Vi amo descrivo poetizzo -viaggi.
Euforia del tempo che si ferma negli occhi
e reca con sé l’essenza d’un sogno -nuovo.
Effimero che si tramuta in eterno.
Ne porto segni tangibili in dedali della memoria
Basta il profumo di un limone e a Sorrento torno,
il caldo asciutto in certi giorni d’estate rivedo Siviglia,
il gusto di una cioccolata bollente e a Vienna sono di nuovo...
Viaggi, il cui fine estremo è la meraviglia
per ciò che nei luoghi natali parrebbe disadorno.
Ma più d’ogni altra cosa basta la strada
che da qualche parte sempre accompagna
monti mare pianura città campagna
-ovunque io vada-
già al principio
è completo il viaggio
già bello.
Saggezza della donzelletta e del garzoncello
nel Sabato del villaggio
Nell’attesa di una promessa felicità
che raggiunta a volte traballa,
questa si compie del tutto -farfalla. | 

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 | Svegliarsi come per incanto
ai vostri piedi, nobili altari
di marmo con di sole il manto.
Guardare il cielo... infiniti mari
di nuvole, vette e fasci di luce
scolpire l’impareggiabile profilo
che sfoggiate con colore truce.
Ascoltare del vento il freddo sibilo
che penetra le vostre guglie eterne,
belle cattedrali silenziose.
Mirabili, immani, grandiose cisterne
d’acqua e di gelo le rocce erose.
Annusare la luce e l’atmosfera
che plasmano superbe torri dorate
in questa aurora solitaria e vera.
Seguire con le dita sollevate
i vostri pinnacoli di pietra
svettare a fendere la mattina
che trasfigura sempre meno tetra.
Io sola, candida bambina
di fronte all’ineffabile mistero
che la natura in voi cela.
Da dove venite? Dalle stelle? E’ vero?
O forse da Dio che tutto crea e svela.
Scoprire che siamo dell’universo
solo un frammento e all’alto tendiamo.
Questo è il giusto verso,
slanciarsi dall’anima alla mano
per sfiorare il dito di Dio
che su di noi perenne cala.
Tenere sorelle, come sono io,
mai più, mai più, mai più, sola. | 

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 | Il Barrio de Santa Cruz, quel pomeriggio,
era variegato di turisti e souvenir,
stracolmo di voci intersecate
a labirinto nelle anguste viuzze.
All’alto la Giralda s’innalzava
sull’imponenza della Cattedrale,
all’interno preziosi retabli e pasos
e la bellezza che il mondo può salvare.
A lato di un gazpacho non eccelso
un corpo da torero ed un sorriso rosso,
fissato su di me a meraviglia,
che sui tetti andalusi non calava.
Con te ad ammirare Murillo,
i santi e i bambini mendicanti,
poi giù fino al Guadalquivir e a Triana,
note di flamenco a rinfuocar la voglia.
Le nostre calde notti di passione,
corride a cieli chiusi in una stanza
e i giorni dopo a ucciderci negli occhi
sanguinanti già di tristezza dell’addio.
Nei giardini dell’Alca’zar, l’ultimo giorno,
il tuo sguardo si fece trasparente,
tra gli azulejos sui quali ero seduta
ed una rosa già colta e non ridata.
Ho preso il volo per tornare a casa
con sulla pelle ancora il tuo sapore.
Le nacchere ora son in un’anta esposte,
socchiudono, discrete, della bellezza il calore. | 

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Raggio di luce celeste che rincorre il mare,
troneggiante Montagna fra le braccia del golfo,
vapori di turchino e di verde decantati da lapilli di isole,
Napoli specchia di sole intrigante
i panni dei vicoli dei Decumani
odorosi di spezie e di spazi, di origano e uragano.
Dell’illustre passato tracce monumentali,
segni indelebili, rughe di memoria
su un eterno viso di guagliuncella
che sfida il suo destino.
Signorile quanto basta, sguaiata quando vuole,
sofferta voce nella notte di un futuro non suo.
Fragile e stupenda
teiera di porcellana di Capodimonte
dal beccuccio spaccato. | 

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Tra l’Hofburg innevato e maestoso
e il mio pigiama rosso e sensuale
si snoda il sentiero di San Silvestro
e nella notte scintillante di folla e sfavillii
raggiungere l’albergo è un’utopia dilazionata
Arriverà festante l’inizio del nuovo anno
e sotto i bicchieri di vin brulé
coveremo valzer di Strauss
da strusciarci le estremità galavernate
Ma già il tuo alito caldo
è un giro Sul bel Danubio blu
e le mie spalle ghiacciate e cinte
si sciolgono in onde di passi frettolosi
Sorride alle mie guance arrossate
il portiere di notte. Sono le tre
di un capodanno di "fin de siècle":
la grande Vienna di Musil,
di Freud e di Wittgenstein
dorme da cent’anni, velata di bianco,
al di là dell’abbaino patinato
e tu ti perdi in silenziose elucubrazioni
sul termostato del mio corpo
E’ un sogno ancora da interpretare
questo nostro amore indicibile | 

