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L’onorevole (seconda parte)

Sociale e Cronaca

Questi era un suo uomo di fiducia e seguiva, per suo conto, quasi a tempo pieno l’andamento e la gestione delle tante società di vario genere e grado di cui egli, senza apparentemente farne parte, era proprietario.
Erano molti anni che si conoscevano e si frequentavano e di fatto era considerato un amico di famiglia, sempre assiduo alle feste che davano nella loro casa ed anche alle cene più riservate e confidenziali.
Spesso tornando a casa lo aveva trovato in piacevole colloquio con la moglie e qualche volta era rimasto un pò infastidito da questo, ma poi, non volendo apparire, né a sé stesso, né agli altri, il classico retrogrado geloso aveva subito fugato quel dubbio.

Il Lo Duro era comunque considerato in quell’ambiente uno che amava le belle donne e la bella vita, si vestiva con molta ricercatezza ed eleganza, gli piaceva ostentare generosità e ricchezza.

Era un gustoso conversatore, anche se qualche volta un pò grossolano e banale, tutti i locali più raffinati della città lo annoveravano come loro cliente affezionato.
La moglie Gisella non perse tempo e subito lo assalì con il suo fiume di parole.

Sembrava una madre mentre sgrida il suo piccolo perché ha combinato qualche marachella.
Gli diceva che non doveva comportarsi in quel modo, che doveva pensare alla sua famiglia, che doveva pensare ai suoi figli, specialmente a loro poveri bambini, che doveva difendersi, reagire, lottare, non lasciarsi andare ed anzi dare una mano alla sfortuna come stava facendo.
Poi, indicandogli il Lo Duro, gli disse che era venuto con lei perché non sapeva come comportarsi riguardo alla fusione di quelle sue due società che avevano in appalto la manutenzione delle auto blu.

Mentre lei stava concludendo questa frase l’onorevole girò casualmente lo sguardo verso uno specchio che si trovava nell’angolo destro del parlatorio.
Questo specchio rifletteva quanto un uguale specchio che si trovava nell’angolo sinistro rifletteva di quanto avveniva al centro del parlatorio, esattamente nel punto dove in quel momento si trovava sua moglie.
Ciò che in quello specchio vide lo fece sussultare.
La mano prensile e quasi scimmiesca del Lo Duro stava stringendo in modo inequivocabile il fondoschiena della moglie.
Ingoiò con rabbia, inghiottì amaro, digerì.

In quei pochi attimi passò dal furore più cieco, alla più totale assenza di emozioni ed interesse per quanto aveva potuto constatare.
Se qualche mese prima avesse assistito allo stesso fatto si sarebbe follemente infuriato, avrebbe allontanato per sempre il Lo Duro dalla sua casa e dalla sua vita e probabilmente avrebbe ripudiato la moglie.
Ma adesso, dopo il primo istante di indignazione, non appena aveva ripreso coscienza, aveva percepito tutto in maniera diversa.
Si sentiva completamente scisso da quel cordone simbolico che lo legava alla moglie e che faceva si che i loro comportamenti individuali dovessero sempre corrispondere alla loro immagine binomica.

Ora, parlandosi in modo molto semplice, abbandonò tutto quel campo di valori da cui era stato sempre dominato.
Non doveva sentirsi coinvolto dai comportamenti della moglie, quanto lei agiva le apparteneva e comunque avesse agito, lui non aveva nessuna ragione per sentirsi ridotto o sminuito dalla sua azione.
La moglie, osservando quel suo improvviso sussulto, gli chiese se si sentiva male o se fosse successo qualcosa che lo aveva contrariato.

Lui la tranquillizzò subito dicendole che s’era trattato di un lieve stordimento, poi rispose a tutte le sue domande, esplicitando con chiarezza come si sarebbe comportato da quel momento riguardo tutti gli eventi che lo vedevano protagonista.
Non spiegò peraltro le ragioni che lo avevano portato a decidere in tal senso, riservandosi di farlo successivamente in un colloquio diretto con lei.
Al Lo Duro, che sembrava impaziente di avere risposta circa il problema che aveva posto alla sua attenzione, dopo aver manifestato che non era minimamente coinvolto da quelle cose, gli disse che, se proprio voleva un consiglio fra le righe, gli suggeriva di convertire quelle due società in una ditta specializzata in demolizione e recupero auto blu.

Mentre se ne andavano il Lo Duro non resistette alla tentazione di fare una battuta che probabilmente lo faceva sentire scaltro e intelligente.
"Beato lei onorevole, che ha una moglie così in gamba e non deve preoccuparsi di nulla, avessi io la sua fortuna sarei l’uomo più felice sulla terra".
Trascorsero ancora per l’onorevole diversi giorni di sereno isolamento, finché un mattino il secondino non entrò in cella a comunicargli che gli era stata concessa la libertà provvisoria e che se voleva seguirlo sarebbe stato liberato immediatamente.

