
E cado come foglia,
sotto le macerie di questo cielo
che non riesce nemmeno a piangere.
Il cuore corre fino alla gola,
- ma non devo dare lacrime -.
E il mare mi avvolge,
unico come padre,
senza pregiudizio, senza riguardo,
verso terre che non conosco,
verso parole nuove e...
tra i silenzi e le preghiere
si fa spazio come la mano
dietro una tenda, la luce
dalla finestra, il sorriso
di mia madre.
Come il miraggio, un faro
sull’acqua piatta, e tra i suoi capricci
come del disorientamento i disegni
che offre il Khamsin
al martirio della sabbia.
Non piangeva,
non mi parlava,
mi baciava, e mi baciava ancora,
e mi lasciava avvolto nel suo chador,
nell’ultima volta del suo profumo,
del tocco delle sue dita e del suo corpo,
la sua voce come l’eco che hanno le nuvole,
mi affidava alle onde.
Quale speranza avrà mai frenato
l’ultimo pensiero di mio padre?
Quale salmo avrà stretto
tra le sillabe incatenate
alle sue rughe della giovinezza?
E il mare mi cattura tutti i sogni...
Quante stelle
disegnano il nostro cammino,
e le guardo, una ad una
nel buio di queste acque forestiere,
e le prendo, prima di chiudere gli occhi,
tra i polpastrelli, così piccole
tra il pollice e l’indice,
prima di dare lacrime
di nascosto. | 


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 Ed io guardavo le stelle
e le trasformavo in favole.
Mio fratello mi raccontava delle conchiglie
e il pianto del mare si nascondeva nell’abisso.
La sabbia mi avvolge piano,
come la mamma e la sua mano.
Il mare l’ha voluta in sposa.
L’acqua mi bacia, inerme,
dove le lacrime diventano sale.
Ho dita piccole e gonfie,
non si muovono, lievi sono
sospinte dove la spuma
non più è bianca
né d’abito blu variopinta,
ma ha il rosso che la scompiglia,
che la ferisce e l’attanaglia.
Non lo sento più, il mare...
La pelle e l’anima,
non le sento più.
Qui dove il vento si nasconde
per le sue colpe,
dove le barche si fanno affogare
per vergogna, per calunnia,
per amore,
per paura, sofferenza
che stringe la gola,
e la speranza che ridona
respiro alla fiducia,
all’illusione.
Si cade come una nuvola
che fluttua nell’intemperie.
È un soldato che mi porta via,
addosso ho l’odore di strage.
Non apro gli occhi,
no, papà, non piangere...
Non c’è più spiaggia
da attingere, non c’è più terra
da rappacificare, non c’è più casa
dove arrivare.
Ma io sono qui,
tu non mi vedi
- neanche io mi vedo –
dove la riva si detesta del suo grigiore,
dove la costa si pente del suo ritardo,
del suo soccorso mancato.
Io sono qui,
guardo le stelle
e le trasformo in favole. | 


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Gitana la madre del clandestino
che si rifugiò nella sagrestia
di una nave che portava schiavi alla bastia
Gitana silenziosa sposa
l'onda che fece crollare le lacrime
dalle nubi e le nebbie delle sirene
che volavano come avvoltoi
sulle teste dei re
Gioco qui, nella mia grotta di ghiaccio
Gioco a dadi e a mosca cieca
con la Solitudine che sorride
suonando la sua lira
illudendo se stessa di esser sorella
di Hermes messaggero prediletto degli dèi
Son qui in un finto applauso
che occupa un minuto di silenzio
Vita che abbracciò il vento e la bufera
e che strinse l'ululato straziato
dei lupi cavalcati dal sole,
Apollo superbo che volle
la sposa delle Montagne
mentre presero vita cloni in statue
Guerra che si dibatte nel cuore
mentre io son qui
nella mia grotta del buio
a giocar a nascondino
con l'amica Solitudine
che non piange né ride
"Danziamo" le dico
ma lei non alza testa né fa smorfia
sulla sua sedia a dondolo
rimane come cadavere
che cuce morti. |  | 


