
Come di tigre, i denti
che orbitano nelle pupille.
Come di usignoli, le parole
che hanno paura di suonare
oltre le labbra interdette.
-Mi prendi la mano.-
Perché ho paura dell’argento
che indossi.
Perché temo le vocali
che suscitano ai tuoi capelli le mie dita.
-Mi prendi per mano.-
Come di mari
che gli alcioni affogano.
E tornano
metamorfosi di delfini
come angeli.
-Perché tu credi negli angeli?-
-No.-
Mordo lingua al sussulto,
mordo estasi al sussurro,
bugia che ha sapore di verità non detta,
pronunciata in silenzio
come sanzione di una bruciatura,
ed è così che la terra
ridona arida l’erba,
dove nuvola non fa cadere pioggia.
Pietra che si plasma
alla creta
come i respiri all’aria,
come la luna d’oriente
sulla schiena del sultano.
Ed è moto
che riprende animo
dalle boccate d’ossigeno
come dopo i tuffi, e riemergere
dalle viscere che sotterrano le acque
tra sale e mante,
ed è incanto
come fari di luci
ed io gatto – miagolo –
e li fisso.
Volpe che atterra i frutti,
e fiabe di un Esopo
dove l’agnello ulula
al soldato.
Così è, come il piccolo pescatore,
il pensiero nel ripostiglio
imbrigliato alla rete
come ciprea alla mente,
sull’estate delle scuole passate,
al molo, è lì fermo, come statua
che saluta la bandiera,
dove la brezza
racconta di storie,
più lontane del Sud
dove emigrano le cicogne. | 


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 | Se ogni lacrima
facesse geroglifico sulla sabbia del deserto
Sembra di toccare i chador del cielo
sassi accompagnati alla schiena della terra
Popolo di sale
siamo, nulla che ossa della nostra madre
Svengono alle fonti le fiabe
e si spengono ad ogni mezzanotte
come arpe dai veli ricoperti da nuvole
Se schiva lo sguardo
la donna cullando il neonato
e sul dorso di dromedari
c'è voce di mariti dai cuori
riempiti da granelli
Al sole donato il turbante
si riposeranno sciogliendosi ai figli,
da statua ritorneranno padri
E gli scorpioni resteranno
come frammenti neri
d'ombre sulle dune
Ai lontani minareti alle moschee
saranno corteggiate parole
Alle infrante preghiere
come lento il correre
di piedi scalzi
Le voci saranno di sogno
e dello stesso colore dei suoi occhi.
...all'acqua sgorga
di mani e dita l'abbraccio
d'aquiloni e teli
dipinti in zafferano e loto
il profumo delle spose d'autunno
al bacio delle stagioni
dove la Sfinge riposa. | 



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 | Il gelo bacia anime innamorate
e tra foglie gialle cade la nebbia
come velo che toglierà ogni traccia
Fiore appassito ti lancio
come pugnale di lacrime affilate
accettate come collana di rosario
di spine e legno...
di menzogna e bacio
Sotto tombe di petali e stelle
ecco la spada di un amore consacrato
senza santuario né tempio,
scorto silenzio
che spia il buio movimento
di anime che piangono
nei letti d'amore nudi abbracci
di chi sa che il domani
partorirà non gioia né solitudine
non trincee né narcisi...
Anguille del dolore
strozzano le mani
su cristalli di pergamene
Ruggiti di falene
caricheranno i silenzi
come frecce d'indaco
su bianco abito
Fiera e straniera bellezza
prigioniera di serpi e incanto
Il tocco di luna lacera
come bacio su pelle bruciata
Carezze che il Tempo
ingoia nel ventre della terra
Titano è l'Amore
che danza maledizioni di vendetta
e cade come muta edera di petunia...
muto tonfo d' ali... che mai volarono. | 


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Si fende l'acqua
tagliente fra occhi ciechi delle mani
Si bacia la pioggia
e scende come capelli d'anima
sulla veste
Le braccia si chinano,
rami d'alberi a proteggere le foglie,
si aprono come ali in piume d'acciaio
Slittano i pensieri
e le pupille sono vuote,
smeraldi alla luce del silenzio.
I petali cadono lenti
e l'ascolto del vento
è voce che suggerisce ogni rituale nel movimento,
il tè cade lento, morbido come le dita
sulle vie dell'aria
ad assaggiare i pettegolezzi del cielo
e avvinghiando in un inchino il ken- do.
Scudi di nuvole in abbracci molli
d'ipnosi dei grandi saggi
dove il cuore
ha il petto di un bimbo,
ci porta all'orecchio i sussurri degli spiriti:
il fiume che corrode il tempo
tra i fantasmi che osano ancora amare
portando maschere per poter di nascosto,
ogni notte, abbracciare dalla culla - senza toccare -
il figlio neonato il cui vagito ha la potenza del tumulto
vibrando fin nelle ossa che non più reggono
lo spettro racchiuso nel corpo.
È un pianto di madre,
eco, costernato, di singhiozzi intrappolati
tra nodi di spoglie e scheletriche
sottane che abitano sulla pelle
delle donne abbandonate.
È il respiro regolare della terra,
madre essa stessa, di piedi nudi
su un aldilà da proteggere
in questo paradiso di attese
dove l'inferno brucia i puzzle delle vite.
Ma il kata si espande,
energia che dal fulmine percorre
i muscoli in santità,
il mare si eleva a baciare il cielo,
dove luna e ghiaccio
ha il dovere di risorgere
nel tramonto dei viandanti
nel corso degli eventi,
dove il ciclo del Tao
si chiude in un bacio
nel grembo nel cui luogo la neve
non si scioglie
e accarezza guance al fiore di pesco,
dal cui ventre porta il frutto
dello Yin e dello Yang:
un roseo arancio
che cinge i sensi
dell'olfatto e del kimono
sfiorando i seni nascosti.
Si sente seta che ha forma di fanciulla,
un'ombra che non ha buio,
e dal nettare sboccia fragile,
un samurai che non ha paura,
un segreto riposto nelle spade
che non conoscono rancore
ed è il nome della Speranza,
la cui identità porta tra i capelli
non solo rose ma spine sulle ciglia degli occhi,
e sussurrano le radici fin dalle viscere
oltre oceani e monti portando con sé petali:
"Momo no hana". | 


