
 | Antonio d’Enrico artista del Seicento,
Tanzio da Varallo soprannominato,
fu della Valle Sesia un gran talento
dopo del Gaudenzio Ferrari primato.
Di famiglia era di validi pittori,
Melchiorre, Giovanni, suoi maior fratelli,
l’un pittor, l’altro dei plastificatori
abile esempio fra crete e scalpelli.
Con Melchiorre si recò al giubilar anno
del Signore a Roma, i riconoscimenti
poi in Abruzzo, a Napoli, e a Varallo
con Giovanni a crear teatrali ambienti.
Di scultura e pittura erano esperti,
statue di terracotta, il muro affrescato
a suggestionar stupiti occhi aperti
sulle Cappelle del Sacro Monte amato.
Da Caravaggio, a Roma conosciuto,
Tanzio apprese "del vero la lezione",
nei due David e Sant’Antonio gigliuto
apportò la sua personale visione.
La manzoniana peste degli anni trenta
con un lutto colpisce il Tanzio Grande,
perde la moglie, ma ancora si cimenta,
le sue figure ora han sembianze blande.
L’amena valle, a lui riconoscente,
sue opere in Pinacoteca, al Sacro Monte
serba ed è un’emozione "veramente"
risalire dell’arte così alla fonte! | 
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Dal belvedere un paesaggio sonnecchia
in séparé di macchie respira
graffiato da raggi impertinenti
un cesto di limoni scompone nuvole verdi
e il giallo di ciò che rimane
è una sequela di urli modulati
un inno aspro e veritiero
gracidare sghembo e amaro
privo del sapore di una presenza
su un tavolo trasparente di noia | 

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Stanza in penombra di polvere d’oro impercettibile
Tenda scostata dal pittore nel suo ruolo abbigliato
Modella adolescente dal volto idealizzato
e dalla semplice tunica dalle pareti indistinguibile
Unici oggetti presenti nello spoglio ambiente
una scaletta e di metallo un recipiente
attrezzi di un umile artigiano
Trapela nell’essenziale atelier scuro
luogo dell’arte e di lavoro
la brillante luce del mattino
dalla natura dal mistero adamantino
oltre la delimitante apertura
Ed inizia così l’atto della pittura
Smette di leggere svogliatamente
la dolce modella delicata
e il pittore immortala per sempre
inalterabile pura incontaminata
in uno specchio riflessa
-vanità ed elevazione-
la bellezza acerba della fanciulla
luce degli angeli luce essa stessa
mentre un gatto dell’abitazione
animale e demone placato
-libertà della creazione-
dalla spalliera della sedia spuntato
l’ammira con sguardo surreale e sornione | 

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Procurata la frutta né troppo acerba né troppo matura
i fiori non del tutto sbocciati
(non si sa mai quanto tempo dura il lavoro)
sistemati sapientemente (si fa per dire!)
sullo scrittoio dello studio in vasi e vassoi vintage
scovati negli angoli più reconditi della casa
e sperimentata la giocosità della luce (questo sì!)
prepararsi all’esecuzione
in lunghe sedute puntuali e pomeridiane
imbrattandosi di rosso di cadmio
dall’unghia del mignolo alla punta dei capelli
Essere pronti a litigare con il resto della famiglia
per la sparizione di qualche elemento della composizione
(ciliegia... pesca... mela... ma non hanno quelle in cucina!)
e sbirciare dal davanzale con voglia satanica
i prati in verde permanente d’erba appena nata
dove si potrebbe correre scalzi
(forse anche le piante -dei piedi- lorde di tinta)
anziché dipingere
Dovendo scegliere...
portare a realizzazione entrambi i compiti
scintillando d’immutata sorpresa nella scatola di colori
che è la vita | 