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Le ville sulla scogliera giocano a rimpiattino
inseguendo il movimento di cavallucci marini
e il rumoreggiar di quest’auto d’epoca
non nasconde il galoppo delle arterie
battenti il blu di panoramiche da percorrere
fra il suono del clacson e l’acceleratore della tua bocca
i nostro segugi li abbiamo seminati
smistando le orme sino allo sgabello del croupier
perché puntare su di te è un gioco da ragazzi
se non fosse che delle nostre cifre preferite
esce un unico colore e non è il rouge
cosicché mi smarrisco sulla Corniche Moyenne
perché le altre due sono troppo "à coté de l’azur"
son tornanti accecanti sul mio amore
e sottrarre diamanti al mare o all’aere
di Caccia al ladro non è solo una questione
ma è capire cosa avrei potuto perdere
vincendoti sbancando di fiches
il tuo cuor noir | 

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In uno spazio dilatato dal buio
rifulgono colonne di calcare
lacrime trasudate dalla terra
nell’alternanza delle forme
un’unica direzione obbligata
lo sfiorarsi di concrezioni verticali
nell’intercapedine di un alito di stupore
Sul terreno scivoloso sdrucciolano i perché
aggrappati ad uno spiraglio di penombra
fiumi sotterranei magnetizzano la caduta
in un gorgo ceruleo i pensieri inghiottiti
fluiscono solo emozioni in anfratti
non lontani dai cunicoli interiori
E ti sorprendi ad essere
l’eterno viaggiatore dell’ignoto
traghettato in un cammino circolare
nel prosieguo greve ed immoto
della materia rischiarata
da passi a ritroso anelanti lucore
Fuori è uno stillicidio di luci
un’abissale gola di smeraldo
adagiata su un crinale di domande | 

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Settecentesche ornate visioni
confluenza di comunicazioni e fiumi
un lago tiepido in lontananze verdi
Klagenfurt città elegante e tranquilla
scalpita piano sotto la statua di Maria Teresa
Bulbi barocchi decorano edifici pastello
le finestre ridondanti cuscini di gerani e verbene
in atmosfere irreali sognanti e trascorse
Saettano allegria biondissimi bimbi
sfrecciando pattini e caschi
tra sprovveduti impettiti passanti
Sospinte placidamente veleggiano barche
nel quadretto incorniciato d’argento del crepuscolo
Il lago coniuga tempi dall’infinito al presente
ed io ti chiamo distrattamente amore
su una panchina verniciata di brezza | 

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Ci fosse pure uno squarcio celeste
una strettoia recintata da parapetti di nembi
non sarebbe così affascinante
camminare sul cielo
quanto sostare statuari
sull’orlo dello strapiombo
davanti l’immensità dell’oceano
alle spalle un cuore
che attrae e trattiene
Apparissero anche angeli musicanti
affacciati a balaustre di strati
non sarebbe così emozionante
gioire di voci flautate
quanto udire ninnenanne gaeliche
dal rudere di un castello
profumato d’erica e di muschio
attorno due braccia
che cullano e disperdono
Spora e polline
nel vento del Nord
sino ad una nuova Atlantide
da abitare come una capanna | 

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Domina il declivio ove s’adagia il quartiere gitano
la luce fortificata della rosata cittadella reale
Ornamenti di stucchi come trine e merletti
sbucati dai cassettoni dei soffitti su archi moreschi
si incede regalmente a testa in su come favorite e sultani
I versi in arabo incisi dappertutto nel patio de los Leones
su colonnine capitelli pareti e volte
traboccano di raffinata poesia di passione
L’amore pausa sublime fra guerre e conquiste
sillaba muri labbra e nari come il profumo dai mirti
Nel dedalo di mortella con roseti e viole del pensiero
ci si dilegua tra carezze e baci all’ombra dei cipressi
in controluce i getti d’acqua delle fontane
e la Sierra Nevada che lì da tempo immemorabile
strizza un occhio di concupiscenza a cotanto caduco splendore | 

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Tra un fiordo e una baia
il Connemara da scaltro baro
mescola e taglia carte
geografiche di paesaggi
dalla montagna al mare
dalle foreste di conifere
alle sabbiose spiagge
Laghi torbiere acquitrini
si dilungano in muretti
affollati di brucanti ovini
e altri poderosi animali
Spettri d’antichi manieri
abitati forse da eredi di stirpi reali
certamente da folletti
per raccontarsi fiabe e storie
nei cottage con la paglia sui tetti
Pastori artigiani pazienti
cordiali pescatori sulle coste
offrono teiere bollenti
e pinte di Guinness
tra archetti di violini
Rododendri in baldorie
di colori vivaci cormorani
genziane e aragoste
Stridere di gabbiani
in volo di biciclette e calessi
per chiedere un passaggio
un rassicurante sorriso
per un frullo di vita un sussurro
di un giorno qualunque un assaggio
stemperato nel verde- azzurro
di un archetipo di paradiso | 

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Roma si scompone in gradinate di porfido
svela i suoi mille volti di matrona
imperiale e barocca giunonica e lardellata
i lineamenti deturpati da traffici caotici
mentre la riverisci dai saliscendi eterni
Sui sampietrini delle piazze inciampi
di storia e storie universali innumerevoli
chiese e fontane singolari
riflessi di vissuti frantumati in cocci
abbandonati dai turisti sotto obelischi
statue in mercatini variopinti gatti e personaggi
Tenti di fissare un’immagine un suono
in quella staticità delle sue architetture perfette
nel verdeggiante immoto dei giardini
ma non rimane che un venticello malandrino
a picchiettarti la nuca di frastornanti colorati silenzi | 

