
Non posso ricamare
nuovi uncinetti
tra l'inverno e il buio
E il freddo e un respiro perso
tra i lampioni spenti.
Non posso scrivere
e rapire parole
per far colare il mascara
sulle guance degli uomini.
Sentire che il nero di questo inchiostro
si stende invisibile
sulle vostre ciglia
e si posa dolce
come la matita degli oneri
e dei fantasmi.
Colorare le ombre
delle sagome
è faticoso... trasportare
fogli e coriandoli
dove il rosso è nero o bianco
come l'eclissi dei pianeti.
Non riesco a intingere
questi petali di velluto
sulla seta dei fiumi,
non riesco a benedire
nessuna corda di questo violino
che ha ferito le dita
di chi si nascondeva in soffitta,
non riesco a parlare la lingua dei relitti
e saper nascondermi come loro
come scheletri sulla sabbia
morenti e incuranti,
agonizzanti e indifferenti.
Non riesco a ingoiare
il nodo di capelli
attorcigliato nella gola,
e saper battezzare le lucciole ormai spente,
e saper dare il sacro al sole
che di notte si rifugia,
egoista, dall'altra parte della terra.
E si coccola come filo spinato
attorno al dito,
un mignolo nel pugno di un neonato,
e piangeremo... senza parlare. | 



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 | Pattinatrici di foglie
su laghi fatti di lacrime di neve
scese dalle montagne
e pioggia di corona
ghirlande di ali e piume
che sanno sfiorare il paradiso dei boschi
e gli occhi delle veritiere megere
Incastrai bolla di sapone
nell'acchiappasogni dei bimbi
e intrappolai in un pugno
sorriso di lune dipinte su carri di fuoco
trainati da cavalli dal crine di tuono.
Silenzio, mio caro amico muto
che sai cantare le ninne nanne
delle nonne trasformate in fate,
stringi a te il mio dono,
voce che estrapolo dal ventre
dal grembo come anima di vento,
antica fanciulla intrappolata in corpo d'usignolo
e si fa gemma dolce d'Eco. | 


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 | Partorì come la neve
il mare dal ghiaccio,
bianco manto d’orso
la collina di cui ha la forma.
È un ruggito,
dal mare sì,
dal vento,
che ha il volto
dei licheni e dei piccoli fiori.
Mi partorì come la tigre
che non sapeva ruggire,
come il corvo che ha ali
ma non sono nere,
non sono grigie,
ma sono d’aria,
e di sapore di lacrime,
e di nitriti che scorrono lungo i torrenti.
È un inno, e cade, e riaccende,
e si riapre come eco,
tra le foreste, come il canto degli spiriti,
come le corna degli alberi,
come gli occhi dei rapaci,
ritti tra i pensieri,
attenti a non incespicarsi.
Sono nodi... come le dita
delle bimbe perse per i boschi,
come i tuoi occhi... che io non ho mai visto...
ma tu mi chiami...
ed io ti seguo.
Sono nodi... come i rami intrecciati
secchi al freddo, ma con il sangue
come la vite che perde il suo, ed abbevera
gli assetati, i lupi sul loro cammino,
come i miei occhi... che io copro,
e dalle mani si ha piume...
non nere,
non grigie,
si aprono come vortici d’acqua
e cristalli tra i laghi,
e sono arcobaleni, dai colori sbiaditi,
fermi al respiro del senso. | 


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È bianco,
come nube senza cenere,
come pioggia che non cade,
come il manto che gli agnelli
donano al belato delle madri,
tra il freddo e il cielo.
È bianco,
come il volto, di chi il sonno
lo ha donato al vento,
come le rughe e le spirali inspirate,
come le arrese, come la mancanza
di chi la forza l’ha lasciata.
È bianco,
come del carcere le sbarre
dove i passeri passeggiano
tra impronte, mensole sbiadite e grigiastre,
neve...
Come le scarpe di cuoio,
lo scricchiolio del ghiaccio,
il crepitio del sole.
È bianco,
come il mio cuore diafano,
come la malattia dell’orfano rimpianto,
come il nerastro spirito che accompagna
le donne a partorire stanchi occhi
e stanche doglie.
È bianco,
come il soffio di chi si rifiuta
e ingoia parole,
come l’olio consumato, esausto,
di lampade buie,
è come lo scricchiolio di tutto questo ghiaccio,
il crepitio del sole sull’uomo.
È bianco,
come questa poesia
- spariranno le parole –
È bianco,
come questo ritornello
- i bambini cresceranno –
È bianco,
come questo sogno
- e d’inchiostro, rimarrà il censo –
È bianco,
come questa notte
- un patrimonio tra le mani dell’Esperidi –
È bianco,
come il fischio del mietitore,
e si perde ad eco, tra le buie spighe. | 


