Erano da poco passate le nove di sera quando il campanello suonò alla porta principale.
Giulio, suo da sempre fedele servitore, aprì impassibile l’ uscio.
Entrarono subito, senza molto garbo, due uomini severi, massicci ed imponenti.
Esibivano, con autoritaria indifferenza, i loro tesserini che li identificavano quali carabinieri.
Poi, mentre mostravano a Giulio l’ ordine di cattura firmato dalla procura della repubblica, "siamo incaricati di eseguire l’ arresto di Giovanni Serante, è in casa?"
Giulio ebbe un attimo di disorientamento che subito superò, poi, con tono distaccato e professionale, rispose "si è in casa! Ora lo vado a chiamare".
Ma non fece neppure in tempo di avviarsi che si aprì una porta e comparve Giovanni Serante, l’ onorevole, come lo chiamavano tutti.
Pregò con molta gentilezza il suo domestico di ritirarsi e si presentò.
L’ onorevole era un uomo sulla sessantina, abbastanza alto, dalla corporatura snella ed energica.
Aveva capelli spessi e crespi. ormai invasi dalla canizie, ma che ancora cercavano di resistere all’ inesorabile decadimento senile.
La sua pelle appariva untuosa e viscida, quasi fosse una proiezione dei piccoli e sfuggenti occhi che, pur apparendo inespressivi, nei momenti più importanti assumevano una loro solidità e davano al suo sguardo un’ espressione determinata e decisa.
Rapidamente esaurì con i due militi una conversazione prettamente burocratica.
Questi gli lessero compiutamente il contenuto del mandato di cattura, egli declinò le sue generalità ed altri dati che gli erano stati richiesti, dopodichè chiese un pò di tempo per prepararsi le cose più essenziali da portare con sè e per dare l’ ultimo saluto ai suoi familiari.
Entrò nel salotto, dov’ erano in silenziosa attesa i suoi cari, dopo aver dato a Giulio disposizioni rigide e sbrigative riguardanti il bagaglio che voleva portare con sé, si rivolse verso di loro, erano tutti ammutoliti ed incapaci di proferire parola, soltanto Luca, il figlio di 10 anni, sembrava non rendersi conto della gravità del momento e ripetutamente cercava di sfuggire a quella seriosità per andare a giocare col suo trenino, che si trovava in fondo alla sala.
L’ onorevole cercava, per quanto gli era possibile di mantenere un atteggiamento imperturbabile, ma non riusciva proprio ad assumerlo in modo spontaneo e naturale, un lieve tremore della bocca, le parole che non uscivano sicure, ma faticosamente smozzicate, denotavano una sua grande sofferenza ed il grande bisogno che sentiva di lasciarsi andare e piangere; abbracciò la moglie, sussurrandole nell’ orecchio qualche impercettibile parola affettuosa, poi salutò i due figli maggiori, Teresa e Luigi, parlò a tutti in maniera tranquilla, si dimostrò fiducioso ed ottimista, non c’ era da preoccuparsi, tutto si sarebbe risolto per il meglio entro breve tempo.
Infine si inginocchiò davanti al piccolo Luca, lo strinse forte al suo petto e gli disse, con la voce strozzata da alcune lacrime che non riuscivano ad uscire, "ciao Luca, il tuo papà va a fare un lungo viaggio, ma vedrai che starò via per poco e non appena sarà ritornato andremo pescare nel lago come ti avevo promesso", si alzò di scatto ed uscì dalla stanza senza più voltarsi per non avere altri cedimenti.
Nella sala d’ ingresso salutò anche Giulio, che lo stava attendendo, per porgergli la valigia che gli aveva preparato; "se volete che andiamo io sono pronto!" disse poi, rivolgendosi ai due militari, ed accompagnato da loro imboccò l’ uscita.
Non era per niente rimasto sorpreso da quell’ evento, tutt’ altro, lo presentiva già da diversi mesi, anzi, per essere più precisi, aveva la certezza che questo sarebbe al più presto successo.
Non appena la magistratura aveva dimostrato di voler indagare seriamente nel mondo della corruzione pubblica aveva capito che per lui non vi sarebbe stato scampo.
Come poteva infatti sperare di evitare di essere indagato quando per tanti anni aveva amministrato ai massimi vertici colossali interessi pubblici e sapeva benissimo che il suo operato era stato tutt’ altro che corretto ed ortodosso.
Ciò che, leggendo il mandato di cattura, lo lasciò frastornato e perplesso, fu il constatare come fra le mille gravi imputazioni per le quali avrebbe potuto essere inquisito, fosse stato invece accusato per una mancia, neppure eccessiva, di cui a malapena si ricordava, di un tale, a lui quasi del tutto sconosciuto, che quasi forzatamente voleva in quel modo ringraziarlo per aver vinto l’ appalto per l’ installazione di una diecina di lampadari artistici da collocare nella sede del suo ministero.
In quei momenti, come se stesse guardando un film, la sua mente era attraversata da tutte le immagini più salienti della sua carriera e della sua vita.
E raffrontava tutte quelle immagini piene di ricchezza, di affermazioni e di gloria con gli ultimi mesi trascorsi, quando la sua parabola ascendente si bloccò per precipitare a capofitto nel fango.
Era passato ben poco tempo da quando la sua casa era quotidianamente meta di centinaia di postulanti che umilmente impetravano qualche favore o qualche parola giusta nei posti giusti.
Aveva tre segretarie che a tempo pieno si occupavano di smistare e risolvere le più svariate richieste che gli pervenivano.
Aveva stilato una specie di listino prezzi delle diverse prestazioni che egli di volta in volta andava esaurendo.
C’ era la raccomandata semplice che costava relativamente poco, la raccomandata garantita che aveva viceversa un prezzo di gran lunga più elevato, poi c’ era la prestazione diretta il cui costo era definito sulla base della concessione riservata, c’ erano poi molti altri tipi di intervento che venivano alternativamente valutati sul campo.
Viveva in una villa meravigliosa, edificata in un colle molto prossimo al centro storico della città, ma che, per qualche miracolo della storia, non era mai stato toccato da alcun tipo di sviluppo urbanistico ed era rimasto fino ad allora completamente disabitato e privo di qualsiasi unità rurale od abitativa.
