Ho viaggiato molto
per colmare la tua assenza
ma la luce della notte
ha inseguito i miei ricordi
illuminandoli di infinito.
Le emozioni che mi hai dato
galleggiano sulla superficie
della mia anima
come immacolate ninfee.
Tornerò in luoghi familiari
ad ascoltare i tuoi silenzi
mi inebrierò della tua mancanza
come la luna si argenta
ad un lupo taciturno
e per noi non resterà
che una strada vuota
bianca
e un lungo cammino da gregari. | 
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Gli amori che iniziano
hanno mani grandi e occhi persi
in cestini di ribes e violette.
Profumano di rose senza aculei,
di nastri e biglietti scarlatti
attesi e subito aperti.
Parlano con timide voci di bambini.
Si muovono con gesti di farfalle.
Lanciano sguardi lavici
in scollature e muscoli.
Sorridono con briosi
aliti di solstizi.
Hanno giacche e scialli a coprire.
Frasi come anticipo di baci.
Spirali di nubi e astri in cui giocare.
Non celano risate e nodi alla gola.
Si librano su esili ali di malinconie.
Gli amori che iniziano
hanno giorni felici
di caramello e petali
di sandalo e desideri
di vite da cambiare. | 

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E’ solo amore quello che mi offri
sull’orlo di un calice bevuto in due
all’ombra morbida del tuo sguardo.
Nelle tue labbra sapide
io tremo di fragranza fruttata
al profumo di ciò che sei tu
un virgulto gemmato di desiderio
penetrante aroma
dell’aria che io respiro.
Attorcigliami le dita dei raspi
della tua malinconia
ne farò monili per ornarti il collo
là dove il tuo palato
è una cascata fluida di acini
rubini sciolti sulle mie papille.
Conserverò il tuo sapore corposo
per le ore di amarezza
quando il cuore acido gusta solo sale.
Il tuo zucchero allappante
mi sarà compagno e amante,
tannino dei miei giorni. | 

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Abbandònati
al ricordo di quel sorriso
che ricamava le mie gote,
al pergolato carico d'uva,
proteso sulle tue spalle,
ai giochi di sguardi
che avevamo sui palmi
indicanti un avvenire
non ancora raccolto
Abbandònati,
ora che solo i nostri visi
hanno incisi vent'anni di minuti
e le labbra ancora inseguono
istanti di emozioni.
Racchiudiamo il tempo
in uno scrigno aperto
che lasci sfuggire
sagome di ragazzini
e fantasmi di vecchi
Abbandònati
e la notte tirata a lucido
sul pavimento del buio
farà scivolare
sui nostri corpi nudi
un mantello setoso di stelle,
lustrini imperituri
di un autunno ancora ardente,
foglie vive
sulla nostra pelle di cielo. | 

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Come una mater dolorosa
che riceve in sé spine di passione
tu mi credi, nel crepuscolo liquido
dei tuoi occhi di bimbo
Ti ho asciugato il volto
e lenito ferite inferte
da lame più taglienti dei sogni
in notti più reali del dolore
In mattini scevri di speranza
ti ho strappato promesse
da liberare sepolcri
di ordinaria follia
Ma tu ancora non vivi
e mesto è il tuo andare
di giorni lasciati a macerare
tra le piaghe dell’essere
C’è una luce che trascende
il nonsenso dell’esistere
e riveste di filigrane d’amore
orditi indecifrabili
Non abbiamo altra trama,
altro tempo che quello
per ridere delle nostre inezie
e ridere ancora, d’eterno | 

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Ma mi riconoscerai nell’ora dell’incontro
sbiadita come sono da sere viola
ametista rubata al tempo dell’oggi
strappata in un cielo tondo
perfetto brandello di uno schianto
a terra sfuocata linea d’orizzonte
corda tesa strimpellata da mani che non vibrano
melodia incompiuta di carne e occhi
no
non gli stessi che ti amavano
in quelle meridiane strizzate al sole
d’un amore sudato e fermo
guscio di chiocciola e denso
cerchio e cielo a volute di noi voluttuoso
suono di note in armonia al tocco delle dita
pollici ed indici in netta presa d’infinito
nostro morbido luminoso intenso
ieri
e il futuro appeso alle tue parole
Mi riconoscerai? | 

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In questa serenata gelida di inizio inverno
potremmo seguire le impronte dei caprioli
e le capriole di fumo dei camini accesi
il cielo bonario osservatore delle nostre intemperanze
ascoltare il respiro soave degli abeti
chini sui tappeti candidi delle brughiere
Pattinare sui laghi incantati della luna
ghiacciata solitaria fanciulla selvaggia
mano nella mano tenendoci negli occhi
sprofondando nel ghiaccio bollente di corpo e anima
la mente attonita spettatrice
delle ragioni disciolte del cuore
Appendere allo stipite dell’universo
una coroncina d’agrifoglio
pungendoci volontariamente di sentimento
allietare di bacche rosse gemme di pianto
e poi al lume di una candela vermiglia
con occhi intenti e seri raccontarci il mondo | 