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Nei carruggi erti in penombra
ordita dalle dimore dei pescatori
lampade non rischiarano più
della luna curva e saracena
predatrice di riflessi
ai pigmenti tenui del golfo
Cammino silenziosa
aperta al vento e all’onda
di un Mediterraneo che mi è traccia
sui passi di poeti e scrittori
sotto il rosato frantoio lunare
spuntato dalla parete di ulivi
Scorgo le chiglie delle barche
le case intinte di sfumato arcobaleno
la chiesa come una nave
pronta ad essere varata
Nel profumo delle buganvillee
in fiore
etereo e pregnante di bellezza
il borgo antico si fonde con il mare
ed è idillio
in questa visione navigare | 

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A Cracovia si cammina lesti
i piedi schiariti da imminenti stelle
nell’ortogonalità cristallina e ambrata del centro
Sulla piazza del Mercato si comprano presepi
di carta e vetro -torri e pinnacoli veri
s’incartano tra le pagine stupefatte degli occhi
Auschwitz e Nowa Huta musei d’ideologie
ancora si ergono -residui d’ignominie
si possono sgretolare muri
ad un segno ben assestato di Croce
A Cracovia si respira aria
ma colta e sacra -Bellezza salvatrice
puri e immuni da ogni perversione anti- umana
da ogni invasione barbarica del cuore | 
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 | Distesa e fluttuante nel suo lilla
la lavanda ondeggia quale seta
d’arbusti verdi apicale scintilla
ch’avvolge l’aura d’essenza desueta
Api laboriose in sciami sobilla
e una farfalla blu inconsueta
in voli e soste sulle spighe trilla
vagando con lo spirito d’asceta
Un canto gregoriano s’ode austero
dalla chiesa abbaziale millenaria
s’effonde spiritualità e Mistero
Il Silenzio virtù rara e saltuaria
in deferenza al sommo profumiero
s’impone alla mente refrattaria | 

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Quando tu stavi con me a Sorrento
ci tenevamo così anema e core
da far sobbalzare il cielo e il vento
dal tufo delle terrazze al mare
l’azzurro e il verde degli ulivi
si specchiavano in occhi di sirene
ammalianti riflessi tra gli scogli
nell’eterno canto delle marine
imbarcazioni agili erano in moto
verso isole e coste in lontananza
la mole del Vesuvio nell’ignoto
fuoco terracquaria in mescolanza
elementi plasmati da demiurghi
sereni di tal bellezza creatori
come poeti musici e drammaturghi
a celebrarne fasti e ardori
giardini agrodolci di limoni
aranci a picco e spicco sulla cresta
delle colline e negli androni
di vetusti palazzi e ciò che resta
la sensazione unica là sul golfo
respirando fine aria salmastra
di essere noi il centro del mondo
del mio cuore, tu, il pezzo che s’incastra | 

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 | Non è la conca di luce cobalto
che ospita arcate di case chiare,
né i gradini tortuosi di basalto
che scorciano fotogrammi di mare
neppure la spiaggia sì minuscola,
ai piedi della cupola smaltata,
come una vezzosa vera virgola
tra motti d’arte e di roccia, lasciata
e nemmeno sono le voci roche,
sperdute cantilene dulcamare
nelle stradine semibuie, fioche
o zeppe di lingue estranee e rare
bensì del lino il fresco fruscio,
e non è poi così tanto strano,
è quello ad allietarmi l’io
e a farti amare, Positano. | 

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LO SKYLINE DI MANTOVA NARRA
DI TORRI, BASILICHE, TETTI ROSSI
IMBRUNITI DAL CREPUSCOLO BRUMOSO SUI LAGHI
RIGUARDOSI PENSIERI D’ARTE E DI CORTE
E LE TUE MANI, FIORI DI LOTO SUI MIEI FIANCHI
A SCIOGLIERE IL SANGUE RAPPRESO E RUBINO
E PAROLE CHE SNOCCIOLI, LENTE:
Tu calchi una terra sanguigna
che diede i natali a Virgilio,
che cela intrighi e vanta prestigi
ducali, patrioti e madonnari
ed echeggia d’arie verdiane, remote.
Tu calchi una terra sanguigna
che odora di sterco di cavallo
e di lucci e anguille come serpenti
guizzanti in acque incanalate, costrette.
Tu calchi una terra sanguigna
che sa d’aristocratica torta di rose
e sbrisolona popolana
e spavalda zucca in tortelli
su piatti di sole, rotondi
al modo dell’oculo della Camera picta
da cui tu fuggi tra putti, fanciulle e un pavone
nella volta celeste dell’immensa pianura,
come una candida nuvola, flemmatica. | 