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Entro ed esco
dai quadri di Baschenis
a pizzicare liuti capovolti
ombreggiate doghe d’acero e palissandro
Nell’indifferenza mutevole
delle cose morte e mute
l’accordo in re minore
sfugge e si propaga dai taciti spartiti
Tracolla un flauto
dall’equilibrio prestabilito
e. | 
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Oltre gli orizzonti notturni
si librano farfalle di luna
tenui creature in filigrana
d’oro le ali titillano
su grevi palpebre serrate
quali i papaveri di Morfeo
vermigli come la passione
e i fiori degli ibischi nelle oasi
che solo a mani d’alabastro
è concesso sfiorare
petali delicati e stami
della vita fili recisi
nel luogo dell’invisibile realtà
dove s’addormentano insieme gli amanti
e da soli gli artefici degli universi
ripensando la creazione
tra le infinite possibilità
dei loro gesti incondizionati
delle loro parole nella luce |  | 
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Ho degli oblò al posto delle finestre
e un tappeto blu oltremare
che vola con noi nell’infinito
Tu porta canestri di pioggia
e il sorriso sfuggente
di chi sa quello che vuole
Potrei improvvisarti una danza del ventre
ma opterei per un risotto al Barbaresco
a seguire zabaglione... fuori programma
previo l’ascolto di tutti i cd di Battiato
da un Bang & Olufsen di prima generazione
e la visione spassionata dei film di Kubrick
nonché...la discussione sulla poetica
dei romanzi di Silone e Sgorlon
e sulle avanguardie artistiche del Novecento
Non formalizzarti sul vicino
non si fa mai gli affari suoi
Faremo tardi...
il tempo di sintonizzarmi sulla tua pelle
e attendere il precipitato di due anime in fuga | | 
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 | Non si incontrano
la fimmina con la borsa della spesa
e l'uomo dal blazer di velluto
L'occhio vitreo del pesce spada
racconta la morte
Rotondità in legumi e primizie
Profumi di pesce e di spezie
Confusione in carni e pollami
Macello di voci abbainate
Si compra e si vende
Si guarda e non si vede
Non si incontrano
Non c'è spazio per il cielo nella tela | 

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Scarabocchi in ghirigori
sulla bordura di calze autoreggenti nere
Riempi i miei spazi bianchi
d'improvvisazioni significanti
Esteti inconsapevoli noi
un campo di forze
ci respinge e attrae
Sfaccettature dello stesso prisma colorato
si muovono s'intersecano
con andamento continuo, spezzato
ripresa
al cospetto di una luna azzurra
e poi stelle pianeti astri
liberati dal tepore intimo delle case
In costruzione cosmologie liquide
Siamo torbidi e puri
Siamo una marea verde | 

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Viviamo circondati da oggetti inanimati
Astruse simmetrie che si moltiplicano
in successioni numeriche, sfidando il caso
rimandano ad altri mondi,
sconosciuti percorsi d’altre stagioni,
vite precedenti, testimoni forse
di delitti, schizzi di sangue
sulle pareti opache di vecchi camini.
Riverberi lucidi d’un bicchiere d’argento
dove sistemarsi ciocche di capelli
dopo amplessi cortigiani
nell’apparente quiete di un focolare domestico
dove delira e cova la nostra realtà
precaria, infinita, sfuggente...
Il vero soggetto imperscrutabile della scena | 

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Singulto trattenuto
impigliato al filo del telefono
fra i COME STAI? di prassi
Angeli di Melozzo
per niente metafisici
tonfanti con violini e liuti
sul comune timbro basso
convincente della tua voce
che disserra mondi possibili
Non vi è nulla di così perfetto
come un giorno libero
sovraccarico di sole
per volare da te
ad appurare gli acuti
di un archetto voluttuario
come il tergicristallo inutile
sul parabrezza dell’auto
Tergicristallo superfluo
per una lacrima che non giunge
Pavento un crepuscolo infuocato
in bilico sulla teofania delle tue ciglia |  | 

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Viaggiano su binari paralleli
direzioni divergenti
creano mondi attigui
Così vicini così distanti
travestono da saltimbanchi
sentimenti contigui
La solitudine
è il più colorato dei falsari
uno dei più ambigui | 
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Dai Lauves il mosaico dell’assoluto.
Geometrico divenire di forme
che reca alle mani
un’alzata di limoni
spigolosi e inquieti
aggiunti alla versione originale
La Sainte Victoire
montagna sovrastante e arcigna
ossessione e timore
di Cézanne e anche la mia
conturbante paura
Natura benigna e maligna
da esorcizzare con le dita
spremendo colori e parole
compiacersi d’ammirare
e specchiarsi, coefficiente e risultato
Vedendo ciò che non si vede. | 

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Questione di feeling
giocare con i colori primari
combinarli in sistemi aperti
Ti spiego negli occhi
che io non reticolo nulla
non incasello nessuno, né te, né me
Punto d’accordo
il cicaleccio ordinato
delle mie efelidi al sole risoluto
Melodiosa smentita
della probabilità statistica
di non relazionarci, verticali e orizzontali
Nicchia in disparte
il silenzio assordante
del nero, non ci delimita | 

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Siamo vetrate
ad illuminare le splendide navate
o l’abside di una cattedrale gotica
al momento delle Lodi mattutine
quando il sole è un giocoso infante
a cui arride il destino in uno o più rosoni
della controfacciata
Policromiamo i banchi ordinati
dell’aula di un duomo cittadino
al tempo dell’Ora media
quando fuori la città è un trambusto
di impegni e voci
Siamo vetrate a riflettere la luce
sui petali delle decorazioni floreali
di una cappella art nouveau
al momento dei Vespri
quando è l’ora di raccogliere
i fiori da tanto coltivati
Ci opacizziamo in labirinti di piombo
al tempo di Compieta
quando si spegne poi
anche l’ultima nota della cantoria
e non rimane che il lume di una candela
all’interno
per farci risplendere di bellezza | 