Infatti il giudice Rogna, dopo aver esaminato tutti gli atti, aver constatato la sua completa volontà collaborativa, aver rilevato che l’indagine poteva considerarsi pienamente esaurita grazie alla volontaria ed aperta confessione dell’imputato, aveva deciso che non sussisteva più alcuna ragione perché la sua reclusione continuasse e firmò quindi la concessione della libertà provvisoria.
Dopo solo venti minuti l’onorevole si trovò fuori del portone della prigione.

C’era una piccola folla di esaltati, che sapendo dalla radio della sua imminente liberazione, lo stava attendendo.
Non appena questi lo videro comparire lo aggredirono con i più volgari insulti, qualcuno che si era armato di uova e di vari tipi di ortaggi cominciò a scagliarglieli contro.
"Ladro! Buffone! Delinquente! Vergognati!", queste erano soltanto alcune delle più benevoli offese che gli venivano rivolte.
L’onorevole, incurante ed impassibile per tutto quanto avveniva intorno a lui, si diresse con passo calmo verso il taxi che lo stava aspettando.
I suoi abiti erano completamente insozzati dai vari oggetti che gli scagliavano contro, ma lui sembrava non accorgersene e non faceva neppure nessun sforzo per cercare di evitare di esserne colpito.

Mentre tutto questo avveniva riconobbe uno dei suoi aggressori, quello che tra l’altro sembrava essere il più scalmanato.
Era un suo vecchio sostenitore, uno che non mancava mai ai suoi frequenti comizi, era sempre in prima fila fra i più attivi nell’applaudirlo ed osannarlo.
Non si trattava comunque di un sostegno disinteressato, infatti, dopo un certo periodo in cui aveva messo bene in mostra la sua presenza, era riuscito, tramite un comune conoscente, ad avvicinare l’onorevole ed a farne conoscenza.

Piano piano era entrato nella cerchia dei sostenitori più fidati ed affezionati, guadagnandosi così dei buoni titoli di merito.
A quel punto ripagarlo per tanto impegno era diventato quasi doveroso.
Così, per non apparire ingrato, lo sistemò insieme alla moglie in una scuola con la mansione di bidello, qualche tempo dopo trovò anche per il figlio un posto da spazzino nel comune e gli fece ottenere una piccola pensione per quel fastidioso dolorino che lo tormentava alla spalla sinistra.

Arrivato nel centro della città ordinò all’autista di fermarsi e scese dal taxi.
Non aveva la benché minima idea né sul che cosa fare, né sul dove andare.
L’eventualità di tornare nella sua villa, presso la moglie, lo metteva in apprensione.
Temeva il fuoco incrociato di domande, rimproveri e consigli a cui sarebbe certamente stato sottoposto dalla moglie stessa e da parenti ed amici che in men che non si dica sarebbero sopravvenuti.
Voleva assolutamente evitare tutte quelle occasioni di sterile scontro che avrebbero potuto alterare od indebolire la sua determinazione di cambiamento.

Si ricordò per caso di un piccolo monolocale che possedeva nei pressi della piazza principale e che aveva acquistato molto tempo prima per alloggiare una sua amica.
Lei, che di ciò le era molto grata, lo ospitava spesso in quello stesso luogo e dove lui riusciva ad estraniarsi e dove insieme trascorrevano delle splendide serate.
Poi questo rapporto si era esaurito e lei, trovato un altro benestante amico, si era trasferita in un’altra città.

Rivedendo l’appartamento fu assalito dal ricordo dei tanti momenti felici che aveva là vissuto con Eleonora Gaudenti, la sua amica.
Superò presto questa forte commozione e dopo essersi guardato un pò intorno decise il da farsi.
Lavorò molte ore con impegno per rimettere in ordine e pulire il monolocale dal soqquadro e dalla sporcizia che un così lungo abbandono aveva causato.
Nel compiere tutte queste azioni, a cui non era certo avvezzo e che anzi a malapena ricordava di aver mai compiuto, si sentiva animato da una grande serenità e da un grande entusiasmo e gli pareva di non aver mai provato nella sua vita uno stato d’animo così positivo.

Quando gli sembrò di aver restaurato un ambiente dignitoso e vivibile, sentendosi molto stanco, si coricò per addormentarsi quasi subito.
Dormì di un sonno pieno, sereno ed intenso, l’equilibrio interiore che sempre più saldamente stava conquistando lo conciliava con tutti gli aspetti della sua esistenza, anche quelli all’apparenza più banali e meno importanti.
Il giorno dopo si levò di buon’ora, si preparò un caffè che poi sorseggio lentamente.
Quando uscì dall’appartamento il buio della notte non era stato ancora sopravanzato dal nuovo sole sorgente.