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Ti ho amato
avvolta dai tuoi sogni
circondata dal tuo amore
ho tessuto una tela di colori
ove stendere ogni tuo cruccio
Mi dolgo della tua assenza
della pochezza del mio amore
che non è riuscito a trattenerti
nelle mie fibre di morbida carne
Ci saranno nuove ore di desiderio
riecheggieranno le mie parole
nell’assoluto bisogno delle tue labbra
Amami come la brezza e il dolce arancio
sanno che t’amo
Scompiglia le foglie lanceolate dei miei sensi
quale zefiro zuccherino di primavera
vieni sui miei colli
a donarmi una zagara della tua passione | 

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Voglio che tu sia ilare come un giorno di giugno
quando il sole ti soffoca il volto di tinte d’amore
Sulle mani sento crescere la tua bramosia
nel soleggiato appartato angolo d’aurora
dove attendi compiersi sogni insiti nel cuore
Sei una sfumatura di giallo di cromo velenoso
splendente ti insinui nelle mie rosee vene
Certo di essere metabolizzato dal mio desiderio
entri con forza rinnovata nella mia mente
ravvivi di raggi smaglianti il mio nudo corpo
che nel solstizio d’estate esplode di colori
in un tramonto senza fine sul tuo orizzonte | 

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Prima del buio dell’assenza
ti regalo un’orchidea carnosa
radioso fiore racchiuso in un palmo
Versa ogni lacrima prudente
sui lembi dei suoi petali
posa la bocca d’anice e zafferano
E la notte stellata di profumi
evaporerà in un solo attimo
negli occhi di odorosa luce
Come neve dissipata tra le note
sulle falangi aperte e musicanti
in un accordo intonato d’essenze
oltre l’olezzo del silenzio | 

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Ritrovarsi senza mai perdersi
in un sottile gioco di specchi
la tua immagine riflessa dentro me
Mi stringi di spudorata innocenza
ti propongo frutti proibiti
le nostre labbra assaporano nettari
E ci abbandoniamo nudi e soli
come se fosse l’ultimo giorno dell’Eden
come se fosse il primo giorno del Mondo | 

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Vivemmo momenti intensi e delicati
quando il calycanthus mormorava innevate melodie
appese libellule a segmenti di ramoscelli
Profumi di vaniglia da petali e labbra di topazio
ci offrirono una precoce fioritura
senza foglie caduche e spine di circostanza
Da calici di Sèvres bevemmo vino novello
su lenzuola roventi e temperate d'amore
gustammo arcani sapori di cuori sintonici
Non ci sarà perdonato il guardarci
oltre gli occhi l'ascoltarci in notturni
impercettibili silenzi e ancora quiete
E di nuovo l'annusarci come lupi in pleniluni
alla ricerca di orme primordiali di noi stessi
forgiati e fusi in un unico corpo di luna
Su dirupi scoscesi ora aspettiamo
che l'amore rirrompa luteo
morbido urlo profilato di cristalli
Nella radura assopita dall'indifferenza
non c'è altro destino che insieme
un fiore di ghiaccio da spezzare | 

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Stanotte
sto con te
in un’amaca
dalle braccia tese
racchiusa in una valva
promessa da una drupa
d’un fiore d’albicocca
in compagnia di tulipani
e narcisi artisti in erba
addormentata sulle tue ciglia
negli occhi di timo e rosmarino
all’ombra d’un salice piangente
distesa nella tua risata argentina
seminata nella zolla più soleggiata
nel solco più profondo del tuo cuore
Nel tuo giardino di primavera
libera di nascere o morire
sto con te
stanotte
@
Tonight
I stay with you
in an hammock
between open arms
held in a valve
promised by a drupe
of an apricot flower
together with tulips
and daffodils budding artists
sleeping on your eyelashes
in thymes and rosemary’s eyes
beneath a weeping willow’s shade
relaxed in your silver laugh
sown in the most sunny sod
in the deepest furrow in your heart
In your spring garden
free to come up or to die
I stay with you
tonight | 

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Ripeti il mio nome
quando sulla banchina
il libeccio ti percorrerà
con un brivido gelido
Ripetilo
quando non saprai partire
attraccato a funi di dubbi
incagliato nelle pastoie delle abitudini
Urlalo
dispiega una vela d’emozione
per salpare su contrasti tempestosi
Ancorati con le marre
delle mie consonanti
e non annegherai d’inerzia trasognata
Con la tua voce di velluto
indugia su quella iniziale
su quella vocale aperta
e dimmi lieve lieve come adesso:
Con te Amore Rimarrò...
In un porto sicuro
come in questa notte
di carezze sottocoperta | 