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 Agghindata e schiva
con la soave regalità di un angelo
e il piglio terreno di una creatura di carne
vorrei essere per te come un’ancella ritratta dal Ghirlandaio
Non la protagonista della scena affrescata,
non certo una santa o la Vergine
ma nemmeno una giovane nobildonna committente
in broccati sontuosi e acconciature elaborate
dal corteo compito e l’espressione sfingea,
rigida e statica al pari delle trabeazioni sovrastanti,
bensì l’astante partecipe ed esclusa
agli episodi biblici narrati,
dagli occhi cerchiati e l’emozione palpabile,
l’ancella che procede carica di premure
accennando quasi ad un passo di danza,
a un movimento leggiadro
simile a quello della sciarpa
annodata alle spalle,
alle pieghe degli abiti dalle cromie celestiali
o armoniosamente complementari.
Sì, riposta la mia naturale inclinazione al potere
che mi rende a volte crassa e orgogliosa,
voglio essere per te un’umile figura longilinea e delicata
dipinta da un probo pittore del Quattrocento.
Emanerei così sempre
la grazia fresca dell’istante,
del tempo pienamente vissuto.
Quel tempo che non si ferma e non fugge
ma scorre
nello spazio intenso della vita. | 
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Vi fu un’età
non molto tempo fa
che sulle fronde degli alberi
albergavano fringuelli e usignoli
il cane correva veloce con la lepre
in prati dove biancheggiavano fiori rari
le acque dei laghi erano lidi di primavere
perenni e temperate alle pelli nude senza pudore
infondevano carezze e altre tenerezze piacevoli oltre i sensi
gli dei non solo non esaudivano i nostri desideri punendoci amaramente
ma non esistevano ancora, aleggiava solo Cronos tra musiche incantevoli
di rudimentali strumenti agresti e danze di uomini e donne eternamente giovani
felici pacifici immersi nel tepore uterino della natura propizia feconda gravida di lusinga
dolce e immutata, ancora da adempiere. | 
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In te è fermento di grazia scontrosa
l’atteggiarsi rude a virile posa
con cui seduci a tua insaputa
alzando lo sguardo acceso e pensoso
da una pagina letta e meditata.
Fra il tappeto d’oriente pregiato
e una fascia di fine broccato
la figura si ferma e si muove
nelle mani di seta inamidata
lo spessore di un libro che vive.
Coinvolge sino a languida resa
l’irsuto viso di sotto alla tesa
e m’invoglia a riflession d’ogni grado
quello sguardo pensoso ed acceso
sul volume aperto in tal modo. | 

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A volte i lungosenna parigini s’invaghiscono di nuvole
statiche le bifore di Notre- Dame si sfaldano in linee verticali
e il rosone i portali istoriati svaniscono
nella facciata amorfa sul piazzale.
Dalle pietre marmoree non emana alcuna luce
ma un grigio informale penetra
il midollo dei viventi.
Arranca ai ponti anche il fluire della Senna
sembra quello di un fiume di periferia
e l’aria ha l’andamento centripeto di un apatico convito
tra gli edifici e il fogliame degli alberi immoti
pare solo di udire il lamento
ridondante sublime dei poeti maledetti
o d’intravedere lo sguardo attonito e intimo dei Fauves.
Gli uni e gli altri a inseguire lusso calma e voluttà
al riparo di ogni tragico evento umano
invitati al viaggio interno e indolente
dei colori. | 
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Baroccamente pasciuti
dalle guance rubiconde,
la carnagione bianca
come le stradine delle Fiandre,
albergano nudi all’aperto
Sorta di precoce "Déjeuner sur l’erbe"
(anche in arte nulla si crea e nulla si distrugge)
al loro sacro tenero convivio
nessun adulto è ammesso a disturbare
il momento intimo di fusione con la natura
i suoi frutti generosi
Autarchica innocenza che basta a se stessa,
incarnano la bellezza, rappresentano l’amicizia.
Puoi scorgere tra loro uno biondo
-biondo Rubens-
(in arte lo lo stereotipo è lo stile)
contrapposto a un agnello poco mansueto
con un gesto d’amore infonde
il senso di fiducia, quello del sacrificio.
Ma nell’espressione quasi stuporosa degli infanti
in lontananza verde e muta
aleggia soprattutto la speranza.
(L’arte è consona al battito irideo della vita). | 
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Talvolta siamo ai margini dell’emozione
sulla cornice sbrecciata di un quadro optical
osserviamo la minuziosa testura dei nostri incasellamenti
le nostre virtuosistiche spirali di riferimento
ci conducono appena con cinestesia illusoria
al nero sfumato del mistero
Piuttosto che abbordare la mera illusione ottica
quanto sarebbe meglio sprofondare
nel sogno variopinto e incauto del cuore
e con un vigoroso movimento delle braccia
arrivare a sfiorare il viso di qualcuno
ravvisarvi l’immagine dell’amico
o dell’amore ritrovato
o anche di Dio.
L’altro
Pigmento fermo
Insolubile pattern d’ogni moto
D’ogni commozione perno | 
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 | Fascino dell’impossibilità,
non incatenata alla logica,
non trattenuta dalla ragione
Come lanciare sassi in acqua
e ottenerne quadrati
Girarsi di scatto
accorgersi che quel mondo diverso,
impensabile, è già qui
Lo è sempre stato,
sin dal principio. | 

