 | Silence, please!
Moon, mother of mothers,
your smile,
look my tears, look my eyes!
And Sea,
touch me
Touch my voice in the heaven
Touch my sky in the wind
Silence, please,
Open your wings
In My Mind. | 



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| Si coprì il volto
arando con le dita la terra
e il seno era arido di latte.
Il mondo non camminava
né con la testa tra le mani
né danzando come le fanciulle dei fiumi.
E si spense d'improvviso
il vuoto del nulla
tra le costole degli arresi.
Mentre a pregare a un Dio
rimanevano gli arrestati,
innocenti santi condannati.
Non avevano corde per non respirare,
non avevano l'obbligo di urlare,
soffrire nel soffocato orrore
dove l'inverno non conosce fiore.
Non c'era che sabbia di neve calpestata,
non c'era che un "noi sussurrato" con paura
tra la pelle nuda e le ossa,
tra le lacrime gelate e il cielo che per dispetto
aveva persino le stelle.
Non hai mai pianto,
il freddo rapiva il respiro,
gli uomini vestiti da soldato
castravano gli occhi,
e la bocca non osava se non baci
nei ricordi e tra i balocchi dei piccini,
giocattoli decapitati per gioco
mentre il sangue si ferma davanti al mostro
della morte, delle tombe senza sepoltura,
dei cadaveri senza abiti,
delle vergini senza capelli,
e delle labbra ricucite dei bimbi.
Pregava il silenzio per avere in dono la sordità,
pregava il buio per avere il miracolo del divenire cecità.
E Cerbero dagli inferi della sua cuccia
mugolava il latrato segreto
tra le viscere di Acheronte,
dove Ade morì ad ogni anima,
frastornata da urla impresse
e annodate nella gola,
trasportata stanca e senza occhi
alla sua deriva. | 



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 | È la nebbia sottile
sui pantaloncini dell'estate,
una spina che si manifesta nella mano
per ricordare un volto,
o forse solo un suono... un pianto.
Le unghie erano sporche di terra,
e le amnesie non ricordano che hanno scavato,
lapidi per croci di legno,
collane d'oro da seppellire,
e ambra per la pelle da ricordare.
I lupi vagano, non bussano alle porte,
e le favole si infrangono, lanciate,
come urne di ceneri,
agli specchi delle bambole senza braccia.
Correranno le nuvole come gambe di bambini?
Profughi di relitti e di regine tagliate d'ebano
dalle ferite delle partite a scacchi.
E il sole girerà come il viso
che ha l'universo,
pianeti senza orbite,
senza chiudere gli occhi,
senza il sapore del sale
e senza la vendetta del mare.
E le stelle si spegneranno
un attimo, per amare, per fingere, o solo rubare
le anime private alle lenzuola del silenzio.
E non è che rovo attorcigliato
a gialla edera
per lucertole senza coda,
per muri senza rose
sui quali petali bianchi i ragni rossi
sembrano lacrime di sangue,
impronte di piccole dita
lasciate come l'orfano
che prega il bacio
da Allah
al seno nel cui figlio mai partorito,
le orme di piccoli piedi scalzi
seguono il profumo che le ossa delle sirene
lasciano al vento della madre. | 


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 Ho mangiato terra
Ingolfata da bulimica voglia
di aver nel cuore una tomba
Vomito che abbraccia ali d'angelo caduti
nella burrasca del sonno
Ho divorato terra
Scavata e ingoiata
come pietre e roccia
che appesantiscono le piume
Avevo baciato i fiori appassiti
portati da spettri alla mia tomba
Inginocchiata alla mia lapide
pugni di pietre e breccia
le ho strette in bocca
e soffocate in gola
Aspettando la mia morte
che un giorno mi baciasse sul letto delle attese
Un anno passato tra odore d'ospedale e lacrime di solitudine
Un anno di fiori spenti nel buio
e di ruggiti soffocati nelle bocche delle rose
Capelli morti sul cuscino
Tosse d'odio sulle mani
Tremano gli occhi rossi
Cerco conforto d'amore
Non voglio piangere...
Ossa divorate da un sospiro d'alito gelido di vento
Ali che si aprono
come angeli che si rialzano
Sul letto delle attese
i sorrisi sono sbocciati
come arcobaleni delle egizie profezie
come lune su piramidi d'oro
Sorrisi sbocciati in mani
d'amici che aprono come aquile
l'enormi speranze
come deltaplani
che portano di nuovo alla vita
varcata la soglia del fiume,
fiume in piena d'ululati mannari
di chemioterapie d'incubi
di vampiri condannati
di baci di morfina
di bimbi pianti
d'urla di silenzio e strazio...
Saluto il mare...
al porto l'Anno è sulla nave
A poppa della sua nebbia
il suo mantello volteggia
dandomi il saluto della sua schiena...
Addio Morte. | 



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 | Madre orfana di figlie
ancora oggi
noi figli, reduci di latte
succhieremo nettare
d'oro e prelibato
cercando tracce
lasciate
nella tua casa del mondo sul naviglio
Madre orfana di disincanti
al rumore lieve di onde
che si scatenano come fumi di sigaretta
si aprono dipinti di poesia superba
e lacrime scendono
come pioggia di novembre
al rintocco del primo giorno
e risorgendo come spettro
Come fantasma vaga
l'equinozio di primavera
in cerca della sua nata
prediletta bimba a cui baciò il primo respiro
Donò la mente
che fu chiusa ed emarginata
che fu poi riverita e amata
Ed ora ci rifugiamo nell'oblò caldo del tuo caos
lasciato come unico testamento
della tua voce assente
Seguiremo a naso l'olfatto
annusando il tuo genio spolverato
E giocheremo come amanti lussuriose
con le divinità e le muse
Ed ora si sblocca la trireme dal naviglio
percorrendo olimpi di fumo
lontano in un paradiso
che sarà uguale alla tua Milano. | 



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 | I pensieri divaricano le gambe
su sedie logore
dove delle cosce si imbriglia il profumo
tra vimini e paglia
Dalle figlie sfuggono le lacrime
di un'aspra ironia donata da un padre
che cerca amore
tra sinusiti e silenzi
tra televisioni e telegiornali
Indifferenza che mi prende per mano
e apatia che mi lega le labbra
le cuce come fossero lembi spogli di bugie
Il vento smise di soffiare sui timpani
smise di piegare gli alberi
eppure tornadi invisibili cingono la casa
come donna costretta alle nozze
Sembra il deserto di un incubo
quello che riempie l'oceano della pupilla
dove si incastra e brucia la sabbia
fra palpebre cieche di vite
Parlano gli angeli... Allucinazioni nude
di cui tocco il volto
Parlano i muri... Allucinazioni crude
di cui bacio il buio
Parlano anche i fantasmi... Allucinazioni familiari
di cui amo anche le lacrime. | 