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M’accorsi
perché ti sentivo attorno e dentro
prima che tu mi sfiorassi
Nelle iridi
sulle mani rapsodie di cieli
azzurri tremiti le tue parole
Bisbigli
da vivere sulle pelli sudate
piaceri di fuoco tra le mie labbra
Effluvio di profumi
il tuo corpo seminudo
s’imponeva ed eludeva
M’accorsi
e fummo lati d’isosceli
pizzicori di lacrime sulle ciglia
bollenti abbracci da deglutire
Lui non sa
quanto m’accorga ancora | 

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Un giorno ti dissi che avevi il garbo
di un uomo d’altri tempi
Fu per te la goccia che fece traboccare il vaso
perché rispetto a me
tu d’altri tempi eri davvero
Mi corteggiasti come un ragazzino innamorato
immerso nei tuoi sogni
Io non sapevo dove collocarti
senza farti male
nel cassetto dei miei amori sovrapposti
e impossibili
Tu mi ascoltavi senza sputar sentenze
senza nulla chiedere
solo divertito e seccato di gelosia
Ebbi la strana non voluta sensazione
di conoscerti da sempre
Fu per me la goccia che fece traboccare il vaso
perché rispetto agli altri
tu eri lì con innumerevoli premure
Cedetti al tuo fascino
nello spartiacque di un giorno d’autunno inoltrato
Mi prendesti come un fiore di neve
sbocciato all’improvviso solo per te
con la mia e la tua meraviglia
Tu non sapevi dove ripormi
senza farmi male
nel cassetto dei tuoi amori conclusi
e impossibili
Avemmo l’impressione
di amarci da mai | 

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sono delle vie inesplorate
all’ombra di lampioni spenti
vicoli ciechi
con plurime uscite laterali
cunicoli dai selciati sconnessi
dai portoni scuri
in cui scambiarsi effusioni
che t’infradiciano
di voglie inesauste
sotto una pioggia battente
Si troncano incompiuti
prima di confluire
in un alveo di cielo
ma puntuali ritornano
dopo giri del mondo
dopo essersi scalati l’Everest
inabissati nella fossa delle Marianne
li hai davanti
e sono ancora e di più
nuovi e crudeli
inzuppati di luce, stavolta
imprigionati in piccoli arcobaleni
nelle stille di un Ti amo
in quelle stelle incommensurabili
di un Sì anch’io... | 


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Tu sei rimasto come il primo giorno
quando in occhi screziati di smeraldo
avevi un guizzo postulante amore,
un balzo d’animale ferito e cupo.
Ai tuoi occhi assimilavo selve,
rigogliose radure d’ombra e luce
da percorrere sulle erte delle malve
emollienti come le tue mani calde.
Alle labbra piene ed invitanti
attribuivo sapore di fragole boschive
mentre formulavi domande palpitanti
tra le mie moine tenere e lascive.
Dal tuo crine d’ebano soave
un aroma di legnosa tenebra
si spandeva errabondo e grave
come da un’occultata latebra.
Alla circonvoluzione delle spalle
paragonavo dell’oceano l’egemonia
possente quando i suoi flutti innalza
nella veemenza della tempesta indomita.
Allettata dal tuo virile orgoglio,
dispensatore di lubriche delizie,
dolce e affondata pervenivo
ad un inusitato fondale di letizie.
Tu sei rimasto come il primo giorno,
intatto, oscuro, quasi virginale,
peccaminoso e disposto al perdono,
arcano segreto del saper amare. | 

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Mai come adesso
che sono qui davanti alle tue illusioni
ho la sicurezza più spietata che è reale
questo ingarbugliarci l'anima e non trovare il modo
di sottrarci neanche per un secondo al nostro destino
Sono una folata dal mare
che al mare non vuole tornare
una sorsata di sale che ti fa male
sulle ferite aperte come le mie
inevitabili si cicatrizzano gli sguardi nel cercarci
e sorriderci di quello che vogliamo solo noi, solo noi
E' il tradimento delle stelle
che non ci guardano
ormai | 


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Sento in me l’incoscienza e la follia
dei giorni di marzo
quelli che tu tenevi stretti
a metà tra il rame incupito del cielo
e una pozzanghera chiara dopo un temporale
A capolino da una nube
il profilo dei monti
mi fa corolla sugli occhi
un cappello leggero in paglia
d’ombra e nostalgia
Nella serra d’inverno ho rinvasato dracene
riscoprendomi a pensarti
e ora sulla soglia in fiori di pesco
aspetto un nuovo amore
a te simile
sostituto dell’amore complicato e di quello costante
per due uomini diversi
scisso fra l’inverno e la primavera
Tu eri l’amore volubile
semplice e mutevole
come me
con i miei vestiti attillati e già lievi
insulti all’immaginazione
i miei rossetti probabili
tatuati per poche notti
sul lavacro del tuo corpo
che mi purificava da rossi troppo intensi
da fuochi troppo pericolosi
Fossimo stati almeno l’uno per l’altra
l’ultima conquista la definitiva
-quella capace di sminuire il passato-
avremmo risparmiato all’irrequietezza sottile del vento
il compito ingrato di negare il futuro
M’avviluppo nel presente
nell’eterno rosa dell’origine di un sogno
che si ripete e
stabile
si spaura e s’estingue... | 