Vi era addirittura una legge che da lungo tempo lo tutelava quale patrimonio paesaggistico e faunistico.
Ma l’ onorevole, dopo una complicata serie di operazioni di dare ed avere con una nutrita serie di persone altolocate, era riuscito, in virtù di un’ altra legge, la 777 comma 3, in un tempo velocissimo ad ottenere tutte le autorizzazioni necessarie per potersi costruire la sua villa meravigliosa.
Era stata strutturata con un disegno molto articolato e fantasioso, disegno ideato dal più prestigioso architetto della città, assistito e condizionato continuativamente dalla signora Gisella, la moglie dell’ onorevole.
Era composta da più di sessanta stanze, fra piccole e grandi, vi era anche un vastissimo salone, adibito a ricevimenti e feste danzanti, che poteva contenere più di trecento persone.
L’ arredamento interno era certamente quanto di più lussuoso si potesse reperire sul mercato.
Legni massicci ed intarsiati, cristalli preziosi, elaborati oggetti esotici, pezzi d’ antiquariato di rara bellezza, tappeti finissimi arabescati con certosina pazienza facevano bella mostra di sé in ogni angolo della casa.
Le pareti erano addobbate con quadri d’ autore.
Vi erano appese anche diverse tele del settecento napoletano e veneziano che, si diceva, erano state deviate dai musei in cui era stata decisa la loro destinazione e, accompagnate da un documento regolarmente bollato dal ministero dei beni culturali, erano arrivate ad ornare la casa dell’ onorevole.
I ricevimenti e le feste che frequentemente venivano organizzati in questa villa erano oggetto di meravigliati commenti da parte della popolazione di tutto il circondario.
Si raccontavano le cose più inaudite ed incredibili su quanto avveniva all’ interno di quella casa in quelle occasioni.
Lo champagne scorreva a fiumi, interi squadroni di cuochi e camerieri d’ alto livello erano reclutati presso i più rinomati ristoranti e le specialità culinarie che venivano offerte ai commensali erano quanto di più sofisticato si potesse reperire.
Quando avvenivano questi ricevimenti nelle ore precedenti si verificava un imponente movimento che non poteva passare inosservato tutt’ intorno.
Si osservava un incessante via vai di lussuose fuoriserie, auto blù governative ed altre strane auto che appartenevano certamente ad autorità di prestigio.
Numerosi elicotteri dei carabinieri sorvolavano la zona, mentre tutte strade confinanti con la collina erano meticolosamente pattugliate da un imponente servizio d’ ordine.
Si diceva che a questi incontri non mancasse nessuno dei pezzi grossi della politica e che in quella sede venivano prese, fra un bicchiere di champagne ed un assaggio di caviale, molte decisioni importanti.
Nel periodo estivo parte di queste serate venivano allestite nel grande parco adiacente la villa, dove erano offerti agli astanti anche molti spettacoli di vario genere e la possibilità per i più audaci di un refrigerante bagno nella grande piscina.
Ma all’ onorevole tutto questo non bastava, spesso, per dare dimostrazione di importanza e di potenza requisiva i più sontuosi palazzi della città ed in quelle sedi invitava le più importanti autorità, offrendo loro indimenticabili kermesse cultural gastronomiche.
In quelle occasioni, per assolvere a tutte le incombenze che l’ evento comportava, venivano impiegati centinaia di pubblici dipendenti che ricevevano poi il giusto compenso per le loro prestazioni dalle casse dello stato.
D’ altronde tutti i costi sostenuti andavano a ricadere sul bilancio dello stato.
Nella nota spese che di volta in volta veniva compilata questi erano definiti con i più svariati appellativi.
Talora si trattava di una cena di rappresentanza, tal’ altra di rapporti internazionali, tal’ altra ancora di incontri socio culturali di pubblica utilità.
Stupiva il fatto che tutto il potere di cui l’ onorevole disponeva, poggiasse sul fatto di essere egli uno dei leader più autorevoli di una formazione politica che contava però di una scarsissima rappresentanza parlamentare.
Ma il particolare sistema politico italiano, estremamente frazionato e dispersivo,aveva permesso al suo partito, nel contesto del gioco semi demenziale degli equilibrismi e delle alleanze, di conquistarsi uno spazio di gran lunga maggiore di quanto in realtà non gli spettasse.
L’ onorevole si occupava con molta attenzione del suo serbatoio di voti, in quanto sapeva che da quello dipendeva la sua più o meno grande influenza all’ interno del suo partito.
Manteneva perciò stretti e continui contatti con il suo elettorato.
Girava senza sosta per tutti i paesi del circondario, ascoltando i problemi e le lagnanze della gente.
Nei bar e nei circoli di tutti quei luoghi si potevano ammirare splendide gigantografie in cui lui appariva sorridente, circondato da tutti i venerabili indigeni che tronfi e compassati, sembravano voler dire quanto erano orgogliosi di esserci.
Nelle occasioni solenni poi, quando ricorreva il patrono o un importante appuntamento elettorale o giù di lì, allora le sue visite erano molto più vistose ed ufficiali.
Troneggiava compiaciuto sul palchetto predisposto al centro della piazza, attorniato da sindaco, vicesindaco, curato e vari presidenti dei più strani enti.
D’ altronde era da tutti riconosciuto come un abile oratore, provvisto di una parlantina sciolta e forbita.
Faceva uso di una dialettica ponderata e tranquilla, salvo talvolta alzare il tono della voce quando voleva manifestare la sua presunta indignazione verso quelle cose che andavano contro i suoi declamati principi morali.
Allora si infiammava enfaticamente e riusciva a convincere tutti gli astanti della sincera dirittura morale da cui si diceva animato.
Poi la situazione precipitò.
La grave crisi economica e sociale che a causa del malgoverno stava investendo tutta la nazione, fece si che nuove forze emergessero prepotentemente per por fine a questo andamento.
Tutto il marcio che covava sotto la retorica del regime cominciò ad essere portato alla luce.
La magistratura cominciò ad agire.
Vennero arrestati ed interrogati dapprima dei pesci piccoli, ma quando questi cominciarono a vuotare il sacco prese forma un’ immensa ragnatela in cui erano tutti o quasi tutti invischiati.
Cominciarono ben presto a cadere le teste più importanti, tutti i big che per tanti anni avevano dominato la scena pubblica si eclissarono totalmente.