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 | Salzburg, io ti giunsi un pomeriggio
nel diffuso serale baluginio,
avevi il ripetitivo scampanio
delle città montane nel meriggio.
Lo squadrato barocco della piazza
luccicava di mestieri antichi
e calessi d’altre epoche, plichi
di rimembranze, cavalli di razza.
Viaggi nel passato al di là dal fiume
che da Mozart m’avrebbero condotto,
sortilegi e presagi, nel viadotto
diretto al Mirabell, un barlume...
Chissà perché certe città composte
son divise da fiumi, ‘sì solenni?
Come le età della vita, decenni
uniti da corsi fra rive opposte.
Ripetitiva e varia eri infatti
nel ferro battuto delle insegne
dei locali, nelle aiuole pregne
d’ordine e fiori delicati, intatti.
In quelle chiese da italiani
progettate e affrescate, gli edelweiss
ai cimiteri illustri annessi
davano aspetti ariosi e valligiani.
Quale sublime incanto i riflessi
dorati del fiume ad attemparti,
tu così giovane nel rinnovarti
d’eventi colti, al trascorso connessi.
Come una signora di mezza età,
truccata e in procace décolleté
ad un concerto del Festival d’été,
si trastulla sulla transitorietà,
non rivelavi che un lato maldestro:
scordare il programma alla hall della storia...
Tanto ripeti e sai a memoria
ma non ti ripeti, conscia del tuo estro. | 

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Venezia affonda nei miasmi dei canali
riemerge e svetta tra lo sfarzo marmoreo dei palazzi
si contorce nell’angustia delle calli
sorride alla sorpresa dei campielli asimmetrici
Persino il meticoloso disordine dei colombi
amplifica il completo scompiglio decadente
Tutto è decentrato
riflesso
rimanda
s’inoltra fra il cielo e il mare
la laguna al tramonto
è la musica falsata della terra
e degli amanti
oro e rosso trionfante sulle torri campanarie
tra le altane delle residenze nobiliari
sulle cuspidi e i leoni alati
veli di nuvole passeggere
E’ nella traiettoria fluida
di un petalo di sontuosa rosa rossa
chiazzante un bizzarro terrazzo
che le compete
ci compete
l’eternità fugace
di ciò che è Bello. | 

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 Urlo di bellezza atavica, nelle grotte di roccia lavica
l’ardente voce del mare ventoso e incontrastato
si smorza appena della sua nenia cosmica
fino all’erba bruciata disseminata di pietrisco.
Scorrerie piratesche subite nel turbolento passato
testimoniate da torri di vedetta sovrastanti l’omonimo
borgo ad anfiteatro disposto su una baia acquerellata
ospitale per il turista e l’artista di murales anonimo.
Tetra e scarna vegetazione di mediterranea steppa
ma il cappero s’inoltra tra il fico d’india e il lentisco
rovente come dal porto al borgo il rosso ibisco
e lo scirocco che lo sfiora caldo e fra i vicoli s’ingrippa.
Irrisolto alone misterioso di un recente disastro aereo
e quello antico mitologico di Circe leggendaria
amante d’Odisseo e portentosa maga di Eea
secondo alcuni proprio l’isola "diamante solitario".
Cielo di un azzurro quasi irreale e artefatto
da non credere alle proprie socchiuse pupille
in cui vaga pioniere del sole lo sguardo stupefatto
con ali di cera che precipitano e affondano scintille.
Acque cristalline, paradisi di subacqueo
tra calette nere uniche proliferanti di chiare
meduse e gorgonie scarlatte, rosacee madrepore
artefici di barriere ed estremi sport e glamour.
Un presente di crescente florido turismo
ma un’aura perenne fascinosa di confino
tale da rendere indimenticabile il soggiorno
se si è desiderosi di togliersi di torno
un mondo che inevitabile già ci lascia fuori
e tornare nel mare isolati dal destino. | 

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Sedie in bellavista
sul postindaffarato e ciarliero
pomeriggio parigino.
Ho smarrito le chiavi
d’ufficio della realtà
nell’acqua stagnante delle fontane.
Lenta e gioiosa affiora la procedura
del sogno: osservo bambini
navigare barchette in miniatura.
La libertà si fonda sul rigore,
ne sono sempre più sicura.
Lo dice la ghiaia assolata dei viali,
l’impianto scenico delle fontane principali
e la collisione festante tra un panfilo e una goletta.
Sul mio viso c’è un sorriso ora
che non c’era. E’ una giornata perfetta. | 

