 | Madre orfana di figlie
ancora oggi
noi figli, reduci di latte
succhieremo nettare
d'oro e prelibato
cercando tracce
lasciate
nella tua casa del mondo sul naviglio
Madre orfana di disincanti
al rumore lieve di onde
che si scatenano come fumi di sigaretta
si aprono dipinti di poesia superba
e lacrime scendono
come pioggia di novembre
al rintocco del primo giorno
e risorgendo come spettro
Come fantasma vaga
l'equinozio di primavera
in cerca della sua nata
prediletta bimba a cui baciò il primo respiro
Donò la mente
che fu chiusa ed emarginata
che fu poi riverita e amata
Ed ora ci rifugiamo nell'oblò caldo del tuo caos
lasciato come unico testamento
della tua voce assente
Seguiremo a naso l'olfatto
annusando il tuo genio spolverato
E giocheremo come amanti lussuriose
con le divinità e le muse
Ed ora si sblocca la trireme dal naviglio
percorrendo olimpi di fumo
lontano in un paradiso
che sarà uguale alla tua Milano. | 



|
|
|
 | Fai silenzio,
vieni con me
ti porto nel mondo dei miei sogni
dove li ammazzo uno ad uno
con fili di bambole.
Sai, un giorno vidi un fantasma con le ali
Pensavo fosse un angelo
Lo vidi di schiena e toccai il suo nulla
mentre mi sorrise lacrimando sangue d'ombra.
Fai silenzio,
vieni con me
ti porto nella mia stanza.
Sai, un giorno vidi mia madre,
di schiena mi salutava
da una finestra che ospitava un grattacielo
ed io toccai la sua ultima aria dal respiro...
Fai silenzio,
vieni con me
ti porto nel mio mondo
dove giustizio peccati mai commessi.
Sai, un giorno ti vidi
sembravi un bambino che andava a scuola
ti vidi di schiena e toccai il tuo zaino
ti rapii fra le mie corte unghie sporche
e gli spaghi che uso per il patibolo dei pupazzi
Hanno cicatrici, sai?
La nonna ricuce ogni volta la loro testa...
Fai silenzio,
vieni con me
ti porto nel mio mondo
Vuoi esser mio amico?
Ti farò usare fili di bambole e lame
di patiboli costruiti in silenzi
che i fantasmi gridano
quando vedono la mia ironia
spezzata a metà come fiore mai nato
Ti farò nascondere sotto il mio letto
e ruberò ogni tua parola
Metterò un cerotto sulle tue labbra pallide
e ti farò giocare nascosto sotto il mio letto
Vuoi diventare mio amico?
Sai, una volta vidi il vuoto
camminare sotto i miei piedi
e sentii urla che diventarono sorde.
Toccala, tocca la mia anima,
sentirai che io non sono viva...
Tocca, la mia sola e unica luce,
la sentirai fredda come fiume che scorre sotto la pioggia.
Fai silenzio:
i fantasmi a quest'ora cercano cibo...
Ossa che sgranocchiano zanne
e tappeti sbattuti come donne
rubate d'anima e corpo
Non respirare...
"Vuoi diventare uno delle mie bambole?" | 



|
|
|
Ed ho un mondo, dentro nella mente,
-nella mia mente da bambino-,
e devo combattere mostri,
e devo pescare i mesi da una bottiglia,
e liberare l'Ottobre.
Ed ho un altro bimbo, -dentro-
-nella mia mente da bambino-,
e devo sopportarlo,
amarlo e poi odiarlo,
parlargli, e regalarmi.
Il sole s'appende al cielo,
come un disegno senza cerchi
ricco di giallo e di pastelli,
di colori a cera per le mani.
Apro la giacca sopra alle mie braccia,
e corro –volo-
e grido –sorrido-,
"Mamma, guarda, guido un aeroplano."
Perché mi dicono che non son buono?
Ed io non li ascolto,
io non li voglio,
io rubo –tanto- moscerini d'oro
e li metto in tasca,
o in un quaderno attento a chiuderlo
-subito- prima che volino via con i fogli.
Mamma, guarda salgo sui tavoli
-per raggiungere il cielo-,
e corro veloce, e ancora più veloce
-perché il vento mi vuole sfidare-,
mamma, guarda, parlo con i miei amici
immaginari -hanno tutti gli occhi viola-,
e non dico il mio nome
e non voglio catene
-perché io reggo il sole-. | 


|
|
|
Hai gli occhi di tuo padre,
leggeri, a tratti scostanti,
a volte freddi.
Hai le labbra così di un viola
che sembri dipinta dalle primavere
di ghirlande e lavande.
Sai, quante volte ho suonato il violino,
e ti ho raccontato fiabe,
raccogliendoti tra le braccia unite,
e culla di nuovo mi trasformavo.
Sai, quante volte ho pianto...
Lontana da te.
E mi nascondevo, e avevo tra i denti le mani.
E mi torturavo, e avevo tra i silenzi uno stropicciato domani.
E ti pensavo.
Quanto di odio, mi hai ricamato,
addosso come sarta, la diffidenza
della luna che non guarda
le sculture del sole.
Quanto di assenti sguardi,
mi hai trapuntato
pallottole già usate,
per il corredo, il mio,
non più candido.
Ed io, ora,
no, non piango,
tremo,
come madre
che vede in lei
la figlia. | 