I primi maldestri tentativi dei vecchi partitocrati per cercare di opporre qualche tipo di resistenza a questo giustizialismo avanzante andarono in fumo.
Di fronte al pericolo incombente tutti, dopo aver messo in valigia quante più cose potevano, cercarono di sparire nell’ ombra, sperando, ognuno per proprio conto, sperando di farla franca ed essere dimenticati.
La storia non ha ancora risposto se questa, per i più, sia stata la scelta giusta, ma l’ onorevole certamente non si illudeva nel seguire, suo malgrado, questa tendenza.
Erano passati diversi mesi ed il suo nome, pur essendo affiorato più volte sugli organi di stampa come possibile indagato, non era ancora mai stato posto direttamente sotto accusa.
Ma era ormai solo questione di tempo, tutte le nespole quando sono mature cadono al suolo.
Le cupi nubi che si stavano addensando ruppero l’ incantesimo spavaldo, irridente e festaiolo in cui, per tanti anni, si erano gingillati tutti quei personaggi politici d’ alto bordo.
Nessuno ormai conosceva più nessuno.
Quelli meno esposti cercarono di cancellare anche le più lievi tracce del loro passaggio.
Nel contempo provavano a rifarsi la faccia, tentando, quando potevano, di insinuarsi con finta indifferenza nelle nuove formazioni politiche che dalle rovine ancora fumanti andavano sorgendo.
Ma i più noti, i più invischiati, i più compromessi, non potevano fare ugualmente, ed allora ognuno pensò per sé, conformemente al proprio carattere ed alle proprie possibilità.
Qualcuno fuggì via in caldi paesi esotici trovando modo, in accoglienti ripari già da lungo tempo approntati, di trascorrere una serena vecchiaia dando fondo ai sudati risparmi accantonati.
Qualche altro, contando ancora su armi affilate ingrado di incidere sulla nuova politica che si stava imponendo, attendeva impassibile che la bufera passasse, pronto a ferire se qualcuno avesse osato attaccarlo.
L’ norevole invece non era uno di questi qualcuno, era molto attaccato alla sua terra e non aveva rifugi lontani.
Era sempre stato un uomo molto importante, ma sua era stata un’ importanza politicamente inconsistente e non aveva mai avuto parola sulle manovre più sotterranee e nascoste.
Il nuovo avanzante a lui non era debitore di nulla e perciò lo poteva ignorare.
Allora attendeva apatico e stanco che tutto andasse per la sua strada.
E quella sera era giunto per lui il momento di rispondere per il suo trascorso operato.
La prego onorevole, salga!", gli disse quello che sembrava il più autorevole dei due carabinieri.
Si sedette sul sedile posteriore dell’ alfetta dei carabinieri, i due militi si accomodarono al suo fianco afferrandolo saldamente per i gomiti per, secondo legge, dissuaderlo da assurdi tentativi di fuga.
Un terzo carabiniere, che aveva atteso all’ interno della macchina, avviò il motore e, dopo alcune brusche accelerate, partì via facendo stridere rumorosamente le ruote sull’ asfalto.
In poco più di dieci minuti attraversarono tutta la città ed arrivarono di fronte ad un imponente, tetro, grigio edificio.
Senza che nessuno nemmeno scendesse dall’ auto si aprirono due grandi portoni ed il veicolo entrò.
Superato un vasto cortile si fermarono davanti ad una palazzina illuminata a giorno.
I due carabinieri che gli sedevano al fianco lo accompagnarono dentro.
Si presentarono, consegnarono tutte le documentazioni che avevano con loro, firmarono decine e decine di dichiarazioni, dopodiché, affidato il prigioniero a due guardie carcerarie, se ne andarono.
Immediatamente l’ onorevole venne fatto entrare in una grande stanza dove, dietro una lunga fila di scrivanie, stavano seduti numerosi impiegati che, apparentemente annoiati, parlottavano fra di loro.
Quello che sedeva al centro della fila, dietro la scrivania più distinta, salutò l’ arrivo dell’ onorevole con un grande sorriso sulle labbra e disse:
"oooh... buonasera signor Giovanni! Mi dispiace per lei, ma io oggi sono proprio felice di vederla qua; il suo nome è sulla nostra lista ormai da alcuni mesi ed è anche uno dei più puntati. Sa onorevole, noi qua ci divertiamo come possiamo, così abbiamo organizzato una specie di lotteria che abbiamo chiamato toto- onorevole, per cui ognuno investiva quanto voleva sul giorno di entrata qua dentro di uno qualsiasi dei personaggi inseriti nella nostra lista. Ed io avevo puntato, ed anche parecchio, su di lei entrante oggi, pensi un pò se non ho ragione di essere felice!".
Quando questi ebbe finito di parlare tutti i presenti scoppiarono in una fragorosa risata.
L’ onorevole invece appariva disorientato, imbarazzato e confuso e non riusciva proprio a partecipare a quell’ ilarità generale.
Ugualmente contrasse le labbra, smozzicando un mezzo sorriso, cercando attraverso quella sdrammatizazione burlesca di dare di sé un’ impressione tranquilla e serena, ma certamente non vi riuscì, la sua tensione ed il suo dolore erano troppo chiaramente evidenziati dalla sua gestualità.
Appena questa momentanea allegria si fu esaurita tutti si fecero seri e, tornati nell’ ambito delle loro funzioni, procedettero a sbrigare la sua pratica.
Venne ordinato all’ onorevole di spogliarsi completamente, venne pesato, misurarono la sua statura, lo fecero piegare in avanti e di fianco, la sua valigia venne perquisita completamente e gli ritirarono tutti gli oggetti non strettamente necessari.
L’ onorevole reagiva alle loro intimazioni come un automa ed eseguiva meccanicamente tutto quanto gli veniva ordinato.
Dentro di sé era completamente frastornato, ancora impedito di capacitarsi su come tutto questo gli potesse accadere.
Ma come? Soltanto fino a pochi mesi prima era assediato da tante persone che lo pregavano umilmente in cambio anche di una sola parola.
Nessuno avrebbe mai osato mancargli di rispetto, ma tutti nell’ accostarlo manifestavano una grande soggezione.
Pensò allora ad un famoso motto latino, "sic transit gloria mundi".
Ma e perchè proprio su di lui questo doveva trovare così efficace conferma?
