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Il Natale (per me)

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Mancavano pochi giorni al Natale, probabilmente del 1960, ed era l'ultimo giorno di lezioni alla scuola elementare prima delle vacanze. Avevo circa nove anni, e sapevo che i miei genitori sarebbero, eccezionalmente, venuti a prendermi a scuola, in anticipo, perché dovevamo partire in treno alla volta di Pisa, per trascorrere le vacanze natalizie a casa di mio zio, il fratello maggiore di mia madre.

Ricordo che il maestro aveva preparato un alberello di Natale con appesi tanti piccoli doni che poi sarebbero stati assegnati, a caso, a tutti noi bambini della classe. Ricordo anche che il maestro, per me che dovevo partire (guardato con un po' d'invidia, credo, dalla maggior parte dei compagni che, in quegli anni e a quell'età, immaginavano lontanissima la mia meta), fece un'eccezione: tolse con le sue mani un regalino dall'albero e me lo consegnò.

Non ricordo più niente di come trascorsi quel Natale a Pisa (o forse soltanto un vago senso di oppressione e un forte disagio del quale già allora soffrivo quando dovevo cambiare le mie abitudini) .

A quei tempi credevo (come a tutte le cose che mi insegnavano) al ripetersi, una volta all'anno, del miracolo della nascita di Cristo, ma già allora non riuscivo a provarne piacere, forse perché non lo conciliavo con tutta quell'animazione (pur nella relativa miseria di quegli anni) che si vedeva per le strade e nelle case, un'animazione più adatta a tanti piccoli soddisfacimenti personali che a un omaggio a un bambino speciale appena venuto alla luce.

Passarono poco più di dieci anni, ed ebbe l'occasione di scrivere alcuni modesti articoli per un giornalino locale che stampava mille copie ogni due o tre mesi (ma ne vendeva molte di meno) . Per il Natale del 1972 scrissi che non riuscivo a capire come mai Gesù Cristo non si fosse ancora stancato di nascere per la millenovecentotrentanovesima volta, mentre per me era già troppo essere nato una volta sola...

Da ragazzo e da adulto ho tratto il maggior godimento delle vacanze natalizie dalla fruizione di una quindicina di giorni di riposo, prima come studente e poi come lavoratore (nella mia attività i giorni di vacanza coincidevano perfettamente con quelli concessi agli studenti), ed ora che non lavoro più tutti i giorni dell'anno sono per me praticamente uguali.

Anche da un punto di vista laico, il Natale, con il vicinissimo Capodanno, è secondo me una festa mal collocata. E' vero che molti popoli antichi già lo festeggiavano per rallegrarsi del fatto che i giorni ricominciavano ad allungarsi, a causa del quotidiano e progressivo aumento della luce solare, ma credo che la vera nascita dell'anno nuovo avvenga a ridosso della primavera, quando il periodo freddo sta per finire ed il calore ricomincia a impossessarsi della natura e delle nostre vite (e a questo proposito penso che i Cinesi, che fanno incominciare l'anno nuovo quasi sempre a febbraio, siano, ancora una volta, i più saggi) .

E allora, data la mia inveterata avversione, o quanto meno indifferenza, per il Natale, preferisco trascorrerlo insieme alle poesie di alcuni poeti che hanno visto questa festa in qualche maniera un tantino anticonformistica, in compagnia di "Natal" di Fernando Pessoa: "Nasce um Deus. Outros morrem. A verdade / Nem veio nem se foi: o Erro mudou. / Temos agora uma outra Eternidade, / E era sempre melhor o que passou. (...) " ("Nasce un Dio. Altri muoiono. La verità / non venne né se ne andò: mutò l'Errore. / Adesso abbiamo un'altra Eternità, / ed era sempre migliore ciò che non c'è più. ") ; di "Pasca e Natale" di Eduardo De Filippo: "Natale e Pasca sò cumpagne tale / ca vanno sott''o vraccio eternamente. / Chi Pasca dice annò mmena Natale, / e de Natale Pasca vè ne a mmente. // Eppure ce sta tanta differenza / comme 'a casa d''o Papa e 'a casa mia. / Natale porta friddo e sufferenza, / Pasca strascina 'a ggente mmiez''a via. (...) Chi Pasca dice annò mmena Natale, / ma pè Pasca ce tengo 'a simpatia. / 'O sole 'e Pasca nun te pò fà male / e scarfa 'e puverielle mmiez''a via. (...) "; e soprattutto di "Natale", che Giuseppe Ungaretti scrisse a Napoli il 26 dicembre 1916: "Non ho voglia / di tuffarmi / in un gomitolo / di strade // Ho tanta / stanchezza / sulle spalle // Lasciatemi così / come una / cosa / posata / in un / angolo / e dimenticata // Qui / non si sente / altro / che il caldo buono // Sto / con le / quattro / capriole / di fumo / del focolare " .


Antonio Terracciano 06/12/2015 18:30 2 317

Opera pubblicata ai sensi della Legge 22 aprile 1941 n. 633, Capo IV, Sezione II, e sue modificazioni. Ne è vietata qualsiasi riproduzione, totale o parziale, nonché qualsiasi utilizzazione in qualunque forma, senza l'autorizzazione dell'Autore.
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I fatti ed i personaggi narrati in questa opera sono frutto di fantasia e non hanno alcuna relazione con persone o fatti reali.


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Commenti sul racconto Commenti sul racconto:

«non prediligo molto le feste obbligate, il Natale, poi mette anche tanta tristezza, poi tutta quella corsa ai regali, meglio la Pasqua che dura 2 giorni, però fa parte della nostra cultura. piacevolissima lettura.»
Adriana

«Un ottimo racconto sui ricordi di Natale di un bambino, poi giovane studente e professore.
Interessante excursus storico sulla festa del Natale nell'antichità. In conclusione, al fine Autore, non poteva mancare la citazione di Pessoa, Eduardo De Filippo e Ungaretti. Tre illustri Poeti che ci insegnano come il Natale rechi turbamento profondo, sconforto e tristezza. Solo ai bambini arreca allegria e gioia. Un racconto da rileggere per apprezzarlo nelle sue sfaccettature.»
alias Marina Pacifici

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