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 | Il vento mi cantava di te
Eppure io ancora non ti conoscevo se non nei miei illusi sogni
Correvo fra canne e ortiche
seguendo il fischio del pastore
mio severo padre
Gli agnelli avevano il manto degli angeli
e il respiro caldo delle madri
Nacqui partorita da donna sconosciuta
E le cicogne quel giorno piansero nello stagno
Il vento mi cantava i sogni
che il mio cuore sapeva
fossero proibiti
Sogni odiati dai pettegolezzi
della gente e del paese
Sogni amati dalla mia vergine sembianza
che cercava già te
Fra brezze marine
e luoghi di paradiso
In grotte sottomarine
e in nuvole che cadevano sgonfiarsi
come lacrime di pianti
Le mie mani affusolate
si arrampicavano sul tuo dipinto
E quando ti vidi in chiesa
A pregare sotto il tuo velo
Di nascosto ti osservai da sotto il mio silenzio
Fu il rosario a darmi la possibilità
di toccare la tua pelle
le tue dita
Profumo di rosa canina
Odore rosso di tramonto viola
Respirai la tua stessa aria
Aspirai l'incenso e pregai la mia vita
Ti ho amato
Mi sono odiata
e ti ho amato contro tutti
Ho odiato la luna
e la cintura di mio padre
Ho amato i tuoi capelli rossi
Ho odiato la sabbia che scottava sulle cicatrici
Figlia io di un uomo abbandonato
Figlia io di un giorno senza principio
Ti ho amato, te, dolce figlia sposa
Ti ho amato nella lotta e nelle bastonate
Ti ho amato fra sospiri e fumo di mirtilli
Ti ho amato contro lingue di biforcute invidie
Ti ho amato contro mio padre
Ti ho accarezzata limpida goccia
che cade ingenua fra i miei seni
Ti ho baciata muta corda di violino
che vibrava nell'anima mia
stordita e senza paura
del tuo cuore posato tra le mie dita rotte
da un respiro
"Odiami" dissi a quel padre
che mi donò la furia invece che i baci
"Odiami" gridai in lacrime a quel padre
che non volle più donare nulla
a colei che era la sua unica famiglia
Le ali della mia schiena pesante
si curvarono verso le stelle
Le ali della mia stanca anima intorbidita
si curvarono verso la tesa mano
che offriva il mio fuso al tuo pensiero
"Amami" dissi a te
fanciulla che il sole mi donò
"Amami" gridai in sorrisi rigati di pioggia
che non volle più gelarmi
"Amami" offrirò la mia ultima piuma
a te, sposa dei miei guai
a te, sposa che sempre amerò
a te, sposa del mio dolore
a te, sposa del mio matrimonio
Amami | 


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È catrame
questa sigaretta corrosa dal tempo della città
È aria nera
quella che respira mia sorella
ha otto anni e non va a scuola...
È fame incolore
che prende le piume alle rondini
per il solletico delle strade
che sanno calpestare
i piedi delle auto che sgommano
come inconsapevoli sarcofagi
di tombe di giovani
È bendata anima
nascosta come gufo grigio
nelle vie cieche
delle metropoli
dove si succhiano le pistole
al tempo regio
È silenziosa bulimia
che scorre nel sangue
delle puttane vendette
Do un calcio
alla vita
e porto il suo cadavere su spalla
Tu dici di sapere
qualcosa del mio sangue nero
e di quello impresso sull'asfalto
Tu dici di capire
cos'è la famiglia senza soldi
senza padre né lavoro
Senza madre né nuvole a cui appigliarsi
per sogni da violentare
Mia sorella è a casa
bambina stuprata come bambola
decapito le menzogne
non dirmi che sono
parte di questo mondo
il mio cuore
non ne ha mai fatto parte
Ed ora punto la pistola
alla prostituta che si dona all'inganno
di un desiderio che ossessiona
il muro di cemento
della mia dimora
Non voglio morire...
ma la palla rotola sul campo di basket
sgommano le macchine
il motore è fuso di sangue...
Sangue bianco
che fa eco di altre vendette
prende forma di gatti in sembianze di angeli
è reliquia di questo tempo...
giura sul tuo nome e sul tuo onore...
anche oltre la morte
siamo pronti a marchiare sulla pelle
il patto della nostra sorte. |  | 



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 | Il cuore del sole
è soffocato sotto l'eclissi
di slogan che fanno di cenere
le sensazioni delle armonie
di diamanti che dicono durano per sempre
Mi chiedo il nome
che abbia l'arcobaleno,
mi chiedo che marca
potranno mai donare
alle piume d'angeli
rapiti per esser venduti
Non posso comprare il tuo amore, vero?
Anche se cadessi per ferirmi le ginocchia
la mia testa rimane appesa
a fili di marionetta
che portano il rumore di tacchi delle scarpe
a negozi di luci che accecano gli occhi
Portano a nuovi labirinti di Minotauro
Centri commerciali
dalle commesse sorridenti
dove l'anima cerca ristoro
Parrocchia di mercanti
che vendono come filosofia
o forse come mancata preghiera
le loro parole per l'acquirente
che esce senza lacrime
che sporchino le maschere
Si cerca il silenzio
nel frastuono di quel vociare
Si cerca pace
nei pianti celati
delle donne che comprano illusioni
da poi metter in un ripostiglio...
Non potrò mai avere il tuo amore, vero?
Anche se al mercato
sarà in saldo la luna
le lacrime si celano dietro a trame
di ragnatele che il nulla rassicura | 


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 | La neve cade lenta
come fili di esistenza
Che va presa e baciata
Così come una stella
nel mare di rugiada
Neve scivola silenziosa
come il sangue di chi si rassegna
Neve cade come in bufera
nel cuore di chi la spada ha sentito il dolore
Sono i pugnali che il freddo
trafigge nel petto
Seta e candore
le corde di un'arpa portano
come fiori di un violino
sbocciare in primavera
come i ricordi lacerare il silenzio
Cadenza di ossa
Gambe stanche
in questo muto cammino
Parti di parole
Parti di cadaveri
Brividi che si concentrano
Si insinuano
nel corpo
Nella voce che trema piangendo
Nel tocco delle sue labbra gelide
Baciandole | 


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 | Non vuoi dormire
e lascerò impronte
sugli specchi dove toccherò
l'alone del tuo respiro
Tra le lenzuola cerchi il mio corpo
Quel respiro che mai ti ho donato
Quel silenzio che troppe volte hai domato
e nel cassetto, sotto lo sguardo indiscreto della luce spenta
hai spiato le nude pagine di poesie
come segni sui freddi piedi
come ciechi che scrivono sui muri
come bimbe che dicono di non avere paura
E sale ogni volta l'acqua
mentre la nave affonda
e tu stai a guardare
il livello di un fiume che gela
fino alla gola
Attendi anche tu Caronte
con un tridente a soggiogare le anime? | 


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Hanno tetti di cartapesta,
i treni, -sulla nostra testa-.
E diventa bianca, la pioggia
una corsa contro il tempo
-contro le sirene delle sue ambulanze,
e i fari accecanti sulle autostrade-.
Hanno capelli morbidi,
le bambine dormono,
le madri si stringono a maglioni
-sfilacciati- alle finestre
dove la luna perde strati
-come gomitoli di lana-.
Hanno –bianche- le facce
-gli specchietti ai fianchi-,
mentre ti ricordavo,
forse azzurra la luce
sulle gote e il collo,
e gli occhi chiusi,
in auto mentre ti accarezzavo,
e ti dicevo che tutto andava bene,
-che se volevi piangere,
potevi farlo, il pianto,
lì sotto i cipressi dell’ospedale-.
Ma bruciava,
-Dio, quanto bruciava- quella pioggia. | 