Non trovava risposte, se non che non si può mai dare per scontata la vita in quanto essa, in ogni momento, può riservare inattese sorprese.
Gli fecero immergere le dita in un tampone pieno di inchiostro e gli rilevarono quindi le impronte digitali.
Poi lo fecero entrare in uno stanzino adiacente dove un anziano barbiere gli praticò un radicale taglio di capelli.
Infine, dopo avergli rivolto alcune domande di prassi, gli consegnarono la divisa carceraria.
Due secondini, che attendevano alla porta, si fecero avanti e, ricevute le istruzioni sulla destinazione del prigioniero, lo accompagnarono fuori.
Dopo aver superato un ingresso sbarrato e custodito, camminarono a lungo attraverso molti corridoi.
Ovunque c’ era un’ illuminazione accecante e dalle celle che costeggiavano questi camminatoi arrivavano espressioni volgari e battute feroci.
Quando qualcuno lo riconobbe e gridò il suo nome si alzarono ovunque altissime grida, quasi di giubilo, era un urlo che sembrava esprimere il senso di riscatto che provavano i reietti della società nel vedere un potente ridotto nelle loro stesse condizioni.
Arrivarono finalmente nel braccio politico, dove era stata decisa la sua reclusione.
Anche qui vi fu un nuovo cambio di consegne e fu affidato ad altre due guardie che subito provvidero a rinchiuderlo nella cella che gli era stata destinata.
Per cinque giorni fu sottoposto all’ isolamento più completo.
Gli ordini in tal merito erano stati tassativi, per evitare qualsiasi rischio di inquinamento delle prove, egli doveva essere assolutamente impedito di comunicare con chicchessia.
Furono per lui cinque giorni d’ inferno, in cui si sentiva invaso da una depressione profonda e da tanta voglia di farla finita.
Vedeva la sua immagine distrutta, tutti i suoi equilibri infranti e gli sembrava impossibile che potesse esistere per lui qualche altra modalità di vita.
Ma ogni momento che passava qualcosa di nuovo andava formandosi nella sua coscienza.
Il silenzio assoluto ed il continuo rimuginare su sé stesso lo spingevano, piano piano, ad allontanarsi da quella dimensione che aveva fino ad allora caratterizzato tutti i suoi pensieri e le sue azioni.
Staccata dalle circostanze avverse la spina che lo spingeva ininterrottamente ad una corsa frenetica ed immeditata potè, per la prima volta, osservarsi dall’ esterno e provare a capire se quanto lui precedentemente faceva aveva un senso ed era veramente quello che egli voleva.
Contemporaneamente dal suo profondo emergeva una sua diversa natura che egli percepiva a sé stesso sconosciuta ed anche se forse qualche volta intuita.
Una grande rilassata stanchezza cominciò ad impadronirsi di tutto il suo corpo e nel contempo si attenuava quel dinamismo esasperato ed ansioso che lo aveva fino ad allora sempre animato.
Si vedeva mentre indefesso stringeva mani, distribuiva sorrisi, adulava persone verso cui non provava neppure nessuna forma di stima ed il rivedere quelle sue azioni con quel suo nuovo stato d’ animo gli trasmetteva quasi un senso di ripugnanza per sé stesso.
Cercava allora di guardare sempre più a fondo cos’ era stata la sua vita.
Ripensava allora alla sua famiglia, a sua moglie con cui da molti anni non riusciva nemmeno più a parlare.
Davanti alla grande tavola imbandita, serviti e riveriti dai numerosi domestici, le poche parole che riuscivano a profferire riguardavano argomenti vacui o sciocchi, ma avevano completamente perso la capacità di esprimersi sensazioni e sentimenti. soltanto per richiedere il rendiconto
Ai figli, di cui ignorava tutto o quasi, che avvicinava soltanto per richiedere il rendiconto del loro operato scolastico o social sportivo, ma dei loro pensieri, dei loro problemi, delle loro difficoltà, non sapeva proprio nulla o quasi.
Tutto preso com’ era nel rincorrere le sue ambizioni, non aveva mai avuto tempo e neppure interesse per soffermarsi ad osservarli, per cercare di conoscerli e capirli.
Prima nei suoi comportamenti rifletteva i simboli ed i messaggi che riceveva dal suo mondo di appartenenza e gli sembrava che tutto quanto aveva conseguito e realizzato, tutto quanto lo circondava, fosse il massimo che un uomo potesse desiderare.
Ma adesso, che tutto questo non gli apparteneva più, sentiva anche che non era in fondo tutto ciò che egli avrebbe veramente voluto.
Gli costava molto fare quello che aveva sempre fatto.
Gli era capitato più di una volta, mentre stava accingendosi a partire per uno dei suoi importanti viaggi, quando avrebbe voluto rimaner solo e mandare tutto al diavolo.
Ma poi una forza strana che non riusciva a dominare lo afferrava dal di dentro e lo spingeva a continuare.
Era l’ educazione, erano gli imperativi che gli erano stati trasmessi dal padre che lo forzavano ad essere quello che era.
Ma ora tutto questo non aveva più importanza, ora poteva guardarsi veramente senza più schermi.
Ora doveva semplicemente stabilire con sé stesso se con la sua rovina aveva perso qualcosa di vitale ed importante ed allora non vi sarebbe stato nulla da fare ed avrebbe dovuto riconoscere che la sua esistenza si era conclusa con un grande fallimento privo di ragionevoli possibilità di riscatto.
Oppure doveva stabilire se la sua rovina non era stata altro che una benefica bufera che aveva spazzato via un edificio inconsistente per portare alla luce delle solide fondamenta fatte per tendere verso ben altri valori ed aspettative.
Ogni ora che passava, immerso in quella coatta meditazione, si allontanava sempre più da quel suo io sociale, arrivista e prevaricatore, ed entrava in sempre più magico contatto con quel suo io più primitivo e naturale, che, molto più intimista, andava verso una socialità più autentica ed umana.
Vedeva nel contatto vero con gli uomini e le cose le giuste ragioni della vita.
Allora capiva che quanto era successo non lo colpiva direttamente, ma colpiva soltanto uno dei tanti modi che egli aveva a disposizione per manifestarsi e probabilmente il più negativo.
