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All'osteria degli Angeli
li trovi i poeti
in libertà provvisoria dal vino
e a morte feriti da eroi,
a guarire lontani mondi passati,
a contare le tristezze sui muri.
Fuori la nebbia sbiadisce
i contorni crudeli del vero
che non può entrare e giacere,
lasciare impronte bagnate
e sporcare degli angeli il volo.
Fuori si sentono cori e tamburi,
clangori di ferri e di colpi
e la voce del padrone ancora più forte.
Cadono a terra preghiere e lamenti,
restano alte solo le grida
in corsa e senza ritorno,
nascoste e schiacciate
dal passo di ronde verdi e notturne.
Nulla arriva ai poeti,
alle loro torri blindate,
alle loro isole remote,
al loro udito esiliato.
Il tempo si è seduto e sbracato
dentro l'osteria degli Angeli
tra un liquore alticcio di rima
e uno sguardo sofferto a fermare
la fuga della gioventù frettolosa.
Dentro il respiro pesante della nebbia
si nasconde l'osteria degli Angeli
dove i poeti
stanno soli
in compagnia
di una ragazza di burka vestita,
che ubriaca ripete
"Mi chiamo poesia". | |
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Opera pubblicata ai sensi della Legge 22 aprile 1941 n. 633, Capo IV, Sezione II, e sue modificazioni. Ne è vietata qualsiasi riproduzione, totale o parziale, nonché qualsiasi utilizzazione in qualunque forma, senza l'autorizzazione dell'Autore.
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