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Luce in catene
Tenebre bacianti l'aria
dell'immortale respiro
I seni bianchi
della luna
E l'onesta molesta sensazione di carezze
che il cielo cattura
L'ebano del corpo tortura
E i fiori del cimitero il silenzio matura
Rose canute
di garofani perduti
Crisantemi canuti
di bimbe cadute
Baciami, mamma
Il velo che la sposa posa
sui lividi riposa
Baciami, mamma | 


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Le spine, le raccolgo
una ad una dal mare
e le rose sembrano sbocciare
solo per un illuso istante
in cui sfiorare il destino
e perdermi sulle sue labbra.
Se il bacio avesse il sapore...
Il gusto delle tracce sulle tombe
Se la carezza avesse il profumo...
L'odore delle sigarette lasciate accese
Corrosione di detriti mancanti
di giunchi mozzati, di ferro
dal fabbro forgiato sotto percosse
sarebbe ora il robot del mio corpo.
Aspettai l'alba
Attesi tutto il buio della notte
Volli da lontano sperare almeno una stella
per vedere cadere la neve sul fuoco
Intorno ai falò sembrano ancora riecheggiare
canti di contadine e megere,
ai cesti di vimini e alle foglie di pane
l'aroma del granoturco,
e da sotto i grandi scialle la superstizione.
Quando l'ultima figlia della terra
cadde dal tetto della casa... candida la vergine
come fiori bianchi di vermiglio...
Nessuno pronunciò del crimine il suo vero nome...
Nessuno pianse per il suo suicidio. | 



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 | Fai silenzio,
vieni con me
ti porto nel mondo dei miei sogni
dove li ammazzo uno ad uno
con fili di bambole.
Sai, un giorno vidi un fantasma con le ali
Pensavo fosse un angelo
Lo vidi di schiena e toccai il suo nulla
mentre mi sorrise lacrimando sangue d'ombra.
Fai silenzio,
vieni con me
ti porto nella mia stanza.
Sai, un giorno vidi mia madre,
di schiena mi salutava
da una finestra che ospitava un grattacielo
ed io toccai la sua ultima aria dal respiro...
Fai silenzio,
vieni con me
ti porto nel mio mondo
dove giustizio peccati mai commessi.
Sai, un giorno ti vidi
sembravi un bambino che andava a scuola
ti vidi di schiena e toccai il tuo zaino
ti rapii fra le mie corte unghie sporche
e gli spaghi che uso per il patibolo dei pupazzi
Hanno cicatrici, sai?
La nonna ricuce ogni volta la loro testa...
Fai silenzio,
vieni con me
ti porto nel mio mondo
Vuoi esser mio amico?
Ti farò usare fili di bambole e lame
di patiboli costruiti in silenzi
che i fantasmi gridano
quando vedono la mia ironia
spezzata a metà come fiore mai nato
Ti farò nascondere sotto il mio letto
e ruberò ogni tua parola
Metterò un cerotto sulle tue labbra pallide
e ti farò giocare nascosto sotto il mio letto
Vuoi diventare mio amico?
Sai, una volta vidi il vuoto
camminare sotto i miei piedi
e sentii urla che diventarono sorde.
Toccala, tocca la mia anima,
sentirai che io non sono viva...
Tocca, la mia sola e unica luce,
la sentirai fredda come fiume che scorre sotto la pioggia.
Fai silenzio:
i fantasmi a quest'ora cercano cibo...
Ossa che sgranocchiano zanne
e tappeti sbattuti come donne
rubate d'anima e corpo
Non respirare...
"Vuoi diventare uno delle mie bambole?" | 



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 | Uccidimi!
Mentre danzi nel tuo kimono
e mi trafiggi di sfida
che i tuoi occhi richiamano baci
Vorrei stringer i tuoi polsi...
Tenerti ferma...
E perdermi nei tuoi sospiri
mentre esito a baciarti
perché le tue pupille mi provocano dolore
perché le tue labbra mi provocano torbido ardore
Mi sento come smog senza casa
come auto parcheggiate in piazze sospese
Uccidimi...
Già, sono l'infido vigliacco che raccoglie le pene
Sono il bimbo che scappava quando sentiva la madre urlare...
Sono il codardo che ti spia da lontano...
Colleziono dolori altrui per far di perle una collana
Sono viscido e rido nel veder falliti coloro che non mi vollero amico...
Sono disonesto e rubo centesimi dalla chiesa sotto il naso della statua:
ringrazio la madonna e corro via con le mani sudice.
Ti guardo... mentre alzi le braccia verso l'alto
sembra che raccogli fiori dal cielo...
Mentre cammini in punta di piedi...
Sei figlia di dèi... ho sempre innalzato il mio credo...
Si strozzano i miei pensieri...
I miei "io" balbettati mi chiudono nel mio sarcofago
quando ti piango la mia solitudine in silenzio
mentre mi guardi sorridendo...
Mi offri caramelle come se fossi un bambino!
Dietro al bancone della drogheria di famiglia
mentre tutti mi guardano come se fossi
il ribrezzo sputato dagli inferi per spaventare
i damerini di questo paese sporco di tarme.
Scappo da te cercandoti ogni volta...
Mi rintano nella mia fogna
a sognar castelli sgualciti
Mi rintano nelle ossa rotte
di quando ero bimbo,
nelle percosse di mio padre
quando mi riempiva di botte...
Sei tu che mi laceri ora il petto.
Quanto vorrei far assaggiare i tuoi capelli alle mie dita storte...
Quanto vorrei provar amore
ma invece son qui come angeli che caddero dal paradiso...
Sono qui... persino ripudiato dall'inferno!
Guarda il mio storpio mondo,
non c'è beneficio nel mio sogno...
Ma solo una collana di finte perle
per adornare il tuo corpo steso nella mia mente.
Mi piangerai?
Mi piangerai quando diranno di quello storpio
trovato morto su di una stradina?
Verserai lacrime fra le statue derise?
Terrò stretta la rosa che ti cadde dai capelli stamattina
così riconoscerai i petali rossi che ho attorcigliato alle mie dita...
Ti tengo stretta...
segreta esistenza,
sogno sgualcito di una chimera. | 


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L'ultimo atto si apre
In questa fredda metropolitana
anime intorbidite sbadigliano
È veramente così?
Di già, alla venticinquesima pagina
l'ultimo capitolo
si apre come il libro della mente?
E la vita rimane a bocca asciutta
Sdentata di silenzi da svuotare
Il treno trafigge la galleria
come ricordi che spezzano la pupilla
Cosa c'è, Antonio?
Cosa ti ha portato il frastuono delle rotaie?
Ti ricordi la scuola?
Ti ricordi la tua insaziabile voglia di perché?
E i tuoi ideali? Quelli di cambiare il mondo!
Sonagli cantano la pena degli spiriti
dimenticati e fossilizzati
Chiacchiere si vendono al miglior acquirente
E il mondo finisce sotto le rotaie
Le anime danzeranno nude
come respiri di divinità celtiche
Balleranno e per un ultimo giro
volteggeranno nel vuoto infinito
Accolgono nel grembo le lacrime di tua madre
Davanti a quel Cristo
che ti vide paralizzato davanti all'ostia
Davanti a quel Cristo
che ha letto la tua ostinazione iraconda
contro i corrotti sentimenti
di questo sistema riempito solo di falsi chiarimenti
Cristo ha pianto
Cristo che fu trafitto da corona di spine
Cristo che portava la croce dei suoi ideali
Cristo che abbracciò il silenzio delle persone
Ciao, Antonio
Ingoierò saliva
e in questa soffocante metrò
saluterò il tuo ultimo treno |  | 