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Quand’anche tu mi raccontassi
le avulse peripezie del sentimento
e ti schermassi dietro al dolore rancido
che ci fa sentire ora angeli consolatori, ora demoni
negli infimi sobborghi di una città lussuriosa,
io sarei sicura del tuo amore, come certa del sole
che sorge ogni mattino,
se solo penso al tuo modo di guardarmi,
come fossi un’incognita di luce
al centro di coordinate cartesiane,
della tua razionalità
il mistero e il limite
Qualora tu non volessi più raggiungermi
dove io riposo su un giaciglio di spine e glicine
e ti fermassi oscuro senza appello e sentenza
nella pausa del tramonto, che ora placa, ora riaccende
l’imperturbabilità del cielo, all’indomani
non avrei atroce dubbio sul tuo amore, come fisserei
ancora le stelle al calar della notte,
se solo penso al tuo modo d’amarmi,
come fossi un’icona in ombra
al centro di una cattedrale bizantina,
delle tue emozioni
il fluire e l’infinito | 

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"Sembri una zarina"
luccica in ghiaccio appena sciolto
lo sguardo di velluto chiaro
che m’avvolge
e io fantastico d’essere con te
almeno la Karenina
nell’ipotetico nostro segreto giardino
seppur d’inverno
Ma tutto questo è intriso
di rimpianto congelato
e il mio cuore si sgretola
se mai ne avessi avuto uno.
Fu sulla prospettiva Nevsky
che si ghiacciarono gli entusiasmi
e decidemmo allora
quello che era giusto.
Ma il giusto non coincide
necessariamente con il bene
e la storia "ad usum delphini"
s’affianca sempre a quella dolorosa nascosta.
Ti dipinsi così in spazi convessi senza fine
altrimenti detti cieli
ma giammai riuscii riesco e riuscirò
a immortalare con nessun colore
denso o trasparente
il tuo sguardo implorante e sulfureo
che si posa su di me
carico di biasimo e desiderio
in un viale rettilineo
senza un dove | 
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Ti ho circumnavigato più volte
passando per gli stretti svariati
del tuo essere uomo
per me
Ogni volta era la sorpresa
della comprensione o dello slancio
o dell’autorevolezza o della perentoria
ma tenera gelosia.
Come un continente emerso
da una nebulosa d’acqua
porgevi a me il fianco vulnerabile
che si mutava in riva amena e sicura,
smussavi i promontori sporgenti d’irruenza,
mimetizzavi le coste frastagliate,
la dispersione in arcipelaghi della tua irrequietezza.
Ogni periplo era assistere
ad una evoluzione, al progresso di una scoperta
la tua mente fervida e intricata
mi appariva diversa e sfaccettata dalla costa
mentre ti sorvolavo a vele spiegate
ma non osavo avvicinarmi
per non scalfire il mistero di diamante grezzo.
Ogni volta però rimaneva e rimane
quel cuore selvaggio e gentile di ragazzo
che palpita in sintonia col mio.
E’ un istmo, una lingua di terra
che ci unisce e divide
due continenti sconosciuti,
due mari ignoti, ma non ignari
uno dell’altra. | 


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Ora anche settembre
ci scorre negli umori.
Lo scorgo dai fiumi ingrossati,
lo vedo nelle foglie dorate
che ciangottano di noi
prima d’affidarsi alle spire
del vento che disperderà
pure le nostre parole
nei chiaroscuri dei sentieri.
Mi chiedo, sono io la donna
a cui domandi di restare?
Io, dai capelli di medusa
come pampini di vite
e le labbra a volte aspre
di fantasmi e irrequietudine,
acido del mosto?
Un presagio buono di neve
sul mio ventre ancora caldo
e ora anche settembre
ci scorre negli umori
rendendomi dolce vino novello,
tenera agnellina
che percorre a ritroso
il tratturo del tuo cuore. | 