In giro non c’era pressoché anima viva, soltanto qualche mattutino che iniziava a quell’ora il lavoro o qualche tardivo nottambulo che sperava di poter prolungare l’euforia della notte.
Trovò un’edicola che aveva appena alzato la saracinesca, comprò un giornale che il negoziante estrasse faticosamente da una catasta di pacchi ancora da sciogliere ed ordinare.
Sul fondo destro della prima pagina c’era in bella evidenza la sua immagine mentre usciva dal carcere svillaneggiato dalla folla.

Nell’interno del giornale altre immagini, della sua villa, della sua famiglia, corredavano un lungo articolo che narrava tutta la sua carriera, le sue amicizie, i suoi successi elettorali, i suoi importanti incarichi politici; per poi continuare con le sue disavventure giudiziarie, con tutti i capi d’accusa che gli erano piovuti addosso da tutte le parti, nel generale clima di caccia alla corruzione che era esploso in quel momento storico e che ormai sembrava coinvolgere molta parte della classe dirigente del paese.

Mentre leggeva tutto questo la sua espressione pareva di totale indifferenza, come se si fosse sentito completamente estraneo a tutte quelle accuse che lo riguardavano, e seppure solo fino a poco tempo prima quelle stesse parole avrebbero suscitato in lui rabbia e indignazione e che si sarebbe attivato in tutti i modi per confonderle e negarle; ma adesso no, le accoglieva solo come constatazione di quello che era stato, ma che ora osservava quasi con disprezzo quello che era stato, ma con cui adesso si sentiva di non aver più nulla in comune.

Quasi a dar corpo alle sue constatazioni, vedendo alla sua destra un cestino per le cartacce, vi gettò dentro il giornale, quasi che con quel suo gesto avesse voluto gettarvi dentro anche tutto il suo passato e che tutto quello che era stato non lo avrebbe più riguardato.
Intanto la città si stava svegliando, e la congestione del traffico stava riprendendo il sopravvento sulla pace della notte.
Lui, estraneo a tutto come si sentiva, non sapeva cosa fare e dove andare, e, quasi senza accorgersene, si inoltrò nel grande parco, unica oasi di pace in quel mondo risvegliato.

Camminò a lungo, senza direzione, ma forse inconsciamente c’era un istinto che lo stava guidando, perché, dopo lungo camminare, avanzando sempre di più verso la periferia della città, d’improvviso si sentì come risvegliato, davanti a lui riconobbe luoghi che gli erano ben noti, i luoghi dove era nato, i luoghi quando forse aveva vissuto i suoi anni più puri e felici, è vero che molte cose erano cambiate e quasi non le riconosceva più, ma la chiesa ed il piccolo campo sportivo dove aveva trascorso tanto del suo infantile tempo erano ancora lì, identici ad allora, e gli sovvennero mille episodi di quel tempo felice, quando scorrazzava per quelle strade con la sua schiera di amici, e nel rivivere quei momenti si sentì invaso da una corrente di emozioni.

Continuò a guardarsi intorno, cercando di poter rivedere la casa dove aveva vissuto la sua giovinezza, ma inutilmente e solo con fatica si accorse che al suo posto era sorto un orribile palazzo.
Ma, guardandosi ancora intorno, riuscì a riconoscere una suggestiva piazzetta e infine una piccola osteria, che pareva essere rimasta quasi uguale a quando molte volte l’aveva frequentata nella sua giovinezza.
Senza pensarci molto si avviò verso la piccola osteria, appena entrato gli sembrò come se in quel luogo il tempo si fosse fermato, e là tutto gli sembrava uguale a quando, tanti decenni prima, vi era entrato per l’ultima volta.

L’osteria sembrava completamente vuota di avventori, solo al banco stava un giovane, a lui sconosciuto, che con aria annoiata armeggiava fra le bottiglie, probabilmente per ingannare il tempo, in attesa dei clienti che non si facevano vedere.
Solo dopo un pò, guardandosi meglio intorno, Giovanni Serante si accorse di un uomo seduto ad un tavolo appartato e tutto intento nella lettura di un giornale.

Dopo averlo un pò osservato, gli sembrò di riconoscere qualcuno, ma, visto che il tempo passa, ed era già trascorso molto tempo dall’ultima volta che l’aveva visto, e quasi per caso ed incontrandolo per strada, non riusciva a ricordare chi fosse, finché all’improvviso ritrovò la piena memoria di chi fosse, era il suo grande amico della giovinezza, Renato Coerenza, e bastò questa illuminazione per farlo sentire invaso d’immensa gioia, come se fosse stata l’unica persona che lo poteva far rientrare nel suo passato più puro e mentre stava dando un taglio netto al suo presente.