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Arrivai a Cordova
che la mattina ancora assonnata
dipanava i suoi riccioli d’oro sul letto
scuro e caldo del Guadalquivir.
Chiare furono allora le parole
"...Cordova lontana e sola..."
Più ci si avvicina a Cordova
più essa è mai raggiunta
Sfugge nei giochi di luce
tra il Ponte Romano e la Sierra Morena,
nelle mille prospettive
della Mezquita Catedral,
nei dedali tortuosi dell’interno
dove i patios fioriscono d’ascese e decadenze.
"...Cordoba lejana y sola..."
Metafora della meta non intermedia,
del luogo non provvisorio.
Una bisaccia consunta per raccogliere olive e versi
e alla magnificenza forse giungere,
infine.
Concepimmo un poeta quella notte. | 
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 | Pare, all’inizio,
la nevicata di un ingegnere distratto
Sulle colline copiosa,
in città scarna:
sfarfallii ed evoluzioni pindariche
che si specchiano in pozze d’acqua
tra un portico e l’altro
e nelle vetrine delle luminose
storiche pasticcerie sottostanti.
Ma, alla lunga,
dove il riparo lascia spazio
al cielo aperto,
la neve proclama la totale libertà
di un progettista attento:
fodera di seta l’elsa della spada
di Carlo Alberto, gli barda il cavallo
con finimenti candidi e leggeri,
ricopre il capo di Maria Ausiliatrice
e del bambino Gesù
con strani pesanti colbacchi
e a lei una stola di volpe bianca.
Pacifica, tenera, provvida neve
di un mago misterioso! | 
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Se il cuore di Chopin
custodito in una chiesa lungo la Vistola
non irradiasse sufficiente emozione
ci penserebbero i parchi senza fine
e l’incanto variopinto dello Stare Miasto
ricostruito da vedute settecentesche
a fugare ogni dubbio
sulla dignità e volontà
del tuo popolo tenace
Oltre ogni resistenza
io ti ho già vissuto Varsavia
in qualche vita inconscia
ero lì tra le macerie grevi e buie
con le gonnelline corte
le gambette al freddo.
Fui prelevata dal ghetto e deportata,
tu rasa al suolo
e poi rifatta nello stile inquietante
di un’altra ideologia
ma ancora soffro e risorgo
come all’inizio sempre nuovo
di ogni tempo
dopo un notturno
un valzer
e ancora polacca. | 
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Arrivarle al centro
-scalare le vetrate del Duomo
come una mosca curiosa
in cerca di particolari-
vale già molto nella borsa delle emozioni.
Ma è scoprirla quasi in periferia
-lungo il filo di ragno della tela
del cuore-
che incrementa
il desiderio di rivederla
ogni tanto.
Nei corsi tra i grattacieli
il viavai della mondanità di Milano:
il fotomodello e la manager,
la signora bene e il barista,
la tosa della porta accanto e il nordafricano
ma se la chilometri a raggio
é infinito e sorpresa
racchiusa in un nuovo pergolato di glicine
addossato a una vecchia casa di ringhiera.
E’ l’acqua dei navigli
-prima della movida notturna-
che luccica d’azzurro anche qui
immateriale quanto un’emozione non circoscritta.
Ti trovi innamorato
anche della ipotetica fantasmatica nebbia
negli ultimi tempi andata in vacanza
dissipata nell’intrisa meraviglia
per qualcosa che resta e si muta
ogni tanto in meglio. | 
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Non si direbbe l’oceano
la massa d’acqua stazionante
tra le banchine e non parrebbe il sole
lo stridio cromatico dei raggi affollati di gabbiani
se non fosse che una nave mercantile sta salpando
dal porto di Galway nella luce vergine
postmeridiana
Accade dopo l’ennesimo temporale
sulla contea occidentale
Qui si incontrano mondi
già visti solo con l’occhio vigile
e la disinvoltura della lontra
quando la voglia di un passo di danza
libera dalle giacche di tweed e
immerge nel verde dell’erba appena bagnata
sui moli verso il mare
Anche il tramonto
sembra una nuova breve tempesta
da godere senza fretta | 
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Lei entrò, riflessa nelle specchiere
la vaporosa nube bionda dei capelli,
la snella figura strizzata in un trench.
Lui l’aspettava sul velluto rosso
l’impeccabile leggerezza della giacca di lino,
davanti un libro aperto di D’Annunzio.
Girovagavano colombi incerti
nell’umido sorriso delle labbra
si distillavano gocce di rosolio.
Scorse in lei l’evanescente malia
dei cieli di Venezia, il soave languore
delle calli quando sale la foschia.
E la marea della sua voce d’angelo
era come l’eco della sua anima,
nel brusio della macinatura del caffè.
Con la magia delle sue forme disciolte
dal rigoglio spumoso degli stucchi
immaginò la via della seta e l’Oriente,
intero.
L’amò attraversando il tempo e lo spazio,
fra la vanità delle cose della terra
e l’immutabilità cangiante del cielo.
Divennero memoria e desiderio. | 

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effuso crepuscolo ischitano
donante al litorale parto di luci
colore di scorze fruttate
sagoma di rustiche ombre
fatica antica di remi su onde
novelle che reca la notte, dal mare
profondo, profondo profondo
silenzio
cullante il sogno delle barche cimate
e quello della luna esitante
effusa anch’essa dal cratere del monte
intorno a guardarsi
in specchio di felci e pineta
temibile fissità delle stelle
su silenzio sempre meno profondo
di vento, svegliato bambino
riposo antico di remi su onde novelle
giocose di brezza, dal mare
profondo, profondo profondo
singulto
di nuovo
silenzio
rumore bianco dell’onde,
del buio purezza | 