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Mari di sabbie
sugli indici piegati
dei sogni bussando
a porte di vetro, l'onde di spuma
dove le barche sono remi
per far inciampare il destino
Dove si tuffano i bimbi
dalle scogliere arrampicate
Rimangono aggrappate le respirate
lontane nuvole
e quegli spicchi di luna
tra le foglie di avocado
tra le risate delle bimbe
dove la notte ha sosta
come lucciole imbrigliate fra le trecce
e i riccioli delle sculture di fiume
Polveri di bocche
Ho posato sul tuo collo
Ho pianto chiudendo gli occhi
-è buono il tuo profumo-
Talco d'olfatti
Ho poggiato le mie palpebre tremanti
Ho respirato il tuo oro
denso sulla pelle d'ebano
-è buono il tuo rumore-
Ti ho respirato
fino agli abissi del mio seno
dove crogiolano d'asma
le mie ossa
E addormenterò le mie armi
fra le amputate mani
delle mie costole amanti. | 



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 | Qui i colibrì parlano
la mia lingua
non la tua, forestiero.
Da dove vieni?
Quale nave e quale mare
ti hanno trascinato fin qui?
Nel paradiso dei vulcani
nel paradiso delle cose non dette...
Non conosci il mio nome
né sai di che colore è la mia pelle
Non sai quali terremoti
sconquasseranno i tuoi tremori
mentre le mie mani
ti faranno gesto di non toccarmi
Silenzio qui è il nostro primo cittadino, tuo re,
guarderai unicorni volare
e centauri bere alla sorgente
E i pappagalli hanno il colore del cielo
e i bimbi dormono sul dorso degli elefanti d'argento
Tu non sei di questo mondo
Eppure... il cuore batte verso le nuvole
che di sera si abbassano
posandosi sui petali che fanno di piume
il viso alle bianche civette d'oro
E portano con sé il profumo
delle orchidee del vento
e i nitriti dei cavalli selvaggi
che sfidano la corsa delle aquile
Dovrai fuggire...
Straniero...
Dovrai piangere la tua famiglia lontana...
Dovrai tornare su quella nave, straniero...
Ma i tuoi occhi già amano questa terra. | 


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 | La schiena della mente
ha il sapore di cielo
e il caramello che è nella gola
si fa veste di gelido caldo peccato
Pezzi di ragione
persi ormai
come le redini che volano via
I cavalli fuggono verso lune sconosciute
e i seni sono baci da acclamare
nelle arti disarmate dell'intelletto
Seguimi...
Sussurra ancora
voce che prende mani
Seguimi...
Anche nella nebbia perdo il mio corpo
e nella tua nube svengo nei silenzi
che bendano occhi ai profumi
Dovrò arrampicarmi per le tue rocce
scorgerò riccioli da intrecciare
a dita che tremano
Non sorridermi... potrò morire...
lenta morte di un dio per la sua Dafne...
Disegno con la lingua la tua schiena...
Dipingerò il mio volto
nelle tue pupille nere...
E nel cacao delle tue labbra affondo...
Inclino rami come quercia
e tra le mie foglie ti accolgo...
Inchino il mio collo
e nella mia bocca
catturo il tuo respiro...
alito che nell'assenzio di nettare
tinge la pelle di desideri...
Strappare dolori agli dèi
e cadere nella tua nuda anima
sarò come rondine ingoiata dalla luna...
inghiottito ululato licantropo
che sale in muto passo
sulle parole dei tuoi lineamenti...
sugli sguardi del tuo torbido torpore...
inseguendo un bacio. | 


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Giorgia Spurio, nata il 21/12/1986 a Ascoli Piceno, ha lavorato in progetti educativi, dedicati all’educazione civica e musicali.
È docente di lettere presso la scuola secondaria di primo grado.
Ha vinto vari premi letterari nazionali e internazionali di poesia e narrativa.
Ha pubblicato le sillogi: "Quando l’est mi rubò gli occhi", "Dove bussa il mare", "Quanto è difficile essere bambini", "Piccoli Prometeo", "Le ninne nanne degli Šar" e "L’orecchio delle dee" (Macabor Editore).
"L’inverno in giardino" è il suo primo romanzo, breve e di genere storico.
Da Macabor è stato pubblicato il suo libro di fiabe "I Bambini Ciliegio e altre storie ".
Grazie al Premio InediTO 2017 è uscito il romanzo "Gli Occhi degli Orologi" premiato e presentato al Salone del Libro di Torino poi a
Più Libri Più Liberi di Roma.
A dicembre 2023 esce il libro di poesie PURPLE CIRCUS, edito da Polissena Fiabe e Poesie. È una silloge originale che fa parlare i suoi personaggi, animali e acrobati, e a volte zooma sugli spettatori, per parlare della società umana attraverso l’allegoria del circo e denunciare tutte le forme di violenza. |
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