Gli tornarono subito in mente tutte le notti insonni che aveva trascorso con Renato, sulla scia di discorsi rivoluzionari, soprattutto di sogni ed ideali, da cui, in quegli anni giovanili, si sentivano completamente accomunati, fino a quando, Giovanni Serante, e con un voltafaccia abbastanza brusco ed incomprensibile, se ne era completamente staccato, sempre più trascinato da una frenesia di carriera e successo, e c’era stato poi un tempo quando quasi provava vergogna ricordando quella sua antica amicizia.

Renato no, lui non aveva mai rinunciato a quei giovanili sogni, d’altronde li sentiva giusti e perché avrebbe dovuto farlo?
Sicuramente col tempo e l’evoluzione degenerata delle cose aveva finito per sentirsi sempre più disilluso e sempre più portato a ritirarsi dentro un’orgogliosa interiorità, ma senza mai tradire sé stesso.
L’onorevole senza esitazioni e pieno di entusiasmo si diresse verso il tavolo di Renato, e lo chiamò ad alta voce.
"Ciao Renato, che piacere rivederti! Ti ricordi di me?".
Renato era così concentrato nella lettura che udendo quel forte richiamo ebbe una sorta di soprassalto, ma poi gli bastò un rapido sguardo, ed anche se era passato molto tempo, per riconoscere il vecchio amico perduto.

"Ah, sei tu Giovanni, e come potrei non ricordarmi di te, in questi giorni poi che la tua faccia è su tutti i giornali, anche in quello che sto leggendo adesso, e dove stavo proprio leggendo tutte le disavventure che ti sono successe!".
Ma il tono della voce di Renato era un pò distaccato, diffidente, come se non riuscisse a capire bene con quale Giovanni stava parlando, anche ricordando bene quelle poche occasioni quando incontrando per caso Giovanni per strada se ne era sentito respinto e snobbato, ma lui era di animo buono e refrattario a serbare rancori, ma lo stesso faticarono un pò a ritrovare lo slancio dei loro antichi dialoghi sciolti e disinvolti.

La comunicazione arrancava con fatica fra gli scogli che nel tempo aveva invaso i loro cuori.
Specialmente Renato stentava ad aprirsi e nelle sue parole e nei suoi gesti si leggeva una profonda diffidenza verso l’onorevole.
Costui boccheggiava quasi disperato alla ricerca del canale per entrare in sintonia con le sue corde umane e di oltrepassare quel muro che così fortemente li divideva.
’altronde in Renato era ancora vivo e lancinante il ricordo di quando incontrando il suo vecchio amico nei luoghi più impensati, questi gli si rivolgeva quasi con tono di scherno, ironizzando con battute scontate e reiterate nel tempo, che ribadivano sempre la medesima commiserazione per la sua vita e le sue scelte.

Poi lentamente le sue difese si ammorbidirono fino a scomparire dinanzi ad un uomo che sentiva sincero nella sua volontà di manifestarsi in modo completo ed autentico.
L’onorevole si esprimeva con una tale dolcezza che ricordava la parabola del figliol prodigo che, dopo tanto fallace peregrinare, ritornava alla sua casa chiedendo il perdono.
In realtà non era niente di tutto questo, egli con tutta la più grande umiltà. voleva solo dichiarare l’enorme stima e rispetto che provava per Renato.

La comunicazione cominciò a scivolare via leggera, rinverdirono il ricordo delle passate, comuni esperienze, e si ritrovarono partecipi dello stesso sorriso, recuperarono l’antica reciproca fiducia ed anche i loro corpi si sciolsero ed il loro rapporto iniziò a camminare da solo, senza più necessitare di sforzi e spinte mentali.
Dopo tanto parlare avevano entrambi appetito, decisero così di andare a pranzare in una trattoria dove Renato era di famiglia.

Trascorsero diverse ore insieme conversando piacevolmente, le ore erano letteralmente volate e si era creato fra di loro un clima completamente disteso e di grande accettazione reciproca, anche nei momenti in cui il dialogo veniva a cadere non aleggiava alcuna tensione od imbarazzo, ma serenamente ognuno seguiva la sua strada interiore senza essere minimamente condizionato dalla presenza dell’altro.
Ad un certo punto l’onorevole salutò il suo amico, era sua intenzione tagliare completamente i ponti col passato, ma prima di farlo era suo desiderio recidere con chiarezza tutte quelle corde che ancora lo tenevano legato a quel passato ed avrebbero potuto in ogni momento rifferrarlo e costringerlo a riconfrontarsi con tutte quelle cose che voleva per sempre dimenticare.
Entrambi desideravano approfondire ancora molte cose e far si che quel loro rapporto, così casualmente e faticosamente recuperato, si prolungasse nel tempo, decisero perciò che si sarebbero rivisti quella sera stessa.