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 | Le piogge sanno scalfire
roccia di mani e pietre
Acqua ad irrigar campi d'anime
E sola la meteora
scenderà in cicatrice della notte
Dono tra gli augelli del timore
sotto rugiada sepolta
come reliquia di dislessiche identità
Sopra al vento volano gli alveoli
astigmatiche realtà
corna di yak
e le stregonerie degli occhi ciechi.
La bambina
è fuggita
oltre la neve degli eventi.
Adorazioni kamikaze
Genocidi di puerilità
Nel genio il suicidio
delle albine eco malferme
Tra Otello non più valorosi ammiragli
E Desdemona non più di nobiltà figlie,
rammendate tra fazzoletti di ricami caduti
Ora è la pistola che uccide il sedicenne seno
dopo averlo di bocca e lacrime baciato... spararsi alla tempia
il silenzio. | 



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|
 Ali di nulla come cenere
di radici di fiori carnivori
Silenzio che sale
come acqua nella stiva
Imprigionati topi nella scatola della televisione
Imbrigliati i lacci dai denti alle labbra
per finti sorrisi
Non guardarmi
come la colpevole dei mali
Ho gridato...
Non guardarmi come la vittima delle macerie
Ho ingoiato polvere di massi e case...
Non guardarmi come corpo più senza anima
Sono qui che cerco parola di voce
e cerco neve d'angeli
Toccando cieli che non si vedono nel buio degli occhi
Non sono morta!
Musica di giocattoli rotti
e si scarica la batteria...
La terra ha tremato...
Il mare si è alzato...
L'uragano non si è arreso alla pietà...
La telecamera trema fra mani di pianti
e ai telegiornali e varietà
tu piangerai...
Toccando con dita fantasma
il bimbo neonato fra le braccia di sangue
della madre...
La terra ha tremato...
come Medea
voleva ingoiare i suoi figli,
l'inferno ha partorito i suoi incubi e hanno preso carne di orchi
divorando uomini nelle sue viscere.
Ma io...
piuma che soffia sulle bocche immobili degli ingenui
sono foglia usurpata al prodigio
cammino su passi d'aria
Bacerò labbra accasciate sulla povertà
succhierò la catastrofe nella mia gola
togliendo ricordi ai cadaveri...
Ma io...
piuma che espia il buio
alle tue pupille farò senza lacci di burattini
dono del mio muscolo il cuore. | 


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|
|
Lacrime di seta
logorano il kimono che riveste
l'anima del cuore
come sottile trasparente velo
che non sa cosa sia il cielo...
E lo tocca con un altro respiro
e lo bacia con un sospiro che non è proprio
Soffoca come un pugno allo stomaco
d'amore odiato e desiderato
d'amore detto fatto e buttato
Come ferro appeso al collo
si agita il vento privo di aquiloni
Come sogni acefali
le rondini perdono il volo
e senza più cieli
da piangere si muove il cuore
come automa che sa perdonare
per un bacio e poi svenire
come madre
senza più silenzi da abbattere e poi seppellire
nel cimitero che appartiene solo alle donne...
il cimitero delle larve d'oro...
Polsi che non sanno più colmare
le tue strette dita
impavide pupille
ti sfido
Spara
colpisci il silenzio
Uccidi anche lui... l'ultimo figlio di questo amore
che fu solo lo sbaglio a cui tu facesti cadere
la mia caviglia lì imbrigliata nella tua trappola
costola rotta di un peccato da rapire
legata come falena
spoglia di farfalla
mi dibatto nella tua ragnatela...
Strangola anche la mia ultima larva d'oro...
feto che io divento nel muto rumore di disfatte lenzuola. |  | 



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 Estendi, profani, rubi
occhi che dalla pece
cadono e volano.
-Dammi uno schiaffo per tenermi lontano-
Ho cercato dalla mia pupilla
una ciocca di capelli
a tagliare tra le vene
come un dono nella tua mano.
-Dammi un bacio, solo un bacio
per pietà dell'uomo che sono
per la pietà che imprigiona
il silenzio dall'orfano
delle bombe, esplosivi senza impatto-
È la rabbia per non poterti dire che ti amo
È la rabbia per non poterti abbracciare
come la notte quando si traveste in alba
Sarò silenziosa
come l'eco che incendia
gli infiniti campi e si concentrano
in abissi d'intestini,
sarò quel silenzio che hai incatenato
Sarò quell'urlo che mi fa piangere.
Sarò quell'angelo... che hai decapitato,
una insolita ombra deforme,
storpia, percossa, malata.
-No, non scappare-
Poter di un tuono catturare
il fulmine che ferma questo battito insistente,
questo pulsare convulso e confuso
nel seno, nel petto, tra le costole
sotto i capezzoli... sotto l'anima...
-Strappamelo-
Estirpami, scava dove il cuore
è un Nilo viola di sangue,
dove le piramidi si sgretolano
come lacrime di sabbia,
dove il diaframma singhiozza la sua rivolta,
dove il bambino si rifiuta di parlare.
Dove è come una pagina bianca
che non ha piuma di colomba
e si ammazzano le consonanti nella gola. | 



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 | La luna può sembrare la testa di una bambola,
oppure solo il suo tenue e inquietante sorriso.
Prude il maglione, verde e stretto,
sedetevi qui, su questo vagone
per il nuovo spettacolo
delle luci che vanno e vengono,
e delle lacrime che nessuno dipinge,
nemmeno le mani che scivolano sui vetri,
i finestrini o, per sbaglio, sulle porte che si aprono.
Sono caduto tante volte su questi binari,
e tante volte mi hanno voluto raccogliere.
Sono stato sdraiato qui,
su questo viaggio con troppi ritorni,
con questa musica assordante nelle orecchie
per stordire, timpani, vertigini e... cervello.
Per dimenticare che esiste il mondo,
o per dimenticare lei,
soltanto lei.
Lei con le sue trecce mal riuscite,
lei con i suoi capelli raccolti e poi sciolti,
lei con il suo pigiama -che era il mio-,
lei con il suo accappatoio -che indossavo anche io-,
lei che urlava di notte,
lei che non voleva piangere,
lei che non voleva essere abbracciata.
Non ho dormito per tante notti,
fingo di far riposare gli occhi,
le scarpe logore si dispongono padrone
sui sedili di fronte.
Nessuno mi saluta,
mi osservano, -son curiosi-,
nessuno mi sorride,
ed io svengo qui,
su queste sedie scomode
che riempiono le pance ai metrò. | 