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dipingendo funghi e melograni
e l’ultima melanzana dell’orto
scopro gli inafferrabili reami
dell’autunno e del suo tempo morto
la luce artificiale sfuma ombre
sullo spessore del lucido marmo
le verdure si riposano sgombre
da ogni velleità che io riaffermo
solo assegnando un fittizio posto
una gerarchia inverosimile
dove però fra gli scuri del resto
spicca il biancore d’un boletus edulis
sire da cortigiani circondato
che un melograno in bilico persino
tra dormienti lecci disorientato
si produce in ossequioso inchino
e la melanzana regina madre
troneggia nell’angolino remoto
vecchia d’estate e prodromo di quadre
vittorie sul dissolversi d’un mito
quello che la bellezza sia inconsueta
in stagione che non sia primavera
il piccolo porcino ha come meta
le quinte d’opera più veritiera
sulla stramba condizione dell’uomo
esprime un desiderio il suo candore
d’immortalità sulla tela almeno
ché il soffritto è già pronto da due ore! | 

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La parola è una chiave,
il silenzio è un grimaldello.
Poi esistono le tue parole
passepartout per serrature diverse
entreresti nei lunghi corridoi degli hotel
apriresti più porte indifferentemente
forse anche quelle di convegni di angeli.
Come un riquadro in tessuto m’incorniceresti
per darmi maggiore risalto, io maliarda preraffaellita
e tu un nobiluomo del Tiziano
abbevereresti i cavalli al giro uncinato di secoli,
ti scrolleresti la polvere dagli stivali
e con guanti di velluto spargeresti muta bellezza.
In questa nostra vita
(che è solo una parentesi di rumore
tra due silenzi)
tu saresti
sei
un passepartout per l’eternità. | 

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Biascicano e si trascinano parole
uscite dai baveri dei giacconi
tra centinaia di persone in fila
per gli splendidi deliri visivi di Van Gogh
in una Milano ancora decisamente gelida,
quando arrivi tu, donna africana,
dal sorriso latteo come questa neve
e gli occhi due ombre di gazzella spaurita
nell’alienante città e la sua savana.
Mi offri un libro di Senghor.
Tu proponi poesia, parola necessaria,
all’angolo di una strada,
dolce amica mia. Senghor!
La tua Negritudine è cemento di speranza
fra gli interstizi dell’indifferenza,
è amalgama per i divari tra qualsiasi differenza
e ora la luna ad alta voce declama
il suo volo più alto
fra Senghor e Van Gogh
la diversità si fa spazio e vita
nella coda di una mattina
che pareva in gran parte rattrappita
in quel flusso inarrestabile della chiacchiera vana. | 

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 | In lei abitano sbiaditi dolori
che il tempo a malapena sopisce
eppure trascolorano in verdi e gialli stridenti
di cadmio sulle tele in numero fitto
che l’ordine tipico femminile adibisce
dal pavimento all’alto del soffitto.
I cavalletti d’interno e da passeggio
agli angoli, pennelli e colori in recipienti,
sparsi ninnoli e fotografie tra libri d’arte,
ieratiche calathee e altre piante d’ogni sorte.
Un ciclamino degenera in foglie da sfoltire
intollerante all’acre degli oli l’odore
e una bottiglia vuota di Dolcetto fronteggia
con una citazione ritratto di Pavese
su quanto non si è soli in un paese,
lei che sognava Parigi o Roma
ma non rinnega e dileggia
l’estro contadino piemontese.
Gli amici artisti hanno molto da raccontare
su quella sedia di vimini
rimembrano mostre, successi, inizi, fallimenti,
la credono musa ispiratrice e Domina
del loro mondo interiore,
dei loro colorati tormenti.
Per lei talvolta è solo di narcisismo
rigurgito, talaltra è spasmo, balsamo
per il suo grigiorosa e cromatico sentire,
stimolo a sempre migliorare
perché la pittura richiede ossequiosa perseveranza
e una cosa di certo lei l’ha imparata, oramai
da questa lunga varia esperienza:
la luce il tempo l’amore
-per dipingere e vivere-
non sono mai, mai, mai
abbastanza. | 

