydor. Naturalmente, tu sei l’ esatto contrario di lui, ma sono sicuro che saprai portare quel nome con altrettanta fierezza.»

Il ragazzo s’ avvide immediatamente, sin dalle prime strigliate, che in quel puledro vi era qualcosa di strano. Mentre passava il guanto su uno dei fianchi, avvertì al tatto una piccola depressione che non avrebbe dovuto esserci.

“ Cosa può essere? Forse una cicatrice. Ma che strano!” E quando trovò la stessa depressione nel punto corrispondente, sull’ altro fianco, si fermò interdetto.

La stessa identica ferita! Com’è possibile?” In quel momento, la cosa risultò essere un mistero insolubile, quindi scrollate le spalle, continuò il suo lavoro. Tuttavia, ebbe la stessa, identica sensazione nel momento in cui la sua mano scontrò una piccola protuberanza molto dura sulla fronte. Mark, che non vedeva nulla di anomalo, passò e ripassò la mano sulla testa di Elydor, ma dovette rinunciare a capire e anche quello rimase un mistero inesplicabile.

« Chi sei tu, cavallino? O meglio, cosa sei?» domandò, piazzandosi decisamente davanti al puledro.

Quegli occhi lo turbarono. Oltre ad avere un bel colore ambrato, erano enormi, liquidi e sostenevano lo sguardo di Mark con altrettanta intensità.

Il giovane si mosse a disagio: quegli occhi parlavano, trasmettevano una forte, inspiegabile emozione e sembravano rispondere:

Non so cosa sono. Ma so cosa vorrei essere. Uno stallone magnifico e volare sulle ali del vento.

Scosso dalla strampalata sensazione, Mark sorrise nervosamente. Aveva sempre intuito al volo ogni desiderio, ogni bisogno dei cavalli a lui affidati, ma era la prima volta in assoluto, che aveva l’ impressione di udire risuonare la voce di uno di loro nella sua mente.

Cercò di riscuotersi dalla strana malia che lo aveva preso, dandosi dello sciocco. Distolse lo sguardo e, in silenzio, riprese a strigliare quel manto con lena.

Dopo un po’, fece il suo inaspettato arrivo il padrone della tenuta, il quale con decisione si diresse verso i recinti.

« Ehilà, ragazzo! Che mi racconti di nuovo?»

“ Chissà perché si ostina a chiamarmi ragazzo ignorando il mio nome”, pensò con lieve disappunto Mark.

« Buongiorno signore!» salutò, mostrando comunque indifferenza e rispetto verso il proprietario. « Durante la sua assenza, sono nati due magnifici puledri.»

« Bene! Bene!» ripeté l’ uomo soddisfatto, carezzando il manto pomellato dello stallone che Mark stava strigliando. « Magnifico esemplare!» esclamò con orgoglio, quindi proseguì: « Appena finito questo lavoro me li mostrerai.»

« Ma… ecco, signore. Riguardo invece quel puledro grigio… volevo dirle…»

« Di quale puledro grigio stai parlando?»

« Quello arrivato stamattina, signore!»

« Stai vaneggiando ragazzo? Oltre i due nati durante la mia assenza ne è arrivato un altro? E chi lo avrebbe portato?»

Il giovane spalancò uno sguardo meravigliato sul suo datore di lavoro: « Come, lei non sa nulla?»

« Insomma!» sbottò spazientito l’ uomo « Giochiamo agli indovinelli? Fammi vedere questo puledro!»

Mark indicò il recinto dove venivano raccolti tutti i nuovi nati e le loro madri. « L’ ho messo nel recinto, insieme agli altri signore, ma ho notato che è rimasto in disparte per tutto il tempo» disse, scortando il padrone visibilmente contrariato.

« Non ci posso credere! Da dove è venuto quel… quell’ asino!» sbraitò l’ uomo livido di rabbia « Chi l’ ha portato qua?» continuò, non osando nemmeno avvicinarsi al puledro mite e solitario, come se provasse estremo ribrezzo.

Investito dall’ improvviso scatto d’ ira, Mark riuscì appena a balbettare una risposta:

« No… no signore! È brutto certo, ma non è… un asino! E io l’ ho trovato qui stamattina.»

« Ma cos’è uno scherzo, forse? O mi stai prendendo in giro?»

« Io… Non ne so nulla!» si discolpò il ragazzo sempre più confuso.

« Non sai nulla, eh? E chi dovrebbe saperlo? Sei tu il responsabile di queste stalle!»

lo accusò, ormai furibondo l’ uomo.

Mark, intimidito indietreggiò, quasi che temesse di venire aggredito. Ma non accadde. Il padrone strinse i pugni e contrasse la mascella, dominandosi: « Allora, senti bene quello che ti dico! Quel… somaro deve sparire dalle mie stalle. Non è ammissibile che quella stupida bestia divida il box con i miei campioni purosangue. Deve ritornare nella stalla fetida dalla quale è venuto. Non voglio più vederlo qui! Mai più! Siamo intesi?»