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Amo di te il desiderio che infonde
il tuo alito nelle mie labbra aperte
mi soggioga e in bilico confonde
su un dirupo di primule assorte.
Le mani che improvvisano tzigane
girovaghe melodie in retroscena
creano danze vorticose arcane
tra valli e vetta che le domina.
Correnti zingare di freddo e caldo
scombussolano ogni orientamento
fino a minare ogni caposaldo
dove spira il tuo fremito di vento.
E in questa valanga d’emozione
pura m’accascio sul tuo corpo nudo
e sono neve, luce, sensazione
d’un istante, e d’eternità m’illudo. | 
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Ci rincorriamo dolcemente
sulle onde sfasate di un tempo
tiranno che lampeggia negli occhi
passione rovente di mai sopita brace
L’incontro fugace come pagina già scritta
tra il faceto e l’inconsapevole
ora riscritta fra il serio e l’ostinato
reiterata oasi per placare l’arsura di noi
L’anima trasalita da dune di pelle
al cuore di un miraggio
mentre mi parli tra le braccia
il tepore soave d’un caleidoscopio
in cui trabocchi insolita luce
mutevole e simmetrica corrispondenza
e oso finalmente pensarti mio.
Il bacio del commiato ha perso l’umidore
la musica suadente di quello di ben trovato
e fuori rinviene un sole rabbioso e scostante
dove tu ritorni, di nuovo, miraggio. | 
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 | Preferisco glissare sull’autenticità.
Non chiedermi l’identità,
la dimensione spaziotemporale
peculiare.
Appartengo a un petalo di rosa,
a una voragine eterna,
al soliloquio dell’ombra
e alla solennità del ghiacciaio.
Sono nel silenzio rosato dell’alba e
nel chiasso assordante della notte
che indugia a finire.
Cammino cauta su cineserie
tra allegorie di fiumi
ne traggo un filo d’arazzo,
un riso interiore che non coinvolge i sentimenti,
è pura intelligenza l’autoironia.
Ma per essere autentica
deve affacciarsi sporgente
-inesausta-
la voglia di piangere,
la sorgente d’acqua dell’emozione
e non fingo d’amarti
e non ti amo, fingendo. | 

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dare un significato blando
alle sensazioni provate con te
è assimilarti a un gatto
le cui movenze incantano la luce.
Saldo e accorto tiene il mio sguardo
nel suo di giada e invita il tatto
a sensuali carezze. Poi la voce
mielosa e guardinga, flebile
e decisa smuove turbando
la sua, la mia serafica flemma
e in un balzo, pronto e ingrato
fugge da ogni relazione improbabile,
tra l'attimo e l'eternità non discerne,
valica con artigli e vibrisse ogni dilemma. | 

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Sono nata da te
un giorno che non ho scelto
dallo spasmo del tuo sterno
al nostro primo bacio,
dalla ruvida tenera carezza del vasaio
sulla mia gota accesa di terra rosa
oltre l’insenatura dell’angelo,
oltre la collina dei melograni,
nel liquido mescolio dell’otre colmo
di lingue e vento ad assegnare un nome
alle nuvole soffici del cuore
foriere di cambiamento.
Sono nata il giorno
che ti ho creduto infatuazione,
dapprima un vagito sommesso,
in seguito sei diventato desiderio,
il pianto si è tramutato in annuncio di vita,
a tratti vissuta quando ti trasformasti in passione,
feconda quanto una pioggia torrenziale sulla pelle nuda.
Ora è liberatorio canto di felicità
il tuo ultimo bacio,
mi fa nascere ogni giorno, che non ho scelto,
come una vanessa da ghirlande di gerbere,
una terra d’oltremare da colonizzare per gioco,
senza alcun sopruso.
Io sono nata da te quando ti ho chiamato amore. | 


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La parola è una chiave,
il silenzio è un grimaldello.
Poi esistono le tue parole
passepartout per serrature diverse
entreresti nei lunghi corridoi degli hotel
apriresti più porte indifferentemente
forse anche quelle di convegni di angeli.
Come un riquadro in tessuto m’incorniceresti
per darmi maggiore risalto, io maliarda preraffaellita
e tu un nobiluomo del Tiziano
abbevereresti i cavalli al giro uncinato di secoli,
ti scrolleresti la polvere dagli stivali
e con guanti di velluto spargeresti muta bellezza.
In questa nostra vita
(che è solo una parentesi di rumore
tra due silenzi)
tu saresti
sei
un passepartout per l’eternità. | 

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Come in un quadro di Hopper
l’ambiguità eccitante della penombra
fredda geometria plasmante il corpo caldo
seminudo
dalle linee delle ascelle
ai volumi più sferici
trionfanti fra i tuoi polpastrelli avidi
i seni i fianchi i glutei.
Toglie il respiro
la tua padronanza del mio spazio
la presa che diventa possesso
esagitato incremento acuito del piacere.
Sono nulla adesso. Solo
una risposta univoca
al crescendo d’irripetibili domande
-Mi ami?-
Vengo dalle viscere
per dirtelo. | 
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Ho esaminato bene il tuo indirizzo,
abitavi in un posto bellissimo
adiacente ai binari del cuore
quelli che, se non arrivi troppo in ritardo
conducono sempre alla destinazione voluta.
Amavi le matrioske, la più grande e
la più piccola, al centro io -le tue falangi
a scompormi, perdere, colorare, tessere
per poi disfare, e ricomporre sempre
dalle rovine sotto perturbazioni atlantiche.
Di tutti i sinonimi che ti diedi
amore mi parve il più bello e
nessun contrario, tranne l’indifferenza,
ci affibbiò la sorte in cambio dell’euforia
rapita alle improvvisazioni delle nuvole.
Solo da parte nostra, a volte, la codarda
incertezza sul treno da prendere al ritorno. | 
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Il nostro amore è filigrana di radici, così soffici
che appena ci ancorano al terreno, coltivato a rododendri
ed edere, sugli scoscesi aridi pendii della vita quotidiana.
Dalle nostre parole germogliano foglie, ma queste
perennemente cadono dal protendersi dei rami
e i frutti divorano il nostro tempo prezioso.
Però restano quelle radici, tenere e forti, volutamente
aeree, delle nostre effusioni, e siamo, in trasparenza,
riflessi di spazi empirei ove risiede, ineguagliabile,
la felicità solenne e vertiginosa degli dei. | 