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Scatola di cielo
Apri delle comete il cartone nero
e scopri lì pulsante cuore tolto dal petto
Scorrono torrenti di nuvole
nebbia che bacia e stordisce
e come fantasma divento sua figlia
legittima erede di aliti e venti
di australi dita perse nel tempo
in cerca del suo respiro
Spirito che fiuta dalle narici
profumo calpestato di neve e radici
di volpi spaventate e caccia
Sale piano in gola il fumo
del sole che soffia tenue terrore
Su capi e cime
su mura e città
Torre volante nel vuoto
ed io mi lancio nel mio progettato volo divoratore...
Eppure...
qui ho la tua voce sciolta come brina
a stringer mano che non sappia cadere... |  | 


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 | Si sentiva un walzer,
così dicevano le anziane signore.
Dicevano di aver visto fanciulle,
scalze camminare...
come nebbie senza volti.
Si sentiva delizioso, triste,
come un macabro carillon,
e i bambini che spingevano catene,
ruggine sulle altalene.
Dicevano di aver visto neve appassire,
ed il canto di un angelo nel gelo dell'inverno,
ma i pastori affermavano fosse più un pianto.
E i figli, primogeniti e piccoli, dalle culle
si alzavano, per ascoltarlo, come il cristallo
che hanno sulle ali le falene bianche,
sottile come strato di perla sulle libellule.
Accendevano lampade,
quando sospiravano a rimaner azzittiti,
davanti al miracolo che hanno i sogni,
sottili e silenziosi, come piccoli nitriti,
come minuscoli cavalli d'argento,
quando decidono di far luce tra la meraviglia e il buio,
tra lo stupore e la paura,
tra la bellezza e il timore.
Bionda chioma dell'aurora,
in dissolvenza come nuvola
i crini delle allucinazioni,
correvano via ogni mattina,
verso i porti di nuove notti.
E i bambini, sullo spegnersi della sera,
si assopivano,
tra le dipinte soffitte
e i ritratti delle costellazioni,
con il sapore del latte
tra le braccia delle madri. | 


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 | Di foglie lacerate e vestiti a pezzi
calpestano i rami e sulle cosce scheletriche
cadono pizzi in rugiada,
scendono come i sogni
di comete assonnate
Seguono scie, vie lattee
per sentieri, e gli occhi hanno madri
da farsi perdonare,
si perdono nel volare
come neve e capriccio,
come sangue colato
sui monti delle vergini.
Le promettenti spose ridono
da isterie promesse
si stringono ai muri in pietra
e baciano la calce sciolta
alle lacrime intrise di vernice e porpora,
di cicatrice e muta la verità
che vagabonda ha il suo scialle
a coprirle la testa e la maledizione
a coprirle le piume di corvo sul capo
a nasconderle il fuoco di lacrime
che incendia le guance,
solchi su scie di sangue del volto trasfigurato.
I flauti hanno Sol scongiurati
stretti sotto i polpastrelli soffocati.
Hanno ossa rubate dai fantasmi
che vogliono mogli per le notti insonni,
hanno baci rapiti dai fantasmi
che annaspano come cani
nel cercare di stringere le figlie
per le albe senza sole.
I flauti hanno La fuggiti
come bimbi mutilati.
Hanno strozzate vendette
amputate come mezze le bugie
alla ricerca di nuove menzogne da battezzare,
hanno singhiozzi bloccati nelle gole
come gli inganni d'oro e titanio
nel cianuro smaltato sulle unghie
delle nenie canzonate ai grassi re.
Il solare cerchio si tatua sulle nuvole
a stelle e a sette punte
di colori ad archi
tra le violacee pupille e i gialli girasoli
tra le verdi costiere e i celesti lillà,
dopo acquazzoni che riempiono le tane dei lupi,
dopo maree che riempiono le tombe
e le bare dove il cuore è ululato
che rosso pulsa all'origine di rette infinite
ed angoli a generare gli arcobaleni,
gocce per cristalli tra i pastorali presepi
e gli aliti dei fauni estinti,
nascosti in invisibili e appassiti
respiri del bosco in eterno inverno.
E li puoi vedere...
È un tocco dell'improvviso
quando il vento si ferma
nel molle sorriso
di bocca rosea nel ghiaccio
sprigionando preghiera
come narciso sullo specchio
in titubanza del fradicio silenzio. | 



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 | Scalza come oriente che dolce si posa
come aurora sui letti disfatti delle notti impazienti
camminerò come gatto senza miagolio
ascoltando i capezzoli della Madre Inverno
a donare il latte al silenzio
Correrò senza posar piedi
pavimento che di legno
appiccherà l'incendio
senza buste di plastica
al rifugio delle teste annegate
Camminerò cantando
quella nenia che tu odi
e di nuovo salterò la ringhiera
e sulle lenzuola poserò il pugnale
Bacerò il sonno
di colui che ama
i canti del mondo
il sole che ancora non sorge
Donami il fumo delle tue sigarette
occhi che rossi lacerano le mattine nelle nebbie
e tornando a quel passo di secoli passati
incinta di rancore
rabbia di figli gemelli
segreti segregati nel ventre materno
scapperò come cervo
alla promessa delle vergini terre. | 


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