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 | E’ una pièce teatrale
destreggiarsi tra la quotidianità
e la sublimazione.
Referenti di bellezza
cristallizzano attimi
in finzioni sceniche
tra i pasti e i diletti.
"Tu provochi", ammonisci
e la saggezza da cane da tartufo
collide con il mio istinto
schiettamente metafisico
_mi sento denudata come la verità
appollaiata nello sguardo
di chi non mi vede_ | 

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Fu uno sbalzo nascosto nel muro
o del chiodo dirittura mancata,
chissà perché e chi lo sa, fatto sta
che la tela si appese inclinata
con i fiori nel vaso di ioduro.
"Avvenente signora, come si fa?"
esternò il solerte imbianchino
con in mano trapano e martello
"Provo adesso io, lei mi scuserà,
a cambiar repentino il tassello,
rimediar antiestetico reclino".
Ma -nella vita esiste sempre un ma-
con le calle e i bottoni d’oro
il quadro storto lesto ritornava
ogni volta che la mano lasciava
la cornice e il suo interno decoro.
"No signora, mi scusi, proprio non sta".
A quel punto in enigmatiche pose
si lasciò sbizzarrire la fantasia,
nel vaso ornato d’antica farmacia
le bianche calle, lo stelo e le rose
sottosopra la testiera del sofà.
Alla signora un pochino dispiacque,
giusto il tempo di un sospiro lasso,
non raddrizzare in tutto del potassio
lo ioduro; contenta, dopo, tacque...
(chissà come mai e chissà chi lo sa). | 

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Il soppalco conduce direttamente al cielo aperto
e non c’è da stupirsi al passaggio di Cupido
che trascina per le briglie il destriero
di Marte, riottoso al viaggio,
alla guerra restio.
Cuori palesemente inesatti,
ventricoli in subaffitto e atri in bilico:
l’amore talvolta compie la scala a ritroso
ma presto risale la china, oltre le sbarre, volando
nel sorriso rinnovato di un’ora o poco più -testardo. |  | 
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 | Sospeso
il corpo modellato
scevro da chiodi e spine
il capo reclinato verso il mondo
l’ombra lunga del braccio nella storia
la croce sradicata dalla terra
Agravitazionale
universalità dell’agape
che da Dio giunge
-come luce tagliente-
Anzi
Dio è Amore e Cristo lo rivela
alla pochezza di noi uomini
intenti alle nostre occupazioni
mentre nuvole meravigliose
trasfigurano lo Spirito.
Sublime
quanto una notte
che cela le stelle
eppure le contiene,
quanto l’amore
che vince la morte
eppure la presuppone. | 
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 | La penombra prova la scissione del dubbio,
la divisione fruttifera della mente.
Volgo le spalle alla radiosità malinconica
e vi scorgo un buio stuzzicante
a lenire responsabilità programmate,
scardinare una rettitudine imposta.
Mi è congrua la penombra,
accarezza la capigliatura,
solca in profondità i lineamenti,
modella le carni e gli abiti,
confondendomi in vaghezza.
Sono indefinita sensatezza,
vulnerato è il sorriso,
lo stesso che avevo
all’inizio di tutto,
prima di conoscere,
prima di ricordare.
In penombra
vivo la dimensione più umana
-quella dell’incertezza. | 

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 Quella mattina Torino disegnava neve
e io rammentavo Parigi, anni addietro, il sole
fuori dal D'Orsay. Allora non ti conoscevo,
Parigi era clemente e filtrata nelle tele
degli impressionisti, nei sorrisi dei camerieri,
in una moltitudine chiassosa di folla. Come a la Galette
I nostri Renoir sanno invece del vento
e della neve sul grano maturo dei capelli,
della pelle nuda che trema tastiera di un pianoforte
alle carezze, affabile tormenta tra le fronde
come nel "Pero d'Inghilterra" (l'unico
che non avevo ancora ammirato d'oltralpe)
sulle rive di un fiume che non è la Senna,
non è il Tamigi e neanche il Po. E' altro
E' più vicino a noi, è dentro di noi,
è nelle sfumature delle stagioni e dei tempi
sofferti, felici, cristallini, nelle ruches bianche
delle onde, nella fiducia che cauterizza ogni dolore;
ci vuole trasgressivi, incautamente frivole,
saggiamente incoscienti -l'amore
-un cappellino sfuggito dalle mani esperte
e tutte femminili, quasi materne, di una modista
al greto del fiume che ci culla -l'Amore
che ci rende liberi, anche di straripare. | 