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Mi è congeniale
la visione sottosopra
-dal punto di vista
del mio automatismo di bambola-
vedo il mondo come realmente è.
Ci fu un momento della vita
in cui sperimentai la realtà dell’apparenza.
Mi lusingò dalle unghie ai capelli,
non trovavo lacerazioni,
la vulnerabilità non si lasciava colmare.
Ma fu quando il tempo mi scorse
-nell’inciso delle prime rughe-
che conobbi l’apparenza della realtà
ed ebbi la sovrana sensazione d’una regina
a suo agio in tutti i ruoli, indefinibile.
Le mie incrinature
resi sollecitudini,
l’autoreferenzialità
diventò comunicazione,
il peccato attribuitomi
luce. | 
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Talvolta ti conto sulle mani
-io manco al tuo medio e tu alle mie labbra-
come se tu non fossi e fossi stato, infinito.
Ruberemo una stella, forse, per ripararci dal freddo.
Non saremo neanche noi ad inventare la notte
Tu non pensare d’avermi perduto. Sono più salda
della luna e ti disegno senza ricordarti, fascio di luce
in un buio stillato a nostalgia e disarmante evanescenza.
Trovami, trovami, trovami e scrivimi da capo.
Ogni rigo è inchiostro redatto a certezza
e tu carne, d’amore. | 

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Temevo la vulnerabilità del tempo
questo mare sconfinato che è riva a se stesso
ma il tempo oggettivamente misurabile
non è il mio tempo.
Virato il mezzo secolo
oltrepassato con quattro passi il guado
che immette, a proprio malgrado, nella storia,
temevo i bilanci e i ripensamenti,
l’acuto limite impietoso del vivere,
un filo spinato teso a tranello
m’avrebbe spinto indietro in un vortice di pena.
E invece in questi quattro passi
sulla battigia della mia alba
ho ricomposto il tempo frantumato del male,
compattato quello della noia,
rinnegato il tempo del rimpianto,
reso inestimabile quello della nostalgia e della memoria.
Ho vissuto appieno il tempo dell’amore.
Un velo di mascara, un tocco di rossetto, un abito lieve
e rimangono solo rughe da sorriso,
i cedimenti sono soltanto alla speranza.
Liberata dalle zavorre del passato
si libra leggera la mongolfiera del futuro
ed io vivo -o meglio sono- il tempo che amo di più:
il tempo adesso e qui.
E’ la mia impronta cancellata dal vento
che m’assicura d’aver camminato tanto,
è il mio passo sul filo delle nuvole
a farmi dono, il presente della meta.  | 


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 | Sono nei dossi sconosciuti della mente
negli accavallamenti del cuore
ove il respiro dell'anima tende
-comunque-
alle tonalità della speranza
e lo spirito è vento di novità.
Vicina a Dio
ne percepisco i palpiti
di gioia, di dolore
anche di paura
mai di disperazione.
Risorgo dalle ceneri di un amore
come un uomo non saprebbe mai
risollevarsi da un qualsiasi dissesto.
Sono Logos -parola- e silenzio (tanto)
Eros (amore, non solo sesso) e mai Thanatos.
Tempio di sentimento
essenza di tenerezza
lascito di libertà.
Alle finestre del mattino
sgrano decisa il brillio dei miei occhi scienti.
La vita è sulle mie labbra. | 


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 | I tuoi scritti ho chiuso
pagine e pagine d’amore
la disamina di due vite
dapprima -e ancora- separate
all’insegna di ricordi, aspirazioni,
esperienze, passioni
e passione.
Non saprei in quale giorno
-ora disteso inchiostro
sulla pagina bianca-
fissare la mia attenzione
in quale vocabolo, vezzeggiativo,
avverbio, nome, aggettivo
racchiudere il tuo trasporto.
Certo, balenano i giorni
in cui ci siamo visti
trasgressivamente amati
stretti teneramente
ma è da lontano
soprattutto da lontano
in queste scritte pagine,
che mi hai intrecciato a te
in una delicata compagine
di emozioni e sentimento
e in un mattino, un lustro,
un anno -non lo so più-
mi hai rimesso al mondo.
Hai scritto e riscritto me
come una poesia a te affine
che io non voglio -a rileggerti
amore mio- abbia mai fine. | 


