 | Mormorii di torrenti
e di motori che partono
Sibila il vento della città
e una cioccolata calda
è tra le mani
di chi riflette i propri pensieri
sul vetro
Una vecchia insegna
"Tavola calda"
si spegne come neon
triste e solitario
E lontano cantano
chitarre del blues
Bibbia che i negri insegnano
"Alleluja"
e osanna al padre
Osanna alle polveri e alle nuvole
alle madri e alle angustie
Mentre divoriamo dispiaceri
mascherandoci di illusioni come notturne manguste
Ronzii di pensieri
nella gabbia della mente
sottovuoto
come mosche dalle ali bianche
sbattono contro i muri esasperati
Notte, camminiamo
qui lungo questo grigio marciapiede
Dai la tua mano al mio io vagabondo
Ricamiamo silenzi
ronzando ancora
come mosche che si dibattono contro l'aria
Solitaria menzogna
si presentò alle mie mani
e così si è spenta
sciolta come neve
spenta come quel neon
esalazione di un ultimo respiro
La neve si sciolse, mia cara Notte
sì...
si sciolse come frusta di lacrime
dai miei occhi | 


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| Si coprì il volto
arando con le dita la terra
e il seno era arido di latte.
Il mondo non camminava
né con la testa tra le mani
né danzando come le fanciulle dei fiumi.
E si spense d'improvviso
il vuoto del nulla
tra le costole degli arresi.
Mentre a pregare a un Dio
rimanevano gli arrestati,
innocenti santi condannati.
Non avevano corde per non respirare,
non avevano l'obbligo di urlare,
soffrire nel soffocato orrore
dove l'inverno non conosce fiore.
Non c'era che sabbia di neve calpestata,
non c'era che un "noi sussurrato" con paura
tra la pelle nuda e le ossa,
tra le lacrime gelate e il cielo che per dispetto
aveva persino le stelle.
Non hai mai pianto,
il freddo rapiva il respiro,
gli uomini vestiti da soldato
castravano gli occhi,
e la bocca non osava se non baci
nei ricordi e tra i balocchi dei piccini,
giocattoli decapitati per gioco
mentre il sangue si ferma davanti al mostro
della morte, delle tombe senza sepoltura,
dei cadaveri senza abiti,
delle vergini senza capelli,
e delle labbra ricucite dei bimbi.
Pregava il silenzio per avere in dono la sordità,
pregava il buio per avere il miracolo del divenire cecità.
E Cerbero dagli inferi della sua cuccia
mugolava il latrato segreto
tra le viscere di Acheronte,
dove Ade morì ad ogni anima,
frastornata da urla impresse
e annodate nella gola,
trasportata stanca e senza occhi
alla sua deriva. | 



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 | Hai presente le costole?
Ma le senti trafitte,
sepolte, nel polmone,
e corrode... fino alle gambe,
sulle sedie... a rotelle.
Hai presente i piedi...
Diciottenni, e gli autoreggenti
che indossano i sogni.
Scongiurando schiaffi,
senza regalare baci.
E la nebbia avvolge, fitta
come le pupille di quel biancore...
Voci e rumori,
lampi e fari,
scivolando dai muri
fin sulle strade...
Mi dissero che ero diventata pioggia,
e non ricordavo,
no, senza memoria,
come la linea parallela
che dell’odore,
sai, di morfina,
addormenta ogni vertebra. | 


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Brivido, come un bivio
il mare e il buio,
la neve e il cielo,
la strada e i negozi chiusi,
un sacco che il cuore contiene
di ansie con ali senza penne
né piume né matite né respiri.
Ho braccia fredde, come binari,
senza che io torni
-sperando, nel tuo ritorno-.
Ho tese silenziose lancette del tempo
e dell’incubo,
e cado in una vernice d’argento,
e cado, affogo,
e questo treno non ha fermata,
scivola dove è ghiaccio,
dove è argento,
sul mio corpo.
A frammenti,
pallottole e pelle,
vetro e sapone, e nuda
ti ho vista piangere
a proteggere il segreto
nascosto dove il grembo
non può avere peccato,
dove c’è la madre
che ha procreato il nostro amore.
E le mura sono reti e gabbie,
e i corpi non hanno più organi,
svuotati, morti e deportati,
silenzi tra le mani delle ragazze.
Capelli – tagliati –
tra le mani delle donne.
E in un attimo
Non ti riconoscevo più...
E in un attimo
ti ho cercato,
tra gli occhi e le cieche
vecchie insolenti solite
menzogne.
E in un attimo...
In un attimo
Ti ho perso. | | 