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Nugoli di surfinie violette
contendono agli scuri d’un crepuscolo blu
la prossimità imponente e grigia del massiccio.
Sono già stata qui
a sollevare le mie inquietudini
a livello di un ispirato respiro.
Ora ritorno con la quiete viva
del tuo amore presunto
Potresti essere la distesa verdeggiante
il fauno più segreto del bosco di larici
o la canna d’organo scolpita nella dolomia
potresti...
ma io ti presumo più in alto, nel silenzio
dell’aria frizzantina che mi tace,
di cuore e di pietra. | 
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 | Un taglio sbieco di luce
e un cono d’ombra
sulla vite e sui gerani
pendenti dai loft.
Mi volto e non ci sei,
hai fotografato la targhetta di Fellini
e precedi le mie curiosità
filtrato da un cross processing
nel nostro ultimo ciack.
Ti cerco qui
tra un foulard annodato al collo
e un’ocra rossa di travertino
mentre Roma abbozza un sogno
d’autunno e di tramonto.
Vienimi a cercare qui
quando ti pervaderà
la nostalgia d’un colore nuovo
che non hai saputo creare.
Ci disseteremo insieme
alla Fontana delle Arti
e, se non mi precedi o segui
ma staremo a fianco,
forse insieme scopriremo
anche il mistero degli oleandri. | 

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il trasferimento dall’aeroporto in città
quel tragitto che sfiora Capaci...
Palermo, dai carabinieri a cavallo
alla frenesia smodata degli scooter.
Dalle anguste botteghe dei pupari
alla tradizione orale dei cantastorie
al movimento ondoso dei suoi mercati.
Palermo, dalle acquasantiere a conchiglia
nell’opulenza barocca delle chiese
allo splendore bizantino dei mosaici
negli edifici arabo- normanni.
Città paradossale della tolleranza e del rispetto
che da tempo lontano giungono al suo sole.
Molteplici dominanze eredità preziose
hanno saputo interpretare, integrare.
Ora un urlo le muore in grembo
soffocato da mostruose speculazioni.
Palermo dagli aspri contrasti, in un angolo
pare una sventrata Beirut, in un altro
l’elegante Parigi, più bella ancora
perché qui anche al buio si sente il mare
perdurante, senza un inizio senza una fine... | 

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sul lago fermenta repertorio serale
e la brughiera irlandese stinge
nello specchio del sole lunatico
un anello di nuvole capricciose
distanti barlumi incastonati
nel cielo sempre in movimento.
Saranno gli spiriti del bosco
o un agnellino sfuggito al gregge
a belare di malinconia
sino al filo d’erba più verde
della mia anima?
non è irraggiungibile Killarney
questa notte
che volge in ametista e agata
il placido stare attonito
del mio giorno scompigliato. | 
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Dalle torri sfoggia archivio storico
di pregio, dal basso il labirinto
trasparente di piccoli canali.
Città d’acqua, di fontane, di mura,
tenue e forte in itinerari senza meta
non conduce alla dimensione onirica dell’altro:
altro tempo, altro luogo, altra città
ma si vive il presente sognando
nell’istantanea d’un dettaglio
che fa la differenza
ma a casa riporta.
Nel cuore della Marca
e della pianura veneta
lusinga il palato e la vista.
E non sai più discernere tra il gusto e l’arte,
segno distintivo di quando la bellezza si fa tua. | 

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Quell’esotismo
che è differenza affine
propizierà il viaggio.
Eilat, dove il Medio Oriente nell’Africa s’infila,
i cammelli passano per crune di vento nel Negeb,
al khamsin stormiscono le palme sul Mar Rosso.
Eilat
ti guarderò dall’alto
come si confà ai poeti e ai demoni
e avvertirò in te il punto vivo delle religioni,
la mescolanza vitale delle etnie.
Avrò nelle arterie un pulsare di progenie,
tra le mani fremeranno immobili le tavole della legge,
sui capelli aliterà il lamento degli schiavi.
Nessuna differenza
-la comune sostanza umana-
percepirà la mia anima in viaggio
nello spazio e nel tempo,
ad altri usi, costumi, tradizioni,
vicina, non lontana. | 

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 | Sì, è proprio in centro ad ognuno
-azzurro diadema d’oro sul cuore-
il cielo luminoso madrileno
grondante limpidissimo colore
sovrasta l’affascinante Gran Via,
s’allunga sulla Plaza de Cibeles,
diffonde aristocratica nostalgia
dagli stucchi del bel Palazzo Reale.
Rifulge tra le foglie del roseto
sul lago nel Parco del Buen Retiro,
ha la luce tersa della meseta,
di Don Chisciotte il piglio e il respiro
che sfodera con prodezza la lancia
dalla fontana di Plaza de Espana
indica l’orizzonte della Mancha,
inseguendo una maestosità vana.
E’ il cielo di Dalì e di Picasso,
e di Goya e Velazquez al Prado
i cui personaggi hanno lo stesso
sembiante di quelli che in vario grado
vanno ad animare la movida,
simbolo d’una città in divenire
continuo, come l’arte ...e la vida
-vagabonda fra trascorso e avvenire- | 

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| Odore pungente d’incenso,
candelabri sacri
ad annerire in progressione
l’antica icona mariana
venerata in tutta la Polonia,
una stola insanguinata
e tu che avanzi carponi
in silenziosa processione,
il capo chino, un fazzoletto
sui capelli color grano,
le lacrime a detergere
la dura pietra dove incedi.
Non conosco la tua storia
ma so la turpitudine del mondo
e la bellezza, invece, della vita
Incastono le tue lacrime
alle mie
come una reliquia
a cui prostrarmi
nei giorni in cui recedo
da me stessa
e il chiaro monte
-Jasna Gora-
non m’appare. | 