|
|
|
 | È la nebbia sottile
sui pantaloncini dell'estate,
una spina che si manifesta nella mano
per ricordare un volto,
o forse solo un suono... un pianto.
Le unghie erano sporche di terra,
e le amnesie non ricordano che hanno scavato,
lapidi per croci di legno,
collane d'oro da seppellire,
e ambra per la pelle da ricordare.
I lupi vagano, non bussano alle porte,
e le favole si infrangono, lanciate,
come urne di ceneri,
agli specchi delle bambole senza braccia.
Correranno le nuvole come gambe di bambini?
Profughi di relitti e di regine tagliate d'ebano
dalle ferite delle partite a scacchi.
E il sole girerà come il viso
che ha l'universo,
pianeti senza orbite,
senza chiudere gli occhi,
senza il sapore del sale
e senza la vendetta del mare.
E le stelle si spegneranno
un attimo, per amare, per fingere, o solo rubare
le anime private alle lenzuola del silenzio.
E non è che rovo attorcigliato
a gialla edera
per lucertole senza coda,
per muri senza rose
sui quali petali bianchi i ragni rossi
sembrano lacrime di sangue,
impronte di piccole dita
lasciate come l'orfano
che prega il bacio
da Allah
al seno nel cui figlio mai partorito,
le orme di piccoli piedi scalzi
seguono il profumo che le ossa delle sirene
lasciano al vento della madre. | 


|
|
|
 | Mi chiamano Cacao,
come un bimbo tra le foglie
e le piante,
una foresta che piange.
Lo chiamano inverno,
umidità che scende dal cielo,
e i canti delle donne
che massaggiano la pelle al sole,
offrendo da mani vergini
il masato, che tu uomo bianco
berrai, e ti innamorerai.
La mia è una madre, Madre Terra,
la mia è una famiglia, calpestata
e senza fiducia.
Ci sono urla silenziose,
delle minacce che la morte
ha un colore sbiadito, pallido
come il brivido del denaro,
ci sono uomini che camminano scalzi
pregando e della Vita
rinnegando l’ingiustizia,
combattendo il sentiero,
sostenendo rami scricchiolati
e schiene piegate.
Il mondo cammina sulle mani ferite,
e i soprannominati re hanno corone non di spine
ma occhi gialli senza pupille.
Ed io canto ogni notte, alla luna
l’urlo indios
dei diritti che ci hanno estrapolato
dalle viscere del tempo
fino al midollo, strangolato.
L’urlo che le piogge
nel balbettio di gocce
si nascondono tra le dita
e le armi delle guerre
donate alla pace,
vinceremo il nostro dolore
a voi sconosciuto,
e dalle pietre
sarà la Terra stessa
al rullar di tamburi
a gridare il suo amore
-il suo amore dolce-,
il suo amore
-il suo amore indigeno-. | 


|
|
|
 | Paludi furono come nebbia di spose
che correvano come amanti di centauri
via dalle nozze
Vergini chiome di fieno e trecce
danzarono al vento
davanti al sepolcro
Spettri della mente
rincorrono dipinti di fuoco
Folli e innamorati
degli occhi di ghiaccio
di colui che dicono sia il mostro
Piangono alla luna pregata
lusinghe e lacrime
I lupi ululano la loro condanna
Il cuore pesa di lacrime senza nome
e di sofferenza dilaniata
Sulla tomba del silenzio
riposti ci sono i denti
come reliquia di dèi e ricordi degli zèli
Sulla tomba della Vergine
cha cantava fra le valli e i colli
furon posate le pupille del suo proibito orrendo sposo
A lui esiliato furon cavati gli occhi
I papaveri cantarono,
nella notte invocarono l'Eco,
colei che squarciò il cuore
del mostro che un tempo fu bambino
nel corpo di un vecchio
Triste presagio
di corvi che scappano
e di tortore che sangue piangono
Il mostro aveva pianto
Si strappò il cuore
e sulla tomba si mise in croce | 


|
|
|
Come nebbia che ha tra ali e mani d’acquerelli
occhi e anime –che più mi appartengono, ancora di più-.
Come foglie così grandi
che i bambini socchiudono gli occhi
per la pioggia degli alberi,
come veli e ragnatele d’amianto
che soffiano granelli sciolti nei deserti,
si stringe in affannato eco il grembo.
-Perché non parli, non pronunci nome,
non dai alito al sussurro che le fiabe
ricamano tra la luna e i tetti-.
Come ritratto di donna
che al guanto non può ritrarre sguardo,
come specchio d’uomo
che al dito si dilegua la voce
ed urla come incubo
che stringe alla madre il volto.
Come dipinto che non ha mistero
tanto quanto sorriso di Gioconda,
e dietro ha il silenzio degli spazi
dove casa diviene recinto,
dove cespugli hanno cieli di rovi.
-Perché non porgo mano
e al pensiero fugge,
lasciandomi senza neanche spiragli
che dalle persiane filtrano respiri di luci.-
Come oltre il merletto di lutto
-nero- sul capo e nere le ciocche,
non ho di lei linea che labbra disegna. |  | 


|
|
|
 | Angoli di perdizione in processione
Artriti di mani innamorate
Morbi che baci con i denti tolti
Lacerati stolti corvi volanti
Bar per puttane vergini
e per lingue da amputare
E prenderai rum e sangue
Penderai dal cuore in gin di pietra
succhiando petrolio dalle coppe
dei pizzi di reggiseni vuoti
e birra come saliva da raccogliere
sul pavimento delle autoreggenti slegate
Congiure complottando paranoie
come filosofi senza più tempo
alla botte del vino
Scelta di passo
su scala
per poi come cagna
baciare il sedere delle bestemmie
Sale losco verme
come lumaca viscida bacia
Platino di scia
ferro di ruggine
al ratto delle sabine accondiscendenze. | 


|
|
|
|