Ora aveva riscoperto la sua più grande ricchezza, cioè sé stesso, e da sé stesso avrebbe potuto ricominciare la ricostruzione della sua vita.
Quando, dopo cinque giorni, venne avvisato che il suo isolamento era finito e che il giudice lo stava attendendo nel suo ufficio per sottoporlo ad un confronto con il suo accusatore egli poteva quasi considerarsi un’ altra persona.
Il processo che si era attivato dentro di sé aveva stravolto tutti i suoi parametri ed i suoi punti di vista ed egli, più che non essere preoccupato di difendersi da altri, era preoccupato di capirsi e di difendersi da sé stesso.
Mentre andava a quest’ incontro sentiva che qualunque cosa fosse successa nulla avrebbe potuto ferirlo, egli stava già giudicandosi per suo conto e nessun altro giudice avrebbe potuto far di meglio.
Appena entrò nella stanza dov’ era atteso vide un omino piccolo, piccolo e grassottello, completamente calvo, che non appena si avvide di lui, mostrandosi chiaramente impaurito ed agitato, si mise quasi a gridare tutta una sequela di accuse nei suoi confronti, "è lui...è lui... signor giudice... sono sicuro che è lui... già lo sapevo... ma adesso che lo vedo così da vicino non ho proprio più il minimo dubbio...è a lui che ho consegnato quei venti milioni perché mi comprassero i miei lampadari, ma sa, signor giudice! Io ho famiglia, ho cinque figli, ho sei operai che lavorano nella mia piccola azienda... ci arrangiamo come possiamo, ho bisogno di lavoro, dottore, e voglio mantenere tutte queste persone. Ma io non volevo, volevo far le cose regolari, ma mi hanno detto che se non facevo così non avrei mai vinto l’ appalto, ma io non ho fatto niente di male, dottore, mi c’ hanno costretto!.
Il magistrato ad un certo punto si alterò e lo zittì bruscamente, "adesso basta! Si segga e faccia silenzio!, quindi fece accomodare l’ onorevole nella seggiola di fronte alla sua scrivania.
L’ onorevole stentò molto a riconoscere nell’ omino una persona già vista, ma poi, guardandolo attentamente, riuscì a ricordare qualcosa e poi, piano piano, riuscì per sommi capi a ricostruire tutte le circostanze in cui quell’ incontro era avvenuto.
Molto tempo dopo l’ onorevole avrebbe appurato che non vi era quasi nulla di vero in quanto il suo accusatore diceva.
Si chiamava Gennaro Mazzetta e proveniva da un paese nel circondario della città, dove gestiva una piccola fabbrica di lampadari artistici ed altri articoli di tal genere.
Si stava svolgendo una grande festa nella sua villa, quando l’ aveva incontrato per la prima ed unica volta.
Era stato Rinaldo Maneggia a presentarglielo.
Quella sera egli non aveva proprio tempo da perdere, era infatti molto irrequieto perché doveva recarsi nel suo studio per prendere una decisione molto importante.
Doveva incontrarsi con i responsabili di tre ministeri per concordare gli ultimi particolari su quel grande viadotto in cui erano tutti cointeressati in base alle leggi 951 e 159.
Si trattava di un’ opera faraonica, dal costo colossale ed il bottino da spartire era veramente cospicuo, non aveva perciò tempo da perdere.
Inoltre non era sua abitudine occuparsi delle quisquilie, e perché per lui venti milioni erano veramente una quisquilia, e perché era sua convinzione che il rischio fosse il medesimo per le cose piccole come per le grandi e che perciò tanto valeva rischiare solo per le grandi.
Ma non voleva fare un torto al suo amico Rinaldo Maneggia, che era uno dei suoi più fidati collaboratori esterni e che, grazie alle sue grandi capacità, aveva un notevole potere su tanto elettorato che lo sosteneva.
Quando il Maneggia gli si avvicinò per parlargli del Mazzetta questi stava nel mezzo dell’ ingresso del salone, incerto se entrare od uscire.
Aveva un largo sorriso dipinto sulla faccia, un sorriso volutamente languido e visibilmente falso, teneva il cappello in mano, facendo bella mostra della sua rossa crapa pelata.
Dopo che egli acconsentì, suo malgrado, a conoscerlo, il Maneggia lo chiamò con un gesto della mano autoritario e sbrigativo.
Subito il Mazzetta partì a razzo: "mi scusi eccellenza, sa... io ho la moglie che sta poco bene, c’ ho sette figli... ho una aziendina che tira a campare... c’ ho nove operai, mi scusi eccellenza, lei mi dovrebbe fare una cortesia, c’ ho sant’ Antonio lassù che testimonia che dico la verità, lei eccellenza, per carità di Dio, dovrebbe dire a quei signori che mettono la firma, di dare il loro benestare all’ offerta che io ho fatto per l’ installazione dei lampadari al suo ministero".
Mentre stava finendo di parlare aveva estratto dalla tasca una specie di plico e cercava, con goffa ed inefficace discrezione, di metterlo fra le mani dell’ onorevole.
Questi a quel punto reagì rabbiosamente e, guardandosi intorno, per timore che quei gesti non passassero inosservati, disse al Mazzetta con tono scocciato; "ma cosa sta facendo? Vuole sputtanarmi davanti a tutti? Si metta d’ accordo con Maneggia, poi io vedrò cosa posso fare!".
L’ omino un pò impaurito, dopo aver lasciato il plico fra le mani del Maneggia, arretrò lentamente salameccando ed inchinandosi ripetutamente e nel compiere questi gesti continuava a ripetere: "grazie eccellenza, grazie eccellenza... grazie eccellenza...".
L’ onorevole, adombrato per l’ accaduto, se ne andò, diretto al suo appuntamento.
Dopo pochi minuti egli aveva già dimenticato l’ episodio e cancellato per sempre dalla sua memoria l’ immagine del signor Mazzetta.
Solo molto tempo dopo era venuto casualmente a sapere che quella persona era ben diversa da come si era descritta.
Aveva una fabbrica con ventisette dipendenti, che trattava come un negriero, sottopagandoli, ricattandoli, sottoponendoli a ritmi di lavoro massacranti ed offendendoli senza nessuna sensibilità.
Sua moglie godeva di ottima salute e trascorreva le mattinate in città facendo shopping nei migliori negozi.