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spira aria premonitrice
messaggera di un ritorno, similitudini
ombreggiate, in procinto d’annottare. Quattro
barboncini bianchi
accoccolati sulle ginocchia di una signora
assorte sulla panchina di fronte. Le aiuole
nei giardini tra le fontane
così belle radiose muy hermose, come i ragazzi
proni sugli addominali dei loro primi amori. Io
navigata cinquantenne
che mi figuro Hemingway sbucare dalla Gran Via
sotto grattacielo e luna anni ‘40... Rigorosamente. | 

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Le gargouilles scrutano torve e impietrite
-come sempre- la spensierata Senna incurante,
che scorre ai loro piedi di anomali serpenti,
sotto ali rattrappite di chimere mancate,
mostri dello strambo medioevale bestiario,
demoni per esorcizzare il demonio
che, per chi crede, esiste veramente.
E gli angeli di Notre Dame -indifferenti-
sono sublimi essenze pietrificate,
la lontananza di ciò che non ha voce.
Tuttavia, dalla loro tremenda bellezza
o dall’aspetto ripugnante e truce
dei doccioni, trapela doloroso richiamo
a realtà diverse da quelle quotidiane.
Seppur voi non certo capiste o capite,
dateci un mondo -angeli di pietra
o gargouilles dal terrificante rostro-
ove acqua e non sangue scorra dentro il fiume,
dove siate del demonio unici testimoni,
non lo siano esseri con sembianze umane
che hanno il cuore più impietrito del vostro. | 
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laddove l’amalfitana costiera
s’incunea in apice di forra e furia
la Magnani volle una dimora
issata vela bruna all’intemperia
come lei indomabile e fiera.
Salgono scalinate e sale il vento
tra monazzeni, mulini e vigne
coltivate con sudore e tormento
sulle asperità di rocce arcigne
e il filo di mare è ornamento
smeraldo, specchio di dea saracena
che prima s’adorna e poi resiste
ai guizzi del flutto e la sua pena
spande fino al paese, che non esiste
se non nei sogni, quieti, della luna. | 

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Deve essere stata la stessa luce
che accolse Lou e Friedrich in un giorno di maggio
dopo la salita da Orta al Sacro Monte:
la luminosità rinviava all’effetto dei colori,
i colori rimandavano al profumo delle resine,
i profumi sottintendevano canzoni wagneriane dalle onde.
Sì, deve essere stata la stessa luce
che illuse Nietzsche e gli saturò la mente
la stessa luce che liberò crisalidi dal cuore di Lou
e ne generò farfalle, ostinatamente pertinenti. | 
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arroccato sui colli piacentini,
immerso, di settembre, nella tavolozza dell’autunno
e, a marzo, chiazzato di peschi rosa e di forsizie,
imponente ed elegante
nell’ambrato laterizio delle torri merlate,
nell’arenaria antica della collegiata
quando compio la salita alle sue piazze
è quasi cammino penitenziale,
viaggio di feudatario
all’interno dell’impossessabile
a partire dal dolce scalare del verde
avvezzo agli Scotti, ai Visconti, agli Sforza...
signori di ciò che rimane e peregrini del niente,
mentre marmoree code di rondini
sovrastano i non ritorni
- lo sprofondare del voluttuario-
e la bellezza trionfa in guarnigioni d’angeli. | 
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Si creano all’ora d’oro -come dal nulla-
tinte uniformi, quasi irreali
tra scanalature e sporgenze del Rosengarten.
Giardino di rose, giardino di rose...
Ma tu hai veduto la conca d’erba verdastra
ove vantavi un attimo prima il tuo cammino?
Riassorbita dal rosso diffuso
dove inizia la ghiaia dei sabbioni.
Hai scorto il ruscello che balzava gaio
tra i sassi? Prosciugato dal fuoco dell’occaso.
E lo squittio della faina, disarmata all’estate?
Zittito da un solenne coro vermiglio
di navate tra le crode.
Ora e qui -in questa sommità eterna-
è la rude armonia della pietra a prevalere,
a dissolvere persino il nevaio
in ombre scarlatte
sotto un cielo cobalto e nitido
d’imminenti impassibili stelle. | 

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Sono come gli altri, i gatti di Roma
ma della felinità assumono
ancora più accentuate sembianze.
Nel misterioso nobile idioma
si degnano, a volte, di parlarti
tra una colonna e un capitello
si stiracchiano pigri, socchiudono
pupille all’inferriata di un cancello
e sembra che declamino le stanze
di un poema ininterrotto. Coi leoni
del Colosseo imparentati, negano,
revisionisti, ogni legame supposto.
Affilano unghie e il pelo drizzando
se ne tornano, offesi, al loro posto
di colonie affollate e, immaginando
un mondo di dei, stanno sornioni
-gladiatori in procinto d’allietarti-
in ogni luogo, a loro non imposto. | 