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Le unghie –che ha il cielo-
di quel colore –lo smalto-
che indossavo –mentre mi mangiavo le dita-
rosicchiando misfatti e timidezze.
Le colline accoglievano come luci
-di un presepe- i raggi dei solstizi
E le lune di dicembre,
tra il freddo che partorì le cicogne d’oro
e il caldo con quel soffio che di bianco ha la neve.
Assaggiasti il verde di quel ramato
leggiadro tocco delle ultime foglie
accatastate –carogne- agli argini dei marciapiedi,
strette –come randagi- che non ringhiano
se non un sottile morente scricchiolio.
La gente passa –con il peso delle loro borse-
-buste- piene –stracolme-
Come free styling di parole comprate allo shopping,
e il natale si avvicina,
a brevi passi,
come la fine di quest’anno,
e il passato è già nel mattatoio –dimenticato-
nel –manicomio- al forno a 200°.
Le stelle non più cadono,
e gli occhi si spengono,
cantando dalle radio,
e le macchine
-auto che sfrecciano-
In cerca di nuove madonne da adorare,
-non tornano più a casa, gli uomini-.
Tienimi le ciglia aperte
-mentre dormo-
Per poter accorgermi di ogni tuo passo,
per poter aggrapparmi come a un’allucinazione
da bambina –il tuo odore-
quello di una madre che bacia la fronte,
e messe comode, le coperte, sul dorso
di un domani che è diventato ieri,
come i fili che perde un tappeto
-presto non potrà più volare-.
Ho camminato scalza sui visi delle pozzanghere,
e ho annegato tra le piogge,
-mai un grido-
I bambini uscivano da scuola –e mi strappavano-
Sono stata su di un foglio
-figlia di mani, gessi, e colori... ad olio-
Anche di un candido –canuto- sul foglio nero
come una luna spiata tra le nuvole,
come una madonna...
tra le cieche sembianze delle figlie,
che cercano eterno consenso dalle madri,
anche solo un cenno... un si silenzioso
annuito ad occhi chiusi. |  | 


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 | Tartarughe senza guscio,
corrono le navi sulle strade,
volando anche i muscoli senza scheletri,
e odorando come segugi l'aria.
Il nylon pulsa attorno alle vene,
e i neon illuminando, bianchi, i polsi
e le caviglie, e tempie,
e blu i tatuaggi.
Si sposa con la vodka,
-narrano-, si sposa con chi ride,
e il ragazzo vaga per le piste,
neve su cui scivola anche l'anima,
balla, e si scatena -dicono-
come mosche attorno al miele.
Si mordono le rose, -che siano come mele-,
come la confusione tra la nebbia e gli angoli,
lì dove si nascondono -nei bagni-
dove le lacrime -se sono, altrimenti rubinetti rotti-
Dicono -lo chiamano- delirio,
pazzia suscitata dai web,
da ragnatele di psichedelici hacker,
e dalle maschere di legno,
nere, che indossano sui cubi -agitandosi-
o come -ricordi le nuvole-
dicevano che avrebbe piovuto,
frizione -marcia-
frizione -freno-
Dicono -fosse buio-. | 


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 | Mi sembrava di aver visto i tuoi brividi
E solo perché ti avevo parlato una volta...
Avevo forse sognato,
già sognato i muscoli di chi non ti può amare.
Mi sembrava di averti visto piangere
E solo perché ero rimasta in silenzio...
Avevo solo ricordato,
già ricordato gli occhi di chi ti può amare troppo.
Il treno perde umori di nubi
tra le rotaie cigolanti
e gli odori misti di bruciato e ferro,
di ruggine attaccata alla pelle.
Mi rubasti la valigia,
mi dicesti con uno schiaffo che non sarei mai partita.
Mi pregasti di esserti figlia,
mi baciasti come un amante
che sfiora i mignoli della follia.
Mi fermasti come il silenzio
si blocca alla fine di ogni binario.
Mi sembrava di averti visto...
Nella tua scomoda e adorata epilessia
tra le lenzuola a cercare ancora... ancora quella bocca
senza sorriso.
Le nuvole si fanno piegate,
si spezzano come secche le foglie
e sognai le tue gambe zoppe
correre sulle strade di finte perle.
Le sognai rincorrere... quella mia fuga
ormai ombra dietro i vagoni di una stazione
privata di fantasmi e amori. | 


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Scatola di cielo
Apri delle comete il cartone nero
e scopri lì pulsante cuore tolto dal petto
Scorrono torrenti di nuvole
nebbia che bacia e stordisce
e come fantasma divento sua figlia
legittima erede di aliti e venti
di australi dita perse nel tempo
in cerca del suo respiro
Spirito che fiuta dalle narici
profumo calpestato di neve e radici
di volpi spaventate e caccia
Sale piano in gola il fumo
del sole che soffia tenue terrore
Su capi e cime
su mura e città
Torre volante nel vuoto
ed io mi lancio nel mio progettato volo divoratore...
Eppure...
qui ho la tua voce sciolta come brina
a stringer mano che non sappia cadere... |  | 


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 Sono fogli tra il vento,
capelli senza mantelli
e le finestre rotte
e i pc buttati, spaccati sotto piedi scalzi,
e i vetri che gli occhiali trattengono tra i frammenti.
Lo senti, anche tu?
L'urlo che dal cuore
abbassa il grilletto,
e il proiettile che non a salve
non salverà le anime degli angeli.
Lo senti, anche tu?
Lo stridio dei denti ferrati
anche gli angeli che digrignano come cani,
come affamati senza osso,
come ossa senza ali di carta.
Poeti che strimpellano
chitarre senza corde
e il grido che il cielo
rimbomba dopo i boati
che ci spaventano ogni notte
alla fine di questo tempo,
alla fine dei tornado
per cantare striscioni di lacca e inchiostro
sui passi delle marce.
E si riversa in un tuono
il colore di una goccia
che invade il cielo
di rosso come la lingua
che anche tagliata
scriverà il nome dei dannati.
E si infrange in un fulmine
il colore delle voci
che in dipinto sulle nuvole
di blu anche la speranza
delle rivolte e dei morti
riporteranno luce sui libri
e sui pentiti, sugli innocenti
e sui rettili che strisciano
indifferenti,
inosservati come mostri
sulla sabbia rovente.
...cade come piuma
L'ideale di un dito spezzato
dove le sfingi non più piangono,
dove la religione non parla di chador né di crocifissi,
dove il sogno è il biancore arrossato
di un petto disarmato,
e sventola l'eco,
Nike di una vittoria
che racconti ai monti fino ai mari
libertà che dai figli
sarà guscio per i venuti.
Gole delle madri,
e le figlie,
santi arrampicati verso un turchese che si spezza.
Tuttavia...
-sospesa in un soffio
che lacera reti e prigioni-
una foglia d'un fiore,
ognuna, al grembo e la mano
è un restauro al cielo
che non ha pace. | 


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Da quando divieni -supereroe,
la chitarra nell'angolo non griderà l'abbandono.
Sono i pianoforti sui quali
solo le mani dei bimbi
hanno il permesso degli dèi,
di poter accompagnare di voci bianche
il canto... per coloro che... sanno chiudere gli occhi
nella metamorfosi del tempo
come falena in angelo.
La fame
di pane come l'odore
si perde tra i sassi nell'unione
tra inconscienza e sogno.
L'oscillare delle foglie... mi manca
il lento cullarsi tra il mattino e il vento.
La voglia di mollare... attanaglia al cieco
il tatto delle palpebre molli e pesanti
leggere di un soffio sulle mani,
annulla e straripa come il fiume
lasciando alla deriva i muscoli.
E quel mondo... è nel suo modo di volare
che annienta il livido sul braccio,
la fitta allo stomaco,
il corrodersi piano nella steppa dei desideri.
La ferita che si apre dal cielo
verso le costole delle ali
che dall'ombra tornano bianche,
come la luna, docile,
al pianto del Nessuno,
l'anonimo che nulla maschera
sulla cera che copre le stanchezze
tra le pieghe del volto.
Dove i fiori lasciano impronte
come ciclamini
lasciati seccare...
impresse tra le lettere nere di pagine
chiuse in un libro,
come un ricordo appeso
ad un alito, uno solo, un ricciolo
nel coprire la fronte di un sorriso. | 


