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Lo zio Torello

Biografie e Diari

Il fratello minore di mia madre si chiamava Torello, come il suo nonno materno, morto prematuramente ad appena trentatré anni di età.

Mia nonna diceva che suo padre proveniva dalla Val d’ Orcia: sarà stato così, ma recenti mie ricerche in Internet mi hanno fatto sapere che Torello era il nome di un sant’ uomo (non di un vero santo) del Duecento, di Poppi, cioè di quel paese (confinante con un borgo in cui nacque il più grande ministro del Regno di Napoli del Settecento, Bernardo Tanucci) in cui l’ Aretino sconfina ormai nelle Marche e in Romagna (e il culto di Torello si sarebbe esteso solo a un’ area alquanto limitata, da Poppi verso nord, fino a Forlì .

I figli assomigliano, è vero, ai propri genitori, ma spesso hanno alcune caratteristiche dei loro zii. Se al fratello di mio padre mi accomuna l’ amore per il sottile ragionamento, non disgiunto da una certa diffidenza per le cose e le persone che incontro nella vita, allo zio Torello mi avvicino nelle fasi iniziali dei miei entusiasmi, guardati spesso con ingenuità e con un certo ottimismo, e destinati quasi sempre a spegnersi (anche se a volte occorre molto tempo) col subentrare della personalità dell’ altro mio zio.

Lo zio Torello era nato, forse per errore, come soleva dire mia nonna, nel 1926, terzo e ultimo figlio della coppia dei miei nonni materni. Aveva vissuto i primi nove anni di vita a Pesaro, e poi sette a Pontedera, dove nel 1935 si era trasferita la famiglia di mia madre che poi, nel 1942, era approdata nella mia cittadina, nel Napoletano. Aveva quindi diciassette anni quando, nel 1943, arrivarono gli Americani, i cosiddetti liberatori. Mio zio, come ho accennato prima, era un po’ ingenuo e parecchio ottimista, ma anche abbastanza socievole. Se nel 1942 si divertiva, dopo averli ascoltati parlare, a scimmiottare i soldati tedeschi facendo spesso terminare in "en" le parole italiane che pronunciava, dal 1943 in poi non si vergognava di mettersi in prima fila per accaparrarsi le leccornie, soprattutto le scatolette di carne e di sughi (una novità per l’ Italia) che i militari americani distribuivano abbondantemente per guadagnarsi le simpatie del nostro popolo: tornava a casa tutto contento di fare quei regalini ai genitori, al fratello maggiore e alla sorella.

Finita la guerra, riuscì a entrare, come operaio, in quello stabilimento ormai tutto da ricostruire a causa dei bombardamenti alleati, in quell’ "Alfa Romeo" in cui già lavorava suo padre. Bel pezzo d’ uomo (era alto circa un metro e ottanta e pesava attorno ai cento chili), ma forse piuttosto impacciato con le donne, conobbe, tramite un collega di lavoro, una discreta ragazza di un paese vesuviano, che dopo alcuni anni sposò. E’ da lì che cominciano i miei ricordi, da quando lo zio abitava poco lontano da me, in una via parallela alla mia: forse anche perché i figli non volevano arrivare, si era parecchio affezionato a me. Era il mio zio più giovane ed io, anche a causa del suo carattere quasi fanciullesco, mi prendevo con lui delle libertà che non mi sarei sognato di prendere con gli altri parenti. (Mio padre mi aveva regalato una pistola giocattolo, nonostante la mia ripulsione per le armi, e una volta, sicuro di mancare, come sempre mi succedeva, il bersaglio, sparai a mio zio che stava entrando a casa mia: la pallina di plastica che uscì dalla pistola lo colpì, per fortuna senza conseguenze, in un occhio...)

Nel 1961, in occasione della mia prima comunione con cresima annessa, egli mi mandò un telegramma di felicitazioni da Parigi, dove stette parecchi mesi (l’ "Alfa Romeo" aveva stipulato un accordo con la "Renault" per la produzione di alcune parti di certe utilitarie), e alla fine di quell’ anno nacque finalmente il figlio tanto desiderato soprattutto da sua moglie, che si era sottoposta a una prolungata e forse non ancora ben collaudata cura contro la sterilità: neppure due anni dopo morì di un cancro al polmone...

Nella numerosa famiglia di sua moglie c’ era una sorella ancora signorina che, secondo le abitudini provinciali di allora, fu immediatamente proposta allo zio Torello come seconda moglie, anche per dare al bambino di due anni una figura materna vicina il più possibile alla madre scomparsa. Ma, mentre la moglie di mio zio era nel complesso una bella donna, sua sorella lasciava alquanto a desiderare... Mio zio non esitò a rifiutare quella proposta e, per evitare di sentirsi come perseguitato, accettò l’ invito del fratello maggiore a trasferirsi, col bambino, a Pisa, per lavorare in un’ importante fabbrica di scooter.

Non so bene come successe, ma mio zio conobbe ben presto una salentina dal passato probabilmente non troppo limpido e, anziché limitarsi a divertirsi con lei, per la sua ingenuità se la sposò quasi subito (era evidentemente questo che lei cercava, una sistemazione): nacquero due figli. (Fu allora che cominciai a conoscere i Salentini, i numerosi fratelli, sorelle e nipoti di quella donna: forse sarò stato sfortunato, ma quelle persone mi sembrarono tutte eccessivamente piene di sé, come se avessero costruito un castello di carta sul vuoto... A Napoli tipi così vengono definiti "ciucci e presuntuosi", e in effetti, se pensiamo ai Salentini famosi, come lo è Al Bano, o come lo fu Carmelo Bene che "era apparso alla Madonna" ...)

Avevo visto mio zio nell’ estate del 1979; stava benissimo (almeno apparentemente) e coltivava sempre le sue due vere passioni: le automobili (la sua libreria era quasi interamente occupata dalla collezione completa di "Quattroruote", e ultimamente aveva comprato una "Mercedes" usata da un proprietario terriero del Leccese) e la fotografia (da giovane arricchiva spesso le sue macchine fotografiche di accessori, di "figliolini", come li chiamava lui) . Ma già prima del Natale di quell’ anno le sue condizioni di salute non erano buone, e peggiorarono rapidamente, fino alla morte, sopravvenuta dopo neppure due mesi all’ ospedale di Pisa (pare che i medici non riuscissero a venire a capo di quella malattia) . Andai a trovarlo, due o tre giorni prima del decesso, in quell’ ospedale: aveva ancora il suo solito sorriso bonario, e forse da me si aspettava qualche parola capace di dargli un sollievo, ma io, che pure so usare abbastanza bene la lingua in tante occasioni, di fronte a una persona che soffre conosco solo il silenzio...


Antonio Terracciano 08/05/2019 19:28 240

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