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 | Hai profumo d'acciaio
freddo ferro che tocca il respiro
ed io...
fingo di non sentirlo...
Ti tengo per mano...
Padre... ed il fiore dell'aurora
canterà ancora una volta
Ti tengo la testa...
Padre... e il sospiro sarà fiato
che si arrampicherà per i muri
per non finire vomitato
come parole d'insulti
che lacerano pelle al silenzio
Ti tengo io... padre...
La luna sa come guardare i figli della terra
con pietà e orrore
ed io graffierò le sue nuvole
per poi cadere giù
nel labirinto di questo baratro
gridando tutte le mie colpe
E l'occhio del tempo
io l'odio
come illegittimo patrigno
che scorre nelle vene
di questo destino
che si diverte
a far sculture
e plasmare sogni
per poi gettarli
nel fosso dove Narciso
fecondò il suo suicidio
Padre... il rossore che hanno le bianche pupille
sono giade che prenderò tra labbra
e a loro i miei baci di vergini segreti
donerò come chiavi di prigione
alle mani di quella luna
che mi vide precipitare.
D'accordo... padre...
m'inginocchierò...
a testa bassa guarderò pavimento di vuoti
dove ponti reminiscenti d'illusioni
si arrampicano come pitoni
che stringono il collo
agli angeli della dimora
e a quei dèi Lari
che non sanno più piangere.
Padre... ti tengo la mano...
ti prego non lasciarla più...
ricordo ancora il rumore
sordo e muto
che distrusse all'aria vagante
l'alito del sodalizio
la mano di tuo padre
quando cadde
a palpebre aperte
senza baci
sul lenzuolo sporco
di ricordi e rintocchi d'orologio. | 


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 | Paludi furono come nebbia di spose
che correvano come amanti di centauri
via dalle nozze
Vergini chiome di fieno e trecce
danzarono al vento
davanti al sepolcro
Spettri della mente
rincorrono dipinti di fuoco
Folli e innamorati
degli occhi di ghiaccio
di colui che dicono sia il mostro
Piangono alla luna pregata
lusinghe e lacrime
I lupi ululano la loro condanna
Il cuore pesa di lacrime senza nome
e di sofferenza dilaniata
Sulla tomba del silenzio
riposti ci sono i denti
come reliquia di dèi e ricordi degli zèli
Sulla tomba della Vergine
cha cantava fra le valli e i colli
furon posate le pupille del suo proibito orrendo sposo
A lui esiliato furon cavati gli occhi
I papaveri cantarono,
nella notte invocarono l'Eco,
colei che squarciò il cuore
del mostro che un tempo fu bambino
nel corpo di un vecchio
Triste presagio
di corvi che scappano
e di tortore che sangue piangono
Il mostro aveva pianto
Si strappò il cuore
e sulla tomba si mise in croce | 


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 | There is a war of colours,
The Pink eats, The Light Blue gobbles down,
-And I’m flying-.
In the Heaven the Songs
say about a rustle
between skimmed and outcast whispers,
like Clouds’ pupils,
and the wings of heavy plumes.
They meet here,
where Time’s tails
fall,
between unmerciful beats
of violet moths.
They are like Mornings that speed
on the Mountains’ peaks,
perhaps they touched the air
of Himalaya’s breath,
-perhaps, they searched a royal grave,
like a pyramid,
where her Pharaoh sleeps-.
Perhaps, they searched –in an instant-
the soft world of Olympus,
where it’s possible the meeting
between Horizon and Orient,
where it’s possible the landing place
of grudges with the West,
and the Gods chosen human names
to tell about them, about Angels,
when They fallen.
The Clouds don’t be hidden,
except their features
like limp shadows
of concealed crying,
of missed betrayal,
of tears whom the rain
-still- keeps in her chest.
And we can see the Ether
when the cerulean ceiling
throws his palate
with his sorrowing,
-so the meteors fall
like Angels-,
-so the comets fall
like Gods-,
dressed up as the Sky.
Traduzione
C’è una Guerra di colori,
il Rosa mangia, l’Azzurro divora.
-ed io sto volando-.
Le canzoni nel Cielo
raccontano di un sussurro –delle foglie-
tra gli sfiorati bisbigli emarginati,
come pupille tra le nefeli,
e le ali di piume troppo pesanti.
Si incontrano, lì,
dove precipitano
le code del tempo,
tra spietati battiti
di falene viola.
Sfrecciano come mattini
sulle cime delle montagne,
forse toccarono dell’aria
il respiro dell’Himalaya,
in cerca di una tomba regale,
-come di una piramide,
il riposo del suo faraone-.
Forse cercarono di un istante
il soffice mondo degli Olimpi,
all’incontro dell’orizzonte con gli orienti,
allo scalo dei rancori con gli occidenti,
e gli dèi scelsero nomi umani,
per parlare, di loro –gli angeli-
quando caddero.
Le nuvole non si nascondono,
che le loro sembianze,
come ombre –molli-
di pianti celati,
di tradimenti falliti,
di lacrime che la pioggia ancora
-trattiene nel costato-
E d’etere si spalanca
il soffitto – ceruleo-
d’un sol compianto
il suo palato,
così come gli angeli,
-precipitano meteore-
così come divinità
-precipitano comete-,
travestiti di cielo. | 



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