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Romualdo, l’angelo ribelle

Amore

Sono molto affezionato al personaggio, per molti versi leggendario ed unico, di cui mi accingo a raccontare la storia che lo lega indiscutibilmente ad Amardolce, un piccolo paesello montagnoso dell’ entroterra abruzzese, in provincia di Chieti.

Si chiamava Romualdo, ma quasi tutti gli amardolcesi lo chiamavano affettuosamente «combà pazze», un appellativo che gli era stato conferito dalla popolazione locale perché era obiettivamente un demente acclarato.

Romualdo appartiene di diritto alla storia di Amardolce come ci fanno parte tutte le bellezze urbane del villaggio come per esempio il Paese Vecchio, la Fontana Monumentale ed il Vicolo di Mezzo.

Egli è parte integrante del tessuto urbano e psicologico di molte storielle ambientate in quel meraviglioso sobborgo che fanno quasi sempre riferimento a quell’ uomo buono che passava le sue giornate ad aiutare bonariamente il prossimo.

Non sono soltanto gli innumerevoli aneddoti legati alla sua particolare personalità ad interessarmi, ma l’ impatto emotivo che essa ha suscitato durante la mia permanenza ad Amardolce.

Ho sempre avuto una speciale venerazione per «combà pazze» per due motivi, che sono direttamente legati tra loro ma che si sono svolti in periodi diversi: il primo all’ inizio nel 1944, quando mio padre non ebbe il tempo materiale di comunicare a mia madre che si era arruolato nella «Brigata Majella» ed il secondo all’ inizio degli anni Settanta, quando mio padre lo invitò a mangiare a casa nostra.

Durante la notte del 23 febbraio 1944, Romualdo svegliò mia madre ed i miei cinque fratelli che dormivano profondamente in una casa diroccata, dopo una nottata di tremendi bombardamenti.

«Minervina, Minervina, Angiolino di Garibaldi è andato a fare il patriota», sbraitò Romualdo, scomparendo subito dopo correndo a «rotta di collo» in mezzo alla neve.

Il fatto che fosse stato lui il messaggero designato da mio padre per comunicare a mia madre lo straordinario evento è sempre stato per me un valido motivo di simpatia verso quell’ uomo umile e dall’ aspetto alquanto sui generis.

Mio padre si arruolò volontariamente nella «Brigata Majella», gloriosa formazione partigiana abruzzese, dopo il famigerato «Eccidio di Sant’ Agata», avvenuto il 21 gennaio 1944 a Gessopalena, ma non era riuscito a comunicarlo a mia madre perché era stato comandato per una rischiosa missione partigiana sulla Majella. Romualdo pronunciava parole incomprensibili, difficili da decodificare anche dagli stessi abitanti del paese per cui riusciva a superare i controlli che i tedeschi eseguivano in continuazione per le strade sterrate di Amarolce.

Nessuno di loro avrebbe mai immaginato che una persona diversamente abile, potesse essere una staffetta partigiana, anche se spesso in maniera inconsapevole.

All’ epoca dei fatti, entrare a fare parte di una formazione partigiana comportava dei seri rischi per i Patrioti e fu raccomandato loro dal Comando Inglese, che aveva il Quartiere Generale a Casoli, e dai responsabili della «Brigata Majella», per quanto fosse possibile, di non divulgare la notizia perché rischiavano la vita sia loro che i loro familiari.

Tra le carneficine più terribili perpetrate dai Tedeschi, con la complicità dei Fascisti, la più tremenda fu quella dell’«Eccidio di Sant’ Agata» dove furono trucidate 42 persone innocenti.

La strage avvenne in Contrada Sant’ Agata di Gessopalena dove i Tedeschi compirono il terribile sterminio in rappresaglia dell’ attentato di « Santa Giusta» di Torricella Peligna, ad opera di alcuni Partigiani mai indentificati, avvenuto il 20 gennaio 1944, dove persero la vita alcuni soldati teutonici.

Il ricordo di quel terribile eccidio non è mai scomparso dalla memoria degli abitanti di Gessopalena.

I responsabili del vile massacro, che appartenevano agli «alpenjä ger», componente di fanteria leggera delle truppe da montagna di Germania ed Austria, non sono mai stati processati pubblicamente e, suppongo, siano morti di vecchiaia nei loro letti, con la benedizione di qualche prete compiacente.

Ogni volta che torno al paese, mi reco in Contrada Sant’ Agata per omaggiare simbolicamente le vittime di quel vile scempio.

Su tale argomento, ho scritto anche un racconto breve intitolato «La strage di Sant’ Agata» che descrive il terribile eccidio.

Il secondo motivo per cui ho un’ innata venerazione per Romualdo è legato al fatto che, verso l’ inizio degli anni Settanta, mio padre lo invitò a mangiare con noi perché «combà pazze» lo aveva aiutato a raccogliere la legna per l’ inverno. Papà, dopo aver lavorato per molti anni in una cava di pietre, in Francia, soffriva di nefrite e non riusciva a svolgere lavori particolarmente faticosi per cui chiese aiuto a Romualdo che accettò immediatamente l’ invito.