L’onorevole giunse alla sua casa inaspettato, nessuno aveva infatti avvertito sua moglie della sua avvenuta liberazione.
Quando arrivò nel giardino, senza farsi annunciare dal domestico che gli aveva aperto la porta, vide la moglie ed il consulente aziendale Carmine Lo Duro comodamente distesi su due morbide sdraie.
Stavano gongolandosi al caldo sole di quella bellissima giornata e scherzavano tra di loro con toni intimi e sommessi.
L’onorevole provò ancora una volta, per un attimo, un prorompente moto d’ira, ma ancora una volta subito si dominò e riuscì ad estraniarsi completamente da ciò che i suoi occhi stavano vendendo.
Non appena i due si avvidero della sua presenza ebbero uno scatto di soprassalto, palesando una chiara vergogna ed una chiara paura.
Apparivano ai suoi occhi veramente ridicoli mentre cercavano goffamente di ricomporsi, di coprirsi quella mezza nudità che di per sè, davanti ad una piscina, non aveva nulla di osceno, ma che in quel frangente essi, giustamente, percepivano come peccaminosa e spudorata.

L’onorevole non volle, non sentendone neppure dentro di sé l’esigenza, aggravare questo loro grande disagio ed imbarazzo, ma parlò loro palesando la massima tranquillità ed indifferenza.
Li salutò con garbo e, eluse rapidamente alcune convenevoli domande, pregò la moglie di seguirlo in quanto voleva parlarle.
Si ritirarono nel suo ufficio personale, avrebbe desiderato spiegarle a fondo tutte le ragioni che avevano prodotto in lui un tale cambiamento, cercando di farsi capire e di rompere quel rumoroso silenzio che li separava, ma dopo questo ultimo avvenimento di cui era stato muto testimone, si convinse definitivamente che non ne valeva la pena.
Si limitò perciò a riferirle tutte le decisioni che aveva preso in riferimento al suo patrimonio, così da non dare alla moglie nessuna possibilità di scampo o replica.
Subito dopo andò dal notaio Giacomo Garbuglia a concretizzare quelle sue decisioni.

Già alle sette di sera era nuovamente in compagnia di Renato.
Si erano dati appuntamento presso uno degli incroci più trafficati della città.
L’onorevole restò fra il sorpreso ed il divertito quando vide il suo amico assiso su una sedia sopra una piazzola al centro dell’incrocio.
Gli sembrava di assistere ad un Carosello di tanti anni prima, quando il signor Calindri in un’analoga posizione sorseggiava tranquillamente un amaro dalle miracolistiche virtù.
Quello assunto da Renato era un atteggiamento per forza di cose provocatorio, ma lui sembrava viverlo in modo del tutto spontaneo e casuale.

L’onorevole lo raggiunse in quel luogo inconsueto e, seppure con un certo disagio, si sedette a sua volta su una sedia che era stata per lui predisposta al suo fianco.
Dopo un pò si trovarono così fortemente concentrati su sé stessi, che riuscirono ad estraniarsi completamente da tutto quanto accadeva loro intorno.
Si sentivano cme se fossero stati proiettati fuori del tempo e dello spazio e dotati di una libertà di giudizio che permetteva loro una profonda analisi dei fatti al di là delle contingenze.
Intorno a loro vi era un caos indescrivibile, lunghe code di macchine provenivano da tutte le direzioni, si udivano fastidiosi stridii di freni, frastornanti suoni di clacson, grida concitate, radio a tutto volume, sembrava una Babele.

Auto che cercavano disperatamente di immettersi da un passo carraio sulla strada principale e non riuscivano a trovare lo spazio per farlo, allora osavano, e si buttavano a testa bassa nel mezzo della bolgia.
Auto che avanzavano incerte, smarrite nella confusione, e cercavano una guida per tirarsi fuori dall’impaccio, dietro di loro si scatenava il putiferio, suonavano alte le trombe e venivano urlati a squarciagola i più offensivi improperi.
Auto che come cavalli al galoppo scavalcavano velocemente ogni rallentamento od ostacolo.
Era un grande fiume da cui era impossibile non essere trascinati.
Alcuni vedevano di fronte a loro il luogo agognato dove avrebbero voluto fermarsi, ma non potevano fermarsi o rallentare, allora continuavano la corsa ignorando di lì a quanto sarebbero ricomparsi in quel luogo, forse con un tantino di più giudizio.