Dimorava in una villa lussuosa, dotata di tutti i comfort, che un uomo arrivato poteva permettersi.
Aveva un parco macchine bastante per mettere in piedi un salone di autovetture, fra cui una grossa mercedes nuova di zecca che usava per il lavoro ed una ferrari rossa fiammante con cui la domenica scorazzava per le strade del paese.
Di figli ne aveva soltanto tre, e tutti e tre, emulando il padre, facevano tutto il giorno i galletti e mentre andavano a caccia di ragazze con le loro golf super accessiorate, menavano vanto di tutte le loro grandi qualità.
Inoltre massima parte del suo lavoro lo affidava in conto terzi, a delle piccole aziendine a cui consegnava modelli e materiale, e le spremeva come acciughe, perché diceva "queste sono molto meno impegnative di tirarsi un operaio in casa".
Sapeva benissimo che affermarsi nel mercato era molto difficile, che si faceva tanta fatica guadagnando pochi soldi, cercava perciò di inserirsi in quei mercati chiusi dove, più che non la qualità del prodotto ed i prezzi accessibili, contavano le buone conoscenze ed il saper compilare bene spesse pile di documenti.
Per questo motivo si teneva in stretto contatto con tanti personaggi impiegati in quei luoghi dove c’ era sempre la possibilità di combinare qualche buon affare.
Non mancava mai, nelle ricorrenze comandate, dal gratificarli con qualche solido omaggio, cosicché nel momento giusto non si dimenticassero di lui.
Il giudice, dopo aver zittito il Mazzetta, lo invitò ad esprimere nuovamente, questa volta con ordine e calma, la sua testimonianza.
Questi ripeté il suo racconto, aggiungendo nuovi particolari e rispondendo alle domande che il giudice gli rivolgeva quando voleva chiarire alcuni concetti.
Ogni tanto il magistrato lo frenava, quando i suoi strascichi emotivi tendevano a diventare superflui e patetici.
Esaurita questa prima parte dell’ interrogatorio fu la volta dell’ onorevole.
Egli riferì pacatamente la sua versione dei fatti, raccontò quanto era successo e le sensazioni che lui aveva ricevuto da quell’ incontro.
Confermò che il plico, contenente i venti milioni preparati dal Mazzetta, lui l’ aveva, seppure indirettamente ed involontariamente, accettato.
In effetti il Maneggia l’ aveva consegnato a sua moglie Gisella che il giorno dopo, senza preoccuparsi di chiedere l’ autorizzazione al marito, aveva usato quello stesso denaro per pagare un piccolissimo e preziosissimo vaso cinese dell’ età Ming che aveva appena acquistato.
Il confronto si concluse molto rapidamente, l’ onorevole fu molto conciso nella sua esposizione e dimostrava chiaramente il desiderio di non prolungare quella conversazione oltre il minimo indispensabile, cos’ il giudice, che si riteneva abbastanza soddisfatto dal tono e dal contenuto delle risposte ricevute, li congedò entrambi.
Sicuramente se quell’ interrogatorio fosse avvenuto al momento del suo arresto l’ onorevole si sarebbe comportato in modo molto diverso.
Avrebbe reagito con veemenza ed indignazione alle accuse del Mazzetta, avrebbe recisamente negato di aver ricevuto del denaro da quella persona, probabilmente avrebbe incaricato il suo avvocato di intentare causa per diffamazione al suo accusatore ed avrebbe infine direttamente richiesto di essere rimesso in libertà per inconsistenza di prove.
In effetti cosa c’ era di tangibile che dimostrasse la sua corruzione, c’ era soltanto la parola di quel tale che per legge valeva quanto la sua, un tale che tra l’ altro, una volta che venisse effettuata un’ attenta analisi della sua personalità, non avrebbe certo offerto dei credibili riferimenti di affidabilità.
Ma in quei giorni l’ onorevole aveva preso la sua grande decisione, aveva deciso di non più lottare.
Aveva deciso di non sprecare le sue energie per difendere una causa indifendibile, una causa che apparteneva ad una sua immagine, un’ immagine che ormai percepiva odiosa, e che non era certo la parte più importante di quel sé stesso che stava venendo alla luce.
A cosa sarebbe servito scagliarsi con rabbia contro questo primo ostacolo, quando di lì a poco altri di più prepotenti ed invincibili ne sarebbero sorti.
Non provava più alcun interesse per quanto stava perdendo, in quel momento tutta la sua volontà era indirizzata a capire chi egli veramente era e perché fino ad allora aveva agito in modo tanto inconsulto.
Probabilmente già allora e nel futuro sarebbe stato travolto da tante cose ingiuste e non vere, sarebbe stato stritolato da un meccanismo più forte di lui, un meccanismo assetato di sangue, che gli avrebbe accreditato fatti e misfatti anche inesistenti; ma egli quel meccanismo lo conosceva benissimo, nella sua vita tante volte ne aveva guidato il timone, era sempre e solo la sua immagine antica che insieme a tante altre immagini uguali alla sua lo proiettava, questo meccanismo, onde impedire il rinnovamento ed inibire la verità.
Mentre riferiva al giudice la sua versione dei fatti egli appariva completamente estraniato, sembrava stesse parlando di un’ altra persona e non di sé stesso, ed era vero, egli in effetti parlava di un altro sé stesso.
Quando si ritrovò solo nella cella si sentì veramente sollevato, sollevato perché era finalmente finito quel fastidioso incontro e perché era riuscito, con il suo comportamento, a dare un calcio al suo passato.
Dopo l’ interrogatorio ebbe fine anche il suo isolamento.
Rimase recluso nella stessa cella, ma poteva uscire per i pasti e per le ore d’ aria.
Per lui non cambiò comunque nulla, disteso immobile sul letto, continuò implacabile, per giorni e giorni, il suo viaggio all’ interno di sé stesso e senza mai usufruire di quelle possibilità.
Era perfino infastidito quando era costretto ad interrompere il corso di queste sue meditazioni per ritirare i pasti che un secondino gli consegnava attraverso un cunicolo costruito ad uopo.
Si trovò inoltre, suo malgrado, a dover fronteggiare un inaspettato elemento di disturbo.
Il secondino che faceva il turno della sera, un omone grande e grosso e che si esprimeva con una terminologia scurrile ed aggressiva, fin dal primo giorno in cui egli era arrivato là dentro aveva cercato un avvicinamento.
