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Romina

Dramma

Non si era mai abituata al rumore dei treni notturni.

C'erano notti che non ci faceva caso e notti che riusciva quasi a contare i vagoni. Treni merci, intercity night, frecce rosse. Distava pochi passi dalla stazione e con il vento giusto sentiva la voce gracchiante dell'altoparlante e quell'odore strano di rotaie e freni.

La voglia di saltare sopra uno qualsiasi, andare lontano, via da qui, vedere posti nuovi, conoscere nuovi profumi, ma la sedia a rotelle la bloccava.

Incidente piuttosto grave, non per colpa sua. L'ennesimo extracomunitario immigrato senza documenti validi che senza patente, senza assicurazione e con più alcol che sangue in vena, l'aveva centrata in pieno bruciando un semaforo. Lui era morto contro il muro di un palazzo. " Deo gratias".

Due ore per tirarla fuori dai rottami. Ossa rotta, ecchimosi e gravi lesioni.

Come premio sedia a rotelle. Ogni tanto provava a risalire in auto anche con amici, ma l'ansia e la paura erano ingestibili.

A distanza di mesi si destava rivivendo le scene dell'incidente.

Terapie, psicologi, benzodiazepine e calmanti in dosi leggere.

Voleva tornare a vivere e respirare senza sentire dolore.

Nel cassetto, dentro l'agenda, le foto di quella sera. Restava sempre stupita dallo stress che le paratie ed il telaio potevano tollerare.

Doveva essere morta, ma scampò alla signora con la falce.

Credente a modo suo, non aveva mai chiesto nulla alla fede, un rapporto non troppo idilliaco.

La teoria che ogni persona è fallibile che la chiesa era fatta di persone e quindi fallibile, non le dava sicurezza. Però visto l'episodio, un po'di domande se le poneva.

Per fortuna c'erano gli amici. Pasquale, Sandra, Paola e pochi altri. Le facevano meglio dei medicinali anche se alcuni erano nocivi come il cianuro. Ogni giorno, pioggia compresa, tranne che vento, alle 15 suonava Bio. Caricava la carrozzella sull'ascensore, la prendeva in braccio e via fuori.

Era dimagrita parecchio, ma non lo disse mai. Andavano nei parchi, cercavano gli angoli più appartati e tranquilli. Sempre guidata e sorretta, faceva brevi camminate, anche senza supporto.

Stava migliorando. Il sorriso stava tornando sul suo volto, anche se era presente quell'alone costante di ansia e paura.

Respiri corti, sospiri e lacrime. Bio capiva lo sconforto, lo rispettava, ma non lo accettava fino in fondo. Era viva, messa male, ma viva. Il fatto che si buttasse giù era comprensibile e di tutto questo doveva ringraziare quel deficiente di Pasquale e quella svampita di Paola.

Uno era lo specchio dell'altra. Dovevano tirarla su di morale non affossarla.

Prima o poi ci avrebbe fatto due chiacchiere, ma conoscendo i due e conoscendo la sua scarsa pazienza verso i somari, sarebbe stata una conversazione a senso unico.

Pasquale, stendiamo un velo pietoso bello scuro, un uomo come tanti, ma con un quoziente intellettivo di un piccione morto. Fissato con i capelli, con il calcio, serate mondane, fighettino e vuoto come un salvadanaio esploso. Paola, come avesse fatto ad arrivare a quarant 'anni con quel tipo di mentalità, era una grossa incognita.

Ridevano per tutto, non prendevano mai nulla sul serio. Sempre frasi retoriche, scontate.

Cominciavano ogni frase con "Cioè" e le finivano con "Boh ".

La cosa triste era l'assoluta mancanza di giudizio.

Sandra, era cresciuta con Romina, sapeva prenderla. Avevano il carattere simile.

Una quercia, solare. Un po' matta, ma era il suo punto di forza.

Sarebbe stato utile e terapeutico farle fare una vacanza, aveva bisogno di sole, non di nuvole.

Era ad un passo dalla depressione.

Una notte come tante mentre mi stavo guardando Csi, mi squillò il cellulare.

Era Sandra.

" Bio, è successo qualcosa. Romina non mi risponde. Vieni, presto".

Restai stordito, come iptonizzato, non sapevo che fare e cosa pensare.

Presi la prima cosa che avevo sotto mano ed uscii.

Arrivai sotto casa.

Dopo squilli e scampanellate invano, si decise di valicare il muro.

Per fortuna stava al primo piano con un cortile interno rialzato. Non fu difficile accedervi.

Entrammo in casa dalla veranda. Cominciammo ad accendere le luci e chiamarla.

Nessuna risposta.

Preoccupati ed in crescente paura, girammo la casa come trottole impazzite.

La trovammo in cucina.

Distesa a faccia in giù, la sedia a rotelle per terra. Pillole sparse sul pavimento.

Un biglietto sul tavolo: " Non ce la faccio più, ho perso tutto".

Increduli, incapaci di parlare.

Ci mettemmo accanto al suo corpo, ormai freddo, in attesa che l'ambulanza e la polizia venissero.

"Adesso è libera" disse Sandra con un fil voce.

"Libera? ? Libera un cazzo, poteva farcela, doveva farcela, porca eva" Replicai fra una lacrima ed un pugno sul pavimento.

In lontanza le sirene, il fischo del treno, una notte che non scorderemo mai più.


Matteo Bio Matteucci 24/09/2014 15:16 479

Opera pubblicata ai sensi della Legge 22 aprile 1941 n. 633, Capo IV, Sezione II, e sue modificazioni. Ne è vietata qualsiasi riproduzione, totale o parziale, nonché qualsiasi utilizzazione in qualunque forma, senza l'autorizzazione dell'Autore.
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I fatti ed i personaggi narrati in questa opera sono frutto di fantasia e non hanno alcuna relazione con persone o fatti reali.


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