I tassisti slalomeggiavano fra le auto quali autentici padroni della strada, conoscevano con perizia tutti i trucchi e le malizie onde scansare ogni impedimento e contrattempo.
Un alieno che avesse per la prima volta osservato questa grande confusione non sarebbe riuscito a comprenderla, non sarebbe riuscito a capacitarsi delle ragioni che spingevano questa massa di persone a muoversi ed agitarsi con tanto nervosismo, frenesia ed aggressività.
Sembrava di vedere un grande formicaio, dove migliaia e migliaia di formiche corrono avanti e indietro senza nessun apparente motivo.
Renato e l’onorevole guardavano tutto con filosofico distacco e nei loro occhi attenti e freddi si leggeva, senza la necessità che nessuno dei due parlasse, il medesimo giudizio.

Sembravano manifestare un grande pessimismo sugli uomini e la vita, chi mai avrebbe potuto far rientrare in sé stessa tutta questa folla?
Chi mai sarebbe riuscito a far si che tutta questa gente si liberasse da quell’odioso e totalizzante ingranaggio che la dominava?
Chi mai sarebbe stato capace di trasformare quella spietata lotta "homo, homini lupus" in un benefico rapporto "homo, homini agnus"?
Silenziosamente sentivano che modificare quel moto suicida era cosa impossibile per chicchessia.
Tutto marciava inesorabilmente da solo e soltanto un violento, ma inimmaginabile, urto esterno avrebbe potuto disgregare quel detestabile meccanismo.

Tutta quella realtà avanzava cieca, come un esercito quando si scaglia contro il nemico, nonostante tutti i soldati vorrebbero ritrarsi.
Dopo un pò si allontanarono pieni di tristezza da quel luogo, camminarono pigramente fino al vecchio centro della città, ancora concentrati sugli ultimi passanti che affannati tornavano verso le proprie case, mentre anche gli ultimi negozi chiudevano le imposte.
Sbucarono infine nella piccola, antica, piazza medievale, da sempre considerata gioiello e cuore di quella comunità.
Il vecchio palazzo comunale era tutto illuminato a giorno ed intorno ferveva un gran traffico di persone.
Gente che entrava, gente che usciva, forze dell’ordine in assetto da parata che controllavano ogni movimento.

Grosse auto di rappresentanza che andavano e venivano, derogando alla limitazione dell’isola pedonale valida per tutti i comuni mortali.
Chiesero ad alcune persone la ragione di tutta quell’agitazione e vennero così a sapere che era stato organizzato un ricevimento dalle nuove forze politiche emergenti, per festeggiare il trionfo elettorale che avevano appena conseguito.
Dopo un rapido cenno d’intesa, decisero di accodarsi ad un gruppo che stava entrando nel palazzo.
L’onorevole conosceva molto bene quel luogo, in quanto anche egli lo aveva molto spesso usato per festeggiamenti analoghi, nel lungo periodo in cui aveva dominato la città.
L’immenso salone in cui si era radunata tutta quella grande massa di persone era stato addobbato a regola d’arte.

Bellissimi fiori adornavano ogni spazio possibile e fantasiosi striscioni ornamentali completavano la magnifica opera estetica.
Tutti questi abbellimenti erano stati allestiti in modo da concentrare l’attenzione verso delle immense e colorate gigantografie del nuovo re della città, colui che, dopo la caduta dell’onorevole, aveva ottenuto un solenne trionfo, guadagnandosi gran parte del consenso della popolazione.
Manifesti che reclamizzavano la nuova forza politica campeggiavano ovunque, caratterizzati da un simbolo e da slogan brevi, ma efficaci, in cui si sintetizzava la volontà di porre rimedio a quei problemi più sentiti dalla gente.
Tre lunghissime tavolate piene di ogni ben di Dio occupavano quasi tutto il salone, in fondo era stato approntato un palco che sarebbe sicuramente servito al nuovo re per rivolgere il suo saluto e parlare agli astanti.

I due amici trovarono un buon punto di osservazione da dove scrutare attentamente quanto avveniva là dentro.
L’onorevole restò molto sorpreso quando cominciò a distinguere con chiarezza molte persone che già conosceva.
Vide tante facce sempre in prima fila nel corso dei suoi passati incontri e intrattenimenti.
Improvvisamente una voce perentoria chiese il silenzio.
molte personalità del nuovo partito erano ritte sul palco, in attesa di fare il loro intervento oratorio.
Poi prese la parola quello che, soltanto allora, l’onorevole capì essere il capo del nuovo partito.
Era una persona che egli conosceva molto bene.

Non aveva mai fatto politica in prima persona, ma da sempre aveva frequentato la politica ed i politici.
In pochi anni aveva accumulato un’enorme fortuna, impegnandosi in un vasto e non ben definito campo di attività.
Costui era divenuto, per gli abitanti di tutta la città, il self made man, l’uomo che si era fatto da sé.
Era sentito come l’incarnazione di un sogno da tutti, più o meno consciamente, inseguito.
La sua ricchezza era molto vociferata e quasi percepita come scandalosa, scandalosa perché inspiegabile.
Come si sarebbe altrimenti potuta definire una tale massiccia accumulazione di denaro, impossibile da ottenere agendo con le normali regole di mercato?