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Sei mio, tralcio d’edera
su parete che si sfalda
carne al sole e sole nella carne
fruscio trasparente e sottoveste
fucsia sul tuo viso
fili d’erba che crescono
-in questa stanza- sino al palpito
del cielo, fiori sconosciuti
da legni di faggio in talea di rose
azzurre chiarità
innesti d’orizzonte
sulla nostra estasi.
Sei mio, della libertà indicibile
d’appartenere anche ad altri
e della coercizione indecente
d’essere solo di se stessi.
Ma tu sei mio
ora che ti adagi nell’abbraccio
adesso che riposi nella mente
e ti risvegli, poi, nel mio cuore
-solo tuo- | 

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 | Già quando ti aspetto
l’umidore dei tigli
s’impossessa delle mie bocche
pregustando la tua lingua di ramarro,
fra i seni l’anelito al tuo scettro di fante di fiori
e un prato di tarassaco nel ventre
ché tu questo scettro imponga
fra le mie cosce tornite
cariche di boccioli lì lì per sbocciare.
Sai, il corpo è come il territorio,
come la poesia: è inspiegabilmente coerente
e trascende il suo significato.
Per questo tu, jack di fiori,
-che intuisci ciò che non è palese,
immagini l’invisibile-
va’ dove non c’è strada
e tracciami un sentiero sulla pelle.
Attento, ché la bellezza del corpo
sta nell’infinità di storie
che in me potrebbero accadere.
Le senti raccontare di me
quando vieni, girovago, al mio grembo? | 
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Dapprima è la "mirada", lo sguardo
complice d’intesa e sensuale intrigo.
Tra i capelli -meglio neri
ma bionda è la polvere dalle ombre-
una rossa rosa
che s’avvertano persino le spine,
l’originario dolore
dei vicoli di Buenos Aires.
Poi le mani: i palmi appoggiati, il calore
che emana il sangue dai coltelli,
la postura fiera del gaucho,
l’abbandono falsamente ritroso
-quasi l’odore dei bordelli-
della prostituta o della sciantosa,
che all’uomo s’affida.
Le braccia come rami spezzati
allo struggersi del bandòneon.
Infine le gambe. Uno, due,
uno, due, tre, quattro,
indietro, indietro, di lato, avanti, di lato...
Lì, l’intrigo delle strade si fa fitto
fino alla prima posa,
tacita, lunga come un pianto.
Si vive o si muore
Non c’è via di mezzo, nel tango
si balla e si ama,
ci s’innamora, senza scampo.
In quest’abbraccio di passione
si scopre di saper già ballare
da qualche oscuro passato
e -oltre ogni proibizione-
di non aver ancora amato. |  | 

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Uno strano formicolio ai piedi,
la pelle di cera che svela le fiamme
delle vene e quanto divampano
-magma di vulcano- la fronte e i capelli
al tuo bacio prolungato sulla bocca!
Rito di fecondità e rinnovamento
immersi nel più seduttivo dei mari
per uscirne mondi noi e mondi nuovi
da una lussuria al limite dell’estremo.
Ho intravisto, mentre mi baciavi,
le colonne d’Ercole, il confine
del mondo e della conoscenza
oltre il quale insieme andremo,
e altri mondi e ancora altri costruiremo
con pinne di pesce e ali d’angelo
-in tutta questa azzurra essenza- | 
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Ho il tuo nome tatuato
nell’incavo generoso dei seni
la spensieratezza del tuo sorriso
sulle mie labbra,
una veduta di Delft, del Sussex
o del Midi nelle mie iridi.
Tu, così puro
idealizzato nella memoria
distillato d’anima
che mi pulsa in musica
dentro ogni cellula del sangue
e coagula come piastrina le tue assenze.
Questo piccolo male
della tua lontananza
è lo stuporoso pegno
per averti amato
-troppo-
Ma non c’è misura nell’amore
non c’è tempo,
non esiste tentennamento
indecisione
remissione al malessere
che procura questa distanza.
E mi ritrovo ancora una volta
supplice di un bacio, che suggelli
questo spazio dove ti tengo
e non vi trovo che meraviglie
-rose avvinte all’astrazione delle tue mani- | 
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 | Io sono un segno di grafite
tracciato in supporto di nube.
(Sono la forma stabile del diamante,
di morbida untuosità al tatto
come punta sfaldata di matita.)
Esacerbata luminosità
distrugge il pallore e l’essenza
-
volatile, s’apre al Nulla.
Predilige, l’anima, per Essere
il chiarore intrinseco del foglio,
la tabula rasa dell’inconoscibile,
la possibilità del sogno -itinerari...
(e la giunzione di Venere e Marte
quando mi volto nuda e tu vi scorgi
-tra le ciglia nere- planetari.) | 

