
 Voce, perché non riconosci il canto.
Voce, perché delle impronte
non riconosci il volto delle maghe tra le montagne.
Fate, onde di lago e di vento,
fusti d’agave tra i torrenti.
Voce, perché non riconosci il sogno.
È come l’aereo delle acque,
si riprende dal cielo
pezzi di mondo, risucchiate ombre,
d’occhi che non vogliono rosso a sporcar tempere,
dipinti che d’azzurro ripercorre colli e gigli,
garofani senza sussurri d’ocarina.
Voce mia, - è la mia –
Passeggia come su di un filo bianco
lungo i vuoti delle valli delle città,
tra i Polifemo d’argento,
un acciaio che sfida il cemento,
e i ciclopi bagnano di lacrime
le guance alle spose
- d’orchidea tra i fluidi capelli bruni,
fanciulle delle sere e delle avemarie –,
e i ciclopi chiudono le lacrime,
asciugano l’umido fard
alle spose, tenui
- d’orchidea tra i riflessi bruni,
fanciulle con i veli sugli occhi,
tra i mari dell’evanescenze -,
un saluto si immortala,
tra le gonne di stoffe e corindoni al sole,
verso i navigatori,
cavalieri delle correnti
al molo dove prua
apre la rotta della iole. | 


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 | -Ma... io ti amo-
Ed il fuoco nella testa, ed i tuoi capelli
come acqua, come stoffa,
lino e –il nulla- che si tocca
lieve tra le fessure.
-Ma... io ti amo-
E tu mi dici
“Dimenticami”
Ma io corro e ti urlo
contro, per fermarti,
trattenerti non un minuto
ma un secondo, che sia attimo
duraturo l’eternità
di una lumaca trasformata
da dèa a perenne inseguimento
di una montagna.
-Ma... io ti amo-
E tu mi chiudi la bocca
-non mi baci-
Ma io ti accarezzo
e tu mi butti via,
non mi riconosci,
non mi guardi,
-non mi pronunci mani,
né schiaffi, non mi dai pioggia
né sole, agonia tra le nuvole-
Salutalo,
quel bimbo che porti via con te,
e non pronunciasti
-non più-
Né dormendo né tra brutti sogni
il nome “mamma”.
E si calpestano i nitriti
tra la fronte e gli occhi,
sciogliendosi in vapori
lungo le fredde guance accaldate,
lungo il collo
tra le incrinature delle clavicole,
mi inginocchio... è ruvida l’asfalto...
Ma... io ti amo. | 


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 | Mangiami le pupille delle mani
Dammi il tuo sonno come liquore
che sappia dipingere fumo tra i miei seni...
mentre attendo il ghiaccio dei tuoi denti
calde dita aguzze che sappiano
regalarmi i morsi che nemmeno la vita,
bambina vampira,
riesce a donarmi
mentre fingo di svenire
come bambola di un fantoccio
che si blocca e cade
sul pianoforte delle colpe
Danzo come marionetta
Ballo come carillon
E tu mi guardi
come veloci le mie gambe corrono
verso le corde del tuo bacio...
Dama di silenzi
e nodi di fili ai polpastrelli
degli scheletri
mentre i silenzi
diventano perspicaci schiavi
burattini di inchini
E tu non ti inchinare...
i tuoi canini...
sanno farmi male ...
I tuoi sorrisi sanno infuocare
come gli occhi dei lupi...
Succhiami le vene...
Non liberarmi dalla gabbia
che mi hai donato
al giorno dei solstizi...
Sai esser la mia sorpresa
Sai esser la mia condanna
Sai esser... la mia anima
che si affatica
sul palco del tuo teatro
allestito per le feste
dove cori di pipistrelli
e cornacchie mi regalano
un fiore incolore
per i miei lunghi bianchi capelli
Cieca danzo la polka del malincuore
Sorda seguo il ritmo delle tue dita
e la lingua che ti inumidisce... i denti...
Stringimi il collo...
punta di lingue che sanno
esser leggere come farfalle
verso la luna
fasulla di una candela...
Corro... muta come cantante
Brucerai il mio teatro...
e dentro lascerai,
come in una scatola con il fiocco,
la tua marionetta preferita...
Farò il mio inchino
mentre fiamme applaudiranno...
mentre mi ingoieranno
ti saluterò dal mio palcoscenico...
morendo...
vedrò il mio buio bruciarsi...
Ma quando riaprirai la scatola
tolto il fiocco...
ritroverai le mie lacrime di legno...
e galleggianti fotogrammi
della danzatrice che maledisse
l'amato re Ade...
Barca di carta
trascinata da vecchi remi,
Caronte porterà via anche te... | 