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 | La luna, -sembra sempre-,
una donna, o delle guance,
l’occhio di un gufo,
e quella sera, era una testa che rotolava
sul campo dei grani,
oltre le betulle del sanguinaccio,
oltre... dove le stelle si posavano
su steli e erba.
La luna, palla che correva
giù per i pendii,
per ponti franati,
e alluvioni senza fiori.
La terra era nera,
la chiamavano il petrolio senza oro,
e le bimbe accorrevano a guardarli,
le orchidee rosse dal gambo bianco.
Era una nuvola, la brina
che scendeva sui capelli della luna,
lungo il nascondiglio delle falene bianche,
una scia lasciata per le strade ghiacciate dal fango.
Lì, dove non si sa delle tombe,
nel luogo dove rimangono seppellite
le bocche –rosse-
e gli occhi chiusi –per terrore-
senza sapere, che la terra ci accoglie
-con orrore- con amore
-con rabbia- con cura.
I capelli si fondono ai fiori,
e i ricordi si stampano sul candore
del collo invisibile che allunga la luna,
quando risale, con fatica,
oltre i fiumi, e le carreggiate inondate,
fin sulla via del cielo. | 


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 Petali d'aria come ali di cigni
trafiggono il respiro che ultimo
giace come morto orgasmo
sul lenzuolo di chi non vuol piangere.
Madre che benedice i propri mali
divide il pane per i figli
che a scuola andranno donando lacrime
da segregare nella tomba
chiusa nel petto
dove il vuoto vien abbellito da presepi e luci.
Cos'è la lacrima che scelse la guancia
per donarle diluvio di ossa
che si spezzano come mani
che cercano la luna?
Lacrime senza dimora
orfane anch'esse
hanno solo la fame come famiglia
E logorarsi come cani rabbiosi
che si trafiggono di zanne
rimane il dolore misto alla carne
della rogna che non si lava via
nemmeno come i pidocchi
che succhiano le vene dell'ultimo sogno.
Si, perché è così?
Domandano i bambini prima dell'"ultima preghierina"
a quell'icona che fa paura in cima al letto
A quella vecchia madonna che stringe il suo bimbo
ma che sembra nasconder ira nella pace.
I bimbi non sanno
che anche le madri a volte piangono?
Loro ne sanno bene
conoscono più la tristezza che il bacio del sole
ma la temono come i mostri
che hanno rifugio sotto il letto.
Nel letto sotto quelle lenzuola,
che avevano ospitato il cadavere
dell'ultimo orgasmo della madre,
ignari lì serrano i denti e le palpebre
per non vedere il buio del mondo
abbracciandosi l'ultimo sorriso,
l'ultimo dono di freddo incubo
mascherato d'oro e piombo...
La madre piange di nascosto...
Ma già il burattinaio dei sogni
ha rapito i suoi figli.
Suonerà l'arpa
come pioggia di cristalli
che spezzano le dita alle rose
tra i pianoforti dove monche le mani
continueranno a seguire
il profumo viola degli angeli...
piume trafitte da spine. | 


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|
 | Le foglie dei primi giorni di novembre,
ti hanno portato via.
-Non volevo piangere...
Mentre i medici dicevano, forse urlavano-
I tuoi piedi, così piccoli,
sai, quante volte li ho sognati,
e i tuoi primi passi... non ci saranno,
mai, come mai il tuo primo pianto.
-Non volevo odiarmi,
mentre nascevi... ti partorivo inerme,
e già, portato via dalla vita-
Era nero, così, nero...
Mi perdevo nel mio sangue, nel tuo,
nel nostro... fiume di un silenzio che uccide.
E divento miscela di nulla
come fantasma che non sa oltrepassare le mura.
Volevo toccare le tue mani, così minuscole...
Le avevo già disegnate rosee, e paffute...
Ho visto il grigio,
stesa, dopo il dolore
che i reni avevano fatto piegare
anche il cuore.
-Era grigio, anche il soffitto,
e la luce,
di un giglio che appassisce nel giardino,
sotto i baci del sole, e le sue inutili lacrime
di primavere già abusate,
ed estati lacerate
come quel brandello
che San Martino del Carso ci ha lasciato,
una croce lunga quanto la cicatrice
-di un cesareo-.
Appendo candele,
cercando il fuoco di un purgatorio
-più caldo- di questo inverno già arrivato,
e ho tagliato anche i capelli,
senza specchi,
che riflettevano ancora il grembo
dove ti avevo -cullato e sorretto-.
E canticchio ancora, con paura,
guardando una culla vuota.
-Un rumore,
di ronzio, e di mosche,
che dominano,
sciami di echi cieche,
e prigioniere,
delle loro orfane parole.- | 


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|
 | Foglie che il vento
accarezza, soffia, fino ad accompagnare
ricordi dai rami appesi,
ombre d'acquerello tremolante,
fino ai balocchi delle innocenze.
Sai, che le preghiere si strozzano
nella gola come il respiro,
rapito frammentario sospiro,
il tuo, ghermito, indifeso sogno
dal tumore oramai percosso.
È il letto la prigione di questo corpo
e la voce interrotta
come la cecità degli occhi,
come il mio silenzio di donna
Gridare come al feto
di nuovo l'amore al figlio.
Uccidere gli incubi
come dal grembo,
ancora, per proteggere
le susine in fiore.
I parassiti circondano il cuore,
e le rose ora a maggio non più sbocciano.
Nonna, è il silenzio a rinchiuderti
nel suo lento manicomio,
il cancro che corre tra le fronde
delle sinapsi tra gli alveoli
e le vene delle anime imprigionate.
Ti farà chiudere gli occhi,
una ninfa della sorte,
dalla chioma d'onde e notte.
Avrà le labbra di rosa dipinte,
gli occhi con cui da ragazza
tu guardavi l'unico padre del tuo seno,
l'unico uomo riportato in vita dalla guerra.
Di rosso vestito, l'avorio tra le mani
come un bracciale d'argento
stretto al polso di una divinità indiana,
il silenzio a baciare
d'immobile, il complice
delle tue rughe,
avrai fiori tra i capelli,
e delicato tocco di fili cuciti
che in perenne moto
privano bocca alla voce.
E di vetro, il battito nel cadere diafano
e bianco,
e vitreo, ancora, la nebbia
a prendere... a prenderti via,
lì, dove finisce la pupilla,
nel baratro che non riporta in luce
le parole perse nell'Atlantide dei sensi.
Ti tiene stretta, il Silenzio,
nell'inconsapevole apatia della sua premura,
con le palpebre smorte
dalle grigie piogge,
seduto sullo scricchiolare
di una sedia, lento dondolarsi
nell'indecisione di cadere.
E non farà rumore,
come il fermarsi delle farfalle,
quando chiudono le ali,
diventando petali d'altri petali. | 