"Allora dottore, non lo vorrebbe un buon pacchetto di sigarette?", "caro dottore se uno vuole può viver bene anche qua dentro", "dottore, anche se io non potrei parlarle, basta che lei lo dica ed il le faccio avere tutto quello che vuole".
Aveva tentato in tutti i modi di provocarlo, di rendersi utile come diceva lui, ma l’ onorevole non gli dava nessuno spazio e neanche nessuna speranza per quello che era il suo chiaro intento, cioè trarre profitto dalla situazione di bisogno in cui era costretto l’ onorevole.
Questi rispondeva a monosillabi, rifiutando qualsiasi offerta, dimostrandosi apatico e completamente indifferente a quel non disinteressato aiuto.
Quando ad un certo punto il secondino capì l’ antifona e che non c’ era niente da fare si indispettì’ e divenne cattivo.
C’è l’ opinione corrente secondo cui una persona ricca in carcere goda di favori, preferenze, vantaggi, non vi è niente di più falso.
Una persona ricca in carcere, se non dispone di potenti e condizionanti appoggi esterni, è come una miniera d’ oro incustodita posta davanti ad una folla affamata di ricchezza.
L’ uomo che è soltanto ricco, ma che non ha nessuno dietro le quinte capace di placare gli appetiti di chi, a suo piacimento, può quest’ uomo soccorrere o sbranare, è come una florida città senza mura né difese con i barbari alle porte.
Questi può si avere quanto altri privi di mezzi non possono avere, ma più egli vorrà avere meno il suo denaro gli basterà per soddisfare questo suo bisogno.
L’ ingordigia umana è senza fondo e quando l’ aguzzino di turno capirà l’ intensità del suo desiderio non sarà mai sazio di quanto avrà richiesto per sentirsi soddisfatto.
Allora questo aguzzino, avendo già fiutato e pregustato la sua preda, vedendosi deluso si arrabbiò e prese a tormentarlo.
Apriva continuamente lo spioncino imponendogli di stare ritto in piedi e sull’ attenti, alla mattina lo svegliava bruscamente aggredendolo con insulti, qualche volta lo svegliava di soprassalto nel corso della notte ed adducendo i più ridicoli pretesti.
Poi, ricavando ben poche soddisfazioni dalle sue intemperanze, finalmente desistette dal sottoporlo a queste inutili angherie, distratto forse da qualche nuovo allettante arrivo.
Il giorno successivo alla fine del suo isolamento l’ onorevole venne convocato in parlatorio.
Arrivò accompagnato da una guardia in un grande stanzone, diviso nel mezzo da una parete sormontata da solide sbarre d’ acciaio che arrivavano fino al soffitto.
C’ erano altri due detenuti che stavano conversando con parenti o amici, ma egli non vide nessuno di sua conoscenza ad attenderlo.
Si guardò bene intorno fin quando non sentì il guaito di un cane proveniente da fuori e subito a seguire la voce squillante di sua moglie.
"Stai buono Fuffi che la tua mammina torna subito!".
Fuffi era un cagnolino peloso, che assomigliava a tutto fuorché a uno di quei cani normali che si vedono per strada, era provvisto di una ventina fra certificati di garanzia, di razza ed altro e l’ onorevole ricordava ancora con sgomento che quella volta che sua moglie l’ aveva portato a casa ancora cucciolo aveva firmato un assegno di nove milioni per pagarlo.
Finalmente lei comparve nella stanza e gli andò subito incontro.
"Oh Gian, Gian... come ti hanno ridotto, sei tutto pallido, povero il mio Gian e non posso neanche abbracciarti" disse, passando con le mani attraverso le sbarre per toccarlo.
"Non so più come fare ciccino mio... l’ avvocato mi ha detto che non dobbiamo preoccuparci, che pensa a tutto lui e che fra qualche giorno ti tirerà fuori di qui, ma come faccio a non preoccuparmi se ti vedo in queste condizioni?".
"Io non ce la faccio proprio più caro Gian, adesso poi capitano tutte insieme... ed io non so proprio come fare... c’è l’ INVIM da pagare e poi quelle due carte da firmare... ed io non so proprio come fare!".
Era tutta agitata, mentre parlava gesticolava senza sosta, quasi da sembrare un’ esaltata, continuava a dire sempre le stesse cose modificando solo qualche vocabolo, senza mai attendere che suo marito le desse una risposta, era come se stesse parlando da sola.
In effetti, pensò l’ onorevole, alias Gian, probabilmente stava realmente parlando da sola e riandò con la mente a trascorse situazioni che ora, con i suoi nuovi occhi, vedeva molto meglio.
Ripensò ai tanti dialoghi muti, che allora non riusciva a veder tali, in cui si erano trovati immersi.
Quando lei, tutta presa nell’ organizzazione di un ricevimento, parlava, parlava e parlava, ed egli faticosamente si insinuava nel suo discorso dicendo qualcosa, ma lei proseguiva come se non avesse neppure sentito o non tenuto in nessuna considerazione quanto egli aveva detto.
Allora si chiese per quali ragioni l’ avesse sposata e per quali ragioni avesse convissuto per tanto tempo con lei senza accorgersi di nulla.
Non gli fu difficile darsi la risposta, anche questa apparente scelta rientrava nella logica che aveva guidato tutte le sue altre azioni e, come in tutto il resto, si era lasciato andare ad una spasmodica ricerca dell’ immagine, così anche il rapporto che aveva costruito con la moglie faceva parte dello stesso disegno.
Non l’ aveva sposata per quello che era, ma per come appariva ed anche per quello che, in quel momento, voleva che essa fosse.
L’ aveva conosciuta quando era ancora all’ inizio della sua carriera politica ed a quel tempo gli sembrava un sogno tutto quello che lei poteva offrirgli.
Suo padre, Giorgio Sbruffoni, gestiva un avviatissimo studio notarile ed era l’ ultimo rampollo di una delle più antiche e note famiglie della città.
Lei oltre che ricca era anche molto bella, laureata, parlava con sicurezza due lingue straniere, elegante, sapeva affermarsi ed amministrarsi con grande padronanza nell’ alt società ed era perfettamente inserita in tutti i salotti più importanti.
Come avrebbe potuto non desiderarla?