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Un condottiero e un musicista
aleggiano, visibili nel marmo
sulla piazza e negli interni della fede:
sacralità dell’arte e della libertà,
il cuore antico cinto ancora
interamente da mura.
Lassù, a rimembrare l’espansione
delle membra, la città bassa,
la voce che si sperde in echi,
i baluardi possenti a dirimpetto
da cui l’occhio si perde e vede
fin nella provincia gli avi del Tasso,
i natali di un Papa ormai santo e del Merisi.
Bergamo, graziosa bomboniera
di traverse, slarghi, acciottolati biechi
e roccaforti di scalini e bastioni,
imponente e levigato sasso.
Estremo lembo occidentale
della Serenissima e limbo
di già scoscese prealpi
non ancora altezzosi monti.
Di tramonti violetti e infine cremisi,
di piogge torrenziali cadute
senza sera e senza stagione,
di conversazioni frivole o studiate
sotto il Palazzo della Ragione.
Bergamo, discreta ed eccezionale
capace di incantare un vate,
una ragazza, un bimbo
(che non si perderebbe mai
sulle sue gradinate
perché basta salire
salire e ancora salire
per essere centrale).  | 

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Giallo tramonto
Mare bruno velluto
Tsunami d’astri | 
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 | Ci disse dell’abete bianco.
E di quello rosso, leggende-
verità dell’ombra.
Parlava da un pulpito d’alberi,
sapeva il nome delle cose
e il Suo nome
dal sorriso custodito nei rami.
Sapeva il mondo ma non ne era parte
come la volpe all’uscio della prima neve.
In uno slargo della foresta -ragazzi
gigli selvatici
e il rigoglio di un’acqua nuova. | 

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Già dalla primavera una frana
colpito avea l’ermo colle del Poeta;
ora tremenda faglia ha aperto crepe
laddove la famosissima siepe
"dall’ultimo orizzonte il guardo esclude",
e la valle non è più tacita e quieta.
Il terremoto certo a un bisbiglio
non somiglia, non la terrestre crosta
all’infinito prolungarsi pare,
ma resta del sommo poeta l’idillio,
sublime canto che all’immenso accosta
e dell’eterno dolce naufragare
l’immaginazione non si preclude,
e al provato cuore nulla costa. | 

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 | Due cupolette limitanti il mare
che rifiorisce da un pino e poi un fiore,
è di Ravello, se ti porta seco,
questa la celebrata cartolina.
Qui s’ode di Wagner e di Beethoven
la musica, gli acuti e il fragore
del mare non vi giunge, né manfrina,
solo la vista e un lontano eco
che diffonde profumi in ogni dove. | 
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Arrivare in Provenza fu cedere alla bellezza
t’osservavo guidare con calma in autostrada
i tuoi occhi verdi riflettevano il tramonto
dai saliscendi delle colline su di me
ampie sensazioni di respiri trattenuti.
Serbavo in grembo colombaie e lucernari
correvano rapidamente, piccole gioie
che mai ti dissi, grandeur da bambina.
Tornai che ero donna. | 

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 | Alba, toni contadini e raffinati
dagli arbusti di rose all'apice
degli spartitraffico nei corsi,
all'eleganza nei modi
e del vivere autentico e felice
in un'industria di cioccolato internazionale
o in una minuta serra,
dai tartufi, segreti
fra la luna i cani gli uomini
veri, mani nodose e senza nodi,
cresciuti e svezzati dalla terra
generosa, laboriosa, non egra,
alla terra partigiana di Fenoglio immolati.
Alba
un destino nel nome, nella voce...
Quando vi torno l'anima si rallegra
come a una sagra mondana di paese
un rigolo di bocce e di fiume dai mille greti
come a un compleanno della luce
festeggiata dalle cose. | 

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Nel mélange vernale d’astri e fiocchi
svettano le Odle dalle grigie cime,
celano dei sentieri ardui gli sbocchi
mentre radura veste di sublime.
Scoppiettano nel camino arsi ciocchi,
compiete e vespri, più buie le prime
che di remote campane i rintocchi
spandono, e l’aquila -alta- si redime.
Canterella la madre ai propri bimbi
una nanna ladina lieve e dolce
apprestando loro ultimi rimbocchi.
Luminano stelle e astri e non s’ammolce
il nevischio, con candidi corimbi
vela di calda speme lucidi occhi. | 
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-Passerò per Piazza di Spagna- ardeva
Pavese all’amore inquieto in tumulto
e De Chirico una casa ivi aveva
bellissima, di quadri e arte consulto.
La vidi un giorno d’estate, la scala,
la fontana e la chiesa. Là in alto.
Crogiolo di fiori e luce regala
lo squarcio ascensionale dell’asfalto.
Per dove si va? Azzurro prevaleva...
Di certo lassù finché non esala
anche il cuore un suo raggio. Cedeva
il giorno a notte romana, che cala.
Qui o altrove si spegne tutto in sussulto.
Solo amore ed arte vita immortala. | 
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Splendido smeraldo in cui tuffarsi
e senti con la vita vicinanza.
Basta il colore per innamorarsi
ma intorno e a prossimissima distanza
schierano creste, profili e intarsi
i monti, rocce e pini in esultanza
bordano spiaggette dove sdraiarsi
e ora di nulla avverti la mancanza.
In frescura adombrata verdeggiante
si scioglie e si discioglie inibizione
come paesaggi, tele dipinte,
riflessi ori nel ritmo altalenante
delle barche in sciabordii sospinte
dai remi e da vera improvvisazione. | 

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