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 | E... sei in ogni angolo.
Il pallore della pelle
rapita dai muri e dalle crepe,
dai tagli nelle mani...
E... sei negli occhi delle finestre.
Il suono dei piedi, un fruscio urlato
come foglie ma tra le lenzuola,
e sotto il letto...
E... sei mentre divento brivido.
Mi corrodo come malattia
Ed è amore...
E... sei in ogni strada.
Il chiasso dei gatti,
e dei topi che fuggono,
dei cani che abbaiano,
e dell'odore sulle ciglia
e l'aria...
E... sei in ogni incubo.
Tendenti stelle
si estendono come anime
per congiungersi dal cielo al mare,
per affogare o forse solo svenire,
bagnarsi di sale e conchiglie...
E... sei in ogni dolore.
In ogni rumore
troppo basso, troppo sordo,
troppo convulso...
si muovono le spine
pungendo le dita,
e penso...
si muovono le dita
pungendo le tempie,
e ti penso...
In ogni tua ripetuta parola.
Grido come diavolo,
trasformato in angelo
ed il fuoco è rosso, s'immerge tra le piume,
gigli che si colorano... di nero...
tra le ali e il fumo della scure,
lasciata come accetta
la mannaia sulla legna,
ed arde...
E... sei in ogni mia morte.
Fenice, d'ascia si libra,
e acciaio si chiude come cordoglio,
mi abbandono...
Sei in ogni occhio e il suo grido,
il bacio, l'ultimo scorso dall'Ade,
e vedo ancora nella tua pupilla
l'abete sminuzzato...
-Ed io... Ti bacio- | 



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 | Come l’albina notte
i tuoi occhi,
di ghiaccio potrebbero d’imbarazzo
accendere le stelle rosse
come gli occhi della sera e del tramonto,
come le ali che l’aurora
richiude, indietro, sulla schiena dei gabbiani.
-Scappai-
Come l’ombra al suo segugio,
-Scappasti-
Come il freddo che si smaschera dal gelo.
-Ti ho cercata-
Cuore che nel seno impazza.
-Ti ho cercata-
Singhiozzo e sorriso,
come rossi i capelli del fuoco.
Perché le lucertole del cielo
segnano ghirigori celtici,
e suoni di bocche che assottigliano il vento,
voci immacolate di seta bianca e nera,
voci che sanno baciare il collo
di cui la semplicità esplode.
Mi donasti pizzo per non riflettere,
specchio che d’adagio bisbiglia,
ridonami mano d’angelo
con le dita del diavolo candido,
-intoccabile candore come la tua pelle
e brucia, e prende, e rimane, e cicatrizza
i polsi-.
Pizzo, di cenere, dal vergine al grigio,
mi nascosi, come l’angolo che si veste di buio,
come l’inverno che congela le dolcezze nella gola,
e sfuggo, abbasso le palpebre e non la guardia,
e fuggo, proteggendomi con le ciglia sul viso.
Ma perché hai il colore della neve?
Che arde sulle guance,
come il bacio della salsedine
che schiaffeggia la brezza.
Ma perché hai il colore dei sogni da bambina?
Che ulula come le foglie dei gelsi,
degli abeti e dei colli,
come le ossa, e le falangi,
come le clavicole che sostengono le bufere,
come la linea della tua voce... | 


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E mi avvolgi di cicatrici
e di walzer con gli abiti di neri tulle,
e mi accarezzi e mi dilati le pupille.
E mi conti gli occhi,
e raccogli i suoni
che dalla bocca la voce
incanta e ammalia,
ammanta e quasi diventa sacra.
E mi bracchi tra le mani
la testa, e picchi il tuo profumo
lungo la schiena come il respiro
che ha il ghiaccio durante il sonno
delle volpi tra la neve e i colli.
E mi agguanti e mi tramortisci,
e mi uccidi...
sogno che il sangue non ha il vento,
e rispondo si,
e mi baci la luce sulla pelle,
lunare come la tua,
aliena come l’amnesia.
E sulle punte l’aria
danzerà nella gola
degli innamorati rancori
tra malinconie annoiate
e la voce non più ti parlerà
di me,
se non ombra che d’acquerello
sfiorerà le foglie scure
nel tuo cortile, dove l’anima
si assopisce tra i veleni
e gli incantesimi, che la notte
porta per rubare i pensieri
e nasconderli, su, nel cielo
divenendo stelle, meteore,
corpi che inseguono,
infine, la Terra. | 