Sull’ onda delle ambizioni che in quel momento lo guidavano lei era la compagna ideale, il riuscire a conquistarla era per lui uno dei primi passi necessari sulla strada della sua piena affermazione sociale.
Non gli fu per niente facile arrivare ad ottenerla, ma lottò con una tale tenacia che alla fine vinse contro una nutrita e facoltosa schiera di rivali.
Gisella apprezzò di lui, più che non tante altre belle cose, la sua volontà di emergere, la sua indomita caparbietà nel perseguire gli scopi che si era prefisso e per questo, dopo grandi ondeggiamenti, lo volle per sé.
L’ onorevole aspettò in silenzio che sua moglie esaurisse il suo fiume di parole, avrebbe voluto parlarle seriamente, dirle di star calma, che non era il caso si prendesse tanta pena per quanto stava succedendo, ma pensò che non sarebbe servito a nulla e le rispose usando la sua stessa lingua.
"Non preoccuparti Gisella, né per me, né per nient’ altro, oggi vedrò l’ avvocato e fra qualche giorno sarò fuori e sistemerò ogni cosa".
Nel dire queste cose rientrò nella sua vecchia divisa e riuscì a trasmetterle una sicurezza ed una voglia di vincere che la tranquillizzarono.
La rincuorò e la salutò tranquillamente facendola convinta di credere alla sua pena, anche se sapeva benissimo che tutta la sua contrizione era soltanto un modo d’ essere, un comportamento stereotipato che in situazioni simili era d’ obbligo manifestare in quel particolare ambiente.
Di lì a poco arrivò effettivamente e di sua iniziativa GianGiacomo Cavillo, l’ avvocato di fiducia dell’ onorevole.
Fu fatto entrare nella cella senza neppure farsi annunciare e sorprese l’ onorevole mentre, disteso sul letto, era completamente assorto nelle sue meditazioni.
Questi sobbalzò quasi impaurito quando l’ avvocato, cominciando a parlare, gli diede una manata su una gamba.
"Ah Giovanni, Giovanni, cosa mi combini? Per fortuna che ci sono qua io! Ma che cosa ti è saltato in mente di dire al giudice che hai intascato quei soldi? Se non ti conoscessi da tanto tempo direi che sei o scemo od impazzito, ma non preoccuparti a tutto c’è rimedio e tu ora dovrai fare esattamente quello che ti dirò di fare. Tu d’ ora in avanti dovrai solo negare, dovrai dire al giudice che non conoscevi il Mazzetta, che non l’ hai mai visto in vita tua, dovrai dire che non hai mai avuto né relazioni, nè affari con lui, e che quindi non ha mai ricevuto denaro da lui.
Se cercherà di metterti in difficoltà tirando in ballo la tua precedente deposizione, digli che eri stravolto, che stavi male, inventa tu quello che vuoi, sei sempre stato molto abile nella comunicazione".
L’ onorevole ascoltando la lunga tiritera del suo legale si accorse, con un certo intimo piacere, di un fatto molto importante.
Mentre il Cavillo gli parlava si rivolgeva a lui come ad un qualcosa di immutabile e prestabilito.
Nel suo discorrere dava per scontati i suoi atteggiamenti, le sue reazioni, i suoi pensieri, come se tutto il suo essere fosse già stato completamente disegnato.
Pensò che se avesse agito discostandosi nei suoi comportamenti da quanto gli altri si attendevano da lui non sarebbe stato capito.
Probabilmente qualcuno lo avrebbe giudicato pazzo, qualche altro scosso, qualche altro qualche altra cosa ancora, ma certamente nessuno avrebbe accettato che egli si potesse presentare secondo modalità diverse da quelle consuete.
Vedeva in tutto ciò un timore ed un pregiudizio che andavano ad inibire ogni dinamismo ed ogni evoluzione personali.
Egli, onde non deludere le altrui aspettative, avrebbe dovuto impedirsi dal procedere in avanti, vietarsi ogni evoluzione interiore e modifica mentale, ripetersi insomma, giorno dopo giorno, sempre uguale a sé stesso.
Ma se per tanto tempo era riuscito a vivere in quei panni senza tanta pena, adesso non sarebbe più riuscito a sopportarli, certamente non li avrebbe più calzati per sentirsi meglio fra gli altri, lo avrebbe potuto fare soltanto per fare un piacere a sé stesso.
Rispose allora al suo avvocato in modo calmo, ma perentorio.
"Mi dispiace GianGiacomo ma io non intendo modificare neanche di una virgola quanto ho dichiarato al giudice Alfredo Rogna!
Ci conosciamo da tanto tempo e so benissimo che ti riuscirà impossibile capire le mie ragioni e specialmente accettarle, ma io ho deciso così e non torno indietro!
In questi giorni ho riflettuto molto e mi sono reso conto di essermi comportato tanto male nella mia vita.
Non è comunque per questo che ho ritenuto giusto confessare, non è mia intenzione cercare un perdono od un’ espiazione liberatori, ho confessato perché non ho più voglia di mentire, d’ ora innanzi voglio dire solo quella che è per me la verità, altrimenti tacere, ho confessato anche perché non desidero sprecare energie, le mie energie, per difendere una cosa che non sono interessato a difendere.
Che questo processo ad una delle mie tante pelli, certo la più puzzolente e rinsecchita, segua pure il suo corso, io nel frattempo cercherò di seguire il mio.
Io, per mio conto, mi sono già condannato, ed io sono per me stesso l’ unica autorità che riconosco!".
L’ avvocato Cavillo capì che non c’ era niente da fare e mentre se ne andava pensava a quanto avrebbe riferito alla moglie dell’ onorevole "io le ho provate tutte, ma è come parlare al muro, mi sembra completamente uscito di senno!".
Verso la sera del giorno dopo, mentre l’ onorevole stava contando da quanti mattoni erano formate le pareti della sua cella, venne avvertito che sua moglie lo stava attendendo in parlatorio.
Avrebbe quasi voluto rifiutare quel colloquio perché né voleva sentirla parlare, né sentiva di aver nulla da dirle, ma fece uno sforzo e vi andò ugualmente.
In parlatorio c’ era soltanto lei, accompagnata dal consulente aziendale Carmine Lo Duro.
Questi era un suo uomo di fiducia e seguiva, per su