Tutto gli andava per il verso giusto.
Acquistava per pochi soldi un terreno e dopo pochi mesi ne veniva modificata la destinazione d’uso, cosicché il suo valore improvvisamente decuplicava.
Otteneva le più svariate forme di agevolazione e finanziamento, tanto da poter operare con vantaggi ignoti alla sua concorrenza.
Riusciva ad aggiudicarsi tutti gli appalti pubblici e parapubblici, nonostante praticasse i prezzi di gran lunga superiori.
Era naturale che il popolo mormorasse sul suo conto e non trovasse plausibile il suo improvviso splendore.
Tutto veniva allora spiegato con le sue tante amicizie importanti.

La sua casa era continuamente meta di tutti i più influenti politici della città
Non c’era perciò niente da stupirsi se poi tutte le grandi decisioni erano a lui favorevoli.
Stupiva piuttosto il fatto che nessuno, fra quanti delegati a farlo, si prendesse la briga di spulciare fra le sue carte onde veificare se vi era qualcosa di poco chiaro e sospetto.
Quando costui iniziò la sua orazione, nel salone era calato il più assoluto silenzio.
La sua voce era forte e decisa, trasmetteva agli ascoltatori certezza negli obiettivi e determinazione nel conseguirli.

Pur essendosi affermato nel vecchio regime ed aver sempre nuotato insieme ai suoi personaggi di spicco, si presentava come il nuovo, come colui che avrebbe annientato i vizi per far emergere le virtù.
Il suo messaggio era chiaro e conciso e, colmo di ottimismo, prospettava per tutti un futuro radioso di sviluppo e soddisfazioni.
Lui e solo lui era la verità, ed ogni forza che gli si opponeva era ed trattata con disprezzo ed additata come la causa di tutti i mali della città.

"Care concittadine e concittadini, ho intrapreso questa lotta perché temevo per le sorti della nostra città. Sono stato costretto a farlo perché forze ostili allo sviluppo ed alla libertà se ne sarebbero altrimenti impadroniti. Il mondo che lavora, produce, opera, non ha bisogno di loro, ma vuole chiarezza e trasparenza. L’impresa necessitava di condizioni limpide per poter agire, questi invece volevano soffocarla con i loro apparati ed il loro asfissiante controllo. La mia città era in pericolo, allora ho deciso di intervenire. Sono venuto ed ho vinto, perché gli elettori hanno capito da che parte stava la verità".

Fragorosi applausi accolsero la fine del suo discorso, un largo sorriso, un pò altezzoso e provocatorio, si disegnò sul suo viso.
I suoi sostenitori presero a gridare il suo nome, il boato che ne seguì sembrò quasi facesse esplodere il salone.
Era un’acclamazione plebiscitaria che lo sanciva come indiscusso "grande capo".
L’onorevole era sconcertato da quello spettacolo, nella sua vita politica non aveva mai assistito a simili incondizionati consensi, e tutto gli appariva come un dejavu da ricercare nei libri di storia.
Le gigantografie del "padrone" che campeggiavano sulle pareti del salone lo confermavano ancor più in questa opinione.
Improvvisamente fu attratto da una voce familiare che proveniva da un vicino gruppo di persone.
Riconobbe allora Gennaro Mazzetta, capì che stava parlando con qualcuno dei collaboratori del nuovo capo della città.

"La prego commendatore, glielo dica... glielo dica... che io l’ho sostenuto fin dal primo giorno che si è messo in politica... la prego... gli ricordi che io sarò sempre un suo fedele servitore... e gli faccia presente quella cosa che le ho detto prima... gli dica che ho tredici figli e tanto bisogno di lavorare... niente di illegale commendatore... ma adesso... là...nel comune... qualcosa può darmi da fare!".
Poco lontano distinse Rinaldo Maneggia che confabulava con alcuni affaristi.
Parlavano di lotti, piani regolatori, concessioni edilizie e licenze, e sembravano intenti a studiare piani per non perdere il posto sul nuovo treno che stava passando.

Dopo un iniziale disorientamento l’onorevole cominciò a mettere bene a fuoco la situazione.
Riconobbe facce e volti già noti, persone con cui già molte volte aveva avuto a che fare.
Ricordava che, quando era in auge, molte di quelle stesse persone, lo applaudivano e lo cercavano con insistenza.
Gli sembrava che ben poco fosse cambiato da quando era lui a calcare quel palco.
Soltanto pochi caporioni erano stati costretti ad abbandonare la scena, ma per il resto tutto si era ricostituito e ricompattato cambiando poco più del semplice nome.