Quell’ ingiusta esplosione di collera servì solo a mortificare ulteriormente il giovane stalliere che se ne rimase immobile e del tutto incapace di reagire.

Non era mai stato sgridato, anzi, per la verità era anche la prima volta che veniva ripreso da quando lavorava lì, e in quel momento decise che quella, sarebbe stata anche l’ ultima.

« Va bene, signore.» riuscì a mormorare, quindi, sotto lo sguardo truce dell’ uomo, si diresse a testa bassa verso il puledro e afferratolo per la cavezza, lo guidò fuori dalla tenuta.

« Cosa ne faccio di te ora? Dove ti porto?» domandò Mark più a se stesso che al cavallino.

Tienimi con te, ragazzo! Non so proprio dove potrei andare.

Il giovane stalliere s’ immobilizzò pietrificato. Aveva udito realmente quella voce che bisbigliava nella sua mente o era uno scherzo dovuto ai suoi nervi tesi?

Si guardò intorno alla ricerca di una spiegazione plausibile, ma i dintorni era deserti e non tirava nemmeno un refolo di vento che potesse giustificare l’ insolita sensazione appena provata.

Allora tornò a scrutare il piccolo e si smarrì nuovamente in quello sguardo liquido e oltremodo mite.

« Davvero non so cosa fare con te. Il padrone si è sbrigato presto a dire che non ti vuole più vedere. Ora il problema è tutto mio. Dove ti porto?»

E ancora una volta una voce si fece largo tra i suoi cupi pensieri.

Tienimi con te. Non ti darò fastidio. Sono buono e ubbidirò a tutti i tuoi comandi. Non mi abbandonare per la strada, ti prego!

Esterrefatto da quanto stava accadendo, Mark spalancò la bocca:

« Non ci posso credere … tu… tu parli?»

Parlare? No, ragazzo! Io non posso parlare. Però ti posso capire, così come tu capisci me. È proprio così che comunichiamo, per un’ intesa reciproca.

« No! Sto solo vagheggiando! Non è possibile una cosa del genere!»

Tienimi con te! ripeté Elydor con accento tremulo Sarò anche molto brutto, ma sono forte e, soprattutto, sono buono.

« Ma allora non sto sognando! Questo è un prodigio! Noi due ci intendiamo davvero!» esclamò con tono entusiasta il giovane stalliere.

Sì! Noi due ci intendiamo e diventeremo grandi amici se rimarremo insieme. rimarcò il cavallino.

Mark esitò. La gioia appena provata per quella sensazionale scoperta passò in fretta. Ora non sapeva che fare. Prese a passeggiare nervosamente attorno al puledro; ogni pochi passi si fermava squadrandolo, si grattava la testa confuso, quindi riprendeva a camminargli intorno, sinché infine sbottò:

« Ma dove ti metto? Hai sentito il padrone? Non ti vuole più vedere!» esclamò afflitto.

Ora si trovava in stato confusionale; era combattuto tra la pena che provava e l’ ordine del padrone che gli imponeva di farlo sparire. Elydor sembrò percepirne il disagio, poiché se ne stava quieto ad aspettare che prendesse la sua decisione.

Dopo aver fatto parecchi giri inutili attorno al cavallino, finalmente il ragazzo si fermò:

« Siamo d’ accordo! Ma solo per qualche giorno, però! Non posso rischiare di perdere questo lavoro e se ti scoprissero ancora qui, non oso pensare alla reazione del padrone. Ti porterò nelle vecchie stalle, quelle in fondo alla tenuta. Sono abbandonate da tempo e credo che per un po’ potresti stare tranquillo. Poi decideremo il da farsi.»

Sei un bravo ragazzo! Sapevo che non mi avresti abbandonato.

« E speriamo che non debba mai pentirmene, Elydor!»

Mark sistemò il nuovo amico in una delle vecchie scuderie in disuso, gli procurò la biada, dell’ acqua fresca e dopo averlo accudito, si allontanò.

« Ci vediamo domani. Fai il bravo, ti prego!» disse e il puledro lo salutò con un sommesso nitrito.

continua



Vivì 16/10/2017 11:38 107

Creative Commons LicenseQuesto racconto è pubblicata sotto una Licenza Creative Commons: è possibile riprodurla, distribuirla, rappresentarla o recitarla in pubblico, a condizione che non venga modificata od in alcun modo alterata, che venga sempre data l'attribuzione all'autore/autrice, e che non vi sia alcuno scopo commerciale.
I fatti ed i personaggi narrati in questa opera sono frutto di fantasia e non hanno alcuna relazione con persone o fatti reali.


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Nota dell'autore:
«Elydor, l’unicorno nero è stato pubblicato nel 2012 dalla casa editrice MorganMiller edizioni»

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