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Un giorno qualunque
a metà fra l’aspettare e il cambiare tutto
-per non mutare nulla-
Tra la festa e l’attesa.
Il Parco di Racconigi,
il passo lento intorno alla reggia
sculture d’avanguardia, e i platani,
i salici, le ninfee. Un Orangerie a cielo aperto
dove in qualche modo s’appoggia
la mia vita; è più candida delle nubi
questa organza erbosa.
Eccentricità del verde:
dai sensi all’anima e viceversa
si ritrova sempre quello che si perde
-Stravaganza mai arresa- | 
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 | Oh dolce angelo addolorato
vicino all’inerme Cristo deposto
a reggere tanta aspra sofferenza
espressa dal tuo visino scomposto
Oh angioletto dal roseo incarnato
che simuli l’infranto antico patto
fra il cielo e la terra, la clemenza
infondi nel nostro e ogni cuore sfatto.
Col tuo volto di lacrime rigato
volgi lo sguardo compunto e afflitto
ai nostri occhi proclamanti innocenza
e rendi partecipi dell’inflitto
dolore, della rinata speranza
assumici il pietoso riscatto. | 

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 Il cibo è cultura, condivisione, convivialità.
Il primo gesto di Dio fu quello
di nutrire l’uomo creando i vegetali
e di una madre porgere il seno
gonfio di latte e amore al figlio.
Il cibo sono i banchetti di Omero
e quelli di Paolo Veronese, densi
di relazioni gerarchiche fra i commensali.
E’ l’esuberanza delle nature morte olandesi
e quelle mistiche, incorruttibili di Zurbaran,
gli echi popolari della Vucciria di Guttuso.
Quando ci si appropria con ingordigia
del cibo degli altri
seguendo la logica del profitto
-il bordo inflessibile dell’opulenza-
si resta prima o poi senza risorse
costretti come cani randagi
a mendicare persino l’ultima briciola
l’ultima goccia d’acqua
mentre il cibo è comunione e umanesimo.
E’ il bicchiere di cristallo e la tovaglia di lino
da tirare fuori per un ospite inatteso
forse anche indesiderato.
Se non usciremo dall’inazione
e dal solipsismo anche virtuale,
non faremo ognuno la propria parte
sfidando l’armatura possente delle multinazionali,
ci sarà poco non solo da mangiare
ma anche da raccontare
sull’amenità rimasta di questo nostro pianeta
ai compagni (cum- panis) di tavola e di vita.
Il cibo è l’agroecologia e la biodiversità,
è la sostenibile leggerezza della sobrietà felice.
Non avendo coscienza di tutto questo
allora le visite all’Expo
saranno solo inutili abbuffate
intrise di noia e falso benessere,
code interminabili ai padiglioni
in cerca di uno stupore contraffatto.
Non canteremo insieme
tutto il sapore genuino del mondo. | 
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Come aironi su sfondo della notte
non temiamo l’ilarità del volo
all’infimo sibilo delle serpi
scuotiamo le nostre diafane piume
scalfenti il pesto buio zaffirino
le ali distendiamo sulle sterpi
distaccati da quotidiano suolo
acque sorvoliamo in fiumi e riso
cangiamo la malinconia suprema
Fenice risorta al sacro lume
d’un orizzonte bianco o cenerino.
In ricerca di stelle -le nascoste-
non v’è nulla che maggiore ci prema
dell’eleganza alata del cosmo.
Ci chiamano poeti, utopia celeste. | 

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 | Ci si affatica e riposa
sul parlottare sommesso
dei commiati
-reversibili, definitivi-
fiordi e gole di un fiume
che fugge troppo rapido
verso il mare
mentre la sera
con artigli di velluto
ghermisce già
la nostra intenzione più bella.
Quello d’amare
fu per tutti il proposito
-inattuabile-
Il rinvio: sempre più
occhi d’oro e
cuore di tenebra. | 