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|
 | Gli occhi tra le umide foschie
sepolte sotto le tue rosee palpebre
sfiorano i lineamenti della mia nebbia
Mi sovrasti sul cuore
con il tuo affanno
Mi chiedi un nome
che non appartiene al mio gusto
Mi chiedi identità
di donne che già hai avuto
Sparerò contro l'intonaco
Aspetterò esplodere l'aria
E vorrò buchi sui muri
dove posare polpastrelli
appoggiando il pesante fardello
che chiude le tempie.
Una corona di garofani
Una ghirlanda per il compleanno del mio lutto
Un anniversario di bugie e di silenzi
Un incubo di mani gelate fra i seni
E un grido soffocato nel morso di una preghiera
Scaverò gallerie tra il vuoto e il cielo
Resteranno tra le tue dita i capelli che mi hai strappato
E ti lascerò una corda... al soffitto già annodata. | 


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 | Carezze di vento cantano sussurri dal profumo di mandorle
Voci di stelle bisbigliano mani all'infinito
Cadono lacrime rosse come fragole
Margherite che l'inverno tiene strette al suo soffitto
Sentirò baci di cremose labbra
Poggerò la testa al muto muro
Sentirò mani di ponderosa rabbia
Il tuo corpo sul mio
Il tuo respiro sul flebile cuore mio
Scesa dall'Olimpo verso i seni della terra
sento la furia racchiusa nel pugno fatto di creta
Madido sudore di ghiaccio che si condensa
Vorrò baci che i morsi non sanno plagiare
Vorrò lacrime che le unghie non sanno invocare
Pelle contro pelle
E sentirò i tuoi artigli nel mio silenzio trasfigurare
Carne contro carne
E sentirò la tua schiena nel mio silenzio le ossa attraversare
L'ingenua bocca scalfirà la tua marmorea insolenza
Ingenue parole scappate dalla mente confusa d'amore
Perché strappi il pizzo della mia innocenza?
Perché sporchi di calunnia il velo del mio dolore?
Ribelli le dita graffieranno il terreno umido
Ribelli le ciglia si chiuderanno in un ostentato "no"
Graffierò cieli e nuvole di cenere e carbone
Vomiterò silenzi di polvere e maledizione
Ricordi spezzati come scheletri di luna
Ricordi che camminano come bimbe decadute
Sentirò i loro pesanti passi
calpestare il vuoto delle anime racchiuse
Frammenti di "io" raccolti per terra come teste decapitate
che uno ad uno conterò sul palmo della mia mano
Ed il mio cuore violato
urlerà all'eco disperato | 


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 | Paludi furono come nebbia di spose
che correvano come amanti di centauri
via dalle nozze
Vergini chiome di fieno e trecce
danzarono al vento
davanti al sepolcro
Spettri della mente
rincorrono dipinti di fuoco
Folli e innamorati
degli occhi di ghiaccio
di colui che dicono sia il mostro
Piangono alla luna pregata
lusinghe e lacrime
I lupi ululano la loro condanna
Il cuore pesa di lacrime senza nome
e di sofferenza dilaniata
Sulla tomba del silenzio
riposti ci sono i denti
come reliquia di dèi e ricordi degli zèli
Sulla tomba della Vergine
cha cantava fra le valli e i colli
furon posate le pupille del suo proibito orrendo sposo
A lui esiliato furon cavati gli occhi
I papaveri cantarono,
nella notte invocarono l'Eco,
colei che squarciò il cuore
del mostro che un tempo fu bambino
nel corpo di un vecchio
Triste presagio
di corvi che scappano
e di tortore che sangue piangono
Il mostro aveva pianto
Si strappò il cuore
e sulla tomba si mise in croce | 


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 | Cerco il tuo seno, madre...
Urla marine
che corrodono i sensi virili
E l'ingenuità sembra un canto
che penetra l'anima degli ultimi uomini
Il peccato non ha ormai più sapore
Insipido mancamento
di isteriche lussurie
Perché mi guardi in quel modo, marinaio?
Guardi i miei occhi
come se nelle mie pupille vedessi terremoti
Perché mi fissi impaurito, mozzo?
Hai paura che io possa divorarti come le bufere?
Sono solo nuda sembianza di falsa divina creatura
Sono solo una donna...
Di cosa hai paura?
Che io riconosca in te le cicatrici inflitte
dal padre di mostri e minotauri?
Che io possa avvicinarmi per sedurti
e rubarti l'aria in un bacio?
Moriresti soffocato...
Sono solo una schiava, nuda sembianza
di un'ombra che cela il pudore
Sono solo una dèa...
Di cosa hanno timore gli uomini?
Che Artemide scagli le sue frecce?
Su coloro che sterminarono le vergini amazzoni?
Corroso è stato il tempio del mio corpo
E lì sull'altare offerti sono stati i miei seni...
La purezza è velo che prende facilmente fuoco
E l'innocenza sembra divoratrice di cani
quando la schiena si curva ad accogliere baci
che appaiono fruste...
Le lacrime non hanno mai
lo stesso gelido sapore
delle punte di freccia
E il sangue che vien vendicato
non colma mai il vuoto che fu bruciato
La cenere blocca il respiro
come nebbia che appanna gli occhi
e prende forma maschile
per usurpare l'ultimo cadavere di fanciulla
Sono state stuprate le madri e le figlie...
L'ultima anziana... cieca anche lei
non grida la vergogna...
Sul suo bastone,
si addormenta come una bambina. | 


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Hanno curvato i rami,
hanno contato le piume nelle rughe,
e hanno colorato di nero le radici,
per nasconderle.
Hanno baciato nuvole
poi scomparse,
hanno abbracciato silenziose
stellari voglie d'anziano,
sì, gli uomini che parlano.
I nonni che seduti guardano
–secondo voi- il vuoto,
mentre all'orizzonte
a loro si svela l'infinito,
o forse l'eterno.
Sì, quegli uomini che parlano,
quegli uomini che tornano bambini,
e forse addirittura piangono.
Se si portasse loro regalo,
un fiocco rosa e un fiocco blu,
da annodare alle vene del polso,
con i palloncini che credono d'esser mongolfiere,
con aquiloni che amano immaginarsi deltaplani.
Forse i pagliacci smetterebbero di esser depressi,
farebbero suonare il naso rosso,
e sposerebbero le ragazze di Woodstock.
Ma gli autobus fanno frastuoni,
e raccolgono nelle loro pance,
fino ai sedili posteriori,
gli uomini che si addormentano...
Dicono che li portano al Lago. | 


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Sibilo di fucili
Sillabe incastrate in sedie elettriche
Sinapsi affogate...
Sirene in cattività
e branchie al mercato...
Pupazzo dimenticato dal mio dio
cammino come automa
senza obiettivo...
né vittima
Squilla il telefono delle infermità
e aspetto la luce
che mi ipnotizza quel cervello
che un tempo...
un tempo aveva memoria.
Alla caccia di vecchi tesori
scavo silenzi e casseforti...
cerco il sorriso di mia madre...
Alla ricerca di mani da toccare
di dita da baciare
di labbra da... su cui giurare...
Voglio... di nuovo piangere
come il bacio del perdono
che abbia fuoco
ora
che arda l'incendio
di quei peccati
abbattuti come alberi da potare
No... non è pazzia
che porta campi da seminare
e poi... da sterminare...
Voglio solo...
scavare... alla caccia di lacrime...
e deliri...
a caccia di baobab sempre verdi
e di lune che i lupi
baciano con il sangue
di patti e stralunati amori...
A caccia di anaconde
e lingue...
di sonagli e vipere...
Voglio solo...
scavare...
alla caccia di lumache che sputano fuoco
e di bimbi... che non sanno cosa sia l'odore dell'odio. |  | 