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 | Era perché forse vedevo i tuoi occhi nel mare,
per questo scappavo, dalle onde.
Era perché forse il fiume che ci aveva portato
-oltre il confine della fuga-
mi ricordava quando mi abbracciavi,
e quando mi cullavi,
quando il calore che hanno tutte le mangiatoie
nel tuo corpo si concentravano, -nell’anima forse, madre-.
Era perché forse lo vedevo piangere
-il padre, anziano, che remava-
Oltre i soldati,
oltre le fedi,
oltre gli specchi delle sue rughe
e dei suoi muscoli.
Mi ricordava quando lui ti fissava,
immobile come promesso sposo e marito
che avrebbe saputo della propria profezia.
E tu continuavi a cullarmi,
anche se sparavano, -mamma-
anche se io non piangevo,
-te lo avevo promesso-
anche se urlavano,
così tanto facevo paura io, se non ero
se non un bambino.
E tu continuavi, mamma,
guancia a guancia,
dove le lagune non hanno rumori,
per ivi confidarvi le tue voci
e lì fecondare i tuoi canti.
E tu continuavi, oltre tutti i Mediterranei,
continuavi a cantare, madre. | 


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 | È la nebbia sottile
sui pantaloncini dell'estate,
una spina che si manifesta nella mano
per ricordare un volto,
o forse solo un suono... un pianto.
Le unghie erano sporche di terra,
e le amnesie non ricordano che hanno scavato,
lapidi per croci di legno,
collane d'oro da seppellire,
e ambra per la pelle da ricordare.
I lupi vagano, non bussano alle porte,
e le favole si infrangono, lanciate,
come urne di ceneri,
agli specchi delle bambole senza braccia.
Correranno le nuvole come gambe di bambini?
Profughi di relitti e di regine tagliate d'ebano
dalle ferite delle partite a scacchi.
E il sole girerà come il viso
che ha l'universo,
pianeti senza orbite,
senza chiudere gli occhi,
senza il sapore del sale
e senza la vendetta del mare.
E le stelle si spegneranno
un attimo, per amare, per fingere, o solo rubare
le anime private alle lenzuola del silenzio.
E non è che rovo attorcigliato
a gialla edera
per lucertole senza coda,
per muri senza rose
sui quali petali bianchi i ragni rossi
sembrano lacrime di sangue,
impronte di piccole dita
lasciate come l'orfano
che prega il bacio
da Allah
al seno nel cui figlio mai partorito,
le orme di piccoli piedi scalzi
seguono il profumo che le ossa delle sirene
lasciano al vento della madre. | 


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| Mamma, e ora
che ricordo il mare e le ustioni.
Mi dimenticherò di te, mamma,
che mi abbracciavi per le lacrime del mare.
Mamma, ma io ora
come faccio senza di te.
Non so dare ancora voce alle parole,
non so camminare...
Ma conoscevo delle tue dita
le piaghe e la pelle,
riconoscevo del tuo respiro
il calore che trattenevi
e non piangevi.
Mamma, il mare
fra tante spose
a te il velo
di una pioggia
che si incastrerà
tra i miei occhi
e le reti di offuscati ricordi,
proprio te,
ha voluto di questo dono
fare dolore e onore,
fra tante spose,
a te, ti ha preso
stretta lungo il grembo
e lungo l’addome
dove giaceva mio fratello.
Mamma, io piangerò...
Io ti cercherò...
Dibatterò i piedi,
agiterò gambe e braccia,
gonfierò le guance.
E loro mi abbracceranno,
e loro mi baceranno,
e loro asciugheranno le mie lacrime...
Ma il mio strazio
e lo potrò solo con le urla,
camuffarlo in un capriccio,
incappucciarlo con una smorfia,
nasconderlo tra i denti...
Ma il mio strazio
Come gomma bruciata dalla benzina
Come stella infuocata in un mattino che non ha sole
Come la luna che si cosparge di veleno
Come il mare che ti ha portato via,
via da me, mamma. | 


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Perché i rami degli alberi mi parlano.
Perché spiriti di luce vestiti di buio
rapiscono il mio respiro.
-Sono bambino,
ladro di sogni e miraggi.-
Perché le foglie, dalla terra gialle,
esplodono di colori.
Perché il cielo mi guarda,
con occhi, che non hanno domande.
-Sono bambino,
ladro di mani e di risposte.-
Perché ho fiabe,
per voi sono paure
che si vestono di bianco nuvola,
perché ho storie,
per me, nel petto dove ho lo scrigno
dei si e dei no, delle dita
di amici e fuggitivi.
Perché tu non vai oltre i fili d’erba,
perché non vedi il silenzio,
perché non sai ascoltare,
il suono della mente
che rincorre il tormento,
ma tra i cespugli,
dove tu, Indifferenza, non vedi,
cieca e rannicchiata,
io ho l’oro.
-Sono bambino,
ladro di favole e di sorrisi.- | 



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