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La pelle si confonde in sensuali bissi
diafane dee di ere illuminate e chete
stravaganti marchese pudiche contesse
in pose accattivanti e audaci scollature
dai loro magnifici abiti haute couture
consapevoli di un ruolo oltre il focolare
ispirate e ispiranti l’arte del pittore
che le denuda affascina seduce
ne rimodella i tratti le movenze
la bellezza effimera di occhi vispi traduce
dalla sontuosità flessuosa delle organze
le colloca nei loro contesti sociali
solo per la prorompente vitalità
di anime ricche, geniali e gioviali
o la malinconia di certi giorni strani
in cui languono pensierose e compite
nei loro boudoir di teche segrete
allunga all’infinito visi gambe mani
in corsetti stringe enigmatiche vite. | 
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 | Siamo originali installazioni,
quell’essere dentro agli ambienti:
creatività e mere ripetizioni,
grovigli di eredità e accadimenti.
Abbiamo senso, sensi -molteplici,
simboli, individuali e universali,
immagini e somiglianze, tradite.
Campane sul pavimento adagiate,
pareti bianche d’opali primordiali,
soffitti con lettere cubitali,
suoni e concetti, epifanie e spiegazioni.
Siamo tramonti di rosse sinfonie,
battaglie di Algeri non finite,
interattivi, in balia di emozioni.
Luci al Led come stelle cadenti
ma concise a un luogo o a una stanza
così da forgiare i temperamenti
fra i nostri sogni e la speranza. | 
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Ti farò un ritratto
come tu hai dipinto me.
La tua inquietudine dipingerò
e la tua gioia. Ne sei capace, sai.
Mi dici serioso "Non mi conosci". E’ vero.
Nemmeno tu, però, conosci a fondo le possibilità
dei colori. Sempre precorrono le parole, quando senti
che un mondo inventi, senza denominazione e senza contegno.
Mi calerò in panni da domatrice e le pulsioni al loro alveo indirizzerò.
Sarà la naturalità dell’Essere ad avere il sopravvento e non saremo che Nulla
in agguato, al limite di ciò che avrò rappresentato. Ti dipingerò bambino e saremo Tutto,
senza ritegno. | 
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Quando m’appresto a dipingere
scodelle, mele verdi, oggetti pregni di prati
e tu, gattino -Parsifal ti ho chiamato
e sei di una lunga discendenza di Templari
dal manto bianco e le vibrisse rosse-
quando tu piombi miagolando
-da non so quale tuo regno-
nel mio quadro di mele e prati
allora parmi sussurrare la tua nenia
voci di anfratti, bifore e castelli
e le mie pennellate hanno la velocità delle spade,
la tavolozza è uno scudo per ideali antichi
perché il tuo giuramento alla vita è così leale,
la tua fedeltà ai sogni così totale,
da non farti restare che un attimo
dove prima era il vuoto di ciò che già era. | 
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"La pittura è sentimento"
asseriva Constable e tu mi sussurri
-Vorrei dipingere come lui-
così io sogno
ruscelli, fogliame, cieli
tersi o annuvolati,
spuntare dai tuoi occhi
intinti nei miei orizzonti. | 

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Vorrei un mondo -reale e letterario-
dove specchiarsi sia trovarsi interi,
scorgere il bimbo che eravamo ieri,
paghi di un narcisismo primario
e, affinando lo sguardo del cuore
-che si placa solo oltre lo specchio-
intravedere anche il futuro vecchio,
donargli -in vita e versi- ancora amore. | 
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 | Essere Nusch
sguardo luminoso
corpo raffinato e ambiguo
senso della trasgressione
verseggiata dipinta fotografata desiderata
amata.
Anticonvenzionale ed eccentrica
così profondamente artistica
la quintessenza della musa
la quintessenza della femminilità
conturbante e silenziosa. | 

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 | Appena guarito, il cane osa l’ozio,
la lunga convalescenza non lo intimorisce.
Mentre io scrivo sembra guardarmi preparato
a una possibile conversazione sul carpe diem,
sul tempo che ha ancora da trascorrere...
Dalla strada arrivano il rombo dei motori,
le voci dei passanti, il lavorio di una ruspa
e una bestemmia.
Io alzo gli occhi al cielo,
lui con me non si scompone;
come ne avesse inteso il senso
si ricongiunge all’ideale
accennando uno sbadiglio. | 
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 | Rembrandt ti amava, Saskia
e ancor dopo tua morte
giovane vita ritrasse.
Dalla sventurata sorte
-tre volte madre mancata-
il figlio ti sopravvisse.
L’artista e il disincanto
ti fantasticò florida
di gemme e perle ornata.
Vivesti in suoi bui sogni
una vita senza tomba
al riparo dai maligni.
Nei nostri, resti incanto
di nordica beltà e grazia,
infreddolita colomba
che compatimento strazia. | 

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Le mie numerose scarpe
hanno la medesima mia dualità,
seducono morbide e accoglienti
nei luccichii delle vetrine,
tradiscono a insoddisfazioni incipienti
lasciando fastidiosi verruche e calletti
sulla mia stessa carne.
A volte però cammino scalza
e spuntano fiori, astri, mughetti
sui metatarsi, terre e cieli,
mammole e tigri, spiagge e bianchi veli,
quadri di un Sorolla arabo
dopo la beat generation.
Ho due piedi in zone adombrate
dalle assonanze meno esplicite. | 

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 | Degli ombrelli ti ricordi a malapena.
L’ultimo -comprato a Madrid
quando l’acquazzone da Aranjuez
ci rese poi notturni e umidi
l’ombrello, ti dicevo
-per me una reliquia-
scomparso negli effluvi
-neanche torrenziali-
di questo novembre d’oltretomba
ma degli zerbini -plurimi-
che io abile stratega
un po’ perversa
ho disposto in punti cruciali
ti sfugge anche l’invenzione
_e a piovere continua_
Credi forse che la casa ci coordina,
ci risolve- incognita serena?
La vocazione al disordine
è diaspora
dispendio di energie
monumentali?
No, è sentimento
una piccola emozione
il particolare
-non dico un seminario
che ci ordina. | 

