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In cortile con un pallone di pezza,
correvo, ridevo, inciampavo nel vento,
le risa si spandevano fitte come brezza
e il mondo si piegava ad ogni lancio e centro.
Lì l’acqua del Fan era fredda come sogni,
gelida come un respiro che sapeva di vero,
la mi tuffavo, imparavo a nuotare tra sassi e risate,
mentre il murlano soffiava sulle valli del sentiero.
Giocavamo tutte fino alle prime stelle,
le gambe sporche, i cuori pieni di canto,
e le nonne con bandana nera, chiacchiere lente e belle,
ridevano piano di noi ragazze e del nostro incanto.
Parlavano di capelli, di sogni e di gare,
di passi incerti, di corse sotto il sole,
mentre il pane fatto in casa si spezzava caldo
e la carezza della mamma curava ogni polvere sulle suole.
Alla scuola di paese, prima l’alfabeto,
scrivevo le prime poesie tra quaderni e pensieri,
ogni parola un seme, ogni verso un segreto
che cresceva lento come antichi sentieri.
Ogni sentiero era memoria nel sangue,
ogni ruga del monte nome che conoscevo,
ogni risata in cortile viveva come eco
e mi seguiva come ombra nei primi passi mossi.
Miredite, terra di montagne antiche e valli,
dove il Fan serpeggia fra rocce e confini,
di vento che sa di casa, di luce e di spalle amiche,
di mani antiche e carezze che restano nei cammini.
E Spaç, tra rocce dure e muri che rubavano sogni,
era un buio dove il respiro pesava come ferro,
e lì ho visto che i sogni più forti restano,
anche quando tremano come candele nel gelo.
E sulla collina verde, piena di luce e di vento,
in cima a Blinisht dove tuo nome riposa,
ti penso Papà, come un canto lento,
la tua voce dentro è luce che non si osa.
E ora, lontana da te da molti inverni e primavere,
ti penso viva quando chiudo gli occhi stanca,
perché ogni risata, ogni acqua gelida, ogni prato
restano casa dove il cuore dolente torna sempre intero. | 
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| «Mirditë — che in albanese significa “buon giorno” — è il nome della mia terra, che porto nel sangue» |
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