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 Avevo in mano un pugno di stagioni,
sei lune appena, e il gelo nella voce,
mentre il destino alzava le prigioni
e mi inchiodava il tempo sulla croce.
Trentasette rintocchi, e poi il silenzio,
un foglio bianco senza più domani,
ho bevuto il veleno e l’assenzio
col peso di un futuro tra le mani.
Ma in quel deserto, in quel mio vuoto immenso,
ho scavato la terra con le dita,
per dare al tuo respiro un altro senso
e alla mia fine un’alba di risalita.
Ho sputato quel sangue che bruciava
per farne linfa, e darti la mia forza,
mentre la morte invano mi cercava
io mi facevo quercia, e poi corteccia.
Ti ho cresciuta col poco che restava,
inventando la vita dal mio niente,
mentre ogni fibra mia si consumava
per farti luce, limpida e presente.
Ed oggi che ho quarantotto primavere,
e il buio è solo un’ombra che si scorda,
bevo la gioia nello stesso bicchiere
dove la sorte mi voleva sorda.
Non sono un resto, non sono una ferita,
ma un inno nudo, un volo senza fine
sono colei che ha vinto la partita
partorendo la luce dalle spine. | 
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Opera pubblicata ai sensi della Legge 22 aprile 1941 n. 633, Capo IV, Sezione II, e sue modificazioni. Ne è vietata qualsiasi riproduzione, totale o parziale, nonché qualsiasi utilizzazione in qualunque forma, senza l'autorizzazione dell'Autore.
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«A mia figlia.
Eri il germoglio per cui ho imparato a essere roccia.
Tutto questo è nato dal mio niente, ma è fiorito solo grazie a te.
Sei stata il mio domani quando il mondo diceva che non c’era.
Sei tu l’infinito che resta...» |
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