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 | Separato l’avere dall’essere
-qualche ente di passaggio-
è tutta un divenire:
la cagliata nel formaggio
del vino l’invecchiamento
il pomo d’oro nel sole
la relazione dall’isolamento.
Separa ma non divide,
le tendine animate dal vento
s’apre un pochino, e risorride. | 
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Due fiori: l’una sensuale orchidea messicana,
l’altra aristocratica violetta del Friuli.
L’una pittrice, l’altra fotografa.
Più che le parole usarono immagini
l’immagine è potente come un pugno
soffice come una carezza
il loro dolore, la sofferenza
del popolo, una variopinta bandiera,
chiaroscuro solcato nella storia,
la loro amicizia un vessillo di sfumature
i loro amanti maschi -amatissimi-
supporti, ma per camminare fieramente sole.
Immagini, immagini, immagini, immagini...
di due donne reali oltre l’apparenza
due donne fragili d’ancestrale forza. | 

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 | Non si annuncia, ma rimane
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In silenzio di acanto e miele
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Fra lunette ventose e roseto celeste
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Con una spada, lo sguardo, un bacile
.
Appoggiato al fittizio suolo degli uomini
.
Sembra avere l’orologio del mare... | 

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Poesia che levighi,
con tempra furibonda pieghi,
deformi, risani, sino alle ossa.
Ne esultano i giorni
affastellati come sassi
in sponde alla vita
che stagna d’acqua sonnolenta.
Tu, poesia, onda ribelle
che t’incunei nella diaspora del tempo,
nel logorio della parola
fra pietre di senso
t’avvali dell’ossigeno di un probabile dio
per espirare una genesi dirompente:
guizzano luci dalle branchie dei pesci
e si creano fiori dal limo e dal nulla
così lussuriosi e puri
da governare la corrente. | 
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 | Avrei voglia di musica mai udita
.
il nostro angelo dalle ali rubino
.
-gravato dal peso dello strumento-
.
che suonasse per noi accordo di liuto
.
e lasciasse -la berceuse zittita-
.
in cachepot fiori di gelsomino.
.
Ma già quando ti bacio ne sento
.
le fragranti note e il profumo muto. | 
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Le imposte gravitano già luce di luglio,
serrate caravaggesche atmosfere
in bilico d’esistenze: un cesto vuoto,
quattro mele sparpagliate su lino di corredo...
Il disequilibrio è un ventaglio frainteso,
la mancanza d’aria che misconosce la semplicità.
C’è chi ha la poesia facile, come se la poesia
o la vita fossero facili,
un vano assemblare di parole
e invece chi le vive veramente
perché la poesia è semplice ma non è facile,
perché le parole si muovono con grazia di ballerina,
pasteggiano a Gutturnio in ciotole bianche di ceramica
secondo la tradizione, ma si muovono
e disegnano ombre e luci dove ci si ritrova
anche nel futuro, ma sempre su un crinale.
Non scorgi conversare due bimbe
appena uscite da scuola? Non le ho ritratte
per pudore dei miei ricordi o timore
di quello che avverrà.
Ma ti assicuro che ci sono-
inghiottite dall’ombra. | 
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 | Il mio amato è longilineo,
gli chiedo a volte undici carezze
con dita lunghe e toniche si china.
Non sempre ha tutto questo tempo.
Più breve la sua sincera devozione
più libero il suo passo, la musica
il rumore del mio cuore. Lo sente
il mio amato quando è sobrio
scarno di classici e d’etilico
solo l’intento, volatile quanto le parole,
come un bacio quando diventa buio
sopra le vocali delle aiuole.
E non solo sfumano le rime
anche le assonanze, le consonanze
si dileguano, umbratili
come statuine nella sera.
Si distende allora il mio amato
sopra un foglio -bianco,
come su un talamo di lino
e passa l’emozione dal mio seno di ninfa
al suo corpo sodo di caratteri
che imprimono tra accenti i miei respiri,
da adesso a sempre.
Discinto quanto il desiderio
sono io il mio amato
e lui è me. | 

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 | Preferisce non essere definita
-giammai lo perdonerebbe.
Un refolo di vento la ristora
rigenera il suo non essere,
vi trova tutto il tirocinio inconscio
alla cura,
la dedizione, l’empatia.
Intuito e sensibilità
come se fosse appena ieri
-quel savoir vivre leggero
che la fece donna,
una sapienza strana
indispensabile e sfuggente
quanto una poesia. | 
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