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Falene di neve,
luce invasa, notte
e ombra, tra le braccia
come bimba,
occhi rossi.
Ti prego, non cantare.
Moriranno sciolte tutte le foglie,
le corde alle mani, diventeranno acciaio
verso dita che come Dafne
diverranno rami.
Scarabei d’ambra,
occhi –li cerco-, alba
chiusa tra gli spigoli dei cuscini,
come i no troppe volte detti,
i si muti.
Ti prego, non cantare.
Perderanno tutti i colori
e le maschere non avranno più cera,
deformate, i volti;
sarai più veloce di Apollo?
A passo di lucertola,
si sdraiano le lumache del vento,
potresti rubarlo, potresti corromperle,
e sarai d’aria travestito.
Ti prego, non cantare.
Madre Terra, non ti troverà,
e di lei, ninfa in ascolto,
il corpo in acacia, alloro imprigionato,
potrai toccarlo.
Ti prego, non baciarlo. | 


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 E mi dicevi di prenderti la mano.
E mi raccontavi del perché dei tuoi capelli, il colore.
E mi dicevi di aspettarti.
E le nubi scesero, con la nebbia a cercarmi,
e i lupi sul monte, non ti dissero,
non piansero, non si accorsero,
né sole portò luce,
e la luna si chiuse, spoglia e nuda,
si coprì di un velo d’oro,
alla porta del nuovo giorno.
E i piedi scalzi come le delusioni,
camminarono, sulle spine, oltre
la bruna bruma e il muschio,
alla caverna di Persefone vedova.
E mi dicevi di non dimenticarti.
E mi raccontavi del perché del tuo profumo,
ma le nubi, tra le voci e gli occhi dei fantasmi,
mi sussurrarono, mi addormentarono,
mi rimproverarono:
- Non voltarti mai.
E sulla panca delle rocce e degli incubi
mi sdraiai, come l’orchidea intrecciata al rovo,
dimenticata, tra le rose morte.
E mi dicevi di cantare.
E mi raccontavi del perché del tuo sorriso.
E mi dicevi di non chiudere gli occhi.
E al letto d’Ade,
mi posarono corona di crisalidi,
senza fiori, senza petali,
Proserpina mi baciò le ciglia.
E mi cercasti, il mio nome lo sentii,
lo volli, e lo cercai.
E gridasti.
E cadesti.
E le renne delle paludi,
pallide e magre,
spettri di meretrici e concubine
all’harem degli inferi,
ti leccarono i muscoli, sghignazzanti,
fino alla caverna.
Lì dove Persefone, muta
come di cenere e sale le statue,
ti posò indice sulla bocca, il sigillo
e il silenzio.
- Non voltarti mai. | 


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 | E tra i tuoi capelli i rami del sole,
e i tuoi baci, come morsi
che gli ululati dei morfeici ghirigori
lasciano ai respiri tra i lacci e le ragnatele,
tra la neve e le slitte,
ed io sono caduto –a pezzi-
per amore nel tuo seno.
E ti ho abbracciato,
assaporato ogni tuo odore,
catturato un bacio dopo l’altro,
preso dalle memorie delle nostre sorti,
come lenzuola bianche che si tingono,
di noi.
-Trattenevi, muta-
Sapevi già ogni mia voce,
sottile come una parola,
o movimento di un mio pensiero
-E d’ambra gli occhi-
Sapevi già che mi amavi,
così come i segreti
che il sentimento frena
dentro, tra le sottane del petto.
Ti ho colpito... cosparso del tuo sangue
il candore che il gelo ricopre nel freddo.
Ti ho inseguito come il cacciatore
promette al buio, e ti ho di una freccia
il mio trionfo donato ferite.
E solo all’alba, la luce ridona ad ogni forma la sua esistenza,
ed il mio urlo fu spezzato dal soffio delle nuvole,
vederti, -muta-,
-e d’ambra gli occhi-,
raccolsi così, come al perdono,
dalle ginocchia, il ghiaccio rosso del tuo amore. | 


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