Lui arrivò a casa nostra in anticipo.

Mi ricordo che stavo studiando Italiano per un’ interrogazione ostica, quando vidi la sua sagoma dietro al portone d’ ingresso, con pannelli in vetro e alluminio. Suonò il campanello che emise un suono lacerante.

In certi casi, i dettagli sono molti importanti perché suggellano l’ eccezionalità dell’ evento e gli danno una grande rilevanza che in altri contesti potrebbe apparire ordinaria.

Alzai la testa e fu come se lo vedessi per la prima volta nella mia vita.

A dire il vero, lo avevo visto qualche volta in giro per il paese ma, per motivi inspiegabili dal punto di vista razionale, lo avevo sempre evitato perché sostanzialmente lo temevo. Il motivo del mio atteggiamento irrazionale era dovuto al fatto che spesso beveva. Quando era alticcio, camminava per le strade del paese barcollando, ma non era capace di fare del male neanche ad una mosca.

Una sola volta assistetti ad una scena in cui «Combà pazze» reagì in maniera sproporzionata alle ingenue provocazioni di alcuni perdigiorno, che lo infastidivano, lanciando loro delle pietre.

L’ uomo che mi si presentò davanti mi tolse il respiro.

Era vestito in maniera eccentrica, nonostante il caldo afoso estivo. Indossava un berretto color paglia, calato in maniera buffa sulla testa, una giacca scura con addosso una specie di poncho messicano, sotto alla giacca faceva capolino una camicia a quadretti annodata sulla pancia, un eccentrico paio di pantaloni bagnati all’ altezza delle caviglie ed un paio di chioche rigorosamente realizzate con il copertone delle macchine.

Di primo acchito, il suo abbigliamento mi fece venire in mente il sapace, l’ abito tradizionale indossato dai guerriglieri messicani nei film western di Sergio Leone.

Entrò nella cucina, dove io stavo studiando, e dopo essersi guardato attorno con circospezione, si sedette pesantemente sulla sedia di paglia posta sul lato apposto alla porta d’ ingresso.

Frugò nelle tasche della giacca, che vestiva con sorprendente nonchalance, e prese l’ occorrente per rullarsi una sigaretta. Dopo aver acceso la cicca con un fiammifero, mi guardò con un’ espressione che non sono mai riuscito a dimenticare.

Cominciò a bere rumorosamente il vino che gli avevo prontamente servito, conoscendo la sua smisurata passione per il Montepulciano d’ Abruzzo, dopodiché si asciugò le labbra con la manica della giacchetta.

«Tu, sei il figlio di Angiolino di Garibaldi?», mi disse con un tono di voce sorprendentemente piacevole. Non mi aspettavo che «combà pazze» avesse una voce così aggraziata.

Ero visibilmente a disagio, ma finalmente capii perché i soldati tedeschi non sospettarono mai di lui. Le sue parole sembravano quelle pronunciate da un bambino di otto anni, ma l’ intonazione della sua voce riusciva ad attraversare le corde emotive del cuore di qualsiasi interlocutore, compreso quello di un aguzzino nazista.

Ero particolarmente felice d’ aver di fronte a me l’ uomo a cui mio padre aveva assegnato l’ arduo compito di comunicare a mia madre la sua decisione d’ entrare nella Resistenza.

Romualdo rimase a mangiare con noi, dopodiché uscì dalla stanza mormorando tra i denti parole incompressibili ed inarticolate.

Mi ricordo che per alcuni giorni sentii l’ odore aspro delle sue sigarette rollate. Sono certo che la rievocazione dell’ aspetto di quest’ uomo, buono come il pane appena sfornato, mi accompagnerà per tutta la vita.

Dopo la sua dipartita, avvenuta qualche anno dopo, mi diverto spesso ad immaginare che «Combà pazze» continui a fare la staffetta partigiana e che porti dispacci segreti di protesta agli angeli ribelli del paradiso, fumando le sue solite sigarette particolarmente puzzolenti.



«La strage di Sant’ Agata»: 4° posto al Premio Letterario « Città di Pinerolo», con la seguente nota di valutazione critica della Giuria: « La realtà orrenda della guerra, le degenerazioni disumane ad opera dei militari tedeschi, il sacrificio di persone innocenti; tutto è descritto con fredda lucidità, da cronista neutrale. Proprio questo modo di raccontare i fatti rende questa storia se possibile, se possibile, ancora più efficace nella sconcertante realtà dei fatti. Persino il silenzio delle montagne e la nevicata copiosa sembrano sottolineare l’ assurdità dell’ odio umano quando viene destinato a colpire altri esseri umani, specie se deboli e indifesi. Nell’ animo del lettore sono due le reazioni che si innescano: l’ esecrazione per le bestiali violenze compiute e la speranza che mai più in futuro si possano ripetere azioni tanto odiose».



Sergio Melchiorre 10/07/2020 16:39 309

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