Tutti cercavano di avvicinare il nuovo capo che era sceso dal palco.
Cercavano di stringergli la mano o di scambiare qualche parola con lui, pur di farsi vedere o riconoscere.
A malapena i suoi fedelissimi riuscivano a contenere la grande ressa che lo circondava.
Di fronte a quello spettacolo l’onorevole cominciò a provare disgusto.
Udiva persone che avevano sempre navigato nell’ambiguo e nel marcio, gridare con ipocrita indignazione contro la disonestà e la corruzione.
Si accanivano con ardore contro quanti, coinvolti in indagini giudiziarie, erano divenuti i simboli di tale disonestà.

Dentro di sé si raffigurò quella società come un grande organismo formato da innumerevoli strati di sudiciume.
Il primo strato, quello più visibile ed appariscente, era stato tolto e sostituito con una profumata crema.
Questa piccola toeletta era bastata a pacificare tutte le coscienze, ora si poteva ripartire con i vecchi sistemi e le vecchie abitudini, come se nulla fosse accaduto.
Finalmente, superato il disgusto, l’onorevole si sentì invaso da un profondo sollievo.

La grande solitudine morale di quel momento era attenuata dalla presenza dell’amico, sentiva che c’era perlomeno qualcuno con cui avrebbe potuto condividere dubbi e paure.
Negli ultimi mesi si era lungamente interrogato sulle sue azioni e sulla sua vita.
Tanti rimorsi lo avevano tormentato, si sentiva colpevole nei confronti di un’ipotetica società di molte scelte opportunistiche e negative che aveva operato.
Sentiva l’impellente bisogno di fare qualcosa di positivo e di riscattarsi per tanti suoi riprovevoli atti.
Gli sembrava di aver alterato con i suoi comportamenti un equilibrio e che molte cose, senza il suo passaggio, sarebbero accadute in modo diverso e migliore.

Ma ora vedendo quella folla che con poca fatica si lavava dal proprio passato, abbandonò ogni rimorso.
Se c’era qualcuno da cui avrebbe dovuto farsi perdonare era soltanto sé stesso, per non aver vissuto cercando di essere ed esistere in funzione di valori più universali e profondi.
Non aveva niente di cui rammaricarsi nei confronti del suo prossimo, in fin dei conti aveva interpretato nel modo più redditizio quello che era lo spirito del suo tempo.
La realtà, come egli l’aveva conosciuta, gli aveva praticamente imposto di recitare la sua parte.

Ciò che egli aveva tradotto nella vita era un copione da altri scritto.
Egli era stato anzi un buon attore, ed il suo lavoro aveva espresso al meglio il significato dell’opera che aveva appreso.
Tutto era accaduto automaticamente ed automaticamente egli aveva seguito quella via.
Non si era mai interrogato granché e non aveva mai sondato se sarebbero potute esistere ragioni diverse.
Quello era il suo copione ed egli l’aveva recitato così come l’aveva ricevuto in sorte.

Come avrebbe potuto essere diverso?
Essere diverso avrebbe significato andare in senso opposto al suo copione, ed ora aveva visto chiaramente come quel copione era la realtà, una realtà condivisa con larga parte dei suoi concittadini.
Egli era stato quello che doveva essere, avrebbe potuto forse mettersi contro la realtà, andare controcorrente e dove avrebbe potuto trovare le ragioni per farlo?
Visto che le uniche ragioni che conosceva gli indicavano quella come l’unica strada giusta da seguire.

In caso contrario sarebbe stato soltanto un sognatore, un illuso idealista dilaniato da una strenuante lotta fra sé stesso ed il copione indelebilmente impresso nel suo cuore.
Ma ora finalmente poteva disfarsi di quello scomodo costume, qualcosa di forte e traumatico aveva sconvolto ed interrotto il suo inerte cammino.
Tutto era crollato e la sua vita ripartiva da zero.
Avrebbe potuto lottare disperatamente per tentare di rientrare nel ruolo da sempre recitato, ma dopo averne osservato la vana consistenza non rinveniva più nessun buon motivo per farlo.
Ora la sua maturità gli apriva nuove possibilità, di guardarsi e capirsi più in profondità.
A quel punto non poteva più tornare indietro, avrebbe gettato alle ortiche il suo vecchio copione, per cercare di costruirsi con nuove pagine la sua vera vita.






Michele Serri 28/03/2026 19:15 3

Opera pubblicata ai sensi della Legge 22 aprile 1941 n. 633, Capo IV, Sezione II, e sue modificazioni. Ne è vietata qualsiasi riproduzione, totale o parziale, nonché qualsiasi utilizzazione in qualunque forma, senza l'autorizzazione dell'Autore.
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