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Scalzi calzini di freddi piedi
camminano come sul filo del rasoio
su questo freddo pavimento
Bianche dita si chiudono
sdraiandosi sul corpo della propria madre
che per terra dorme stordita da alcool e menzogne
Lacrime cadranno
come in un lago frantumato
di foglie rosse
e sarò lì ad esser io madre
di una bimba che piangerà il sangue degli avi
Scalze le gambe dondolano e si cullano
sulla vecchia sedia di legno e paglia
Guarderò l'alba e cercherò un sogno da afferrare
Guarderò l'aurora e cercherò il mio nome stampato
su questo libro che apre il mare
alle bugie
e lì affogheranno. | 


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 | Di foglie lacerate e vestiti a pezzi
calpestano i rami e sulle cosce scheletriche
cadono pizzi in rugiada,
scendono come i sogni
di comete assonnate
Seguono scie, vie lattee
per sentieri, e gli occhi hanno madri
da farsi perdonare,
si perdono nel volare
come neve e capriccio,
come sangue colato
sui monti delle vergini.
Le promettenti spose ridono
da isterie promesse
si stringono ai muri in pietra
e baciano la calce sciolta
alle lacrime intrise di vernice e porpora,
di cicatrice e muta la verità
che vagabonda ha il suo scialle
a coprirle la testa e la maledizione
a coprirle le piume di corvo sul capo
a nasconderle il fuoco di lacrime
che incendia le guance,
solchi su scie di sangue del volto trasfigurato.
I flauti hanno Sol scongiurati
stretti sotto i polpastrelli soffocati.
Hanno ossa rubate dai fantasmi
che vogliono mogli per le notti insonni,
hanno baci rapiti dai fantasmi
che annaspano come cani
nel cercare di stringere le figlie
per le albe senza sole.
I flauti hanno La fuggiti
come bimbi mutilati.
Hanno strozzate vendette
amputate come mezze le bugie
alla ricerca di nuove menzogne da battezzare,
hanno singhiozzi bloccati nelle gole
come gli inganni d'oro e titanio
nel cianuro smaltato sulle unghie
delle nenie canzonate ai grassi re.
Il solare cerchio si tatua sulle nuvole
a stelle e a sette punte
di colori ad archi
tra le violacee pupille e i gialli girasoli
tra le verdi costiere e i celesti lillà,
dopo acquazzoni che riempiono le tane dei lupi,
dopo maree che riempiono le tombe
e le bare dove il cuore è ululato
che rosso pulsa all'origine di rette infinite
ed angoli a generare gli arcobaleni,
gocce per cristalli tra i pastorali presepi
e gli aliti dei fauni estinti,
nascosti in invisibili e appassiti
respiri del bosco in eterno inverno.
E li puoi vedere...
È un tocco dell'improvviso
quando il vento si ferma
nel molle sorriso
di bocca rosea nel ghiaccio
sprigionando preghiera
come narciso sullo specchio
in titubanza del fradicio silenzio. | 



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 | Di lei non se ne può sentir la voce
E i canti dei bimbi,
figli di pescatori,
cantano ancora le filastrocche
perse tra i laghi delle nebbie
Madri mai conosciute
come illusioni di lacrime
dalle foglie del cielo
Paludi d'argento
a dondolar
ninne nanne
Voci di farfalle di fiori
schiusi boccioli di notte
a portar lucciole
sul viso dei neonati
Miraggi d'ombre
come i nèi ricordati del seno
di sorrisi dai baci
d'occhi dalle palpebre delle conchiglie
dalle dita delle campanule
papaveri rossi le labbra
Polpastrelli senza unghia, sulla culla
afferrai i suoi capelli
e l'odor di latte
sfiorò le mie lacrime. | 



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|
 Vuoto funambolo nel petto amaro
in bilico tra sogni e realtà
Inclino la testa mordendo silenzio
urlo che uccide il cuore
Anima ai margini delle strade
evanescenza scolpita come dèa monca e storpia
E il respiro... quel suo respiro
ancora ne sento il tanfo sui miei seni...
saliva che ha odore
fetore di mani.
Dondola il fiore d'acacia
autismo che bacia l'anima
e petali strappati
fra unghie e denti
Salirò al cielo
toccando i fiori d'allucinazione
rannicchiata nel buio ingabbiata
Il sole non illumina più
la polvere del mio corpo,
di acero diviene il profumo
all'improvviso il mondo
chiudendo palpebre cieche
e mano sul petto
dove le cicatrici sono ancora bruciature.
Ho perso il mio nome,
ho perso il mio cuore nel pozzo del suo petrolio
ho perso me...
e né pioggia
né carezze
mi ridaranno l'eco che è stato ingoiato.
Il silenzio leccherà le mie ferite
unghie dove sono entrate le spine
scavandone la fuga...
Quando morì l'angelo
le ali di cenere
cedettero come pioggia,
rami secchi dagli alberi,
tonfi come asce
che cadono sugli scheletri degli autunni...
eppure...
mi dissero che la rosa
tornò in giardino a fiorire. | 


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 | Veleno scorre come vertigini dolcezze
di baci che ti donai
prima d'esilio
prima d'amarti
nel matrimonio sacro segreto al complice Dio
Amami ora e per sempre
mentre ti dono baci di lacrime
sul tuo collo immacolato,
Giulietta è morta,
amara vita
che non lasciò l'ultimo saluto,
aspro fato
che nella tua bocca mi perdo
in un ultimo bacio
Sarà qui sul tuo bianco corpo di sposa,
mia Giulietta, qui chiuderò i miei occhi
nel sonno dove ti ha chiamato Ade
Amami ora e per sempre
al brindisi delle nostre nozze
incise sulla tomba dell'invidiosa Persefone
Sarà bacio di cianuri che scorreranno
nelle vene del mio tempo perduto sul giuramento di Caronte,
salpa la nave di un mare
dove ci porterà nel nostro paradiso
lì dove la tua anima accolta da fiori del cielo
lì dove attendi la mia mano in carezze di rose.
Giù, in un sorso,
giù, ingoiando pianto e dolore,
in un solo sorso il veleno
mi porterà da te,
di nuovo novello sposo... a te...
Anima che giura amore
anima che giura mai più inferno
nel pugnale impugni la mano
sul mio corpo in fallimento di destino
Muoio sul tuo cuore
mentre l'anima guarda il tuo risveglio
occhi di fata che perse fra maschere
in grinfie di nuvola intrappolò il mio cuore
No, non svegliarti ora,
mia regina, non ora che muoio sul tuo petto...
non ora che sul mio pugnale trafiggerai il tuo vergine seno
Angeli piangeranno glorie
ali strappate da silenzi e grida
nel lutto del Dio
che piangerà tornadi
sui padri addolorati
Abbracciami...
occhi d'amore tra le tue mani,
Giulietta, è sul tuo seno
che s'ospita il Romeo innamorato
Le nuvole danzeranno in cenere di turchese
e un bacio chiuso tra le ali di rondine
donerà pace
ai padri colpevoli. | 


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