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| La tolsi poi quella sottoveste
sicura di sedurti. E così fu.
Baci appassionati e carezze di satin
sulla mia pelle nuda -Ti amo-
dicesti, e si fermarono lancette
per un attimo zittirono tordi e rondini
il nembo non si sciolse in pioggia.
-Ti amo- continuasti
e quello che volevo sentire
presenziava cori angelici
lunghe salmodie di parole calde...
Poi tutto tornò a scorrere
ma con più grazia.
Non era più tempo di deserti
mi portavi in carovane di bisso
ai confini d’oceani sconfinati.
-Ti amo- e quante volte lo dicemmo
da allora... noi zingari, noi furfanti
dalle lunghe dita, noi giocolieri
d’una stirpe estinta, noi peregrini
dalle conchiglie concave... i tuoi palmi
contenevano me
e le tue labbra la tenerezza
che teme l’imperfezione dei miraggi.
La tolsi quella sottoveste
e ti rivestii il cuore di seta. | 

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Le mie numerose scarpe
hanno la medesima mia dualità,
seducono morbide e accoglienti
nei luccichii delle vetrine,
tradiscono a insoddisfazioni incipienti
lasciando fastidiosi verruche e calletti
sulla mia stessa carne.
A volte però cammino scalza
e spuntano fiori, astri, mughetti
sui metatarsi, terre e cieli,
mammole e tigri, spiagge e bianchi veli,
quadri di un Sorolla arabo
dopo la beat generation.
Ho due piedi in zone adombrate
dalle assonanze meno esplicite. | 

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 | Io non ti ho mai amato
ma eri l’affanno e il respiro.
Non ti ho mai amato, no
ma eri la voglia e il cielo.
Eri un giorno di pioggia e uno di vento
la stretta al cuore
e il sale sulle ferite,
petali di rose e vino d’annata.
NO, non ti ho mai amato, no
ma eri il riflesso di sole improvviso
sui miei capelli
ostinato a non andarsene
sino a una nuova aurora
quando ti avrei rivisto
per dirti che non ti amavo. | 
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| Hai una magnanimità greve
che non si sposa al mio orecchio
femminile, minuto,
all’ascolto
che ti fa libero paroliere
pallottoliere in sentenze di piombo.
Reputi la disponibilità del fiore
-che sostiene il mondo-
non necessaria, né sufficiente
e invece io ti dico
che l’apparente passività di chi accoglie,
il sottile silenzio intercalato al tuo sfogo
è superamento della tristezza,
ripugnanza per le cose morte
che affollano i viventi
e divorano -come topi- lembi di cielo
sui cui sbocciare, dalle radici
-gli snob felici sono quelli molto attaccati alla terra
come la schlumbergera che si dipinge le unghie
di rosso vivo, proprio per Natale-
Perdona la franchezza
osa un uomo che non conosco, di nuovo.
Sarai il benvenuto
tra le parole che non ti ho ancora detto.
Le ascolterà
anche il mio satanico orecchio appuntito
da te temuto, da te pervicacemente invocato
nella musica,
ciò che davvero conta. | 

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 | Mi hai già vista
in un teatro sul mare ad Ischia.
La solista cantava "Passione"
a piedi scalzi
e tu guardavi me
come fossi la donna del tuo destino.
In una fiaba di Andersen
ci siamo baciati
e in un quadro di Van Gogh
abbiamo passeggiato per le strade di Arles
fra i tavolini illuminati dalla luna.
Sì, eri tu, non ricordi?
Abbiamo conversato tra le pagine
delle "Affinità elettive" di Goethe
e fatto l’amore con drammaticità
nei film di Bertolucci.
Sì, ci siamo già visti
in tutto questo universo interiore
e poi visti per la prima volta
in quell’oscuro desiderio
generato dal corpo,
imprescindibile dall’essenza
pur velata da trasparenze.
Resiliente e indeformabile
il fil rouge di una vita
è un cuore non scisso
con nessun altro merito
e nessun altro peccato
che quello d’esistere. | 


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 | Delle tue mani
conosco il ritmo, l’umiltà,
l’andatura e il gesto
non allineati del coraggio.
Il concetto che si fa attuazione
colore, materia, legno, creta
bronzo. Leghe e legami.
Il pensiero cardato dalla scrittura.
So delle tue mani la carezza
sul viso e dentro. Più a fondo,
a fondo più di quanto appare
la minima luce, il minimo corpo.
Venero le tue mani forti e delicate:
il polso che congiunge alla terra,
il carpo dove si muovono strade,
il metacarpo, più invitante, di sentieri,
le unghie sono richiami felini,
i palmi coppe con miele delle nubi,
le falangi destinazioni per migratori.
Delle tue mani non conosco la rabbia,
il pugno scomposto,
il cambio repentino delle carte,
la falsità del baro.
Conosco l’autentico respiro dei tuoi pori,
la complessità delle articolazioni nervose
che obbediscono a un caso di scelte.
So i muscoli, i gangli e le sinergie celesti.
Celeste
so il caldo tepore delle dita
quando mi prendi per mano
e intrecci tenerezza alla tua. | 
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